Sassari. La storia di Mor Sow, l’uomo nero che porta i doni della buona integrazione

Le bianche pareti rimbombano di presidenti della Repubblica. Vecchie prime pagine del “Corriere della sera” annunciano con grandi foto l’elezione di Antonio Segni e di Francesco Cossiga. La facoltà di giurisprudenza di Sassari allinea le sue glorie, compresi Alfredo Rocco e Carlo Arturo Jemolo. Eppure fra le tante celebrità in mostra vince una faccia nera nerissima appena arrivata. Simpatica, scanzonata, pronta al saluto educato. “Piacere, Mor Sow” dice il giovane alto e dal giubbotto blu. E subito si fa  una folla intorno a lui a decantarne le doti e l’inventiva e la generosità. Come fosse un piccolo principe per favole locali.
E in effetti da qualche anno Mor il senegalese è una delle figure pubbliche più in vista della seconda città della Sardegna. Nel 2009 ha fondato l’associazione Amico del Senegal e le ha dato un nome davvero conviviale: “Batti Cinque”, per dire il saluto e la complicità. Lo scopo lo ha scritto lui in perfetto italiano. “Favorire un completo inserimento degli immigrati nel territorio di residenza, promuovendo conoscenza reciproca, rispetto, scambio di conoscenze e saperi, condivisione di spazi, ambienti e attività”. In poco tempo il nostro è diventato un protagonista fisso delle tante iniziative sulla solidarietà o sulla pace o contro la criminalità mafiosa che vengono promosse dalle associazioni o dalle scuole locali, a partire da Sardegna solidale.

Viene spesso invitato a farle partire di slancio o a chiuderle in bellezza con il suo gruppo musicale. Una vera macedonia di etnie africane, Senegal, Gambia, Guinea Bissau, Nigeria, e quattro sorprendenti sassaresi bionde. Allora i tamburi vanno che è un piacere, e anche i più compassati garantiscono che quando suonano e ballano “quelli di Mor” sono “irresistibili”. E che per giunta se le iniziative sono sociali non chiedono gettoni. Ma c’è soprattutto una cosa che Mor ci tiene a far sapere nel giro di un minuto al nuovo ospite. Che è il suo “Batti Cinque”, ad avere ideato e a organizzare il torneo mondiale di calcio dell’integrazione, giunto quest’anno all’ottava edizione. “Mondiale che si fa solo con squadre sassaresi”, lo sfottono alcuni giovanotti. Fatto sta che ci giocano otto squadre formate da sei-otto giocatori di nazioni diverse, senegalesi e rumeni, indiani e marocchini, nigeriani e italiani, giovani e attempati. Durata di due settimane e festa di chiusura con musica e danze per famiglie e tifoserie. Che in epoca di muri non è proprio poco.
Ha sposato una commercialista bianca e bionda, nativa sassarese. E ne ha avuto un bambino, Lorenzo, quattro anni, che al padre rivendica con il ditino alzato di non essere senegalese ma italiano. E che ci tiene a differenziarsi pure sul piano cromatico, come ricorda Mor scherzando: “Nero sarai tu, io sono marrone”, gli precisa sempre, neanche ci tenesse a essere la giusta terza via tra madre e padre. Mor ha un grande senso dell’ironia, dicono fra l’altro che sia un grande cabarettista, così la leggenda del figlio marrone la racconta a tutti divertito.
Oggi il suo sembra un perfetto esempio di integrazione senza assimilazione. Religione musulmana, patria senegalese, quando più gli aggrada dismette jeans e giubbotto e ritira fuori, anche per passeggiare, le sue splendide tuniche colorate, tenendo per mano il bambino marrone in tunichetta chiara. Giusto perché non dimentichi che i suoi quattro anni hanno dietro di sé più mondi.

Più mondi, appunto. Perché Mor lavora anche a un progetto sulla multiculturalità, “Le trame del mondo” si chiama. Recentemente ha suonato e ballato a una festa multiculturale al bene confiscato di Gergei vicino Cagliari, accompagnato dal piccolo Lorenzo che al tamburello promette le stesse abilità del padre. E a Natale fa gran festa con i bambini, radunandone -si dice- a centinaia. Non celebra la festa del Natale, però, ma quella dell’albero di Natale (vedi foto), e grazie a questa geniale distinzione sta dentro la gioia altrui, anzi la accompagna, senza venir meno al proprio credo.
“La mia idea di integrazione? Intanto voglio mantenere la mia dignità. Voglio migliorarmi personalmente mixando (usa proprio questo verbo) il mio bagaglio di conoscenze e abilità con le novità che trovo qui. Voglio essere rispettato e voglio essere rispettoso: del paese che mi ospita e delle sue regole, e impegnarmi a farlo crescere. Purtroppo non è il pensiero di tutti, e tra gli immigrati ci sono tante discriminazioni. Ma io vado avanti. Per dimostrare che l’uomo nero non è quello delle vostre favole, ma è un amico che porta serenità”. Dal Senegal, naturalmente.

(scritto sul Fatto Quotidiano del 4.3.17)

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