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Il mio amico di Rimini. Così muoiono i partiti

Venerdì: giornata bella, giornata malinconica. Sono andato a Rimini per questioni riservate (ma non private). Ne ho approfittato per rivedere dopo diversi anni un caro amico. Si chiama Giorgio Giovagnoli. Lo conobbi più di trenta anni fa. Io ero stato invitato a parlare di mafia dalle scuole riminesi. Lui era il capo di gabinetto del sindaco. Funzione che ha svolto onorevolmente con cinque-sei sindaci, segno che era bravo e affidabile. Mi portò in giro per la città, mi fece vedere opere d’arte e lungomare. Non parlammo di politica, bastava e avanzava la mafia. Ogni qualche anno ci siamo riincontrati. E abbiamo parlato di politica e di mafia, trovando ogni volta nuove affinità. Io scoprendo la sua passione per l’arte e la cultura, e la forza dei suoi ideali. Era un militante del vecchio partito comunista, quello cantato da Gaber. Ha scritto anche un libro: “La storia del partito comunista nel riminese. 1921-1940”, con una prefazione di Gancarlo Pajetta, frutto di lavoro e di ricerche d’archivio.

Oggi abbiamo pranzato all’aperto nella piazza davanti a quelli che furono i suoi uffici. E mentre le sue parole distillavano malinconia e forse qualcosa di più, capivo l’abisso in cui la politica sta precipitando. Il racconto della solitudine, dei vecchi compagni con cui non riesce a parlare, o che addirittura non lo salutano. Diventati renziani, antibersaniani sfegatati dopo avere fatto corona a Bersani e chiesto foto con lui a ogni suo arrivo. Giorgio non è stato bersaniano per la semplice ragione che non si è mai iscritto al Pd. Ma i greggi che cambiano capo ogni volta come fosse niente lo intristiscono, umiliano in lui l’antico orgoglio del militante. Si sta con chi comanda e basta. Per questo, come accade oggi a Rimini, un sindaco si può ricandidare con il consenso compatto del partito anche se è indagato per gravi reati. Mi ha detto una frase che mi ha fulminato. Vedi, mi ha confessato, quando eravamo giovani vedevamo nelle forze dell’ordine e nei magistrati il potere dei padroni e nei nostri dirigenti quelli che difendevano il mondo che sognavamo. Ora diffidiamo dei nostri dirigenti e vediamo nelle forze dell’ordine e nei magistrati gli unici che ci difendono. C’è un pauroso concentrato di verità in questa frase, detta sotto voce.Mica perché ci fosse qualcuno ad ascoltarci. Ma perché già sussurrarla faceva saltare un mondo interiore. Grazie, amico mio.

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6 commenti

  1. Marco_B

    Anch’io ho un amico Renziano: impossibile criticare qualsiasi azione di Renzi anche se certe scelte economiche danneggiano pesantemente l’azienda in cui lavora. Buona domenica,marco

  2. In realtà non sempre difendono e questo mi ha fatto aprire gli occhi anche sulla categoria della forze dell’ ordine. Credo il problema fondamentale è che se non lo si vede in prima persona, non se ne ha conoscenza e ciò permette a quella minoranza di continuare a danneggiare altri.

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