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Carolina e Rino. Emozioni dalle “Terre Joniche”

L'ex sindaco di Capo Rizzuto Carolina Girasole in una foto di archivio.  ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

La voce vibra, inzuppata nell’amarezza. Davanti a lei un pubblico curioso e a prima vista amico. Sono i 35 studenti e ricercatori dell’università di Milano venuti a fare la loro esperienza di ricerca sul campo (la chiamano università itinerante) in uno dei luoghi simbolici della legalità difficile. Siamo a Isola di Capo Rizzuto, provincia di Crotone, nei locali a pian terreno della cooperativa “Terre Joniche”, sorta tre anni fa su un bene confiscato al clan Arena, famiglia di ‘ndrangheta che accampa pretese di potere per nulla clandestino sulla zona. Lei è Carolina Girasole, prima cittadina di Isola nella stagione vicinissima ma che sembra lontana anni luce delle sindache calabresi -Isola, Rosarno, Monasterace-, simboli del riscatto del sud e soprattutto della donna meridionale. Candidata nel 2008 alla testa di una lista civica su richiesta del Pd locale dopo cinque anni di commissariamento, preceduti da uno scioglimento per mafia. Carolina propose trasparenza, imparzialità della pubblica amministrazione, legalità. E, per conseguenza, lotta alla mafia. Vinse. Pensò, l’illusa, di dovere mantenere la parola data in campagna elettorale. Il suo racconto ai giovani è un impasto di orgoglio e umiliazione. Il primo per quello che ha fatto e che ha provato a fare, la seconda per quello che ne ha ricevuto in premio.

I giovani non perdono una parola. Attraverso di lei, uno dei molti testimoni che stanno incontrando nel loro viaggio, vogliono capire la Calabria, la terra di cui stanno cercando di misurare le complessità. Le bellezze naturali miste a terremoti e alluvioni, la Magna Grecia e Rino Gaetano (il concerto serale in suo ricordo risulterà uno dei momenti di maggiore emozione collettiva), gli eroi civili e le alleanze criminose, i preti imprenditori e i parroci di frontiera. E la politica, di destra e di sinistra. Dentro questa storia intricata sta lei, biologa e moglie di imprenditore, gli occhiali dalla montatura sottile, un senso di decoro che man mano che parla ti arriva diritto al cervello. La cooperativa gestisce un terreno e un uliveto, e ha progetti di turismo sostenibile. Come da copione, ha subito i suoi attentati e le sue intimidazioni, anche se Raffaella e Umberto che ne sono un po’ le colonne li chiamano “dispetti”. Non fanno proclami, i due, pensano al sodo: fare crescere imprenditoria sociale su questa terra.
Che era la scommessa esemplare da scongiurare. Fu proprio questa cooperativa infatti, alla fine, la causa di molti voltafaccia subiti da Carolina. Gli Arena davvero non gradivano di vedere trasformate le loro proprietà in una leva per cambiargli la società intorno. Anche perché in contemporanea la sindaca si era pure messa in testa di bonificare l’amministrazione comunale e con l’occasione aveva trovato, piazzati in due uffici cruciali, due esponenti della famiglia e li aveva trasferiti. Perciò andava fermata. Perciò partì quella diffamazione sottile (ma anche grezza assai) che sempre si scatena quando gli affari hanno ormai messo il vestito della politica e della solidarietà o della misericordia.

Finché, era il 2013,  arrivò la bufera giudiziaria. Carolina la narra con sofferenza. L’accusa di collusione proprio con gli Arena giunta come un fulmine a ciel sereno sul variegato mondo dell’antimafia, che ammutolì allora davanti all’azione dei magistrati, frastornato dalle inchieste che si moltiplicavano contro i suoi simboli. Quella bufera la scaraventò all’inferno. Davanti ai giovani racconta la fatica di difendere l’onore nella solitudine, la necessità di raccontare in tribunale passaggi della sua lotta alla ‘ndrangheta tenuti a lungo riservati per non esporsi troppo. Le intercettazioni che vengono trascritte in modo infedele in alcuni passi decisivi. E alla fine, era il settembre del 2015, l’assoluzione piena, non solo giudiziaria ma anche morale. Con quella distanza, che giustamente le appare abissale, tra gli editoriali contro l’imputata che “faceva pure l’antimafiosa, aveva ragione Sciascia” e le notiziole della sua assoluzione, chissà dov’è finita Carolina Girasole. Ecco, in un pomeriggio di settembre è finita qui. A raccontare una storia incredibilmente vera di mafia e di politica, di giustizia e di informazione. Nella cooperativa “Terre Joniche” che nessuno le ha potuto togliere, una delle cose che volle fortemente e che ora segna il cammino del riscatto. Ancora tra silenzi e diffidenze. Ma anche tra nuovi riconoscimenti e solidarietà innocenti. E le scuse di chi allora tacque aspettando il processo. Comprese quelle del sottoscritto.
(scritto sul “Fatto Quotidiano” del 10.9.2016)

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2 commenti

  1. “Le intercettazioni che vengono trascritte in modo infedele in alcuni passi decisivi”. Manca nell’articolo chi fece quelle trascrizioni, e se ci fu un procedimento. Certo, un dettaglio, ma quando si parla di legalità sempre meglio fare nomi e cognomi. Ma non devo certo insegniarglielo io.

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