pianista

Non sparate sul pianista. E se ce la fate non rubategli il panchetto

Come annunciato su questo prestigioso blog, sono stato al Salone di Torino a presentare il mio “Passaggio a Nord”. Molta gente, ma nel clima del Salone accade esattamente il contrario di quel che dovrebbe accadere quando si parla di mafia: sforzarsi di ragionare insieme, evitare i toni da comizio. Perché se tutto intorno c’è frastuono di microfoni e se arrivano urla da tutte le direzioni, per farti sentire ti resta una cosa sola: urlare più degli altri. Con l’effetto dei ristoranti dalle tavolate chiassose e ridanciane. Peccato. In ogni caso è bello vedere libri ovunque e imbattersi nell’avviso che “leggere può dare indipendenza”.
Accingendomi al rientro a Milano mi sono imbattuto invece in un’altra scena, quella che vedete in foto. Un pianista suonava alla stazione di Porta Nuova come si usa ora in molte stazioni, dove un pianoforte viene lasciato a disposizione del pubblico. La trovo una usanza civilissima, che restituisce gentilezza e spirito di contemplazione ai luoghi dell’affanno o della solitudine. Per questo mi sono appoggiato a una colonna per guardare e ascoltare. E mi compiacevo di quelle note e del piccolo assembramento variegato che si era formato intorno al musicista. Che dolcezze impreviste, mi sono detto. Poi il mio occhio è stato colpito da un tubo verde bottiglia che avvinghiava il panchetto su cui il pianista stava seduto. Del tutto antiestetico, sgraziato, un autentico intruso. Finché un lucchetto, che vedete in basso a destra, ha spiegato l’arcano. Il tubo ha la funzione permanente di impedire che si freghino il panchetto. L’incantesimo allora si è rotto. Stavamo volando al di sopra di noi stessi, ma quali fughe poetiche, viviamo in una civiltà irredimibile. Nemmeno queste note gentili ci meritiamo se perfino l’oggetto che può dispensarle gratis a tutti (c’era anche un “barbone” seduto accanto al piano) è alla mercé di beceri e malandrini. Un popolo zavorrato dal suo cervello, siamo. Possiamo fare i saloni del libro, mettere i pianoforti alle stazioni, ma la natura che viene da lontano ci rimette a posto ogni volta. Vi siete divertiti, la ricreazione è finita.

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2 commenti

  1. Marco_B

    Buongiorno, mi permetto di inserire un servizio di report di domani.saluti,marco
    “DIREZIONI ANTIMAFIA”
    di Giorgio Mottola

    Se ci fermiamo alla contabilità degli arresti, la lotta alla mafia in Italia sembra andare a gonfie vele. I più pericolosi e importanti boss sono da anni al 41bis, nelle carceri italiane sono detenuti più di seimila mafiosi, le strutture militari dei clan sono state sconfitte da tempo e, solo negli ultimi due anni, alle mafie italiane sono stati confiscati o sequestrati oltre sei miliardi di euro. Eppure, la criminalità organizzata italiana non è mai stata così ricca nella sua storia. Se nel 1995 il fatturato delle mafie ammontava a circa 45 miliardi, nel 2010 era già salito a 100 miliardi e oggi viene stimato intorno ai 200 miliardi di euro. Com’è possibile? Le organizzazioni criminali italiane hanno da tempo cambiato pelle, non sparano più e non hanno bisogno di minacciare. Le mafie sono entrate nel salotto buono della finanza mondiale, arrivando a controllare le governance delle più importanti banche d’affari nel periodo della crisi economica. Sono diventate transnazionali, ma l’Unione non riesce a dotarsi nemmeno di una Procura europea.

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