Cologno Monzese. Un siciliano alla guida delle sentinelle antimafia

“Se scrivi di me usa, per favore, il mio nome di battaglia: Antonello”. Detto fatto. Perché i nomi sono importanti. Sta scritto Rosaria ma chiamami Rosy. Salvatore ma chiamami Salvo. Giuseppina ma è Giusy. C’è una generazione di giovani meridionali che hanno così cercato di liberarsi dell’effetto dinastia, l’obbligo di imporre al piccolo il nome del nonno o della nonna. Nomi che sapevano di antico e di santi. Forse anche Antonio D’Arrigo, nativo di Furci Siculo, provincia di Messina, e protagonista di questa storia, ha vissuto lo stesso problema. Certo è che se parla di nome di battaglia non mente. Perché gran parte della sua vita non più brevissima l’ha dedicata alle migliori cause civili. In Sicilia prima, poi in Lombardia dove è arrivato a 27 anni, e dove è diventato segretario generale dei comuni di Cinisello Balsamo e Nova Milanese. Frequentando quelle cause -Costituzione, legalità, antimafia- l’ho incrociato più e più volte nei decenni sapendo di lui solo che non era di Milano ma di Cologno Monzese (in foto l’incendio di una cartiera a Cologno). Attento, gentile, competente. Pronto ad alzarsi alla fine di ogni dibattito dalla sua sedia per andare a chiedere con santa pazienza ai relatori che più gli erano piaciuti se erano disposti ad andare a parlare “in una scuola di Cologno” o “una sera a Cologno”. Sembra niente. Che ci vuole, d’altronde? Eppure molto di ciò che è cresciuto di buono in Italia, e che la politica continua a dilapidare, lo dobbiamo a questa pratica semplice, umile e poco gratificante (si ricevono “non posso” in serie…), che donne e uomini sconosciuti esercitano con tenacia per portare in provincia e nei luoghi meno attrattivi una cultura che non sia la fatuità televisiva. 

Nel caso di Antonello per sospingere una associazione che si chiama “Libera casa contro le mafie – Associazione per l’educazione alla legalità ed alla giustizia”. Di Cologno Monzese, appunto. Una dozzina di attivisti dai 16 ai 70 anni. “L’abbiamo costituita nel 2010, anche a seguito delle elezioni amministrative del 2009. Allora capitò una cosa che a me e ad alcuni amici apparve incredibile. In una lista riformista di ex socialisti che appoggiava l’amministrazione del sindaco Soldano del PD venne candidato Leonardo Valle, esponente del clan calabrese dei Valle. Restammo sgomenti. Anche per la reazione di tutta la città: sporadiche e timide condanne e molti complici silenzi. Ma qual era il senso civico su cui Cologno poteva contare? Perciò decidemmo di rimboccarci le maniche. Facemmo venire giudici come Davigo e Spataro, o lo storico Enzo Ciconte. Che sapessero, i cittadini, il mostro che stavamo allevando in casa. In questi anni abbiamo lavorato molto nelle scuole di ogni grado cercando di valorizzare il meglio della società civile in tre direzioni. Fare memoria, far conoscere la criminalità organizzata, specialmente quella del Nord Italia, educare al rispetto delle regole e alla ricerca di giustizia”.
“Quest’anno”, continua Antonello, “abbiamo realizzato due progetti nella scuola primaria. Il primo, ‘Camminare con le gambe degli uomini’, è partito dalla lettura del libro di Luigi Garlando ‘Perchè mi chiamo Giovanni’ per fare conoscere ai ragazzi la figura di Giovanni Falcone. Il secondo, ‘Viva la Costituzione’, aveva invece lo scopo di farli avvicinare ai principi della Costituzione”. “Poi c’è il progetto ‘C’è chi dice no!’ con cui abbiamo offerto ai ragazzi delle superiori le conoscenze di base della criminalità organizzata. Cerchiamo di non fare da soli. Siamo associati a Libera, siamo in rapporto con l’Anpi, la fondazione Fava e l’associazione culturale ‘Il sipario’ di Cetraro’. Siamo un po’ ‘le sentinelle di Cologno’, con occhi su sale gioco e flussi di denaro anomali”.

Ma poi c’è un altro impegno, legato agli affetti più antichi. Una cosa che accadde nel 1980, a Bologna. Nel boato terrificante della stazione quel 2 agosto morì un compagno di classe di Antonello. Si chiamava Onofrio Zappalà, era di Santa Teresa di Riva, provincia di Messina. A lui è dedicata dunque l’ “Associazione Amici di Onofrio Zappala’ – Per non dimenticare”, che opera anch’essa nelle scuole, ricordando quella strage e assegnando borse di studio a studenti della scuola superiore di Onofrio. E anche un Premio Zappalà- Incontro alla vita. Sembra tutto semplice, tutto facile. Senza eroi e senza scorte. Eppure l’Italia deve a queste persone sconosciute gran parte della forza che le ha consentito di reggere agli attacchi criminali. E ne avrà bisogno ancora a lungo. Del loro entusiasmo e dei loro nomi di battaglia. Antonello, o cento altri.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 3.6.19)

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1 commento

  1. omicron

    Ho conosciuto Antonio ad un corso di formazione che sto seguendo a Cologno Monzese. Una persona davvero capace e disponibile!