L’assoluzione di Dell’Utri

Sono a Savignano sul Panaro, all’assemblea nazionale di Libera, giunto uora uora da Chieri, provincia torinese, in cui è stata inaugurata una caserma dei Carabinieri intitolata a mio padre, con la biondina a fare da madrina e il sottosegretario alla Difesa Crosetto a dire cose sensate e condivisibili. Bello venire a Libera e rivedere le facce più belle d’Italia. Peccato essere anche di ritorno da Palermo (e che globetrotter sarei, se no?), dove ieri si è chiuso con il capo della polizia Manganelli, me medesimo e altri studiosi, il grande seminario in dieci sessioni sul metodo mafioso organizzato da Alessandra Dino, sociologa che nel cuor (civile) mi sta. Peccato, dicevo, perché a Palermo è data per certa, certissima l’assoluzione di Marcello Dell’Utri. E mica perché nel processo sia emersa la prova della sua innocenza. Ma per l’atteggiamento dei giudici, almeno uno dei quali -si racconta- ha già anticipato in giro, e da tempo, l’esito dell’appello. Una bella deontologia, se è vero, non c’è che dire. Lo ha già scritto anche Attilio Bolzoni di Repubblica, peraltro. Lo sanno tutti. A che serve dunque questa finta “suspence” della camera di consiglio? Pare già disegnata anche la strategia, ripetitiva di quella già inscenata con Andreotti: confermare i fatti, gravissimi, ma non dargli rilievo penale; praticare in altra forma, proprio come i famigerati giudici degli anni sessanta, l’insufficienza di prove. Un giudice peraltro c’è, in questa corte, che era già presente nel collegio giudicante di Andreotti, il dottor Barresi, che ora Massimo Ciancimino ci racconta andasse a giocare a carte nei suoi ambienti. Io (io personalmente intendo) avrei chiesto la ricusazione, nel dubbio. Anzi, per essere sinceri, non mi sono sentito affatto tranquillo come cittadino e familiare di vittima quando ho saputo che la corte aveva irritualmente dichiarato che non si sarebbe fatta condizionare dalle pressioni mediatiche. E che vuol dire? Una difesa preventiva? Mi sarei sentito (arbitrariamente) assai più tranquillo se i giudici avessero giustamente aggiunto, visto il contesto, che non si sarebbero fatti condizionare nemmeno dalle pressioni (e dalle eventuali promesse) politiche. Ma tant’è. Prepariamoci a cento Porta a Porta per rendere ogni onore al perseguitato Dell’Utri. Prepariamoci a sorbirci le trombe del regime che intonano l’inno del povero innocente offeso. I giudici sanno che potranno dire domani che loro i fatti li hanno confermati, mica li hanno smentiti. Se lo possono permettere, tanto ci penseranno i media nelle mani di Dell’Utri a fare debitamente sparire quei fatti e a presentare, come unico salvifico fatto, quello dell’assoluzione. Vederete che bel lavoro, faranno tutti insieme un bel lavoro. Noi facciamo il nostro. Perché oltre il giudizio penale esiste quello etico, quello politico. E poi c’è la storia, che ci ha reso incancellabile il nome di Tito Parlatore, procuratore generale della Cassazione che, dovendo sostenere l’accusa (!) contro gli assassini del sindacalista Salvatore Carnevale, disse che la mafia era materia per i sociologi, non  per i tribunali. Che non aveva rilievo penale, insomma. Ancora oggi il paese insanguinato lo ringrazia, quel magistrato, e lo nomina pensando di lui quel che è giusto pensarne. Un complice culturale, un complice morale. Lui sì, materia per sociologi.

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