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Umberto Santino, l ‘altra faccia della luna. ll No Mafia Memorial

D’accordo, d’accordo. “Storie italiane” deve parlare di persone poco conosciute. E Umberto Santino è sulla breccia dell’antimafia da decenni. Fondatore a Palermo nel ’77 del primo centro studi sulla mafia, per capirsi, poi diventato per tutti Centro Impastato. Però fate il caso che ci sia un altro Umberto Santino. Non quello asprigno e strapolemico che tutti sanno. Quello che fa il pelo e il contropelo a chiunque e proprio non resiste alla tentazione. Ma un Santino diverso. A cui l’età ha tirato fuori l’altra metà della luna. O magari è la mia età che me la fa vedere. Fatto sta che l’uomo dall’invettiva in servizio permanente effettivo da un po’ di tempo si rivela dolce e gentile come pochi. Succede allora che i baffetti autoritari si fanno moschettieri, e la parola acuminata si fa carezza.

E’ felice, Santino. Come un atleta con la coppa in mano. Dopo più di dieci anni ha vinto l’ultima delle sue battaglie. Palermo avrà il “No Mafia Memorial”, la creatura per cui si batte dal 2005, e già il nome fa la differenza, ma quale museo dell’ antimafia, come era stato previsto inizialmente dal comune. L’ha annunciato in pubblico l’altro giorno con il sindaco Leoluca Orlando, a fianco dei due partner del progetto, Rai e Banca popolare etica. Destino singolare: proprio lui che non ha mai esitato a sparare a pallettoni sull’antimafia e per questo si è fatto grappoli di avversari, dell’antimafia alla fine è rimasto un punto fermo. Altri semmai hanno lasciato il campo. Lui non lo dice, ma se lo dici tu gli fa piacere. Quanti libri ha scritto l’Umberto palermitano, bibliografie, documenti, e quanti comizi ha fatto, compreso quello di Cinisi nella campagna elettorale di Democrazia proletaria nel ’78, subito dopo l’assassinio di Impastato. Suo il concetto chiave di borghesia mafiosa, sua l’intuizione di aiutare economicamente nel maxiprocesso non solo i parenti degli eroi di Stato ma anche chi chiedeva giustizia per piccoli malviventi.
Ascolta e racconta, l’Umberto in versione sconosciuta, affiancato dalla compagna di una vita, Anna Puglisi, sociologa, sorriso di lunga data (lei), con cui ha scritto libri che hanno regalato pezzi di etnografia preziosa dell’antimafia. “Dovevamo raccontare questa tragedia permanente che è stata Palermo, lasciare alle future generazioni il ricordo di quel che qui è stato e che non è stato in alcuna città europea. Tutti abbiamo il dovere di creare a Palermo, la città che come nessuna ha pagato  nella lotta alla criminalità mafiosa, un luogo dove si possano ricostruire le vicende del movimento antimafia e si possa tenere alta la coscienza civile sul bisogno di legalità e giustizia.”

Non solo dunque un luogo di ricordi senza fiato e di ferite, ma soprattutto un luogo di orgoglio e dignità. Anzi, ancora di più: “un progetto di liberazione e di costruzione del futuro. Qualcosa che possa essere proposto come esempio di storia universale. O sono troppo retorico?”. E in effetti a rivederla oggi quella storia di sangue e di rivolta, di martirio e di coraggio, appare ancora più folle. Incredibile come uno Stato democratico l’abbia tollerata tanto a lungo. Un’epoca intera da rileggere, con la scoperta di quella parola proibita per cui fare il tifo con il pianto in gola: legalità. “Vogliamo raccontare e far rivivere una storia spesso ridotta ad alcuni episodi mediaticamente ricorrenti e con largo impiego di stereotipi” spiega Santino, a cui un pochino di vis polemica è rimasto per fortuna in tasca.
Il “Memorial” sarà ospitato a palazzo Gulì, nel centro storico, all’interno dell’itinerario arabo normanno palermitano recentemente iscritto nel patrimonio Unesco. Starà tra municipio, università, biblioteche pubbliche, curia arcivescovile. Non sarà una piccola cattedrale nel deserto, insomma. Materiali multimediali, filmati e carteggi, foto e giornali, si disporranno per piani e per stanze secondo l’ordine fissato dalla immaginazione del suo ispiratore. In ogni caso sarà uno spazio educativo, di informazione e comunicazione, di documentazione e studio, “uno spazio capace di comunicare emozione, ma anche di proporre interrogativi e riflessioni ai palermitani ma anche al pubblico italiano e internazionale che visita la città”. La felicità dell’annuncio gli si legge sul viso. Com’era diversa la sua espressione, ai funerali del giudice Chinnici, alle assemblee del 3 settembre, e poi quando il suo carattere lo allontanava dall’antimafia che cresceva e andava al governo della città. Ma erano altri tempi. Ed era pure un’altra faccia della luna.
(scritto sul Fatto Quotidiano del 2.7.16)

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