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Ricordo di uno "zio" particolare |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Thursday 12 August 2010 |
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Oggi in una chiesetta accanto al Fatebenefratelli di Milano ha ricevuto l’ultimo saluto una persona particolare. La chiamavo “zio”, “zio Luigi”. Anche se non era mio zio. Era il marito di una compagna di scuola di mia madre. Ginnasio a Napoli, anni trenta. Mia madre la ritrovò negli anni cinquanta a Milano. Presero a frequentarsi, l’amica abitava a poche centinaia di metri dalla grande caserma di via Moscova, di cui io conoscevo ogni anfratto. Erano così legate che vinse l’uso meridionale. Gli amici vennero chiamati zii dai figli degli altri. E loro divennero per noi zia Rita e zio Luigi. Facevamo gite indimenticabili (anche perché non furono più di due o tre), il mio cockerino riconosceva l’arrivo di zia Rita dal rumore di tacchi all’inizio delle scale. Io ricevevo vestiti, soldatini e libri usati da Giorgio, il loro figlio maschio. E per similitudine dovetti fare la sua sezione al Parini (lui era più grande di me), così che mi toccò imparare lo spagnolo: lingua bellissima e dolcissima, ma che poi mi creò un sacco di problemi quando arrivarono i trasferimenti a raffica e non si trovavano sezioni di spagnolo a Roma o a Torino. Imparai più tardi l’inglese a Londra, dove c’era ad aiutarmi (pensa il caso) proprio Floriana, ossia la loro figlia, più grande a sua volta di Giorgio. Con lo zio Luigi andavo a vedere le partite ogni domenica; e lui mi difendeva da chi voleva darmi gli scappellotti perchè proprio non mi controllavo. Intervenne lui per farmi mettere i pantaloni lunghi (i pantaloni lunghi!) a tredici anni e non a quindici, come nelle previsioni paterne. Ero già un anno avanti, mi risparmiò figure tapine con tutte le mie compagne di scuola. E’ una storia lunga. Qui basti dire che dopo via Carini dell’82 fu proprio la zia Rita, di idee opposte alle mie, a farsi ricevere un giorno da Montanelli per chiedergli di smetterla con il mio linciaggio (già, perché Montanelli non fu sempre quello del ’94...). Spiegò, appunto, di essere mia zia...Lui le rispose che avrebbe smesso se avessi smesso anch’io (!!!). Zio Luigi, a sua volta, difese la memoria dell’amico ucciso in ogni modo. Quando uscì il celebre libro di Nicotri con le frottole del maresciallo Incandela (vedi qualche post fa) che diffamavano mio padre, organizzai un confronto pubblico nella sede delle Acli a Milano. Ne ho già scritto ma non posso fare a meno di ricordarlo ora: con il generale Bozzo e con il giudice Spataro comparve dietro il tavolo dei relatori anche zio Luigi. Non aveva mai parlato in una occasione pubblica, ma lo fece per l’amico. Al quale, ai tempi del terrorismo, preparava gli spaghetti a tarda sera. Mio padre stava allora in un’altra caserma, in via Marcora, ed era vedovo. Si vedevano così: mio padre dal primo piano e lui dall’undicesimo di via Turati 29. Un segno prudente e convenzionale dalla finestra illuminata e lo zio Luigi metteva l’acqua a bollire. Qualche anno fa se ne è andata la zia Rita, che lui aveva accudito nella malattia per molti anni. Quando ho potuto (ahimé, qualche volta di meno, devo dire) gli ho fatto compagnia. Ho avuto l’idea, di cui oggi sono felice, di andare a vedere con lui, noi due da soli, la finale dei mondiali, con una bella bottiglia di vino. Oggi è stato salutato, io l’avevo visto lunedì mattina, senza sapere quanto sarebbe durata. E’ andato il Gracco, che si chiama come il suo amico più caro. Io questo saluto e questo grazie gli dovevo. E se è materia poco pubblica scusatemi. Però lo sapete, questo è un blog particolare... Scrivi un commento (8 Commenti) |
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Ultimo aggiornamento ( Friday 13 August 2010 )
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Case, animatori e sogni da scrittore |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Thursday 12 August 2010 |
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Cari i miei blogghisti, sono in sosta nei pressi di Menfi, Sicilia che guarda l’Africa, a un chilometro da un mare blu e freddissimo (e rigenerante). Scrivo da una collina ventilata e con una dolce piscina a dieci metri di distanza. Ospite di mio cognato Luigi detto Luisito, imprenditore, che la casa (a un piano) se l’è costruita con i suoi soldi e a sua saputa. Di questi tempi bisogna sempre precisarlo. Vedo a proposito con piacere che sui blog e in rete viaggia lo stesso interrogativo lanciato in casa nostra dalla biondina: ma se chiedono le dimissioni di Fini per la casa di Montecarlo, che cosa bisogna chiedere a B. per la casa di Arcore? Il lancio senza paracadute dalla Rupe Tarpea? Il tuffo nell’Olona dall’elicottero? Il capo cosparso di polvere di comunisti? Noto pure con piacere che i blogghisti per raccontare la vicenda di Arcore si rifanno, citandone lunghi brani, alla mia “Fantastica storia di Silvio Berlusconi”, che fu all’origine di Melampo (avendo difficoltà a pubblicarla, decisi che me la sarei pubblicata da solo, e con Lillo e Jimmy nacque la casa editrice...). Naturalmente, anche in un posto d’incanto come questo devono arrivare i cretini a rovinarlo. E dunque, in un paesaggio che è un po’ Toscana e un po’ Sicilia, eccovi l’ecomostro. Un bell’albergazzo a non so quanti piani e con quante propaggini, neanche nascosto dal verde, che se uno lo vede dalla campagna pensa “e che se ne fanno?”. Poi lo vede dal mare e capisce tutto: ne fanno un “vista mare” (e se poi non lo vedi paghi lo stesso perché sei un citrullo). Da questo albergazzo, mentre tu guardi le rondini e pensi al canto delle cicale, arrivano per almeno tre-quattro ore al giorno le urla microfonate dell’animatore o dell’animatrice, trasformati in ossessi da televendite. Volano sotto vento per la valli e per i pendii: “e ora tutti insieme”, “e ora muoviamoci, forza, c’è da divertirsi”. E giù musica da luna park. Minchiazza, direbbe Lillo che non so dove sia, davvero c’è da divertirsi. Già l’idea di pagare l’albergo per sentirmi quelle urla sotto la stanza mi demolirebbe il fegato... Però resisto. Resisto alle news della politica e scrivo. E ogni notte, ci credereste?, sogno quelli che avranno da lamentarsi del mio libro, della mia analisi-racconto delle “convergenze” tra mafia e politica. Passi per il terribile sogno di B. che mi chiedeva di dargli ragione “anche solo un pochino”. Ma ho sognato pure Marini. Alla fine che galleria onirica riuscirò mai a collezionare? E con questo interrogativo angoscioso vi lascio temporaneamente. Controanimatori di tutto il mondo unitevi. Scrivi un commento (4 Commenti) |
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Storia di un padre operaio |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Wednesday 11 August 2010 |
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Attraverso qualche giro telematico mi è arrivato questo scritto bellissimo. Lo pubblico sperando che l'autore non se ne abbia. Voglio ricordare la dignità di mio padre operaio
09-08-2010 di Luca Mazzucco
Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera. Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica. L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo. L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie. L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università. L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro. L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze. Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.
Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su La Stampa di Torino, ho letto l’editoriale del Professor. Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal professor Mario Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di Martedì 27 luglio 2010).
Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria. Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis.
Odorava di dignità. Scrivi un commento (6 Commenti) |
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Brera: ovvero la faccia come il c... (più Cuore) |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Monday 09 August 2010 |
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Lo avrete senz’altro immaginato: la prima tentazione è stata di scrivere quel c... per intero. Poi ha prevalso la mia antica predilezione per lo stile e mi sono contenuto. Ma faccia come il c... rimane, eccome. Nulla di attuale. Sto lavorando con strepitoso furore creativo al mio secondo libro dell’estate (il primo, l’antologia Einaudi sui classici dell’antimafia, è già in bozze). Si intitola “La convergenza. Mafia e politica nella seconda Repubblica”. Originale, moderno; almeno mi sembra, ma vedrete poi voi. Così, mentre spulciavo i giornali delle ultime settimane per controllare alcuni nomi dell’inchiesta della Boccassini sulla ‘ndrangheta a Milano, mi sono imbattuto in un articolo sul Corriere a firma Paola D’Amico. Materia: l’annoso trasferimento dell’Accademia di Brera alla nuova sede, da me individuata e ottenuta (quando ero sottosegretario all’Università) nella vecchia e centrale caserma di via Mascheroni. Be’, gente mia, stando alla cronaca, sembra che questa scelta (che allarga l’Accademia e anche la Pinacoteca) sia stata fatta dall’attuale governo e dal commissario straordinario per la Grande Brera, Mario Resca, “il quale per sei mesi ha lavorato all’accordo che ha portato 20 mila metri quadrati di spazi in più per l’Accademia di Belle Arti”. Quello dello spazio era stato infatti “uno dei punti dolenti sul quale i precedenti progetti di trasloco si erano impantanati”. Tanto che “è ancora viva (in chi? dove?) la protesta di due anni fa, quando un primo accordo che assegnava all’Accademia appena 8 mila metri quadrati venne firmato ma poi contestato da professori e studenti”. “Soddisfatto il direttore dell’Accademia, Gastone Mariani, che molto si spese per ottenere più spazi per gli studenti”. Non so a chi si debba questa giuliva rappresentazione (si lavora in tanti, infatti, a produrre un’informazione). Il governo, il direttore, l’autrice dell’articolo: chissà? In ogni caso sarà bene precisare. Il progetto che mi trovai io in eredità dal centrodestra non saltò per gli spazi (poi si capì che c’era anche quel problema), ma perché realizzava uno scippo inaudito alle casse pubbliche, favorendo senza pudore imprenditori privati (e il Corriere lo caldeggiava assai!). Il direttore attuale fece una campagna forsennata contro il trasferimento alla caserma raccontando che l’Accademia se ne sarebbe andata via tutta da Brera (non era vero, era esattamente come è previsto ora), che il nuovo spazio era di 4 o 5 mila metri quadrati (e non era vero, era come oggi; o forse la caserma è nel frattempo raddoppiata?) e che sotto terra c’era l’uranio impoverito (bum! e ora non c’è più? e chi l’ha tolto?). Il fatto è che dopo la protesta (quella che è “ancora viva”) non si poté che prendere atto che la mia proposta era la migliore soluzione tra quelle possibili. E il direttore ha giustificato la sua conversione con la voglia di aderire all’appello per Milano del Corriere della Sera. Che roba, gente mia. Anche a Napoli hanno inaugurato il teatro interno all’Accademia di Belle Arti che avevo voluto restaurare (un piccolo gioiello). Dice che a tavola, brindando, tutti mi nominavano; nei discorsi ufficiali nessuno però si era azzardato a ringraziarmi in contumacia (invitarmi, lo so, sarebbe stato pazzesco). Càpita. Vabbe’, descritta la faccia come il c... (della situazione, sia chiaro), e ribadito che l’importante è fare il proprio dovere a prescindere, ammettiamo che ci sono cose più gravi. A partire da quella povera signora filippina massacrata dal pugile ucraino a Milano in viale Abruzzi. Fosse stata italiana, la notizia avrebbe aperto i tiggì. Il razzismo purtroppo non colpisce solo chi commette i reati, ma anche chi li subisce. Non so quanto potrebbe servire in questi casi, però concordo per principio con Sofri: e se insegnassimo un po’ di più a leggere “Cuore”? Scrivi un commento (13 Commenti) |
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Io dico: governo antimafia (da un'idea di Riccardo Orioles) |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Thursday 05 August 2010 |
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Il Fatto Quotidiano 5 agosto 2010 E’ vero. Sa di muffa, il governo tecnico. Ma potrebbe anche sapere di rivoluzione civile. Di grande progetto di liberazione del paese. Immaginate per esempio un governo tecnico per combattere la mafia, ossia tutte le organizzazioni mafiose e quelle simili. Che si ponga fondamentalmente questo scopo. Partendo dalla consapevolezza (rivoluzionaria) che è questo oggi il primo grande problema del paese. Un’economia che viene divorata dai capitali sporchi, una politica sfregiata o umiliata dagli interessi criminali nei consigli comunali e in parlamento, un ambiente devastato da rifiuti tossici gettati in mare, nelle aree agricole o sotto le nuove costruzioni, professioni inquinate dai facili guadagni, la sanità come bottino di guerra e mica solo in Calabria, soldi sottratti a sicurezza e cultura per buttarli nelle fauci dei lavori pubblici di cricche e clan. E il bilancio dello Stato. E la finanza. E l’informazione, sissignori pure lei. Un governo tecnico che faccia in ogni campo tutto quel che serve a liberarci finalmente da questo aspirante esercito di occupazione, o a farlo arretrare, a non promettergli più un’Italia-eldorado da conquistare senza fatica. Fino alla fine della legislatura, perchè il governo Berlusconi è cotto, senza onore e non ha più la maggioranza. Tutto quel che serve. Nella sicurezza, nella giustizia, nella programmazione e gestione dei lavori pubblici, nella tutela dell’ambiente e del paesaggio, nelle politiche fiscali, nella scuola. Che fissi anche qualche vincolo alle politiche sanitarie delle regioni nell’interesse superiore della nazione. E che intervenga nell’amministrazione della cosa pubblica e nell’esercizio della democrazia rappresentativa. Immaginiamo, solo per fare qualche esempio: una legge per sveltire i tempi dei processi e che filtri i ricorsi in Cassazione; un’altra che introduca l’obbligo del certificato antimafia per i lavori di movimento terra (finora incredibilmente esenti); una per vietare concessioni, convenzioni e consulenze a imprese e studi professionali riconducibili ai parenti degli amministratori che le decidono; una per reintrodurre i concorsi per i segretari comunali (oggi “di fiducia” dei sindaci) e ridare poteri di controllo ai consigli comunali; una per cancellare la legge elettorale-porcata, a partire dalle liste bloccate. Una per riempire di maestri di strada i quartieri dell’abbandono e della devianza minorile. Eccetera. E poi i provvedimenti che non hanno bisogno di leggi particolari. I soldi a sicurezza, giustizia e istruzione. E basta invece con il Ponte, basta con i grandi eventi. Dare i soldi per l’Aquila agli aquilani, con ferreo controllo centrale (una bella white list) sulle imprese. E via i disinformatori di regime, a partire da chi usò il suo tiggì per definire “minchiate” (da cui l’eterno diritto all’appellativo di minchiolini) le affermazioni di Gaspare Spatuzza. Di nuovo eccetera. Scrivi un commento (8 Commenti) |
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Libri, balle, premi, ananas, pecorari, capezzoli e auguri |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Tuesday 03 August 2010 |
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Dove sono, volete sapere? A casa a Milano. E’ la mia più grande vacanza, almeno per iniziare. Libri e musica, ho rimesso mano perfino alle antiche cassette degli anni settanta e ottanta, e chi aveva più avuto tempo di cercarle? Silenzio fuori, lavoro in assoluta concentrazione e la sera amici o dialoghi in libertà con la biondina. Il libro per Einaudi, la più volte anticipata antologia (“Contro la mafia. I testi classici”), è in bozze. Mentre ho incominciato ieri la stesura de “La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica”, che uscirà per Melampo. Anche stavolta scrivere un libro spinge a leggerne molti altri che si erano solo sfogliati, e in genere la sensazione è piacevole (increspatura, diciamo così, trovando che Deaglio in “Patria”, molto bello, casca nelle balle di Incandela su mio padre; ma sempre su Deaglio ho scoperto che Pino Nicotri, il giornalista che ha fatto l’intervista inaudita a Incandela, era tra gli arrestati dal giudice Calogero nell’operazione contro l’Autonomia del 7 aprile ’79, ma guarda un po’...). Sono stato a Santa Ninfa del Belice, dove ho ricevuto il premio (una targa) del museo Cordio, dedicato a un grande pittore contemporaneo siciliano, Nino Cordio. Confesso, non lo conoscevo e mi ha affascinato molto. Tinte bellissime e le più originali pitture morte del mio repertorio di viaggi. Visitata Santa Ninfa. Dopo la celebre ricostruzione post-terremoto, l’hanno lasciata dov’era (Gibellina è stata trasferita su un’area vicina) ma ogni edificio restato in piedi e restaurato parla di una civiltà superiore all’attuale. Lì in piazza della Libertà, con temperatura a venti gradi o sotto, Beatrice Luzzi ha recitato per l’ennesima volta “Poliziotta per amore”. Con bambini assiepati sotto o accanto al palco, che sembrava il gran cinema Paradiso. Timori del sindaco (ex Rete) per quanta gente avrebbe partecipato: ci sono due matrimoni, e poi c’è anche una festa di compleanno. Verrebbe da ridere ma in un paese di cinquemila abitanti due matrimoni fanno; e pure un compleanno...Stupendo, comunque; ogni posto ha i suoi metri.. Mi ha fatto piacere vedere nell’occasione l’accoglienza riservata al libro di Caponnetto, “Io non tacerò”, curato dall’ottima Mariaaa e che già in questa stagione proibita ha fior di riordini. Infine, un consiglio amorevole per la cucina siciliana: più caponata e primosale e meno pesce spada all’ananas...Per favore... E a proposito di ananas, mi sono imbattuto via tivù in un programma terrificante, demenziale. Si chiama “Le Velone”. Una volta si diceva dei figli “ma non hanno dei genitori?”. Ecco, qui sarebbe il caso di chiedere “ma non hanno dei figli o dei nipotini?”. E anche di chiedersi “ma non c’è un elettore verde con il randello?” leggendo che alla festa per i 50 anni di Rotondi, piena di fauna berlusconiana e con il capezzolo della Brambilla immortalato da Dagospia, si dondolava Pecoraro Scanio, il vero killer del movimento verde in politica, autobiografia delle devastazioni della sinistra. Lascio perdere invece i randelli che ci vorrebbero per chi ha scelto di non andare ieri a Bologna (ma mettetevi nei loro panni: che cosa avrebbero potuto dire con la P3 disegnata sulla fronte?). Basta. Chiudo con un augurio tonante per il mio amico Nando: Benigno di nome e di fatto. Ottimi sessanta, vecchia quercia brindisina di adozione. Che il mare e i marinai (e i turisti) siano propizi a te e al glorioso Jaccato. E già che ci sono: auguri a Ciusepphe, nipote calabrese! Lo zio ti pensa. Scrivi un commento (6 Commenti) |
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Il dopo-Fini. La legge del mercato |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Saturday 31 July 2010 |
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Il Fatto Quotidiano 31 luglio 2010 Sarà un grande mercato. E’ l’Italia, bellezza. Le leggi della politica a uccidere il mercato; le leggi del mercato a uccidere la politica. Ora che la maggioranza si è fatta incerta (Verdini o Dell’Utri mica possono perdere tempo in parlamento), sarà sempre campagna acquisti. A decine verranno insidiati e lusingati con i metodi già illuminati dalle intercettazioni maledette: incarichi inverosimili, posti per mogli e amanti, comparsate tivù per piccoli narcisi crescono. La Lega alzerà il prezzo su tutto; prenderà il comando del nord, a partire dal sindaco di Milano. Tutti varranno di più: Lombardo e Micciché, i centristi di destra e i centristi di sinistra, e gli italiani capiranno meglio perché si sta al centro. Mentre gli elettori democratici dopo l’operazione Vietti si sentiranno fatti fessi due volte. I nani diventeranno giganti, capaci di tenere su o far cadere un governo, come sempre. E a Napolitano toccherà impedire le elezioni più disastrose della storia repubblicana e, contemporaneamente, la morte definitiva della politica. Auguri a tutti prima di Pompei. Scrivi un commento (13 Commenti) |
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Ultimo aggiornamento ( Saturday 31 July 2010 )
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Ultimo articolo |
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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo |
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Il Fatto Quotidiano 29 agosto 2010 Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”. Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”. Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere. Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi. |
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