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Il terremoto, noi e l’informazione. Le storie (belle) che non vediamo

Travi, pietre, calcinacci. E sotto, dentro, intorno, centinaia di storie. Il terremoto che ha seminato morte nel centro Italia interroga anche questa rubrica. Alla quale offre scorci ed emozioni, anche se da lontano. E lasciamo pure da parte le storie delle inefficienze e degli sprechi, delle scuole antisismiche che vengono giù come sabbia mescolata a carta. E chiniamoci invece su quelle nobili e grandi che attraverso le cronache del dolore ci sono arrivate. Storie di persone che si accompagnano nelle generazioni coltivando gli affetti come tesori preziosi. Di nonni che si immolano d’istinto per i nipotini. Di figli, padri, madri, fratelli che nel pericolo pensano a sé come ultimi dell’universo. Di giovani senza nome che sfidano la vita per qualcuno che non conoscono, come l’“angelo” che ha salvato una suora. Di carabinieri o vigili del fuoco che danno l’anima e rischiano la pelle per salvare persone di cui nulla sanno, una ogni dieci metri. O di migranti che scelgono anche loro di rendere meno aspra e afflitta la terra che li respinge.
Ecco, viene da pensare, queste persone ci sono sempre. Vivono, lavorano, regalano generosità, praticano buoni principi, fanno onore alle loro divise, testimoniano la possibilità di vivere nel bene tutti i giorni. Non esistono soltanto quando esplodono le tragedie. Eppure sono questi i momenti in cui conquistano i giornali scalzandone, ma è questione di pochi giorni, figure assai più celebrate che alla nostra e altrui vita nulla regalano, ma fanno “personaggio” e da personaggi di assai riguardo sono trattate.

Davvero, ecco l’interrogativo di “Storie Italiane”, c’è bisogno di un terremoto, di un delitto, di una strage, per scoprirle e poi dimenticarle? Perché la fatica di un bravo ricercatore diventa interessante solo se finisce in tortura in un altro continente, la storia di una giovane studentessa in Erasmus è degna di attenzione se finisce nel sangue di una strage parigina, un bisogno di libertà o di lavoro merita attenzione se se lo inghiottono i flutti? Forse che non abbiamo avuto narrazioni, anche belle, che ci hanno messo di fronte a questa immensa responsabilità collettiva, sapere trovare la chiave per stabilire che cosa sia importante e che cosa non lo sia? Proviamo a pensare a quel docufilm realizzato sulla strage della stazione di Bologna, a “Per non dimenticare”, il cortometraggio di Massimo Martelli del 1992, che ci ha raccontato le ultime ore di vita delle vittime, dal bimbo di tre anni al vecchio di ottantasei: storie, tante, di giovanissimi in viaggio per il mondo come potevano allora, di umili coppie, di persone anziane con vite di fatica e anche di impegno. Pensiamo al peso di quelle 85 vite apparentemente anonime nella loro quotidianità, e che appena a reimmaginarle -nomi e cognomi ed età incisi nel monumento alla stazione- conquistano forza, valore, solo per ciò che è accaduto, pur possedendone anche prima…Oppure pensiamo a come abbiamo capito solo “dopo” la grandezza di certe vite subalterne, le scorte degli eroi antimafia, uomini perfino senza nome, capaci come Antonio Montinaro, il poliziotto caposcorta di Falcone, di offrirci quella distinzione tra paura e vigliaccheria che ci è apparsa mirabile solo quando il suo autore venne ucciso nel boato infinito di Capaci.

C’è qualcosa di malato nel nostro modo di raccontare la realtà, di non apprezzare la grandezza delle cose minute…Io, laico, rimasi fulminato da quel riferimento di papa Wojtyla all’ “eroismo quotidiano delle mamme”. Eroismo quotidiano: categoria da riprendere, per aiutarci a star meglio, moralmente intendo. Quanti protagonisti di queste “Storie Italiane” restano d’altronde stupiti nel leggersi e nel cogliere qualcosa di importante di sé attraverso il racconto, poiché mai avrebbero pensato di potere far notizia per qualcuno? Un giorno, dopo avere scritto di Elena, una giovane cooperante in Africa, ricevetti una mail da una lettrice. Per quale motivo, mi rimproverava, avevo parlato di una ragazza che non faceva nulla di eccezionale? Appunto, le risposi. Se fosse eccezionale sarebbe già andata sui giornali. Ma a me interessano le vite semplici, generose e sconosciute, talora coraggiose. Perché il mondo si costruisce alfine di questo. Di fronte alle storie di chi lo disfa urlando nella deferenza altrui, ci sono anche e soprattutto queste. Prive di interesse finché non arrivano i giorni della tragedia e del dolore. Be’, io sono grato al Fatto per farmele raccontare ogni settimana da sei anni. Storie quotidiane che chiunque può incontrare. Basta vederle.
(scritto sul Fatto Quotidiano del 27.8.16)

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