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Pina Grassi, il volto nobile dell’antimafia

Un uomo in sandali steso a terra nel cuore di Palermo. Con quel suo nome, Libero, portato per sessantasette anni come un’orgogliosa profezia. Pina Grassi divenne simbolo suo malgrado in quel giorno di agosto del 1991, quando la mafia “uccideva solo d’estate”. La notizia del delitto destò impressione. Libero Grassi era figura conosciuta. Aveva una avviata impresa di abbigliamento, la Sigma, sulla quale il clan dei Madonia aveva messo gli occhi. Gli chiesero il pizzo, lui rispose di no. E perché fosse chiaro che non avrebbe ceduto scrisse una lettera aperta ai suoi aguzzini sul “Giornale di Sicilia”. Un incipit come una frusta: “Caro estortore”. Fece di più: spiegò al pubblico televisivo, da Michele Santoro a “Samarcanda”, perché non si sarebbe piegato. Per questo lo uccisero. Perché nessuno pensasse di imitarlo, questione di pedagogia mafiosa.
Lei, Pina, denunciò subito la solitudine in cui il marito era stato lasciato da Confindustria siciliana. Ai funerali il figlio Davide fece, portando in spalla la bara, il segno della vittoria con le dita. Per dire che il padre avrebbe vinto, che stava vincendo. Sembrò il gesto estremo dell’amor filiale . Invece da quel sangue nacque la prima esperienza di commercianti antiracket, a Capo d’Orlando. E poi la coscienza che, limpidamente o con molte contraddizioni, si sarebbe fatta largo tra tanti operatori siciliani: il pizzo non si paga. La stessa coscienza che nel 2004 avrebbe dato vita nella città di Palermo ad “Addiopizzo”, l’associazione di cui Pina fu tutrice e accompagnatrice generosa.
Già, Pina. Divenne figura pubblica chiedendo giustizia e denunciando. Minuta lo sguardo acutissimo, una fama di donna di cultura. Cultura radicale, cultura ambientalista. Fu così che nel 1992, nel pieno della crisi di Tangentopoli, venne candidata al Senato dai Verdi. Ci fu chi pensò a una presenza ornamentale, ma dovette ricredersi. Pina seguiva con puntiglio quel che accadeva mentre si facevano le leggi. Quanto bastò per scoprire che il luogo da cui sognava di potere sconfiggere il marcio del paese era pieno di anime morte, e che lettera morta sarebbe rimasta pure gran parte dei suoi progetti antimafia. Lasciò così il Senato dopo una legislatura di due anni, e si dedicò alla società civile e agli affetti che le intenerivano occhi e voce. Ad Alice e Davide, i due figli, e alle loro famiglie.

Girò molto per le contrade d’Italia, con la sua predicazione antimafia, laica e misurata, sospinta dal dovere e dal ricordo di Libero. Gentile, severa, premurosa, perfino materna. Ma con l’occhio allenato alle situazioni, capace di riconoscere in un istante il maneggione e il millantatore. Quando nacque Addiopizzo, vide quasi realizzarsi il sogno di Libero: un movimento spontaneo di giovani contro la tassa mafiosa. Prese il movimento sotto la sua ala. Li chiamava “i miei nipotini”. Schierata con le istituzioni ma pronta a chieder loro conto e ragione di quel che sentiva e vedeva. Spigolosa se serviva ma educatissima: trasecolò una volta che un ossesso non volle risparmiarle il proprio turpiloquio antimafioso. E soprattutto dolce con i più giovani, dei cui destini si preoccupava anche quando non aveva con loro alcun rapporto di parentela. In un paio di casi mi telefonò chiedendomi di prendermi cura a Milano di studentesse che riteneva, a ragione, molto brave e promettenti. Si è spenta a un’età che portava benissimo. Come se le fatiche, i dolori e le tante battaglie non avessero inciso sulla fierezza del suo fisico. Con lei se ne va una delle figure più belle e nobili dell’antimafia. Pensi anche a Pina e a Libero la città di Palermo, quando deciderà se dare pubblica parola alla famiglia che ha insanguinato la Sicilia.
(scritto sul Fatto Quotidiano del 9.6.16)

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