giuseppe valarioti

L’altra Calabria. Due storie che conosco

Ma che bello, sentite! Che bello che in tantissimi (è stato un vero moto d’opinione!) abbiano letto il post sugli eroi calabresi. E che in tanti calabresi si siano aggiunti tra gli amici di questo blog. Personalmente ne sono onorato. Davvero la trasmissione di venerdì sera può diventare un inno all’altra Calabria, e  davvero bisognerebbe farla vedere nei corsi di formazione e nelle ore di educazione civica. In quelle parole -magistrali lezioni di vita- si possono finalmente identificare centinaia e centinaia di migliaia di persone schiacciate loro malgrado sull’immagine umiliante della ‘ndrangheta. Ho sempre pensato che in fondo i più grandi razzisti siano proprio gli ‘ndranghetisti, altro che i vittimismi dell’area grigia. Chi li autorizza a definirsi nelle telefonate, ma proprio in tutte le telefonate, “noi calabresi”, a dire che bisogna dare lavoro alle “imprese calabresi”? Dicano “noi ‘ndranghetisti” e “imprese ‘ndranghetiste” e offenderanno meno la gente di Calabria. Io dico sempre ai miei allievi che i calabresi antimafiosi sono i più antimafiosi di tutti. Ne ho avuti di studenti calabresi che hanno voluto fare la tesi sulla mafia nella loro terra. Non posso ricordarli tutti e me ne scuso in anticipo (così come mi scuso con Viviana Balletta, moglie dell’oculista Fortunato De Rosa, ucciso dai clan, per non averla ricordata nella fretta tra i coraggiosi protagonisti della trasmissione).

Ricordo il primo di questi studenti, Matteo Forciniti, che fece la tesi sulla libertà di informazione in Calabria.
Matteo aveva gli occhi intelligentissimi, ridenti, e siccome per mantenere una mia neutralità politica non facevo mai a lezione i nomi dei politici contemporanei limitandomi a citare i fatti, lui veniva sempre nell’intervallo o alla fine e mi chiedeva sottovoce con lo sguardo complice: “Ma chi era quel deputato? Chi era quel sindaco?”. Fece una bella tesi. Alla laurea venne suo padre, in auto dalla Calabria, Corigliano. Aveva portato per me i mandarini del suo giardino. Me lo disse alla fine, chiusa la cerimonia. Diversamente da altre volte, accettai. Matteo mi aveva portato simbolicamente la sua terra, per la quale voleva battersi, come facevo a rifiutare? Una volta andai al festival di Trame, sull’editoria antimafiosa, a Lamezia Terme. Matteo lo seppe mentre stava facendo il portiere notturno in un villaggio turistico. Fece un viaggio di più di un’ora per venirsi a prendere un caffé con me a mezzanotte, poi tornò al suo villaggio. Ora è in Uruguay, voleva fare il master di giornalismo e l’ha fatto. Sta cercando di fare introdurre un insegnamento su mafia e narcotraffico all’università di Montevideo. Credo che diventerà papà a Natale. E sono curioso di sapere che nome darà a suo figlio, ma giurerei che sarà un nome della sua Calabria.

E che dire  di Claudio Campesi, che pochi mesi fa ha voluto dedicare la sua tesi a Giuseppe Valarioti, il segretario di sezione comunista ucciso a Rosarno nel 1980 (nella foto)? Per Claudio raccontare la storia pulita e combattiva della politica della piana di Gioia Tauro è stato un modo per potersi riscattare come calabrese, per potersi riconoscere in una identità nobile. Avrebbe voluto raccontare solo quella storia. E io a dirgli che questa è una tesi di sociologia,non di storia. Lui mi ha accontentato, ma in cuor suo pensava solo a raccontare la storia della Rosarno civile e alla fine l’ha fatto.E quando l’abbiamo presentata in pubblico, essendo stata tra le migliori dell’anno, è venuta a sentirlo tutta la sua famiglia, orgogliosa delle sue scelte. Qui mi fermo, perché troppi altri ne ho avuti, a cui voglio bene. Che la Calabria si liberi finalmente dei parassiti che la schiacciano. E prenda a simbolo questi suoi figli…E noi lo stesso.

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