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Storia della signora Giovanna, che riscoprì il canto e il ballo al reparto riabilitazione

Anziani, estate, istituto geriatrico… Bastano le parole per evocare scenari malinconici e di abbandono. Provate però a sentire la storia della signora Giovanna Masera da Milano e lo squallore si rovescerà in poesia. E’ dalla scorsa primavera che la signora, 80 anni, vive rinchiusa in strutture sanitarie. Nata a Paderno Dugnano, è una perfetta esemplare di cittadina anziana milanese. Studi di segretaria d’azienda, molti impieghi in ditte private, un marito imprenditore torinese ma con azienda a Sarnico in provincia di Bergamo, con cui si è sposata più di mezzo secolo fa. E due figlie professioniste a Milano. Di più: una casa a Città Studi, in un palazzo trasformato quasi in una grande comunità familiare, visto che ci erano andati ad abitare quasi tutti i fratelli. Insomma, vita zeppa di affetti e di interessi.
Poi però la trafila: la pensione, le figlie che escono di casa, lo sparpagliamento dei fratelli, le uscite pubbliche più rare, la vita in due, le visite settimanali alla sorella, il marito già praticante di mille sport giunto agli 85, il declino che sta nelle biografie di milioni di anziani. Anche fisico, con le gambe che negli ultimi quattro anni reggono un po’ meno. Fino all’evento che spesso fa da confine: la rottura del femore. Alla signora Giovanna capita lo scorso maggio. E sembra l’inizio di una lunga odissea. Prima l’operazione al Gaetano Pini, in giugno la riabilitazione nei reparti di Gorla, a nord della città, quindi la lunga degenza all’Istituto geriatrico “Piero Redaelli”, una specie di cittadella in zona Bande Nere, moderna, facciata a vetri e giardino. Reparto riabilitativo Giovanni Paolo II: secondo piano, area arancione, secondo le toponomastiche degli universi totali.

E qui accade la sorpresa. Come toccata da una fata shakespeariana la signora Giovanna ritrova la grazia della chiacchiera e della socialità. Davanti alla meraviglia delle figlie che, incredule, la vedono rifiorire, la degenza le regala via via un assaggio di nuova giovinezza. La casa d’accordo, ma al Redaelli è un’altra cosa. Il marito va a trovarla un paio di volte a settimana, per lui l’attraversamento di Milano vuol dire un’ora di andata e una di ritorno. Poi però c’è la vita di comunità scoperta in istituto. Se la stanza è per due, gli spazi comuni accolgono decine di persone intente a raccontarsi vite e fatti familiari e a commentare le vicende del mondo tutti i giorni. Ore di reciproca conoscenza. Cicip e ciciap. Da quanto non lo faceva la signora Giovanna? E la domenica, oh la domenica…Un cartello informa i degenti che dalle 15.30 alle 17.30 nella sala riunioni si terrà un intrattenimento musicale con il cantante Roberto. Attesa, fervore. Il cantante arriva puntuale con computer e microfono, innesta le musiche e allieta decine di spettatori, specialmente donne. Tutto pieno, cinquanta, sessanta persone, mentre fuori altre si assiepano più le volontarie, che portano malati da tutti i reparti. E allora è un delizioso tuffo nel passato. Il cantante, infatti, porge alle sue ascoltatrici le canzoni dei loro venti o trent’anni. Canta Al Bano, Nicola Di Bari, i Pooh (i Pooh anzi vanno fortissimo), Gino Paoli.

Le signore lo circondano in carrozzina, qualcuna si accomoda sulle poltrone. Il clima si rallegra. Le donne lo accompagnano cantando, quando non ricordano bene le parole muovono le labbra, è impossibile sapere quali specifici ricordi escano insieme con le parole, ma devono essere belli, perché c’è chi accenna anche passi di danza (vedi foto). Così qualcuno dei parenti inizia a ballare, si aggiunge anche un signore, c’è pure una giovane in carrozzina che viene tirata in pista dal marito e ballano quasi da fermi, lei fa girare la carrozzina avanti e indietro, mentre canta con bella voce la badante filippina di una signora assai malata. C’è chi batte le mani a ritmo. La festa continua fino alle 18, quando Roberto ripone tutto in vista della cena e della domenica successiva. Ma, rotto il ghiaccio, il piacere del canto non si arrende. E così mentre ci si affolla alla tivù per le Olimpiadi (che delizia quelle ginnaste), c’è sempre il signor Pasquale, origini campane ma vissuto a Rogoredo, a cui piace molto cantare nell’area comune le canzoni napoletane. Ha il vocione. Ogni tanto, ma ci sta, arriva una piccola stecca. Le signore lo ascoltano rapite. Canti questa, canti quest’altra, lo incoraggiano. La signora Giovanna sta un po’ sulle sue, ma queste cose le piacciono, e molto. Sorride più di quando era fuori. E chi gliel’avrebbe detto, un giorno…“è qui la festa?”.

(scritto sul Fatto Quotidiano del 20.8.16)

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