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Decennali di rivolta e Ribelli da teatro. Tra neve e Gracchi PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 02 February 2012
 

Note e poi ancora note da zibaldone. Vado di corsa, in partenza per Reggio Calabria. Ancora sul presidente Scalfaro. Dopo avere visto la villania con cui è stato trattato, e il poco ardimento con cui è stato difeso, chiederò di incontrare la figlia insieme al mio Gracco. Per esprimere la gratitudine della nostra famiglia, che è molta e ha molte ragioni. Poi: la neve è una cosa meravigliosa. Quando copre distese immense, quando fa l’effetto presepio, e quando si adatta creativamente alle mille figure che ornano e riempiono una città. Stanotte notavo che a Milano le biciclette in sosta facevano l’effetto di aquilotti, con i manubri che si levavano come ali bianche e ferme e i cestini che si riempivano facendo da becco informe . Mentre le moto, specie se con il parabrezza (e la stagione aiuta), si tramutavano in lama bianchi o capre imbizzarrite. Meno bello che treni e aerei ogni anno vadano in tilt “perché sta nevicando”. Ogni anno, dico. Ma perché? In Svezia, in Russia, in Finlandia, che succede? Fermano tutto per mesi? Ohibò, il paese che vuole l’alta velocità…
Vado di corsa. Si lavora per arrivare nel modo migliore possibile alla grande giornata del 17 di marzo a Genova. L’altro ieri sono stato a Finale Ligure. Incontro con le scuole, poi con i consiglieri comunali di tutta la zona, poi serata pubblica (grandi Tiziana e Luca!). La giornata sta maturando, c’è fermento, lo si coglie, può pure dilagare nelle coscienze. Visto anche ieri sera a Ivrea. Neve ovunque ma la gente c’era lo stesso, compresi molti giovanissimi di Libera. Anzi. Vi do una notizia che a me pare splendida assai. La sera del 16 marzo a Genova, dopo la veglia dei familiari, al Carlo Felice verrà rappresentata la versione teatrale delle “Ribelli”. E sapete chi la interpreterà? Lella Costa! Grazie a Margherita Rubino, che ha fatto la riduzione teatrale e il tutto ha organizzato con sapienza suprema. Lo confesso o non lo confesso? Portare in teatro “Le Ribelli” era un mio pallino. Ma così, in quella data, in quel luogo e con quell’attrice mi sembra quasi un sogno. Aspetto di vederlo.
Un sogno sembrava al Gracco fare il suo Ostello Bello. L’ho appena visto su La3 con i suoi soci raccontare il progetto. Soddisfazioni. Come il corto (titolo “RARO”) realizzato dalla minore dei miei gioielli, che ho potuto vedere privatamente e che mi ha coinvolto sul piano artistico-emotivo. Un po’ femminile, ma pazienza se non ci arrivo, bisogna sempre imparare.
E non dimenticate una cosa, che il prode Stefanoski non ha dimenticato. Oggi sono dieci anni dalla celebre manifestazione di piazza Navona, che organizzai alla testa di altri parlamentari e diede il via definitivo alla stagione dei girotondi. Diedi la parola a Nanni Moretti e mi fu fatta pagare, per non averlo subito contraddetto (“con questi dirigenti non vinceremo mai”). Ma l’onere e il rischio dell’organizzazione me lo assunsi io. Per questo da ieri vado orgogliosamente in giro con la regimental che avevo addosso quel pomeriggio di rivolta. Non lo sa nessuno. Ma io sì. E tanto mi basta. P.S. A proposito, ricordate: il 12 febbraio si elegge con primarie il segretario regionale del Pd del Lazio. Non so chi siano gli altri. Ma un candidato è Giovanni Bachelet. Ricordate:  un uomo una garanzia!

 

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Un monaco tra lupi e sciacalli PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 30 January 2012
Riporto per i blogghisti il ricordo di Scalfaro scritto da Marco Damilano sull'Espresso

Il pomeriggio del 24 maggio 1992 era una domenica di primavera, la sera prima la mafia aveva fatto saltare in aria l'autostrada Palermo-Trapani all'altezza di Capaci pur di eliminare il suo principale nemico, Giovanni Falcone. Una strage che aveva colto il Palazzo romano nel momento di maggiore paralisi, dopo oltre dieci giorni di votazioni a vuoto per eleggere il nuovo Capo dello Stato. Quella domenica c'erano centinaia di persone riunite spontaneamente davanti a Montecitorio, sgomente, indignate. E nella piazza risuonò una voce ferma, quella del presidente della Camera che all'interno stava commemorando Falcone e la sua scorta. «E' solo mafia?», si chiese l'alta carica interpretando il dubbio di tutti. Era Oscar Luigi Scalfaro, il giorno dopo fu eletto presidente della Repubblica.

Sembrava un monaco. Ieratico, con la sua sciarpa bianca sempre al collo, verboso nelle sue omelie, capace di ire improvvise e di grandi dolcezze. Un monaco della Costituzione, chiamato a difenderne le radici originali, la purezza dello spirito mai sporcato dai tanti tradimenti della politica. E come tale detestato da chi la Costituzione la considerava carta straccia e voleva distruggerla. Trattato come un vecchio arnese da rottamare dai campioni del Nuovo che Avanza.

 

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Ultimo aggiornamento ( Monday 30 January 2012 )
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Oscar Luigi. E la nostra malattia PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 30 January 2012
 

Intanto Oscar Luigi. Sia reso onore al vecchio Presidente. L’Italia gli deve molto. Chi gli ha voluto male riesce solo a evocare possibili giovanili attitudini clientelari nella provincia novarese o a tacciarlo di bigottismo mariano. Non so giudicare di ciò che accadde quand’ero bambino, ma la teoria degli uomini giusti proposta nei suoi bei libri da Gabriele Nissim è molto chiara: il giusto è non colui che non ha mai peccato, ma colui che anche in una sola e grande circostanza della sua vita sente il dovere alto della giustizia e lo adempie. In questo senso Scalfaro è stato un giusto. Ha visto attaccare la Costituzione e l’ha difesa per quanto era nelle sue possibilità. Da presidente della Repubblica prima e da vecchio apostolo itinerante poi. Credo davvero che oggi questo paese senza di lui sarebbe un po’ peggiore. Grazie, vecchio bigotto mariano che non eri bigotto affatto, ma sapevi i confini tra il sacro e il profano, tra Dio e Cesare. Oggi risale in me l’orgoglio per avere contribuito alla sua elezione. Come tutti ricordano, Scalfaro venne eletto capo dello Stato a ridosso del tritolo di Capaci, da un parlamento zeppo di inquisiti. Per la “semplice” ragione che dopo la strage si decise di non perdere più tempo e di ricorrere a una figura istituzionale. E Scalfaro era appunto, da poche settimane, presidente della Camera. Ma era diventato tale, contro le previsioni, grazie ai voti inaspettati dei radicali e della Rete. E io mi ero battuto nel gruppo della Rete perché si convergesse su di lui, anche se in odore di conservatorismo. Mi era piaciuto un suo discorso: pace, questione morale, indipendenza della magistratura. Che dovevamo chiedere di più? E la Rete non si era dichiarata sin dall’inizio un movimento trasversale? Alla fine prevalse la scelta di votare lui…E che dire del meraviglioso rapporto che si era stabilito tra lui e il Gracco, che era andato a casa sua a Novara a parlare della tesi che stava facendo sugli anni settanta e ottanta? Una sera, a un dibattito a Genova, ero seduto accanto a lui. Mi sussurrò con quel suo tipico tono: “che bravo quel Carlo Alberto, e il suo pensiero, il suo pensiero…”. Quella volta vidi il Gracco sotto un’altra luce. E oggi il Gracco era dispiaciuto…
Bene ieri il dibattito sullo “Statista” a Roma. Affollato, anche di assai autorevoli persone (grazie grazie; ma tranquilli, nessun politico). E decisamente intrigante. Bravissimi i due giornalisti, Enrico Fontana e Marco Damilano, nell’affrontare la questione del “democratico pubblico plaudente”, protagonista numero 2 del libro insieme a Cossiga. Bravi a entrare nel vivo: che malattia profonda abbiamo in noi che può portare alla creazione dei miti della politica, fino a giudicare positivamente (statista!) un presidente della Repubblica che ha picconato le istituzioni? Difficile darle un nome. Certo è la malattia mentale che porta consensi unanimi a Cossiga che diede l’assalto alla Costituzione e li nega a Scalfaro che la difese.
Per fortuna non è malata l’opinione pubblica mondiale: Libera è tra le prime cento associazioni del mondo, selezionata tra migliaia di associazioni impegnate nei rami più diversi, dalla medicina alla cooperazione internazionale. Ma ci torneremo…

 

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La memoria. I movimenti che pullulano. E "Lo Statista" che sbarca domani a Roma (vi attendo!) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 27 January 2012
 

Giornata della memoria. Giornata che aiuta a capire e a misurare noi stessi; e costringe a inorridire lo sguardo su quell’immenso “mattatoio” che è la storia umana (è una delle cose di Hegel che mi sono più rimaste piantate nel cervello). Melampo celebra la data con un bel libro. La testimonianza di Ines Figini, donna comasca (viva e attualmente in vacanza nel Maghreb!) passata per tre campi di concentramento. Che ricorda e perdona. Non so come faccia, ma perdona. Il suo racconto è stato raccolto da Giovanna Caldara e Mauro Colombo. Titolo, sopra una stupenda foto di bambina, Tanto tu torni sempre.
Io torno per fortuna da giornate belle ed entusiasmanti. A Bologna è nato il primo presidio di studenti medi di Libera. E’ stato dedicato a Mauro Rostagno. Regista, Daniele Borghi, che ha costruito con pazienza e bravura questo successo, che mette insieme diverse scuole superiori, nove mi pare. Tutto ospitato nella storica aula di Giurisprudenza dove da sette anni Stefania Pellegrini tiene i suoi affollatissimi  seminari con i testimoni dell’antimafia. Alla sera incontro al mitico “Fuori Orario” di Gattatico, vicino a Reggio Emilia. La Convergenza preso come punto di partenza per riflettere sulle mafie al nord, visto quel che sta accadendo anche nell’Emilia rossa (lo volete capire che non si tratta solo di formule politiche, ma di testa?). Il “Fuori Orario” è proprio un’altra dimensione dell’esistere. Con le carrozze ferroviarie sistemate alle spalle di chi mangia, nello stesso locale, e fuori, al di là della grande vetrata, altre carrozze che sfrecciano sui binari. Con me in trasferta anche Dario ed Ester, di
www.stampoantimafioso.it. La gente voleva sentire anche loro, i miei studenti che si stanno facendo largo nella storia del giornalismo civile (modestia, mi raccomando…). Ieri a Genova si è aperta invece la rassegna editoriale “Testimoni liberi” che ho organizzato con Margherita Rubino per accompagnare il percorso di Libera verso il 17 marzo. Folla oceanica per il libro di don Ciotti (La speranza non è in vendita), e sono soddisfazioni perché quando arrivai a Genova per collaborare con la Vincenzi trovai la città che conoscevo da sempre, ossia una delle più renitenti in Italia a parlare e far parlare di mafia. E dunque anche soddisfazione per l’apertura della bottega della legalità nel bene confiscato di Vico Mele ("In scia stradda" si chiama). Stupende quelle tre vetrine, i prodotti dei beni confiscati, di chilometro zero, del commercio equo e solidale e delle cooperative carcerarie. Vi assicuro: è stata una grande festa di popolo, dietro i due don (Gallo e Ciotti). Se penso a quello che ho faticato per ottenerla, sin da quando mi trovai una delibera malandrina che diceva esattamente il contrario di quel che avevo previsto…Ma ora nasce il distretto della legalità, per merito di pochi funzionari del Comune e di un pugno di commercianti di buona volontà. Ah, le persone…
A proposito di persone, do sentito appuntamento a tutti gli amici romani per domani sabato a Roma. Alla libreria Fandango di via dei Prefetti (ore 17.30) verrà presentato il mio pregiato Lo Statista. Francesco Cossiga: promemoria su un presidente eversivo. Con me Enrico Fontana e Marco Damilano. Con brani letti da Beatrice Luzzi, la protagonista teatrale di Poliziotta per amore. Vi attendo! Ne varrà la pena…

 

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Ultimo aggiornamento ( Friday 27 January 2012 )
Io, professionista dell'antimafia (centesima puntata). E tutti a Palazzo Marino con Pisapia PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 23 January 2012
 

Be’, ragazzi, sono reduce da un generoso abbraccio di Ermanno Olmi, uno dei miei idoli, e potete capire lo stato di estasi in cui scrivo. Tutto è avvenuto in Bocconi, alla commemorazione di Roberto Franceschi, lo studente ucciso davanti alla sua università dalla polizia la sera di 39 anni fa…Olmi ha visto da lontano (e l’ha detto all’istante) che annuivo alla sua citazione di Giacomo Ulivi, giovanissimo partigiano di Parma. E’ scattato l’idem sentire. In più abbiamo un amico in comune, Corrado Stajano.
Il quale Stajano oggi mi ha difeso sul “Corriere” (grazie, grazie) dalla originalissima accusa di essere un professionista dell’antimafia. Ora che la polemica è diventata pubblica, penso di poterne parlare. Vi chiederete voi chi abbia avviato la polemica. Se il centrodestra, o qualche centro di opinione contiguo e ambiguo, o qualche cronista prezzolato. Ma no. L’ha avviata la capogruppo del Pd in consiglio comunale; che oggi dopo l’articolo di Stajano ha smentito, all’unisono con il partito, di essersi voluta riferire a me. Dico la verità: sono contento che non trovi il coraggio di rispondere della sue accuse. Però il fatto è che nel dibattito in aula sulla istituenda commissione consiliare antimafia si è lanciata contro i professionisti dell’antimafia, contro chi usa l’antimafia come vetrina, e ha detto di essere sempre stata d’accordo con la polemica di Sciascia. Ora, già riprendere quell’articolo per dichiararsi d’accordo, e proprio mentre si istituisce la commissione antimafia, lascia letteralmente di stucco. Ma qualcuno gliel’ha detto che l’unico bersaglio indicato per nome e cognome di quell’articolo era Paolo Borsellino? Qualcuno gliel’ha detto che l’articolo si concludeva dicendo che si sarebbe vista la carriera che avrebbero fatto dei magistrati per il “solo” fatto di avere combattuto la mafia? Qualcuno gliel’ha detto che la “carriera” di Borsellino si è conclusa cinque anni dopo saltando in aria? E’ d’accordo, lei, con quell’articolo? Già dirlo è significativo…E io, sissignori, ero il destinatario della pubblica rampogna. Già indirizzata infatti a me, con tanto di nome e cognome, due giorni prima nelle sue dichiarazioni a “Libero”, che ne aveva tratto un messaggio chiarissimo: “Il Pd affonda (o scarica, o sconfessa, non ricordo) Dalla Chiesa”. Altro che equivoco…Il bello, questo per completezza dei dati, è che l’accusa mi era stata mossa perché, su delega di Pisapia, avevo fatto una conferenza stampa con i presidenti dei consigli di zona 8 e 9 per dire che i consiglieri di zona minacciati dalla ‘ndrangheta avevano dietro tutto il Comune. Che non erano soli. Insomma, io copro le spalle ai consiglieri di zona e la capogruppo Pd in consiglio comunale colpisce alle spalle me…Tutto già visto, vero?
In ogni caso domani chi può venga al grande appuntamento in sala Alessi a Palazzo Marino. Ore 18. Insieme con il sindaco Pisapia, i membri del Comitato antimafia parleranno della criminalità organizzata a Milano. Presenti gli autori dei due libri che verranno presentati (conduce Adriana Santacroce), ossia: Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni, autori di “Mafia a Milano” (Melampo) e Marta Chiavari, autrice de “La quinta mafia” (Ponte alle Grazie). Dai che Milano, nonostante tutto, si sveglia.

 

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Ultimo aggiornamento ( Monday 23 January 2012 )
Vincenzo Consolo PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 22 January 2012
 

Se ne è andato Vincenzo Consolo. Mi prende un certo disagio a dovere ricordare una dopo l’altra persone che stimo, e ogni volta di più mi sembra che la vita e la morte siano in fondo la stessa cosa. Ho raccontato questo grande e generoso scrittore sul Fatto di oggi. Metterò l’articolo qui sul Blog domani pomeriggio, secondo gli accordi che ho con il giornale. Voglio che tutti sappiano, al di là dei grandi meriti letterari, che Consolo con umiltà e modestia è stato tra i sempre presenti dei movimenti civili di questi anni. Mai una firma negata a una causa giusta, ma soprattutto molte presenze dirette sulla strada, in piazza, sulle scale del palazzo di giustizia. Non l’intellettuale che firma e manda avanti, ma l’intellettuale che viene e resta e non chiede spazi per sé, anche se è sempre disponibile a spendere comunque la sua parola. Consiglio a tutti Lo Spasimo di Palermo, del 1998. Bellissimo. Non l’ho scritto ovviamente sul Fatto ma qui lo posso dire: devo a lui l’idea delle Ribelli. Eravamo al salone di Torino a presentare il libro di Rita Borsellino e lui fece un intervento magnifico sulla donna siciliana che nella sua ribellione dolorosa alla mafia sembra la protagonista di una tragedia greca. Fece l’esempio di Francesca Serio, la madre del sindacalista Salvatore Carnevale. Io pensai che aveva ragione, che io alcune di quelle donne le avevo conosciute e che era giusto dedicar loro un libro. Lo scrissi (ovviamente) a Stromboli in estate e in dicembre venne lui -non potevo chiederlo che a lui- a presentarlo alla Camera del lavoro di Milano.
Oggi penso che nemmeno una città come Milano possa permettersi di perdere in un mese due intellettuali liberi come Bocca e Consolo senza trovarsi più povera. Purtroppo la mediocrità sale senza scampo dal mondo delle fortune economiche incontrollate come dal mondo della politica, fradicio di corruzione e di ignoranza. Ma ci tornerò su un altro post. Qui non voglio guastare un tributo di amicizia che va a Vincenzo, scrittore di fantasia e di passione, ma anche a Caterina, la sua compagna, e a Nino, il nipote carissimo.

 

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Comandanti che clonano comandanti. Viaggi e nomi indimenticabili PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 20 January 2012
 

E io non dovrei parlarvi di questo capitano Schettino? Soprattutto dopo avere visto (perché la biondina è sempre ottima rabdomante) il medesimo su youtube che annuncia trionfante ai passeggeri, prima di partire, che sarà una crociera “indimenticabile”? Indimenticabile è stata. Codardo ma profeta. Non dovrei parlarvene io che sono cresciuto con dentro l’etica militare, fosse quella del capitano della nave o del maresciallo dei carabinieri? E che poi vedo un tipo in divisa, sia pure civile, che se la svigna nel momento del pericolo negando che la nave stia andando a picco? Schettino. Da pronunciare indugiando sulla “e” e poi sulle due “t”. Uno di quei nomi da mandare a memoria per quando si rifarà la storia simbolica di quest’era avventurata. Così come la Costa, colosso del godimento, simboleggia ben più di se stessa con quella stazza che affonda, resa relitto dalla fellonia di chi aveva i gradi del comando.
Ma non l’abbiamo già vissuta questa scena, amici? Non abbiamo già avuto un comandante che annunciava feste e prebende per tutti, allegrie e momenti indimenticabili fra tintinnar di bicchieri, che esibiva fiero i suoi gradi (unti dal Signore, addirittura, i suoi)? Un comandante che beatamente, per ignoranza e per tracotanza, portava la nave contro gli scogli, non apposta, mica era cattivo, ma per divertirsi, perché rispettare le regole è troppo grigio, è da donne cispose o da lugubri sinistri, e ci portava non solo la nave affidatagli ma anche, ovviamente, tutte le persone che ci stavano sopra? Non l’abbiamo visto negare l’urto, la falla, l’acqua che entrava, il pericolo e intanto trastullarsi con ragazze dell’est o del Marocco o di ogni parte del mondo? Non l’abbiamo visto pensare prima di tutto a sé e ai suoi beni, altro che pensare a mettere anzitutto in salvo i vecchi e i disabili e i bambini? L’abbiamo avuto questo comandante. Solo che nessuno gli ha urlato “torni a bordo, cazzo”, e per questo lo scandalo è stato minore. Perché lo scandalo c’è se ha davanti a sé il suo contrario. Come quel calciatore del Gubbio (mi sembra) che ha rifiutato di farsi comperare. E qui smetto, la notte non è delle più allegre e forse un giorno vi dirò perché. Intanto prego tutte le amiche/amici: non insistete, per favore, non ci sono più giornate intere da dare da qui a giugno compreso. Al massimo riesco a racimolare poche serate. Piuttosto pensate a preparare bene, con il dovuto entusiasmo, la vostra partecipazione alla giornata nazionale di Libera di Genova il 17 marzo (insieme a centinaia di familiari di vittime, ormai ci sono i nipotini). Se si becca la giornata di sole, potrebbe essere un appuntamento di leggenda. Oso addirittura dire “indimenticabile”. Tanto al posto di Schettino c’è don Ciotti.

 

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Il signor Giusto. E un melograno per amore
 

Il Fatto Quotidiano
29.1.2012

In certi giorni di primavera, in quel punto esatto di via Monte Bianco, ne vengono fuori a quintali. Un’ immensa macchia rossa di melograni in cima alla Viscontina, come si chiama la collinetta una volta proprietà dei Visconti a Cardano al Campo. Siamo in provincia di Varese, zona di piccola industria e agricoltura familiare. Scorre qui una delle storie più poetiche che si possano ascoltare. Il protagonista è un signore robusto e sorridente di settantotto anni. Baffi quasi bianchi, golf bianco e una maltese scodinzolante bianca pure lei. Giusto Ferazzi è il suo nome. Origini e nostalgie contadine alle quali ha dedicato anche versi che regala volentieri al visitatore. Iniziò a lavorare nei campi a sette anni, “la licenza elementare l’ho presa grazie a qualche cappone e salame che mia madre regalava alla maestra. Sa, i miei avevano bisogno di me, allora non usava andare a scuola.” Eppure è proprio ai tempi della scuola che bisogna tornare se si vuol capire qualcosa di quei melograni che arrivano a ondate dal giardino di una villa sulla pubblica via. “Ci portarono in corriera a Mornago, qua vicino, per un raduno fascista. Io ero un figlio della lupa. Restai solo sul muretto della Casa del balilla , non avevo niente da mangiare per merenda. E fu allora che venne verso di me una bambina della mia età, una nuvola di capelli neri ricci con un fiocco bianco di lato che li teneva insieme. Anche lei era lì per il raduno, come “piccola italiana”. Aveva un sorriso indimenticabile. Guardi qui la foto, io non ci riesco a descriverla bene. Mi chiese il mio nome. ‘Giusto’risposi, e lei non mi prese in giro come facevano tutti, ‘giusto e sbagliato!’ mi scherzavano. Mi regalò per merenda un melograno dicendomi ‘Mi chiamo Gianna ma se vuoi chiamami Giannina’. Una visione. Poi però la riincontrai a scuola. E poi di nuovo quando provai senza successo a iniziare le scuole commerciali. Andai a lavorare a undici anni, infatti, portavo il carbone con un asino. Ma poi negli anni ci siamo rivisti lo stesso. Finché ci siamo sposati. Sa, venivamo anche da famiglie simili. Contadini noi, contadini loro, di Treviglio, dove ancora circolavano i racconti degli anziani sul signorotto locale che pretendeva lo ius primae noctis, come si chiama. Tutti e due i padri mandati al confino dal fascismo. Il mio perché una volta al bar, durante un discorso del Duce alla radio, si era alzato in piedi ma si era rifiutato di togliersi il cappello.
Abbiamo lavorato tutta la vita. Io alla Dragoni, una ditta di tessuti, dove entrai a 14 anni per fare le pulizie e da cui sono uscito a sessanta come vicedirigente. Pensi che quando ho fatto il caporeparto la produzione è raddoppiata, quello prima di me tirava le sberle ai ragazzi e li trattava a parolacce. La Giannina invece ha iniziato alla Vittoria, una grande azienda di maglieria intima di Gallarate, poi si è dedicata alla ditta di pizzi e ricami che abbiamo messo su insieme già da fidanzati, lavorandoci la sera. C’è ancora, ci lavoro io -mica ho smesso, sa?- con mia figlia Caterina. Pensi che questa casa l’ho costruita tutta con le mie mani, io e la Giannina. Sono 170 metri quadri a pianterreno e altrettanti al primo piano, più i terrazzi. E poi il giardino qui intorno. Ulivi, nocciolo ritorto, camelie, anche le palme. E i fichi e i castagni. E poi i melograni, certo. Ci ho messo pure il ruscello, come quello che scorreva nella nostra corte contadina.” E’ romantico ed energico, il signor Giusto. Ha fatto sport. Come tennista e soprattutto come ciclista, pedalando sbancava alle gare aziendali. C’è una foto nella stanza dei ricordi in cui punta il traguardo solitario con le braccia alzate e la Giannina gli corre incontro sulla strada strapazzando il regolamento. “Ho avuto la fortuna di sposare la donna più bella del mondo, o almeno così mi sembrava”.
 

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