Gigi Meroni. La farfalla granata mezzo secolo dopo. E il corso in Scenari internazionali, un giorno prima.

Avviso urgente ai naviganti. Mercoledì 11 scadono le iscrizioni al Corso di Specializzazione post-laurea in Scenari internazionali della criminalità organizzata. Il corso viene gloriosamente tenuto da ormai sei anni a Scienze Politiche di Milano. Si trova tutto su www.cross.unimi.it. Quest’anno focus sulla questione balcanica, su Messico e America latina e sul mercato delle armi. E internazionalizzazione spinta anche con gli ospiti. Si parte il 3 novembre (mio compleanno, oh yes). Ma attenzione: non ci saranno proroghe, non sono proprio possibili. I pelandroni si ritengano avvertiti.

Ed eccovi ora il breve ricordo con cui ho accompagnato oggi un bell’articolo scritto da Stefano Caselli su Gigi Meroni, l’eroe degli stadi a cui dedicai tempo fa un libro che ebbe una certa fortuna, “La farfalla granata” (in foto: in gol contro la Lazio). Domenica sarà mezzo secolo dalla morte di questo romantico campione, che da allora continua ad avere irriducibilmente e per tutti 24 anni.

“Ogni adolescenza ha i suoi miti. La mia ha avuto quello di Gigi Meroni, poeta del calcio dalla storia meravigliosa e malinconica. Una storia breve, destinata a incidersi negli anni che precedettero di un soffio la grande speranza del Sessantotto. Che interpretò anzi la corsa verso quella speranza negli stadi che si popolavano, a seconda delle stagioni, di ombrelli e di camicie bianche. Meroni fu l’unico e indimenticabile simbolo dello spirito dei tempi in un calcio fatto di sogni e di innocenza. Divenne l’idolo di centinaia di migliaia di adolescenti, genoani e torinisti, ma anche interisti e napoletani, juventini e palermitani. Che lo amavano per quel suo modo di giocare a un altro calcio, fatto di estro, bellezza e impossibili gol a fil di palo. Per i suoi capelli lunghi, ai quali a un certo punto seppe sacrificare con orgoglio anche la maglia azzurra. Per i mocassini con le frange e i grandi occhiali da sole con cui scandalizzava i benpensanti dalla scaletta dell’aereo nelle trasferte all’estero della nazionale. Per l’amore non benedetto in chiesa che lo legò fino alla fine a Cristiana, la compagna bellissima della sua vita. Fu il beatle degli stadi, candido nella sua rivolta, dove niente era politica e tutto era istinto di vita. La più leggera delle maglie numero sette cantate da Francesco De Gregori. Quando una sera di ottobre la “Domenica sportiva” diede in tivù la notizia della sua morte fu un dolore collettivo. I giovanissimi tifosi scoprirono che pure i miti possono morire. Anche a 24 anni. In quello stesso giorno venne data ufficialmente al mondo la notizia della morte di Che Guevara. Ma per noi la vera notizia fu quella che veniva da Torino, l’ultimo volo della farfalla granata.”

(scritto sul Fatto Quotidiano del 9.10.17)

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