Storia del signor Graziano, ballerino di liscio che mise la bandiera dell’Inter sulla Madonnina

Quella notte di maggio del 1964 non l’ha mai dimenticata. E mica per essere finito in gattabuia. Ma per la gioia immensa che ne aveva provocato l’arresto da parte dei carabinieri. La felicità per la vittoria dell’Inter al Prater di Vienna sul grande Real Madrid di Puskas e di Di Stefano. La prima Coppa dei Campioni dell’epoca di Helenio Herrera e di Angelo Moratti. Tre a uno. Due gol di Sandrino Mazzola e uno di Aurelio Milani. Il popolo nerazzurro impazzì e lui più di tutti. Andò a piantare la bandiera dell’Inter in cima al Duomo, tra le mani della Madonnina. “Mi tirò fuori il giorno dopo l’avvocato Prisco, principe del foro e tifoso nerazzurro. Poi mi telefonò il presidente, Moratti padre, e mi fece i complimenti. Mi chiese se ero disposto a creare una struttura associativa dei tifosi dell’Inter. Gli dissi di sì e ci mettemmo all’opera in tre. Gli Inter Club nacquero così.”

Graziano Trovati oggi ha 82 anni e gran parte della sua vita l’ha dedicata alla squadra del cuore. “Ho svolto il ruolo del factotum. Oggi non esiste più, ma una volta nelle squadre di calcio c’erano le persone a cui si chiedevano le cose più delicate, di ogni tipo. Certi versamenti in banca, gli acquisti di materiali senza fare sprechi, o missioni segrete come andare a prendere riservatamente all’aeroporto un calciatore in trattativa per venire all’Inter. I presidenti con cui ho lavorato, Moratti e poi Fraizzoli e poi ancora Pellegrini sapevano che di me si potevano fidare. Nemmeno con mia moglie mi sfuggiva una parola su quello che facevo, e lei me lo rimproverava, ‘ma come è possibile?’ mi chiedeva”. Lo sguardo si fa nostalgico. Li ricorda tutti i campioni che ha visto a San Siro con la maglia nerazzurra. La celebre formazione del “Sarti, Burgnich, Facchetti”, ma anche Oriali, il mediano cantato da Ligabue, o Rummenigge, l’acrobata dalle cosce nerborute. “Ho collaborato anche con Italo Allodi, il general manager di quello squadrone. Sono rimasto amico di Flora Gandolfi, la moglie del ‘mago’, Helenio Herrera, ho voluto bene soprattutto a Mazzola e Facchetti”.
E tuttavia il calcio non è stata la sua unica passione. Anzi, quella che ha praticato più a lungo è stata il ciclismo, dove iniziò da dilettante già dai tredici anni, correndo poi sotto le insegne dell’Uvi, l’Unione velocipedistica italiana, da cui fu anche squalificato per avere gareggiato in corse proibite, questione di montepremi in vini e prosciutti. Sport mai smesso, girando in lungo e in largo Milano proprio per l’Inter, di cui nel 1970 divenne regolare dipendente. O partecipando a tornei amatoriali. O pedalando su bici da corsa nei periodi estivi. Soprattutto nella zona, piena di saliscendi appenninici, di Castelnuovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia. Una passionaccia adolescenziale (non si è perso un passaggio del Giro d’Italia per Milano), da cui non è mai riuscito a staccarsi, e che nella sua memoria fa leggenda quanto il calcio. Anche oggi: “Chi è stato il più grande tra Meazza e Binda? Questo non me lo faccia dire”.

E’ stato però il ruolo ricoperto nell’Inter a metterlo in contatto con la Milano che conta. “E certo. Dovendo trattare anche questioni legate alla gestione dello stadio e degli inviti in tribuna tenevo rapporti con le autorità di polizia o addirittura con i consolati. Sa quanti pezzi grossi della questura ho avuto ospiti a pranzo a casa mia? Perché si meraviglia? Ma lei sa di che manicaretti è capace mia moglie Miranda?”. Già, la signora Miranda, che doveva tenersi tutte le curiosità sulle campagne acquisti, si prodigava però volentieri per le pubbliche relazioni del marito. Emiliana, esperta e inarrivabile in tagliatelle e tortelli di zucca, con il cruccio di non essere seguita nell’arte dalle due figlie, è la compagna di vita del signor Graziano. Se lo accudisce con amore, con lui va spesso al circolo anziani di via Boscovich, vicino alla zona di Buenos Aires dove abitano da decenni. Lì ascoltano musica, lì il signor Graziano, grande ballerino di liscio, trascina Miranda nelle danze. Lì lo vedono arrivare con il fisico alto e quel naso importante che gli valse in gioventù il soprannome di Kubler, per somiglianza con quello del celebre ciclista degli anni cinquanta. E ora, signor Graziano, tutto finito con il calcio? “Per niente. In tivù non perdo una partita dell’Inter. E poi c’è mia figlia Simona, la prima laureata di casa, che dirige il museo di San Siro, più di duecentomila visitatori all’anno, il terzo museo di Milano. Secondo lei avere lì la Simona non è una bella soddisfazione?”.

(scritto sul Fatto Quotidiano del 17.12.16 e lì colpevolmente dimenticato…)

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