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Napoli nel cuore. Ugo, il manager filosofo che ama Masaniello

Avete presente l’omino della Bialetti? Quello dai baffetti icastici che per generazioni abbiamo associato alla macchinetta da caffè? Ecco, convertitelo in un brillante manager e avrete lui, Ugo Cedrangolo, consulente d’azienda dalle contagiose passioni umanistiche. Quando si dice consulente, in effetti, si immagina un signore tutto numeri e dall’ inglese strabordante. Lui è il contrario. L’inglese lo parla perfettamente, e non potrebbe farne a meno, la società di cui è partner ha avuto studi a Boston e a Shangai. Solo che nelle conferenze non lo usa, sa che è un vezzo da parvenu, e che l’italiano va usato fino in fondo, basta conoscerlo. Quanto ai numeri, non ne prescinde mai, ma gli piace il ragionamento rotondo, perciò li adorna, quasi li sublima di filosofia. Scuola napoletana purissima. Genovesi e Vico, l’illuminismo della Repubblica partenopea, ma anche lotta postuma per riabilitare almeno Carlo III di Borbone, che fece della città una potenza marinara e cosmopolita.
Avete in mente la Napoli dalle contraddizioni insanabili, la camorra che si rigenera, la demagogia che vola nei vicoli e nel Palazzo, l’abbandono scolastico che fece sorgere qui i “maestri di strada”? Ecco, se sentite parlare quest’ingegnere colto, figlio di magistrato, Napoli diventa una dimensione dello spirito: i suoi golfi, le sue insenature, si fanno mitologia, abitati o visitati da dei e ninfe meravigliose, i suoi vicoli storia profonda popolata di umanisti, gentiluomini e canaglie leggendarie con il senso dell’onore, mentre rivivono d’incanto floride industrie e imperiose flotte. Perfino Masaniello si fa, e lui te lo dimostra, stratega lucido e capace ma tradito dal contesto. Altro che pescivendolo scalzo, simbolo eterno di rivolta plebea.

Come forse avrete capito l’ingegner Cedrangolo sta scrivendo un libro su questa storia. E dentro ci ha messo la sua, di storia, e quella della moglie Marina, che scoprì venendone fulminato in un liceo napoletano quasi mezzo secolo fa. E quella di suo padre, e delle sue figlie, nate a Milano. Con un po’ di Diego Armando Maradona e forse di Higuain, perché tutti in casa, anche se nati in Lombardia, tifano Napoli. Insomma, ci sarà pure la globalizzazione, ma quando incontri un uomo così innamorato della sua terra un po’ ti commuovi. Soprattutto se dalle sue dichiarazioni di napoletanità non deve trarre vantaggi politici o professionali.
La carriera infatti è un’altra cosa. Quella iniziò andando a studiare Business Administration a Boston negli anni sessanta. “Allora non lo faceva nessuno, l’Italia non la considerava nemmeno una scienza, lei deve pensare che a quel tempo gli imprenditori italiani avevano spesso la terza media, credevano che parlare di strategia e di management fosse un lusso da perditempo chiacchieroni senza gavetta alle spalle. La nostra, quella dei fondatori della nostra società voglio dire, fu davvero una sfida. La vincemmo. Poi dovemmo resistere all’arrivo dei colossi americani che piombarono sul mercato italiano. Ce l’abbiamo fatta anche lì, per la nostra serietà e perché facciamo un tipo di consulenza particolare. Non siamo come quelli che scrivono un rapporto e spariscono, e che se le cose vanno male è colpa del cliente che non ha capito. Noi il cliente lo assistiamo mentre fa le cose che abbiamo suggerito, ci mettiamo la faccia. E i numeri devono tornare”.  Numeri che per lui non sono però solo quelli del bilancio. Stanno molto più nelle formule della fisica e della matematica, il suo vero idolo è Eratostene, che misurò il diametro della terra con un palo e la luce del sole. Usa l’atomo come metafora, spiega che il mondo cambia non perché ci sono i capi di governo ma perché ci sono i frattali.

Ma anche la cultura umanistica mica la usa solo per narrare la perenne età dell’oro di Napoli capitale. E così, quando deve spiegare come funziona la comunicazione aziendale, si tuffa nella guerra di Troia. Un menù mozzafiato: storia di corna, di sangue, di tradimenti, di amori e di eroismi guerrieri. Fino alla conclusione: “per questo tutti la ricordano, lì non c’è bisogno di inventare nulla, si comunica da sola perché è storia potente. E quindi, quando dovete comunicare, chiedetevi prima di tutto: ma io ce l’ho una storia?”. Nel mondo del virtuale arriva la doccia gelata sugli aspiranti comunicatori: il niente non si può raccontare. Per raccontare bisogna avere fatto o vissuto. Sarà filosofo, sarà troppo vichiano, l’ingegnere, ma questo è grande pragmatismo. Vuoi vedere che le chiacchiere le fanno i manager a digiuno di filosofia?
(Scritto sul Fatto Quotidiano del 23.7.16)

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