Tesi di laurea sulla mafia: come ti rapino la Statale. E il matrimonio di Messi

Ieri sul Venerdì di “Repubblica” è uscito un articolo che racconta un piccolo pezzo di storia della cultura universitaria italiana: ovvero le tesi di laurea sulla mafia. Che aumentano, si moltiplicano, e offrono un tracciato della sensibilità delle nuove generazioni, visto che fino a pochi anni fa sulla mafia nelle università regnava il silenzio assoluto. L’ha scritto Attilio Bolzoni, uno dei migliori giornalisti in assoluto sull’argomento. Ha preso in considerazione le tesi del mio corso di “Sociologia della criminalità organizzata”, e quelle di Bologna (Stefania Pellegrini) e di Palermo (Alessandra Dino). Tra quelle della Statale di Milano ne ha citate tre delle migliori, in rappresentanza delle centinaia (centinaia…) che ormai sono state fatte. E fin lì è stato un godimento. Finalmente un giornale si accorge che l’Italia è fatta anche di queste cose, mi dicevo ripassando mentalmente i volti di laureandi e laureande passati nel mio studiolo-mansarda in questi anni. Finalmente c’è chi racconta una novità vera, non una farloccheria inventata su qualche terrazza romana.

Godimento puro. Finché ho voltato la pagina. E ho visto che sulla nuova campeggiavano le foto di alcuni laureati. Tra cui Martina Mazzeo (oggi mia assegnista) e Pierpaolo Farina (contrattista). Che bello, ho pensato. Solo che le didascalie dicevano: Martina Mazzeo dell’Università Cattolica di Milano e Pierpaolo Farina dell’Università Cattolica di Milano. Ma che c’entra la Cattolica?, mi sono detto fumando dalle orecchie. Tanto più che Bolzoni non la cita nemmeno per striscio. E allora? E allora chi mette foto e didascalie sui giornali non sa nemmeno che fa, non legge nemmeno gli articoli che illustra. E questa è una prima verità. Inventa, immagina; esattamente come si fa sempre quando si parla di mafia (d’altronde le tesi si fanno proprio per prendere il largo dalla chiacchiera giuliva). Seconda verità: dovendo immaginare, chi mette le didascalie pensa subito che se si fa qualcosa di buono in una università non possa essere una università pubblica, ma debba essere per definizione “la Cattolica di Milano”. Ci va in automatico. E invece il qualcosa di buono in questione, almeno quello raccontato da Bolzoni, viene dalla Università Statale di Milano. Senza togliere alcun merito agli altri, quei volti appartengono a una lunga storia, fatta di sforzi pionieristici, di associazioni giovanili (da Stampo Antimafioso a Wikimafia a Unilibera), di spettacoli teatrali, di università itineranti, di ricerche, di studi e teorie, di aule magne piene, di divulgazione nelle scuole. Sembrerà incredibile alle vittime dei riflessi pavloviani, ma quei volti fanno parte della giovane storia dell’Università degli Studi di Milano (vedi splendida foto). Rivendicato con orgoglio da un sociologo di formazione bocconiana. Oh, l’ho detto.

E a proposito di costumi e di identità. Una cosa mi ha colpito assai del matrimonio di Messi. Il quale ha invitato 250 persone ricchissime, strapagate milioni all’anno, chiedendo loro (giustamente) di non fargli regali visto che ha tutto ma di fare un dono a una associazione di beneficenza argentina (rifugi). Risultato: i paperoni del calcio e dello spettacolo hanno versato in media 37 euro a testa. All’Asinara li manderei. Riaprendo il carcere bunker, però….

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1 commento

  1. nomadina95

    Purtroppo anch’io ci ho dovuto fare il callo, chi prende il materiale fotografico spesso non conosce il valore del soggetto o dell’evento immortalato, didascalie scorrette o foto che appaiono come profilo immagine improvvisamente senza che nessuno mi avvisi o mi chieda il permesso. Il significato dello scatto viene spesso travisato, o non viene proprio recepito. Ma nella nuova era dei social ormai è impossibile non tenerne conto. Un caro saluto, Nomadina

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