Quella profezia di Calvino e “il Paese dell’illecito”. Noi e la Nave Falcone

Attenti, perché questa è una delle più grandi storie italiane. Storia collettiva, larga, profonda. Che sto rivivendo e rivedendo in questi giorni, in un misto di passione e di malinconia, per due ragioni. La prima è l’ondata di arresti dalle Alpi al Lilibeo che certifica che in questo Paese continua a dettare legge l’antilegge. Che la tangente, comunque travestita, regola nomine, rapporti di potere, pubblici servizi, scelte di governo. Rivedo quell’articolo profetico di Italo Calvino (in foto, l’indice), il suo “apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”, scritto nel 1980.
Iniziava così: “C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi….”. Quel paese, spiegava lo scrittore, aveva fatto dell’illegalità un principio di armonia. E aggiungeva ironicamente: “Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti. Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso…”. Un pezzo insuperabile, di quasi quarant’anni fa. Quante volte l’ho letto in aula, l’ho dato in fotocopia agli studenti.

Da allora la scuola italiana ha dato vita alla più grande esperienza di educazione alla legalità conosciuta in Europa. Migliaia e migliaia di insegnanti ci si sono cimentati, molti le hanno regalato la propria vita, senza chiedere una lira o un euro in più. Inventando programmi da autodidatti, sfidando indifferenze e anche sarcasmi (“sempre alla mafia pensi”). Una folla. Irene Ciravegna in Piemonte, Nando Benigno o Cristiana Zanetti a Milano, Armida Filippelli a Napoli, Loredana Japichino o Pia Blandano o Vito Mercadante a Palermo, Raffaella Argentieri a Brindisi. Nomi che sbalzano fuori da questa grande storia collettiva insieme a tanti altri, con barbe color carbone, lunghe trecce o capelli candidi, e che certo ingiustamente qui privilegio per solo impulso di memoria rispetto ai moltissimi possibili. Con generazioni intere di studenti che li hanno seguiti e ascoltati, hanno letto e scritto, fatto gemellaggi con altre scuole, sentito e applaudito testimoni. I primi di loro oggi sono vicino alla sessantina. Ci penso e non mi pare vero. Si diceva “bisogna investire sui giovani, che sono il nostro futuro”. Lo abbiamo fatto, eppure…

Eppure Calvino è vivo e lotta insieme a noi. Eppure gli onesti appaiono ancora tali per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, o perfino per “tic nervoso”. Stretti tra professionisti della corruzione, beffati da nomi che -esattamente come quelli degli insegnanti ricordati- ci arrivano addosso da trent’anni fa, ancora lì a brigare e trafficare interessi, influenze e denaro e prebende. Clandestini a noi ma straconosciuti nei sottoboschi del potere. Politica, lavori pubblici, sanità, consulenze professionali, energia eolica, aziende partecipate, concorsi, appalti per la sicurezza, appalti di ogni genere. Siamo partiti dai giovani, come dovevamo. Ma questi ci sono sempre. Spesso sono stati giovani di recente. Dove si è sbagliato? Dove, in quale punto preciso, tutto finisce e ricomincia? Ecco la vera storia italiana, il confronto-scontro quotidiano tra i due opposti fiumi pedagogici. Quello che giunge dai progetti educativi, dal sacrificio, dalla cultura. E quello che arriva dal potere, dallo spreco tracotante, dalla villania. Due fiumi contrastanti e sovrapposti.

Partirò dopodomani. Sulla nave Falcone, da Civitavecchia per Palermo, per ricordare chi fu ucciso il 23 maggio di 27 anni fa. Come si accingono a fare centinaia di scuole di tutta Italia. Avrò con me quasi 60 studenti dell’università di Milano. Bernardo il più “anziano”, Sofia la più giovane, 19 anni. Francesca, 20, la capocomitiva. E continuerò a raccontare loro la bellezza delle virtù civili. E loro ascolteranno, vedranno e si commuoveranno, come quelli prima di loro. E io penserò al molto che già si è fatto e che occorre continuare a fare. Rivedrò in controluce i visi degli eroi, ma rivedrò di sbieco dietro di loro anche i visi (uno vale l’altro) di ladri e trafficanti di tutto. E mi chiederò dove stiamo sbagliando, e se c’è un punto preciso dove tutto finisce e dove tutto riemerge. Per capire in quale ansa precisa questa grande storia italiana può essere deviata. E diventare storia di una metamorfosi civile. Come nelle favole.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 20.5.19)

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