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L’etica è il mio mestiere. La rivolta morale degli infermieri

Che belle quelle facce di infermiere e di infermieri, più di un centinaio, che discutevano ieri di come ridare dignità al loro ruolo, di come difendere la sanità dai suoi vizi atavici, inzuppati di nuova corruzione. Era bello passarle in rassegna a loro insaputa (stavolta davvero) dentro la grande sala che li ospitava al Gruppo Abele, nella periferia torinese. “L’integrità nella professione infermieristica” recitava il titolo del loro convegno, mesi di lavoro per organizzarlo. Riuniti dall’Ipasvi, che vuol dire Infermieri professionali, Assistenti sanitari, Vigilatrici d’infanzia. In silenzio, con indignazione ma senza sorpresa, a conferma di ciò che devono vedere tutti i giorni, ascoltavano i dati di una ricerca compiuta su di loro. Come si ottengono trattamenti di riguardo o semplicemente i diritti di cui si è titolari? Qualcuno risponde nella ricerca: “Con prestazioni sessuali”. Qualcun altro racconta che per stare a casa la domenica si è adattato ad andare a prendere a scuola i figli della caposala. Qualcuno racconta come si possano acquisire meriti con un occhio di riguardo per le timbrature altrui, orari di entrata e di uscita. Un panorama umiliante, che potrebbe piegare la voglia di reagire. E invece loro, guidati dal podio dalla loro rappresentante, Barbara Chiapusso, vogliono proprio reagire. Vogliono cambiare questo mondo fatto, come spiega un’infermiera, di cose “che non finiscono sui giornali”. Non i grandi scandali con tangenti milionarie e politici sullo sfondo, ma proprio la vita di tutti i giorni con la sua minuta e silenziosa corruzione.

Davvero dobbiamo continuare a tacere?, ci si chiede retoricamente ma senza nascondersi le difficoltà congenite di un ambiente e di un mestiere, fra l’altro sempre più popolato di precari. C’è una senatrice che li incoraggia, Nerina Dirindin, che ha scritto una relazione sulla sanità che è una specie di bomba ma che nessuno ha letto. E poi un’altra senatrice, si chiama Annalisa Silvestro, che è una di loro. “Il guaio”, dice un partecipante, “è che ci spaventano parole come segnalazione e come denuncia”. Ovvero la paura delle rappresaglie e delle punizioni per chi osi richiamare al rispetto della correttezza e delle leggi. I medici pagati dalla sanità pubblica e che vanno a operare in Germania o in Inghilterra nei giorni di lavoro. La gestione delle liste di attesa. Il rilascio di certificati a soggetti svantaggiati, , il rapporto con le case farmaceeutiche, quella che un infermiere chiama “la mafiosità diffusa”. Sono solo alcuni dei temi enunciati di corsa negli interventi, brandelli di elenchi nutritissimi. Un disagio diffuso, la voglia di “illuminare la salute”, espressione che ha dato vita a una associazione impegnata sull’etica sanitaria, e che è presente anche lei al convegno.

Basta a parlare di etica della professione, dice Barbara Chiapusso citando don Ciotti; dobbiamo parlare dell’etica “come professione”, come stella polare di chi è chiamato a maneggiare la cosa più importante delle persone, la salute. Barbara richiama al principio di responsabilità contro il dilagare della corruzione. “Il corrotto”, sostiene qualcuno rispondendo al questionario della ricerca, “dovrebbe essere trattato come un mafioso”. Altri scavano nelle profondità dei comportamenti: “La corruzione non è un fenomeno esterno, ma è dentro la testa”. Mentre altri si producono in immagini da spot: “La corruzione è un lupo nero ben nutrito da molti servi”. Ma non è semplice trovare la bussola per praticare una legalità giusta. Lo spiega bene un infermiere di un classico comune della cintura torinese: “Siamo sempre esposti a due pericoli. Quello della seduzione dei grandi interessi, che premono perché gli mandi il tuo paziente nei propri istituti di cura; e quello del formalismo cretino, che ti fa passare il tempo a fare crocettine al posto giusto anziché a pensare al bene anche psicologico del paziente”.

Riscoprire le motivazioni dell’origine, lo spirito del servizio. Capire “come possiamo metterci insieme” e superare la solitudine della denuncia e della punizione, compresa questa tendenza montante alle cause per diffamazioni vere o minacciate. Tutti citano il caso recente del dipendente di un’Asl che ha fatto una denuncia pubblica per difendere la carta dei princìpi ed è subito diventato l’imputato, con l’accusa di avere infangato l’onore dall’azienda. Coinvolge, mette perfino la carica, questo fervore fatto di indignazione e di onestà sincera. Perché alla fine, come recita una frase tratta dalla ricerca, “Ringrazio il mio destino di potere essere un infermiere”.

(scritto sul Fatto Quotidiano del 29.10.16)

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