Rosso Mafia. La ‘ndrangheta a Reggio Emilia. La recensione di Gianni Barbacetto

C’è una parte d’Italia che è nota nel mondo per la sua buona qualità della vita, per la civiltà della sua organizzazione sociale, per le scuole materne ed elementari modello d’eccellenza mondiale. Reggio Emilia è considerata una “città esemplare”, buona istruzione, ottimo cibo, la città delle biciclette e dell’integrazione ben regolata. La regione attorno è ricca di storia e di passioni civili, lì nacque il primo tricolore italiano, furono organizzati i grandi scioperi agrari di inizio Novecento, prese forma la Resistenza simboleggiata dalla famiglia Cervi, sbocciò lo sviluppo solidale dell’economia cooperativa.

Reggio Emilia e Modena, Cremona e Mantova “sono le capitali della Lamborghini e della Ferrari, dell’accademia militare e del festival della letteratura, del Grana Padano e degli asili modello, del violino e della liuteria”. Ebbene: lì si è impiantata una forma di mafia feroce e vorace, quella che ruota attorno alla famiglia Grande Aracri della ’ndrangheta di Cutro. Com’è stato possibile questo “grande trauma”, questo “schiaffo impietoso della storia”? Lo spiegano Nando dalla Chiesa e Federica Cabras nel libro Rosso mafia. La ’ndrangheta a Reggio Emilia (Bompiani).

Gli autori smontano subito alcuni luoghi comuni, come quello secondo cui “la vera benzina dell’espansione mafiosa sia (alternativamente o insieme all’ignoranza) la mancanza di lavoro, l’asfissia occupazionale”, oppure “il degrado sociale e ambientale”. L’Emilia invece “era protagonista di qualcosa di simile a un miracolo economico”, le sue amministrazioni pubbliche erano ordinate ed efficienti.

E allora, che cosa è successo nella provincia reggiana? “Una significativa e interessantissima contesa tra due civilizzazioni”, rispondono gli autori, “da un lato il socialismo emiliano, dall’altro il modello cutrese, la cui anima di ferro sta nella identità ’ndranghetista”. Non uno scontro, perché “la relazione tra le due civilizzazioni appare infatti di ‘coesistenza pacifica’ o addirittura di ibridazione”. Ma negli anni, nei decenni, in questa “gara beneducata”, una delle due concorrenti, la più agguerrita, conquista posizioni e vince, l’altra s’arrende e si consegna volentieri ai clan.

Non si muovono orde barbariche, “ferro e fuoco” sono selettivi, la violenza “è di norma a bassa intensità”. Poi “una civilizzazione svuota l’altra”, “le si sovrappone senza farla scomparire”. E succedono cose mai viste prima. I candidati sindaci di Reggio Emilia vanno a tenere i comizi elettorali a Cutro, in Calabria, perché una quota dei loro “grandi elettori” abita là. L’agorà emiliano e la politica “di denuncia contro i padroni” vengono sostituite dal silenzio e dell’omertà. Cambia perfino la religione: dimenticati gli scontri-incontri a Brescello tra Peppone e don Camillo, la processione più importante diventa quella del Santissimo Crocifisso a Cutro, a cui partecipa, nel 2009, alla vigilia delle elezioni amministrative, l’allora sindaco Pd di Reggio Graziano Delrio.

Viene scardinato il “modello emiliano”. Si afferma gradualmente un modello di economia basato su settori ad alta intensità di manodopera e a basso contenuto tecnologico: edilizia, autotrasporti, movimento terra, smaltimento rifiuti, poi ristorazione e divertimento notturno. La prima, appetitosa opportunità è fornita dall’Alta Velocità e dalla costruzione della stazione mediopadana per i Frecciarossa. Le aziende dei calabresi conquistano i subappalti, praticano evasione fiscale, false fatturazioni, assunzioni in nero, intimidazioni. Ma si integrano bene con le coop emiliane, diventando loro socie e alleate. La più grande impresa edile della provincia reggiana stringe una joint venture con le aziende dei clan.

A dimostrazione che “la vera forza della mafia sta fuori della mafia”, cedono via via imprenditori, professionisti, politici, giornalisti, poliziotti. La grande nemica è il prefetto Antonella De Miro, che sforna misure di prevenzione contro le imprese dei clan. Da lei arriva anche Delrio, accompagnato da alcuni consiglieri comunali di origine cutrese, per convincerla che nella comunità dei calabresi ci sono anche tante persone perbene. Leggere Rosso mafia significa sprofondare nell’incredibile paradosso emiliano della democrazia italiana ed essere presi dalla vertigine di una conquista che, più che militare, è stata culturale, economica, politica.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 5.9.19)

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