Mafia e piccole vedette lombarde. Anche la Lombardia “non è più quella di una volta” (per fortuna…)

Attenzione attenzione: vento nuovo in val Padana. Non si fermano gli arresti di mafiosi e ‘ndranghetisti. Con Antonio Piromalli preso a Milano in viale Brianza, a ridosso del centro cittadino; a riprova che i “veri mafiosi di oggi”, come si ama dire, vivono in mezzo a noi, altro che finanza internazionale. Ma soprattutto dietro magistrati e forze dell’ordine emerge un esercito diffuso di piccole vedette lombarde. Centinaia e centinaia di cittadini, spesso giovani, ormai perfettamente in grado di vedere, di capire, di sentir puzza di bruciato, di consultare in rete, di avvertire associazioni, giornalisti, consiglieri comunali, commissioni antimafia. E che cercano pure di arrivare alle procure, ai reparti investigativi.

Gli episodi si moltiplicano. Il farmacista che arriva con l’elenco delle farmacie cadute nelle mani della mafia in provincia di Milano o di Lecco, perché “tra di noi queste cose si sanno”. L’infermiere volontario che segnala, firmandosi e lasciando il numero di telefono, che alcuni servizi del pronto soccorso milanese sono finiti nelle mani dei clan. L’impiegato pubblico che prende quotidianamente nota dei rapporti collusivi tra le ditte che smaltiscono rifiuti illegali e alcuni membri del suo ufficio. La commessa che sa che il collega ha preso casa in una zona impervia al suo stipendio, ricorda alcune conversazioni e allora gira su facebook fino a pescarlo in foto accanto a un boss calabrese. La studentessa che si convince che quei due signori in metropolitana sono mafiosi per i discorsi che fanno, li segue in un bar, siede a un tavolo vicino al loro e nota che uno dei due va verso i bagni con una valigia per tornarne senza (bar poi chiuso per mafia). Il tecnico di una scuola che si chiede come mai un piccolo appalto di manutenzione venga vinto da una ditta della provincia di Messina e come mai, ancor prima, quella ditta ne abbia avuta notizia. Il supplente che capisce al volo che cosa voglia dire la chiamata di personale precario proveniente dagli stessi due-tre paesi della Calabria. Lo studente che avvisa il suo professore che quell’incendio accaduto in Brianza è una cosa seria, mica una ragazzata come dichiarano gli assessori. Il medico che denuncia le strane carriere di colleghi che danno tutta l’idea di non avere mai dato quell’esame fondamentale in università. Insomma, la Lombardia non è più solo popolata di grulli impegnati a negare l’esistenza della mafia o di don Abbondio che si tengono la bocca cucita.

E’ un brulicare sociale, civile. Manca ancora il coraggio di andare da un magistrato lasciando nome e cognome, e c’è sfiducia verso forze dell’ordine locali che troppe volte esortano a star quieti o fanno ramanzine a chi si rivolge alle autorità “più in alto”. Ma davvero si ha la sensazione di un risveglio, di tante storie di rivolta parallele disposte a mettersi in rete. Basta il militante di Libera, la simpatizzante di Legambiente, l’associazione universitaria, l’esponente con un po’ di schiena diritta di Confcommercio, e tutto cambia. Pochi consiglieri comunali di Corsico sono riusciti a piazzare i riflettori nazionali su un paese che i clan trattavano come il giardino di casa. Cittadini sconosciuti sono riusciti a portare sui telegiornali Rai gli incendi di auto e negozi e le infiltrazioni di capitali sospetti nel commercio di Melegnano. Tribiano, sud est milanese, è finita con i suoi rapporti tra politica e gruppi calabresi all’attenzione della Commissione parlamentare antimafia grazie a giovani senza potere che hanno messo in fila i dati: dalle residenze assunte da compaesani del sindaco Franco Lucente (Petilia Policastro) nei mesi pre-elettorali fino alle auto bruciate in una notte a capogruppo dell’opposizione, a sua moglie e a un altro consigliere dopo una richiesta di accesso ad atti pubblici scottanti. Domani a Voghera, la patria delle casalinghe, nel disinteresse nazionale si torna al ballottaggio per il sindaco dopo conteggi rivelatisi un po’ farlocchi. Nel frattempo alcuni candidati e sostenitori del rappresentante del centro-destra, il già vincitore Carlo Barbieri, sono finiti in carcere o indagati dalla Procura di Reggio Calabria. Anche qui cittadini sconosciuti chiedono occhi attenti su quel che accadrà. Insomma, anche la Lombardia, come la mafia, “non è più quella di una volta”. Ora “vede, sente e parla”. Alla mafia, che non ama i “delatori”, non piacerà. Qualcuno (magari un professore universitario palermitano che ci si sta impegnando molto) parlerà di caccia all’untore. Ma ormai è così. Per fortuna.

(Scritto sul Fatto Quotidiano del 28.1.17)

 

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