Qui Milano. Nonna Agostina, ovvero la Casa delle donne

Ancora non si dà pace per quel sì nelle urne. “Non ditemi niente, mi ero convinta così. E mia figlia me lo diceva, e mi passava gli articoli di Smuraglia…”, si lascia scappare mentre Gazebo mostra la vignetta di Renzi con lo scolapasta in testa. Ma non è certo del referendum che bisogna parlare con questa signora romagnola diventata milanese purosangue. Che si fa volere bene per l’assiduità dell’impegno pubblico e per la gentilezza dei modi. Oltre che per una ritrosia perfino imbarazzante: “no per favore, non scriva di me, mi vergogno come una ladra, non faccio niente di speciale, e almeno non faccia il mio nome”. E invece il nome è Agostina Ercolani, che qualche amico dei movimenti civili, mescolando nome e cognome, ha storpiato in Ercolina. E che la nipotina più piccola, desiderosa di essere presa all’asilo solo da mamma e papà, aveva derubricato, per tenerla a distanza, a “signora Agostini”.

Agostina, dunque. Che a 72 anni ha lasciato il lavoro in una multinazionale, per la quale faceva consulenza di marketing. Non per limiti di età ma perché, confessa candidamente, si vergognava a starci alla sua età con un amministratore delegato di cinquant’anni. “E’stato allora che mi sono data anima e corpo alla Casa delle donne, arrivandoci un paio d’anni dopo l’apertura”. La Casa delle donne è una delle invenzioni migliori della giunta Pisapia (“altre città già l’avevano, la vollero quelle delle pari opportunità, tra cui Francesca Zajczyk, la sociologa”), ed è al pianterreno di una ex scuola in via Marsala, nel centro di Milano. Fondata nel 2013, non è rimasta una bella idea sulla carta anche grazie a questa signora che avrebbe potuto godersi la pensione e i tre nipotini che adora, e di cui non riesce a non mostrarti orgogliosamente la foto di gruppo sul cellulare. “Ci arrivai su sollecitazione della magistrata Nicoletta Gandus, un po’ di processi a Berlusconi, ricorda? Fu lei a chiedermi di impegnarmici. L’ho fatto e ora il mio primo compito è garantirne il funzionamento. Pensi il destino. Io in quell’edificio ci ero andata a scuola per due anni, e ora nell’età della pensione lo devo tenere aperto”. Per riuscirci ha fatto scouting e ha costituito un parco-volontarie di 25-30 signore che a gruppetti di tre al giorno assicurano il funzionamento del luogo. “Vengono formate sugli obiettivi e sulla filosofia e poi si mettono all’opera. Così dal lunedì al venerdì la Casa è aperta, dalle 17 alle 19.30”. Non moltissimo ma bisogna pur fare i conti con i tempi di lavoro o con quelli familiari.

“Che cosa facciamo? Un sacco di cose. Intanto abbiamo organizzato uno sportello degli sportelli. Vuol dire che le donne che si rivolgono a noi per qualsiasi urgenza o necessità ricevono informazioni accurate su dove possono andare, abbiamo realizzato una mappa aggiornata dei servizi. Poi abbiamo tenuto un corso di italiano per donne migranti. Sono venute in quaranta. E’stato bellissimo. Alcune erano alloggiate presso i padri somaschi, ce n’erano anche vittime di tratta. Alla fine si è fatta una festa. Hanno concluso il corso con un breve componimento in italiano. E il nostro coro -che è una cosa seria, sa, sono invitate anche in trasferta- ha preparato tre canzoni apposta per loro: una per imparare il passato remoto, una per imparare il presente, e l’altra il futuro. Abbiamo anche diciassette gruppi che si occupano di cose diverse, dalle reti internazionali di donne al benessere”. Qui irrompono nomi esotici di ginnastiche e pratiche corporee. Poi riprende l’italiano: “c’è il gruppo ‘librarsi’, c’è la bibliomediateca, c’è l’alfabetizzazione informatica, e c’è anche il laboratorio di sartoria, dove signore disoccupate hanno imparato l’arte del cucito”.

Ma quante donne vengono normalmente? Agostina la sempre-presente spiega che ne arrivano circa una ventina al giorno, e che poi molte si associano. “Ne giungono di tutte le età, le associate invece sono un po’ attempate. Sono ottocento, ed è un gran bel numero per come se la passano oggi le associazioni”. A questo punto penserete che alla Casa delle donne gli uomini non possano entrare o quasi. E vi sbagliate: “Per loro c’è la tessera ‘friend’, quella per sostenitori”, ride Agostina. Che proprio non ce la fa e torna ai tre nipoti, per compiacersi che il più grande, quattordici anni, sia un lettore forte, un libro a settimana. “I nipoti sono la cosa più bella che si possa avere nella vita”, sospira con gli occhi a spillo che si illuminano. Ma non è che qui ci spunta la Casa delle nonne? “E perché no? Questa ancora non ce l’ha nessuno…”.

(scritto sul Fatto Quotidiano del 4.2.17)

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