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Piero Nissim, il poeta burattinaio. Essere grandi davanti a un pubblico di sette persone

Il punching ball in attesa di un pugile che non tornerà sta lì appeso come una reliquia. Questa era la palestra immortalata da Luchino Visconti in “Rocco e i suoi fratelli”. Correva il 1960, boom economico, giovani meridionali in arrivo a grappoli dal sud. Oggi è lo scantinato vecchio, scrostato, della sede dell’Arci di via Bellezza, a Milano, zona di Porta Romana, giusto quell’oggetto a ricordare l’antica grandezza cinematografica. In realtà l’Arci di via Bellezza è una struttura florida, che si apre con grazia a giovani e anziani nelle sere di primavera. Per questo quando mi dicono che Piero Nissim, il musicista-poeta e burattinaio pisano, l’ha scelta per presentare le sue “Poesie della legalità” penso che ha fatto una scelta azzeccata. Non un teatro, ma un luogo affollato e familiare. Ebbravo l’editore!

Invece quando arrivo scopro che i locali sulla strada sono chiusi con le inferriate. Un foglio andante scritto a mano indica che la presentazione, e il recital che seguirà, si terranno al piano di sotto. Entro così nella palestra che fu di Alain Delon, quella dei muscoli di Rocco l’emigrante. La scena è sulle prime desolante. Nissim sta seduto, minuto sacerdote, uno zuccotto multicolore calato sulla testa, da cui escono sui lati due ampi soffi candidi. Un oratore, Alessandro Golinelli, racconta la beat generation. L’editore, Fabio della Tommasina, segue con sguardo gentile. Il pubblico è composto da sette persone: due parenti o amiche dell’editore, due amici cuneesi dell’autore, un loro amico milanese venuto a salutarli, due cittadini curiosi di quelle poesie. Il contesto pare quello di una Corazzata Potemkin senza deportati aziendali. Umido, fuori piove come Dio la manda, ma Piero Nissim ha ancora dentro lo spirito del Nuovo canzoniere italiano, di cui fece parte negli anni sessanta, e ci tiene a eseguire il recital anche dopo che la presentazione sembra avere prosciugato i tempi del pubblico.

Gli oratori lasciano la scena, tocca al burattinaio affabulatore e al suo compagno di rumori di sottofondo, molto di lui più giovane e anch’egli dotato di zuccotto, offrire al pubblico il suo affresco-canzoniere. Brevi poesie ingenue, con felici guizzi di fantasia, per mettere in leggenda i tanti fatti e personaggi dell’Italia che ha sete di legalità. Legalità giusta, solidale. Si sentono l’esperienza palermitana e un padre medaglia d’oro della lotta antinazista. Le stragi, don Peppe Diana, don Andrea Gallo, Mauro Rostagno, che Piero conobbe ragazzo e a cui indirizza un saluto ideale che gli incrina la voce per un secondo. Falcone e Borsellino, naturalmente, e Peppino Impastato, chissà come sarebbe oggi se non l’avessero ucciso, dice all’inizio di una poesia: “un vecchiettino/che già me lo vedo/ arzillo e smemorato/ ma ancora sul cammino del suo credo”. E poi l’inferno e la solidarietà di Rosarno. E l’ingiustizia somma delle vittime di Viareggio. L’autore scandisce le parole, muove su e giù il dito davanti al pubblico come un maestro che educhi i fanciulli. Dietro di lui rumori di terremoto o di mare, cavati da David Domilici da cento suppellettili toccate di colpo o di striscio o accarezzate. Il burattinaio-musicista vorrebbe leggerle tutte le sue poesie, giocando praticamente da solo la sua improba sfida di tempo e di luogo. Mette fuori un entusiasmo che intenerisce, vola con le sue parole oltre l’angolo della malinconia, quel tavolo imbandito di bottiglie di vino per un pubblico che non è venuto.

Dopo quaranta minuti di recital quattro persone, quasi mezzo pubblico, si alzano, quasi a seguire altre due persone che l’orario tardo ha portato verso casa. Piero le vede, ne ferma una, fa un segno con la mano mentre declama. Ancora una poesia, per favore. Bella, efficace: chiede a ministri e sindaci perché non prendono il tram o il treno o la bicicletta, ci sono suoni da sentire, sentimenti da provare. Esco con la malinconia addosso. Ma poi, man mano che ci ripenso, il mio stato d’animo cambia. Mi dico che ho assistito a qualcosa di eccezionale. Un burattinaio e canzoniere che crede talmente tanto in quel che ha scritto da non esitare, come fanno i bambini, a esibirsi davanti a un pugno di persone. Perché parlare da solo a una persona è in fondo come parlare al mondo, mentre c’è chi va in tivù per milioni di persone senza che nessuno lo ascolti (ti ho “visto” in televisione…). Il sogno di cambiare il mondo, di costruire le leggende dei giusti tenendo un recital per sette persone inumidite nella palestra che fu di Rocco l’emigrante. Ma non sentite un profumo di grandezza?

(scritto sul Fatto Quotidiano del 14.5.2016)

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