Vigevano e il teatro “per necessità”. Così le detenute di alta sicurezza sconfiggono il loro passato

Dottore, per favore, mi scarceri un giorno dopo. Una cosa così il direttore del carcere di Vigevano, Davide Pisapia, non se l’era mai sentita chiedere in vent’anni di servizio. C’è voluto il teatro delle detenute dell’alta sicurezza. Che a recitare nei loro spettacoli ci tengono da morire. Il “Fatto” ne aveva parlato circa un anno e mezzo fa. Raccontando di queste detenute che hanno scelto il palcoscenico per allontanarsi dalle loro storie, intrise di mafia o di camorra. Donne che nulla denunciano, ma che attraverso i ruoli offerti dal teatro stanno sgusciando via dalla propria cultura, verso un’altra identità. Il primo spettacolo, “L’infanzia dell’alta sicurezza”, ne vide impegnate otto (foto). L’università di Milano lo ospitò in aula magna, tre repliche in un giorno. Ci furono le riprese Rai, addirittura. Fu allora che il regista Mimmo Sorrentino, il demiurgo di questa scommessa artistica e civile, mi scrisse per raccontarmi che cosa era accaduto nei giorni successivi in carcere. “Se prima dello spettacolo dormivano poco a causa dell’agitazione, dopo, per un po’ di giorni, hanno continuato a trascorrere notti insonni a causa dell’incredibile esperienza fatta”. Una rivoluzione. Gli aveva detto una detenuta: “nemmeno da libera, che so al matrimonio, o alla prima comunione, mi sono sentita così felice di me stessa”.

Mi spiegò che figli e familiari avevano avuto modo di vedere le proprie madri, sorelle, in qualche caso figlie, nei vari telegiornali, e loro ne erano state orgogliose. Perché uno dei crucci maggiori è che i figli, a causa della detenzione, siano considerati e si considerino socialmente inferiori agli altri. “Ovunque sono figli di carcerati, soprattutto a scuola…”.  Grazie all’apparizione in “televisione e sui giornali” avevano invece potuto offrire un altro volto, di cui i figli potevano essere fieri. Mi raccontò anche che le detenute rimaste in carcere, informate che probabilmente le loro compagne sarebbero apparse nel tg regionale serale, si erano sintonizzate su Rai Tre e, dopo il servizio televisivo, avevano fatto scattare, ognuna nella propria cella, un applauso che aveva commosso anche le agenti in servizio. La sfida del teatro stava prendendo nuovo slancio. Da otto detenute che lo praticavano erano diventate venti. Magari per ragioni utilitaristiche. Si sa: si esce, si viene retribuite… Poi però fare teatro aveva portato al senso vero della novità: avere spazi di libertà anche interiore in un luogo di detenzione, perché “quando facciamo teatro ci dimentichiamo di essere in carcere”. Mi aggiunse che nel frattempo M., che anch’io avevo conosciuto, era passata agli arresti domiciliari e che lui l’aveva incontrata fuori dal carcere, in un supermercato, nella mezz’ora al giorno di libera uscita. Che si erano abbracciati. E lei con la sua voce squillante gli aveva detto “Mimmo non hai idea come mi manca il carcere”, lasciando basite le persone in coda alla cassa. Aveva raccontato quell’episodio alle altre e aveva chiesto se, come M., avrebbero avuto nostalgia dell’esperienza che stavano facendo in carcere. “A verità?”, aveva risposto una, “se mi facessero entrare solo per fare teatro, ci ritornerei volentieri in carcere”.

Poi mi ha scritto ancora. Detenute analfabete hanno imparato a memoria pagine e pagine di “Bernarda Alba” e di “Maria sotto la croce”. E il teatro non si riduce più alle sole ore di laboratorio ma le tiene impegnate a imparare e preparare i costumi per gli spettacoli. “Hanno sostituito le partite a carte e il rosario pomeridiano con il teatro. Può immaginare”, ha confessato una volta Mimmo, “la difficoltà di lavorare con un gruppo così numeroso e composto di donne abituate a gridare piuttosto che ad ascoltare e ad ascoltarsi”. “A volte”, scrisse testualmente, “temo di non avere la forza necessaria per reggere il peso di tutta l’angoscia che mi hanno raccontato, di non essere capace di assumere in me tanta disperata follia e restituirla loro in forma di poesia, d’arte”.
E invece ce l’hanno fatta di nuovo. Il 2 marzo al teatro Cagnoni di Vigevano sarà in cartellone “La casa di Bernarda Alba”, stavolta 18 detenute, compresa quella di loro che dovrebbe tornare libera giusto quel giorno. Usciranno con un “permesso di necessità con scorta”. Ed è la prima volta in Italia, sottolinea Sorrentino, che lo Stato stabilisce che il teatro per un gruppo di persone sia “una necessità”. Un miracolo tira l’altro. Uscire dalla mafia entrando per gioco in altri ruoli ma con la testa alla propria storia. E chi l’avrebbe immaginato un giorno?

(scritto sul Fatto Quotidiano del 25.2.17)

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