Ricordate Martin Luther King? Il Nobel per la pace 2017 a padre Solalinde. Con la nostra firma

Chi non si è indignato, chi non si è commosso l’altra sera vedendo il film dedicato su Rai3 alla grande marcia dei diritti di Martin Luther King? Chi non è trasalito vedendo i razzisti dell’Alabama uccidere un reverendo colpevole di essere “peggio dei negri” perché esponente della razza dei “bianchi che stanno con i negri”? Chi non ha pensato a come quella storia sarebbe stata ancor più terribile e tortuosa se il “Dottor King” non avesse ricevuto il premio Nobel per la pace da quelli che la nostra stampa chiama ormai regolarmente “i parrucconi svedesi”?

Lo confesso: mi è capitato di commuovermi e indignarmi molto. E di pensare che i “parrucconi” possono fare oggi un altro regalo alla causa dei grandi diritti. C’è un prete messicano, infatti, che nelle scorse settimane si è girato senza risparmio le contrade italiane. Ha raccontato il dramma del suo popolo in decine di posti, a migliaia di cittadini, non solo cattolici. Vestito di bianco come un profeta disarmato, con la sua croce di legno sul petto. Con la voce piana e sottile musicata in spagnolo sotto gli occhialini dorati. Ad Arona, a Milano, a Reggio Emilia, nelle università, facendo il pienone al Salone del libro di Torino. Un prete che si sta battendo con mite e ferreo coraggio contro la violenza compulsiva dei narcos, agitando il vangelo in mezzo a un popolo martoriato dal sangue e dalle scomparse, dalle teste mozzate e dalle fosse comuni. E che proprio dove deve sorgere il celebre Muro, al confine tra Messico e Stati Uniti, ha allestito dieci anni fa un luogo di accoglienza e di riparo per i migranti, vittime predestinate di una ferocia senza fine, poiché nessuno cercherà né loro né i loro organi.

Padre Juan Manuel Solalinde, 72 anni, è in assoluto una delle figure più esposte della resistenza civile messicana. Su di lui i narcos hanno posto una taglia di un milione di dollari. E dunque aggiungeremo in coda quel che in questi casi diventa pigramente la prima notizia, ossia che vive scortato da un piccolo nugolo di poliziotti. Per questo è stato candidato al premio Nobel per la pace del 2017.
Gli italiani che lo hanno incontrato hanno ben capito quale sia la madre di tutte le sue preoccupazioni: il liberismo selvaggio. Formula che gli torna sulle labbra, sempre accompagnata da una professione di assoluta estraneità alla dottrina marxista. Perché il liberismo selvaggio è per lui nient’altro che il potere di dominio assoluto del denaro. Che compra i politici e i poliziotti e i giudici; e giustifica ogni ambizione od orrore. E’ quello il primo nemico. Che si può battere solo con molta “educazione”.

E’ stato durante uno di questi dibattiti che un ragazzo gli ha fatto la domanda più semplice: ma se lei dovesse vincere il premio Nobel la causa del Messico ne sarebbe aiutata? Quale sarebbe la reazione dentro il paese? Padre Solalinde ha riposto prima con un lampo degli occhi. Poi ha spiegato che sì, certo che la causa messicana ne sarebbe aiutata. Avrebbe una visibilità internazionale, come in questi anni è accaduto solo con il viaggio di papa Francesco, con la differenza che la avrebbe stabilmente. Proprio come con Martin Luther King, ho pensato l’altra sera. Apprezzando ancora di più, dunque, la bellissima iniziativa presa da un gruppo di cittadini italiani. Che nella speranza di fermare “un massacro senza precedenti” hanno lanciato una campagna di sottoscrizione della candidatura al Nobel di padre Solalinde, “instancabile difensore dei diritti dei migranti, che attraverso la sua casa del Migrante ‘Hermanos en el Camino’ di Ixtepec (Oaxaca), si batte per la giustizia e la tutela dei diritti umani fornendo sostentamento, protezione e riparo alle persone in transito”.
Tra loro spicca Lucia Capuzzi, giornalista dell’”Avvenire”, che del Messico sa tutto e ha seguito il viaggio del papa, e che ha recentemente accompagnato per l’Italia il prete coraggioso. Ci sono i giovani che stanno studiando da ricercatori la vicenda messicana, come Thomas Aureliani, che quasi sognando a occhi aperti dice “voglio dedicare tutta la mia vita a questa causa”. C’è Monica Mazzoleni, impiegata milanese che lavora per Amnesty sull’America latina, o Valentina Valfré di Sole Terre, o Filomena De Matteis di Libera, tanti studenti, un bel po’ di docenti, anche molti italiani all’estero. Già riunitisi a centinaia sulla pagina facebook  “Padre Alejandro Solalinde para el premio nobel de la Paz”. Tutti orgogliosi di potere rappresentare così una razza ancora peggiore dei messicani liberi: quella degli europei che stanno coi messicani liberi.
(scritto su Il Fatto Quotidiano del 17.6.17)

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