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Giancarlo Rossi, architetto latinista. Le profezie del Petrarca e il nostro mondo a rovescio

Tipi così se ne trovano pochi. Nell’era dell’italiano che si fa poltiglia, in cui “finalizzare” è usato per “concludere”, e “schernirsi” è scambiato per “schermirsi”, uno che difende la purezza suprema del latino, e in latino legge e addirittura parla, sembra il più alieno tra gli alieni. Eppure non è un monaco e nemmeno un vecchio professore di lettere classiche. Ma un architetto oggi in pensione che ha lavorato per decenni nel cuore della operosa e ruspante Lombardia, “soprattutto con giunte di centro-sinistra, mai quelle di Tangentopoli, e ho litigato solo con quelle calabro-socialiste”.

Giancarlo Rossi la passione del latino se la porta dietro fin dai tempi delle medie del Parini di Milano. “Lo amai per conto mio, come lingua, contro l’impostazione tutta grammaticale del mio insegnante”. Certo, un filo di narcisismo intellettuale, ma tanta dedizione a quella che per lui è quasi una causa di vita. La professione, l’impegno civile e per la giustizia (“sono più di trent’anni che sto coi giudici”) e l’indomita battaglia di minoranza in difesa del latino. Usato per scrivere lettere aperte, epigrammi, perfino una rubrica satirica su un mensile. E parlato in periodici incontri con i suoi consimili: “Ci troviamo a discutere a tema. Soprattutto in Italia, ma l’ultimo convegno importante è stato a Vienna, tre anni fa. Di che nazioni siamo? Di tutto il mondo. Anche cinesi, finlandesi, pensi che c’è un poeta latino giapponese. Eccentrici? Senta, ci sono consigli d’amministrazione di tutti italiani in cui si parla inglese, noi venendo da più paesi parliamo in latino. Chi è più strano?”.
Piuttosto imponente di fisico, ma dipende dalle diete, l’architetto ha una moglie con cui ha condiviso lo studio per una vita. A chi gli chiede se non si senta un po’ fuori tempo, sfodera una sua precisa teoria. Il latino, assicura, svolge una funzione politica. “Ho il sospetto che l’ostilità al latino, priva di argomentazioni ma intrisa di radicalità emotiva, sia simbolo e sintomo di altro: ossia dell’ostilità del potere verso la cultura. Ci faccia caso: destra e sinistra, tranne una minuscola pattuglia di conservatori e gruppuscoli di cani sciolti progressisti, da decenni cospirano per abolire la tradizione umanistica. Lavorano a infiacchire l’abitudine al pensiero critico. Basti pensare agli anni novanta del secolo scorso, e alla stupefacente assonanza tra le riforme del ministro Luigi Berlinguer e la scuola delle tre I della ministra Moratti, che venne dopo di lui; o alla resistenza di criteri didattici improduttivi nell’insegnamento delle lingue classiche, quale che sia il colore del governo in carica”.

L’architetto si fa avvocato, e l’arringa va diritta al cuore del sistema. “Ecco allora la domanda, maliziosa ma seria. Chi detiene il potere ha forse paura del latino? Vede, chi è mediamente colto, voglio dire chi ha imparato a sospendere il giudizio, finché almeno non ha raccolto tutti gl’indizi, e si è nutrito col pensiero dei grandi uomini dell’antichità, difficilmente può essere ingannato dall’imbonitore di turno.  Preferisce dare il suo voto a chi appare più credibile per argomentazioni, non a chi strilla più forte ed eccita le viscere ed i testicoli invece del cervello e del cuore. Insomma il latino è un’arma di verità che, ben maneggiata, non solo ci difende dagl’inganni della pubblicità, mercantile o politica, ma ci dà la speranza di comunicare con maggior consapevolezza con i nostri contemporanei”. Il latino contro il potere. Chi l’avrebbe mai detto?

“Ma è evidente: in un’ideale repubblica di cittadini armati di cultura latina, sarà minore il rischio di vedere quel rovesciamento dei principi di civiltà, al quale”, ecco la botta di classicismo, “alludeva il Petrarca (in foto con Laura…) in una sua epistola all’amico Nelli, descrivendo la corte papale avignonese, ma quasi profezia di future corti nostrane: quel rovesciamento in cui ‘i buoni sono sommersi, i cattivi emergono, le aquile si trascinano a terra, gli asini volano, le volpi stanno sui carri trionfali, i corvi sulle torri, le colombe nella fogna, i lupi scorrazzano liberi, gli agnelli sono in prigione, Cristo infine è in esilio, l’Anticristo spadroneggia, Belzebù amministra la giustizia’. Lo vuol sentire in latino?  ‘bonos mergi, malos erigi, reptare aquilas, asinos volare’…”. Oddio, l’ architetto riprenderebbe daccapo, e per un’ora almeno, nella sua lingua amatissima. Inutile dirvi a questo punto che all’ultimo referendum ha votato No. Che in latino si dice nello stesso modo. Davvero fu tutto voto di pancia e populista?

(scritto sul Fatto Quotidiano del 31.12.16)

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