Allo Spazio Melampo si parla e si beve. Invito ai blogghisti

Udite udite! Domani sera lunedì 9, se siete o passate da Milano, siete tutti invitati all’incontro che ho organizzato con un po’ di miei amici. Desiderio: parlare del Partito democratico come ce l’avrei in mente io. Ci si vede alle 21 allo Spazio Melampo, luogo di dibattito e incontri e presentazioni che abbiamo inaugurato qualche mese fa sotto la sede della casa editrice, in via Tenca 7, a pochi passi dalla Stazione centrale. Perché ho voluto organizzarlo? Perché credo che ci siano altre persone che non vogliono arrendersi all’idea (a volte propagandata un po’ interessatamente) che il Partito democratico debba alla fine risultare una somma di nomenklature senz’anima, un pastone moderato e senza coraggio, un coacervo di correnti. No, io voglio battermi perché sia un partito in cui è ben viva la dimensione dell’etica pubblica. E anche la consapevolezza che in questo paese la democrazia non è mica un valore così scontato, a giudicare almeno dalle culture che sono state dominanti nei governi e anche nell’opposizione. Per questo ho chiamato a discuterne con me anche opinionisti liberi come Giorgio Galli e Franco Rositi, Gianni Barbacetto e Gabriele Nissim. E ho pure voluto che la discussione non avesse toni antipartitici per definizione invitando Marilena Adamo, la capogruppo dell’Ulivo in Comune.

Parliamo, confrontiamoci, cerchiamo un filo conduttore. E mica solo a Milano. E poi decidiamo se può esserci un percorso che ci eviti tante battaglie personali, che fanno sempre credere che chi ha certi principi sia, in fondo, un isolato. Alla fine brinderemo, non prima -però- di avere messo la nostra firma per il referendum. Il quale in sé -lo ammetto- non produrrebbe una bella legge elettorale; però oggi, davanti a questi furbacchioni che a parole attaccano la legge elettorale e intanto ci fanno il catenaccio intorno, mi  sembra lo strumento unico e indispensabile per dare una bella scossa al parlamento. Alla fine, dicevo, brinderemo tutti al Partito democratico che vogliamo. E, se permettete, anche alla notizia che pure io venivo schedato da Pio Pompa. Lo ammetto: mi stava venendo una crisi d’identità. Ma come, schedavano tutti e me no? E allora che ci stavo a fare in commissione Giustizia, a organizzare piazza Navona, a scrivere centinaia di articoli, a fare il teatro civile? Ora, vedendo i giornali, mi sono rassicurato. A qualcosa servivo. Anche se, come il mio amico Riccardo Orioles, anch’io dico: la prossima volta chiedetemelo direttamente a me che cosa faccio alla luce del sole; avrete notizie più complete e con i soldi dati a Pio Pompa ci facciamo un po’ di borse di studio in più. Eh, che ne dite? 

Lettera di invito

Viva Di Pietro.
Questo grido collettivo divenne quindici anni fa un efficace esorcismo. Una formula purificatrice per una società imbevuta di particolarismi e ammalata di corruzione. La decapitazione di una classe politica di governo fu il rito attraverso cui la società italiana evitò di fare i conti con se stessa e con i suoi vizi. Più forte era quel grido, meno ci si sentiva costretti a guardarsi allo specchio. E infatti non cambiò lo spirito pubblico. Non cambiò la connivenza con i fenomeni di clientelismo e corruzione e nemmeno di criminalità organizzata. Non cambiò il fastidio per la legalità, al di là delle emozioni suscitate dai terribili fatti del maggio-luglio del ’92. Né, a dispetto del proliferare di sempre nuove sigle e partiti, cambiò la fibra morale della politica.

Sono passati quindici anni. Diverse coalizioni si sono alternate alla guida del Paese. Non uguali tra loro. Ma ampiamente sovrapposte o comunicanti proprio sul senso della “res publica”, sull’ idea della politica, sulla saldezza e qualità dei riferimenti etici. Le ideologie professate, anche quando appaiano fortemente divaricate e antagoniste, contengono sempre – in misura variabile – un nucleo di cultura civile e politica che subordina l’interesse generale agli interessi particolari o personali, e ciò che “è giusto” a ciò che “conviene” (fermo restando che sia l’”interesse generale” sia “ciò che è giusto” sono, in una società plurale, nozioni comunque soggettive).

L’Italia non può sopportare oltre il primato, ora galoppante ora vischioso, di questo nucleo culturale nella propria vita pubblica. Le sue prospettive di modernizzazione e di crescita civile ne sono fortemente mortificate. Perché quel nucleo culturale grava sulla qualità delle istituzioni, sulla efficienza dei servizi pubblici, sulla libertà di mercato, sulla valorizzazione dei meriti, sul rispetto dei più bisognosi, sul funzionamento della giustizia e dell’informazione, sui pubblici bilanci, sulle speranze delle nuove generazioni. E ancor più grava sulla credibilità della politica, sulla sua capacità di guidare il paese verso nuovi orizzonti senza restare ostaggio di ogni spinta conservatrice o anarcoide.

Il Partito Democratico nasce con l’intento di segnare nella vita politica una nuova, forte presenza riformatrice. Ma esso avrà senso storico e respiro ideale solo se si incaricherà di proporre agli italiani un’idea piena e vitale di democrazia, un’idea moderna intessuta di diritti e di doveri, e sostenuta da una forte dimensione etica. Solo così potrà essere un decisivo fattore di discontinuità rispetto a costumi e culture che nemmeno il trauma del ’92-‘93 riuscì a sconfiggere. Perciò chi crede che la vera discriminante tra il “prima” e il “poi” sia – più che mai oggi – la natura dell’etica pubblica democratica, è chiamato a dichiarare la sua presenza, forte e diffusa e partecipata, all’interno di un tale progetto politico. Per dargli lo slancio necessario. Per offrirgli tutta la forza di cambiamento possibile. Per non lasciare che dopo i primi entusiasmi la politica ridiventi, una volta di più, dominio dei signori delle tessere.  Per dare una chance vera al centrosinistra e al futuro del paese.

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