Storia di Camilla che se ne andò in America. Ripensando a Poletti e ai giovani italiani all’estero

Il verbo di Poletti le è arrivato addosso a bruciapelo. I nostri giovani all’estero? Un po’ di loro “rimangano dove sono”. Lei, Camilla, ci è rimasta male. Perché all’estero ci è andata per migliorarsi, per uscire dai porti familiari e imparare un’altra vita, combattendo la sua guerra psicologica contro quella che in America ha imparato a chiamare la “comfort-zone”. Una famiglia benestante, movimentata e numerosa, di quelle dove i genitori fanno tanti matrimoni ma non manca il calore degli affetti: ecco la sua palestra di vita. Genitori “in grado di insegnarmi che tutto può succedere, che la vita non è fatta solo di momenti belli, che bisogna lottare per la felicità e rimboccarsi le maniche, con il rischio di cadere una volta e poi di nuovo un’altra, ma rialzarsi una volta di più. Niente genitori-chioccia o genitori-amici”. Un passato in bilico tra pigrizie e slanci, Camilla è il contrario della gioventù vittimista che dà la colpa al sistema. Non invoca alibi, non si piange addosso, ringrazia perfino il fidanzato che l’ha lasciata (“ha avuto il coraggio di rompere la routine e permettere a entrambi di diventare persone migliori”), ringrazia una lontana bocciatura, pensa sempre che è lei che deve migliorare.

In fondo è partita per cambiare se stessa e restituire al suo paese una giovane diversa, e ci è riuscita. L’ultima mail lo spiega con lucidità autocritica: “Provengo da una famiglia incasinata e discretamente numerosa. Cucinare, pulire, fare la spesa, la lavatrice, sono sempre stati compiti di tutti, senza distinzione di sesso o età, ma qui è stato diverso. Ho imparato ad arrangiarmi da sola, a tornare a casa stanca e trovare il frigo vuoto, o i vestiti sporchi. Ho imparato a convivere con persone che non avevo mai visto prima e con cui non condividevo né lingua né abitudini. Ho imparato a tornare a casa tardi, sola e in metropolitana. Ho imparato ad arrivare a fine mese con la paura che non mi accettassero la carta di credito. Ho imparato a lavorare con persone che non riconoscevano né davano valore a ciò che avevo fatto, che mi facevano servire il caffè o pulire i bicchieri senza neanche un grazie o un per favore.” Ma è stata anche la progressiva scoperta delle gioie vere. “E’ vero. Ho pure imparato a gioire di fronte ad un piatto di pasta scotto e senza sale che la tua coinquilina americana – ma di origini spagnole e filippine – ha provato a cucinare per te. Ad amare la metropolitana, piena di gente, di storie, di culture diverse. O a lavorare duramente e tornare a casa stanca ma gonfia di orgoglio. Ho imparato a conoscere persone che apprezzavano chi ero e cosa facevano, che mi contattavano per chiedermi come poter essere d’aiuto.”. Ecco, l’estero praticato come scuola di vita, che insegna la fine dei paracadute. Mentre fratelli e sorelle si distribuiscono tra New Jersey e Sudan, Hong Kong e Milano.

Camilla Longhi si era vista respingere la tesi di laurea in luglio. “Così è impresentabile”, le avevo detto. Ci ha pensato un attimo. E senza storie ha deciso di rifarla da capo. Argomento: la crisi di immagine della Rai dopo il caso Vespa-Salvo Riina della celebre puntata di “Porta a Porta”. Nel frattempo ha avuto l’opportunità di uno stage alla Camera di commercio italiana a New York. “Lascio perdere?”. “Non ci pensi nemmeno”. E’ partita, ha finito -bene- il suo compito da lontano, mentre lavorava. “Con che spirito me ne sono andata? Quando mi sono trovata in macchina con una delle mie migliori amiche, diretta a Linate, tremavo e avevo la nausea. E pensavo ‘Camilla ma cosa stai facendo? Tu non sei quel tipo di persona’.” Invece è andata benissimo. Ora una compagnia di gioielli le ha promesso che la chiamerà negli Stati Uniti per lavoro. Non vede l’ora.

“È assurdo non trova? Trascorrere anni senza cambiare di una virgola e trovarsi completamente diversi dopo solo tre mesi.” Camilla un cervello in fuga? Sarebbe lei l’ultima a sostenerlo. Una ragazza che è meglio se non torna? Sentitela: “Non so ancora che cosa farò nella vita. Il mio desiderio è di lanciarmi il più possibile, rischiare, provarci, perché le soddisfazioni più grandi le provi quando fai qualcosa di nuovo, quando sfidi le tue paure e i tuoi limiti. Non so quante volte sbaglierò, né quanti caffè porterò e neanche quanto dovrò aspettare prima di trovare la mia strada, ma so che prima o poi, con l’impegno e un pizzico di fortuna, la troverò e la seguirò.”
Averne, così. Ma sembra proprio che la politica questi giovani non li voglia conoscere. Poi arrivano le sorprese. Ma questa è un’altra storia.

(scritto sul Fatto Quotidiano del 24.12.16)

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6 commenti

  1. Ho un figlio che lavora all’estero…in Europa. Lui non si sente un immigrato ma a casa. Fino dalle elementari ha sentito che non ci devono essere confini, si devono conoscere più lingue, si deve viaggiare, si devono fare scambi tra scuole, accogliere studenti stranieri nelle proprie case… Lui la lezione l’ha imparata. Pochi giorni fa era in un mercatino di Lione per cercare pensierini da portare a parenti ed amici per Natale…! LUI è tornato a casa….. un pensiero alle famiglie che non hanno avuto la stessa fortuna…. e un grazie a lei Nando dalla Chiesa che ci aiuta a riflettere e di essere CON Libera.

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