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Quel lager con scuola, teatro e biblioteca. Raccontato da uno straordinario medico di 102 anni

E fu così che la colta bibliotecaria si incontrò alla fine con il “lucido, colto, brillante e affascinante signore”. Anche se non fu romanzo d’amore. Lui infatti è felicemente sposato, ha 102 anni, ed è il testimone straordinario di una vicenda straordinaria. Che lei ha scoperto il pomeriggio di una domenica guardando su Rai Storia un documentario di Christian Calabretta, “Ferramonti, il campo sospeso”. Ovvero la rivelazione di un campo di concentramento mai sentito. A Tarsia, in provincia di Cosenza. Diretto da un carabiniere di nome Paolo Salvatore che fece di quel lager un villaggio. Cinzia Robbiano, bibliotecaria di Ovada, provincia di Alessandria, alle prime parole e immagini è sobbalzata sulla poltrona. Davvero è esistito un campo di concentramento in Calabria in cui le famiglie avevano il permesso di vivere insieme e si celebravano matrimoni, tanto che vi nacquero 21 bambini? un campo dove gli internati studiavano e praticavano sport e facevano teatro, e disponevano di una scuola elementare e di una biblioteca? Così ha scritto a Mario Rende, autore di un saggio (“Ferramonti di Tarsia) in cui viene raccontata questa storia. A Tarsia erano rinchiusi soprattutto ebrei colti, persone spesso diventate famose. Come Ernst Bernhard, berlinese, medico e psichiatra e allievo insigne di Carl Gustav Jung a Zurigo. O Oscar Klein, ebreo austriaco, uno dei trombettisti jazz più famosi al mondo. O David Mel, medico iugoslavo, più volte candidato al Premio Nobel per la scoperta del vaccino contro la dissenteria. O lo stesso Alfred Weisner, inventore del sistema di produzione del gelato Algida e fondatore della celebre società alimentare.

Studiando, Cinzia è venuta anche a conoscenza della presenza nel campo di un gruppo di “ebrei genovesi”. Perciò è andata a visitare l’Archivio dell’Università di Genova, dove ha potuto consultare i fascicoli personali degli studenti internati, soprattutto medici, provenienti in gran parte dall’Europa orientale. Notizie su esami e tesi di laurea, e sui loro indirizzi in Italia. Su molte delle schede personali è indicata con un timbro l’appartenenza alla razza ebraica. Ha trovato, fra gli altri, il nome di Isacco Friedmann, medico diplomato al liceo “Cassini”, dunque vissuto a Genova. Si è incuriosita. Ha visto che era nato a Brody nel 1914 e venuto in Italia nel 1921. E’ andata a cercarne notizie su Google. E con “meraviglioso stupore” ha trovato nel 2014 gli auguri che la comunità ebraica genovese gli faceva per i suoi cento anni. “Allora forse è ancora vivo, ho pensato. Mi sono emozionata al solo immaginarlo. Ho cercato nome e cognome sull’elenco telefonico. C’erano, come fosse la cosa più naturale al mondo. Ho chiamato e ho parlato con Inge, la moglie, e le ho mandato il materiale in mio possesso. Mi sono interrogata se avessi il diritto di entrare nella sua vita. Ancora di più mi sono interrogata quando mi sono trovato davanti alla porta di casa. Ma tutto è finito davanti al sorriso accogliente di lei.

Come è andata quando ho incontrato ‘Iso’, vuol sapere? Mi aspettavo un vecchietto e mi sono trovato davanti un signore perfettamente lucido, senza acciacchi e con un gran senso dell’umorismo, diventato padre a sessantotto anni. Che parla quattro lingue e che per la prima volta consegna alcuni ricordi, fatti di fame e di fatica. Ero così emozionata che la prima volta l’ho tenuto per mano tutto il tempo. Ha ricordato di quando fece preparare il nipote del direttore del campo a un esame, dandogli un tema sulle leggi razziali e facendogliele esaltare. In realtà non so quanto gli faccia piacere parlare di quel passato, che per lui fu duro soprattutto quando dovette darsi alla macchia sull’Appennino ligure, con addosso il perenne incubo dei nazisti. Però lo racconta, e ogni parola è preziosa, Isacco dice quello che nessuno può più dire”. Lo pensa anche un’altra donna, che a Iso chiede racconti preziosi. E’ Yolanda Bentham, figlia di un suo compagno di prigionia polacco e che è arrivata da poco a lui attraverso il diario di suo padre.
Cinzia, a sua volta, ha raccontato tutto questo e molto altro in un articolo, “Erano studenti. Erano erranti. Erano ebrei”, che è ora su un blog internazionale in tedesco, inglese e ungherese. “Il mio sogno è di fare camminare ancora questa storia, di dare impulso alla ricerca di altri materiali che devono essere un po’ sparsi in tutto il mondo”. Potenza della televisione, quando è buona. Potenza della cultura, quando è curiosa. E bellezza di un uomo ancora in grado di raccontare i suoi 102 anni di storia.

(scritto sul Fatto Quotidiano del 19.11.16)

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