Programmi di vita. A voi l’outing

Dai, facciamo outing. Pielle e alfa10 mi hanno chiesto che intenzioni ho politicamente. Se ho voglia di impegnarmi direttamente in questa fase (che sembra) di ebollizione. Rispondo. Voglia di impegnarmi sì, quella sempre. Ma direttamente in politica no. Ho dato troppo alla politica, togliendo non alla mia vita privata, ma alla società civile, alla cultura, ai movimenti di opinione. A ciò che conta in profondità, almeno quanto la politica, starei per dire più della politica, nella qualità di una democrazia. Il tempo che tu impegni in politica dà risultati minimi rispetto a quelli che dà il tempo che dedichi alla società civile. Naturalmente se sei bravo. E io credo di esserlo. So fondare le cose dal nulla, con pochi soldi. So mobilitare, inventare, costruire. Giornali o circoli, case editrici o associazioni. Perfino festival. Non so fare tessere, invece. Né la gente per bene mi ha mai aiutato a farle. Non so giocare alle correnti con opportunismo sublime e nemmeno all’arrivista, anche se a qualche responsabilità ci sono pur arrivato. Faticando tantissimo e dovendo ogni volta dimostrare il seguito di cui disponevo tra gli elettori più attivi. Finché nemmeno questo è bastato. Perché in questa politica (non questa di oggi, con Bersani segretario, ma quella che ho visto con tutti i segretari) il merito o il prestigio personale sono carte che vengono giocate nel momento del bisogno. E poi buttate o fatte ammuffire. La domanda che mi pongo sempre è: quanto avrei potuto fare in più per la democrazia nel tempo in cui sono stato in parlamento o al ministero? Oggi in tanti mi dicono che Milano si sia svegliata un bel po’, almeno sui temi che mi stanno a cuore, da quando (nonostante il tempo speso a Genova) ho ripreso a lavorarci, libero dai vincoli della politica. Il bello della società civile è che se hai un’idea la realizzi; in politica invece ogni cosa è prima di tutto un ruolo, un incarico, che per la sua stessa natura subito qualcuno vuole avere per sé, cercando di scalzare chi è più bravo di lui e trovando sempre in alto chi lo asseconda. Ma se uno vuole competere con me in università, nel fare una casa editrice o come punto di riferimento intellettuale deve lavorare sodo e molto bene, non gli basta volere “il posto”. La politica, insomma, è entropia, tempo perso inutilmente, e io non voglio più perderne nella mia vita (anche perché non ne ho più tanta), né il paese può consentirsi che i suoi talenti (ebbene sì, mi annovero tra i suoi talenti, guardandomi in giro; oh, l’ho detto che facevo outing…) perdano tempo quando c’è da ricostruire tutto, mica solo i partiti. Io sarò accanto e dentro i movimenti di rinnovamento vero, non anagrafico (do you remember Pivetti?). Non mi tirerò indietro neanche nella Direzione del Pd, dove, amica Pielle, nessuno purtroppo ha la forza di cambiare un agglomerato di lottizzati. Ma io ho questi obiettivi: fare di Scienze Politiche di Milano l’epicentro di una cultura antimafia che invada il nord, e ho riprova ogni settimana che questo è possibile; fare dello Spazio Melampo qualcosa di simile al Club Turati degli anni sessanta, con tutte le differenze del caso (vedrete che roba il prossimo ciclo di incontri letterari!…); e di Melampo un presidio di editoria civile; scrivere sul Fatto il bello che c’è in Italia, perché non siamo solo indecenza; essere intellettuale, testimone civile energico in un paese avaro di testimoni conosciuti (poche decine girano per l’Italia, sono loro la compagnia di giro che conta, gli antiballarò); fare libri e teatro, e corsi di formazione, e siti. Fare della Scuola Caponnetto un centro di formazione politica per i cittadini di buona volontà. La “città dei diritti” a Genova. E Libera, già, la grande Libera. Seminare e combattere. Combattere e seminare. Cose che so fare e  con risultati. Ecco: questo è il mio programma. Chi vende la pasta, cari blogghisti, non è più importante di chi riesce a fare spuntare il grano su terreni difficili. Con ciò vi ho detto tutto, con sincerità e senza false modestie. Ora dite voi. Che se ne verrà fuori una discussione sulla politica un po’ più profonda del dibattito sul segretario non sarà un male.

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