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Paura e faccia tosta. E segni buoni |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Saturday 19 June 2010 |
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Dunque hanno fatto un’irruzione nella casa di Silvia Resta, La7, giornalista libera e ficcanaso, soprattutto nelle cose di mafia. Dopo le aggressioni telematiche ad Articolo 21 e a Libera Informazione si è arrivati alle aggressioni domestiche. Le hanno messo a soqquadro la casa facendogliene ben capire le ragioni. Hanno lasciato in evidenza materiale sulla strage di Ustica e sulla strage dei Georgofili. Mettiamo in fila: la legge contro le intercettazioni, il rifiuto della protezione a Spatuzza, le intimidazioni alla stampa più libera e meno potente. Questi hanno una paura fottuta e li vedo sempre più in grado di fare qualsiasi cosa se solo immaginano che il contesto glielo permetta. Ergo: facciamogli il contesto meno accomodante e più reattivo possibile. In secondo luogo: hanno assegnato il premio “Renata Fonte”, intestato alla giovane e coraggiosa assessore alla cultura di Nardò, uccisa nell’84 dalla criminalità politica pugliese per essersi opposta alla speculazione edilizia, a Mara Carfagna. Incredibile, non so quali siano le analogie in termini di combattività contro la criminalità organizzata e i suoi complici. Dice che la Carfagna se lo meritava per via della lotta allo stalking. Però non dovevano esserne tanto sicuri se alle figlie Viviana e Sabrina (alle quali mando da qui tutta la mia solidarietà) avevano taciuto il nome della premiata e avevano fatto solo il nome di chi lo avrebbe ritirato. Che servilismo… In terzo luogo: silenzio televisivo sull’Aquila e sulla imponente manifestazione di protesta dell’altro giorno. Gira giustamente in rete un comunicato di denuncia. Solo Rai3 e La7 ne hanno parlato: è stata la più grande manifestazione di tutta la storia dell’Aquila. Questa città sbattuta sugli schermi per fare la propaganda a B. & B. (Berlusconi e Bertolaso), usata e abusata in tutti i modi, anche i più indecenti, non ha avuto il diritto a essere raccontata appena ha voluto parlare attraverso i suoi cittadini. Insomma, non tutto va bene anche se l’affossamento (definitivo?) della legge bavaglio dà la misura della forza che la democrazia italiana, anche con i suoi opportunismi e i suoi interessi di parte, riesce ancora a esprimere. Non tutto va bene ma forse Napolitano non è estraneo all’affossamento, anche se non ha fatto il gesto plateale di rifiutare la firma. Non tutto va male, preciserei. Solo in questa settimana che chiude (e di cui non vi ho potuto fare il cronista globetrotter) ho visto cose belle e giuste e coraggiose alla scuola germanica di Milano, alla comunità Cascina Contina di Rosate in provincia di Pavia, alla prima festa dell’Anpi bresciana a Rovato. Ho fatto una estemporanea lezione di mafia e antimafia ad Alessandra, una ragazzina in affido presso amici bresciani. Pensate: si presenterà all’esame di terza media con uno “schema concettuale” su mafia e discipline scolastiche interessate. Le ho dato qualche suggerimento bevendo un bicchiere di rosso nel porticato della “sua” cascina a mezzanotte, dopo il dibattito. E lei si è entusiasmata, non avrebbe mai interrotto la lezione. E io neanche… Scrivi un commento (1 Commenti) |
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Brancher, Spatuzza e Palalottomatica. Idee per i giornalisti danesi |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Saturday 19 June 2010 |
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Avete ragione, pregiati blogghisti che ogni giorno aprite con ansia queste pagine. Mille scuse, come sempre dopo i lunghi silenzi. Ho pagato l’ebbrezza di Lisbona (oh, cara) con impegni a raffica ogni giorno. Però vi ripago subito con una bella notizia. Mi dicono che questo blog sia quello italiano più letto dai giornalisti danesi che vogliono capire il nostro paese. D’accordo, la stampa danese non è quella americana, però la cosa mi piace assai. E quindi mi sento in dovere di fornirvi subito tre ideuzze. La prima riguarda la nomina di Aldo Brancher a ministro per il federalismo. Già, perché ogni ben informato e ben pensante si sarà chiesto: ma come, ci sono un ministro agli affari regionali, un ministro alla semplificazione amministrativa, un ministro alle riforme, e ora arriva pure un ministro al federalismo? Allora è tutta aria fritta, se si ha bisogno di continuare ad aggiungere nomi e incarichi nella stessa casella? In parte sì, è il segno di un fallimento. E fra l’altro questa storia che la nomina di Brancher sia un favore a Bossi, visti i loro buoni rapporti, a me non convince. Secondo me è un siluro a Bossi. Ma scusate, perché fa il ministro delle Riforme, il papà della Trota, se non per realizzare il mitico federalismo? Mica l’han messo lì a fare la riforma della scuola o della sanità, giusto? Il punto vero però è che Brancher tra qualche settimana si dovrà presentare ai giudici per la vicenda della Banca Popolare di Lodi, e da ministro potrà opporre il legittimo impedimento su una questione che mette una fifa blu a tutto il centrodestra (il povero Fassino è una comparsa, in tutto questo). Come avevamo detto da subito: una volta fatto il legittimo impedimento, nasce un nuovo criterio per fare i ministri. Esattamente come si candida in parlamento per regalare l’immunità dagli arresti. Altra ideuzza. Il rifiuto della protezione a Gaspare Spatuzza non è solo una confessione di colpa del potere politico. Ma è una pedina cruciale in vista dell’assoluzione di Dell’Utri. Vedrete se questo mancato riconoscimento di “status” giudiziario non peserà; e soprattutto se, da qui alla sentenza finale, un certo giudice non lo userà per convincere i suoi colleghi che Dell’Utri è perseguitato da false testimonianze o da testimonianze raccolte senza scrupolo da qualche piemme. Terza ideuzza. L’adunata di oggi del Pd al Palalottomatica a Roma produrrà un effetto zero. Non si può convocare l’opposizione per dire che la manovra è “sbagliata”. La manovra è iniqua e si inserisce in un contesto ancor più iniquo, con un parlamento costretto a discutere per mesi di intercettazioni anziché dei problemi economici e della disoccupazione. E poi non si convoca un partito al chiuso per manifestare contro un governo. Alla manifestazione di piazza sei comunque protagonista: inventi e urli slogan, organizzi coreografie, tiri fuori parole d’ordine, parli con le persone che si avvicinano. Al chiuso sei solo un pubblico plaudente, privo di valore sociale. Se si vuol fare un convegno si fa il convegno (e ce n’è bisogno). La grande manifestazione di opposizione è un’altra cosa. Detto ciò, secondo voi sono al Palalottomatica? Scrivi un commento (5 Commenti) |
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Ultimo aggiornamento ( Saturday 19 June 2010 )
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Diario da Lisbona/4. E fu subito il Cretino Padano |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Monday 14 June 2010 |
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Ed eccoci alla quarta e ultima puntata del diario da Lisbona. La scrivo in aereo accanto al papà di due bellissimi bambini di colore addormentati come caprioletti. Ieri sera la festa di Sant’Antonio è stata un autentico poema letterario. Sfilate, giocolieri, trampolieri, belle ragazze che fuoriuscivano dai finestrini delle auto, ma soprattutto una selva verde chiaro brillante che si distendeva sulla città, senza distinzione di rione. Erano le parrucche color verde sgargiante che portavano decine di migliaia di festanti, di ogni età, fino agli ottanta. Quel verde simboleggia il basilico, pianta dell’ abbondanza. Le parrucche attaccate alla testa con un grosso elastico rosso facevano la bandiera portoghese che, come ho già detto, a Lisbona si indossa o si mostra con allegria, senza fare gli eroi da operetta. Segno di abbondanza è anche la sardina, alla quale inneggiavano masse di sedie in cartone (W a sardinha!, ci stava scritto, mentre da noi quasi quasi ci si vergogna a offrire agli invitati le sardine -io ci ho fatto la cena di nozze però, ricordo-). File disciplinate davanti ai venditori della mitica ginjinha (si legge più o meno “scinscigna”), bevanda alcolica di amarena, che è stata oggetto del mio desiderio per una giornata intera. E poi tavoli e tavoli e tavoli apparecchiati per ogni dove. Con torme di bambini che spuntavano di corsa a grappoli dai vicoli. La sangria era annacquata e per questo deludente. Perciò il vostro cronista si era segnato a mente di muovere questo appunto a Lisbona dopo averla tanto decantata. E invece si è ricreduto con un po’ di tenerezza. La sangria non viene annacquata, infatti, per frodare il cliente, ma per una buona intenzione. Siccome per servire le infinite tavolate per strada gli osti improvvisati devono fare dei pentoloni di sangria, poi non sanno dove metterle per tenerle in freddo. Nessuno ha maxifrigoriferi e quindi ci buttano dentro palate di ghiaccio. Telchì l’arcano. Ma a Lisbona, naturalmente, succede anche dell’altro. Succede ad esempio che la polizia sia molto gentile, ma sì, pure lei. D’altronde qui i militari hanno fatto la rivoluzione dei garofani... A Lisbona, ancora, vedi i film stranieri, al cinema e in televisione, senza doppiaggio. Tutto con i sottotitoli, così ci si abitua a sentire l’originale e anche a misurarsi meglio con le altre lingue; chi vuole, naturalmente. Unico neo: gli steward e le hostess portoghesi, quando devono versare da bere in aereo, sono degli autentici pericoli pubblici. Visto all’andata e al ritorno. Stargli accanto è una sofferenza. Bella bellissima infine la zona di Almada, dall’altra parte del Tago, dove si fanno festival teatrali e dove ci sono ristoranti sul mare romanticissimi (luoghi 9, cibi dal 6 all’8). E bene benissimo dicono dell’Alentejo, sud del Portogallo, dove sarebbero ancora più gentili che a Lisbona. Ci andrò. Ma per ora qui finisce. Grazie amici che avete offerto viaggio e albergo. Grazie agli amici di Lisbona (Ugo, Mariella, Giovanni e Francesca, in rigoroso ordine di età) che ci hanno reso il viaggio più bello. Fatte un po’ di foto, ma non punirò nessuno, tranquilli. P.S. Appena arrivati a Milano, preso il treno per Cadorna delle 20.03, io e la biondina ci siamo imbattuti nel Cretino Padano. Quello che “i sinistri”, quello che “i comunisti fanno le case tutte uguali” (infatti: io ne farei una lilla a rettangolo fino al secondo piano, poi a palla color arancione a quadretti viola fino al quarto, così, per non sembrare in Bulgaria…), quello che “vogliono diritti e niente doveri”, quello che “i ragazzi si laureano senza saper niente, gli danno il 18 politico”, ecc. ecc. Che paese, ma si può? Ignoranti e rancorosi. Almeno ignoranti e allegri no, eh? La biondina lo ha fulminato, mentre il genio sbagliava anche l’uscita dal treno: “il premio Nobel”. Io ci farò uno spettacolo teatrale: “Il Cretino Padano”. E così sia. Scrivi un commento (8 Commenti) |
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Diario da Lisbona/3. Muito obrigado |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Saturday 12 June 2010 |
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Qui Lisbona, Portogallo, ultimo lembo dell’Europa prima dell’oceano Atlantico. Qui Cabo da Roca, “onde a terra acaba e o mar comenca”, come sta inciso sul monumento estremo a firma Luis de Camoes. Eccoci dunque alla penultima puntata. A Lisbona sembra sempre festa. In realtà ho preso un’infilata strepitosa di ricorrenze. La festa nazionale prima. Poi i venticinque anni dell’ingresso in Europa. E stasera-stanotte la vigilia del santo patrono, Sant’Antonio. C’è aria da sabato del villaggio, e che villaggio. Marce popolari previste sulla Avenida da Liberdade, dove i miei benefattori mi hanno prenotato (e pagato; smack!) l’albergo. Aria da straripamento per le strade. Che sono in quest’ora semivuote per la semplice ragione che si preparano a riempirsi. Una parte della città sta preparando le salsicce e soprattutto le sardine da vendere per strada, un’altra parte (più i turisti, pochissimi italiani) si sta preparando a farne sublime scorpacciata tra canti e danze. Già si odono suoni di tromba venire da lontano mentre perfino nelle navate delle chiese si annusano acuti odori di cibo. Volete voi che le sagrestie rinuncino ai guadagni della grande festa del patrono? In ogni terrazza o belvedere i tavoli sono già apparecchiati, la gente si prepara con una birra o sbadigliando felice (o fotografandosi altrettanto felice) sulle panchine. Fermento e tovaglie agli angoli delle strade. Anche davanti alle sezioni del partito socialista, dove evidentemente non fanno ancora scuola quelli secondo cui l’importante è comunicare. Semmai a Lisbona il partito socialista comunica un certo orgoglio della sua storia. La sua sede nazionale è dipinta di rosa e sulla grande parete che dà sulla piazza campeggiano enormi foto di tutti i suoi segretari. A Lisbona accadono cose per me impensabili, anche se assolutamente desiderabili. Puoi prendere uno dei suoi tram gialli e se a un certo punto non ci sono abbastanza posti in fila per far sedere accanto te e i tuoi amici, puoi chiedere a un passeggero se per cortesia si sposta in quell’altro posto vuoto per rendere più piacevole il tuo viaggio. Mi è capitato ieri. Signora si può spostare? E lei con grande sorriso si è spostata anche se per via della sua pinguedine il nuovo posto le andava più scomodo. Un sorriso, un obrigado, un’obrigada (a Milano avrebbero detto “ma vai a lavorare”) e la vita è più bella: perché la gita è più carina, perché trionfa la gentilezza. A Lisbona hanno già anticipato i sogni di B. Il ponte Vasco da Gama, che il vostro caprone aveva sempre chiamato Vasco de Gama, è più lungo di quello che vorrebbero fare sullo stretto di Messina. A Lisbona il sottoscritto ha pensato con fierezza a quando era candidato sindaco e proponeva per le periferie affollate e solitarie di creare latterie sociali. Mi sono imbattuto in una splendida “leitaria” in Rua dos Sapateiros dove persone di tutte le età stavano ai tavoli o fuori sull’uscio e consumavano in compagnia, e mentre bevevano o mangiavano si diffondeva dall’interno la musica di un trio (voce calda, flauto o sassofono e chitarra) e si rideva e si applaudiva. Non sono riuscito a entrare, ma mi è venuta nostalgia per non averne potuto regalare una bella manciata ai milanesi. A Lisbona i pescatori si ammassano sul Tago all’imbrunire e si dispongono in fila con canne e felpe e i cappellini sulla testa. Perché qui fa fresco, mica si scoppia dal caldo come in Italia. Scrivi un commento (2 Commenti) |
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Diario da Lisbona/2. Obrigado (e sull'Italia parole concise) |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Friday 11 June 2010 |
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Continua diligente il resoconto da Lisbona per gli amici della Rete (ovvero i benefattori che mi hanno regalato questo magnifico “viaggio per due” per il mio compleanno). Seconda puntata, dunque. Per Lisbona si aggirano dei turisti un po’ caproni. Come il sottoscritto, per esempio, che sentiva “obligado” quando qui si dice “obrigado”, come mi ha subito avvisato la provvida Alessia gettandomi nel raccapriccio. Si vede che ho la propensione a parlare quello che qui chiamano spregiativamente il “porgnol”: ossia un portoghese imbastardito di spagnolo. A Lisbona ci sono ancora i lustrascarpe, eredi di un mestiere antico e di umile sapienza. A Lisbona se vai al bar e ti siedi a un tavolino non ti portano lo scontrino insieme con il caffè o la birra. Non ti intimano cioè di pagare subito come a Milano o Roma. Qui signorilmente lo scontrino lo portano dopo, e anzi lo devi chiedere. Pensierino: è bello ogni tanto non sentirsi trattare come un potenziale rapinatore. A Lisbona in molti musei si entra gratis, si vede che non li hanno ancora avvertiti che “in tutta Europa la cultura si paga, e salata”. Di più: a Lisbona puoi entrare negli hotel e nei ristoranti senza essere cliente ma solo per ammirare (gratis) i panorami da terrazze e vetrate. Nessuno ti insulta, e anzi i camerieri ti guardano orgogliosi e con gentilezza. Così come con gentilezza ti invitano, nei musei, a spegnere i telefonini; e se non lo fai, sempre con gentilezza, ti accompagnano fuori. Anche a Lisbona ci sono quelli che definiremmo gli enti inutili: direi che perfino un italiano può avere un sussulto ironico quando vede che esiste un Istituto per il soccorso ai naufraghi. A Lisbona i grandi navigatori vengono rappresentati come “scopritori”, mentre in Spagna sono “conquistatori”. Non so se sia il senso di colpa per le stragi perpetrate dai propri antenati in Brasile (e non solo) a produrre questa modestia semantica, però la cosa in sé mi piace. A Lisbona c’è la grappa di Capo Verde, buonissima. E nel suo golfo nuota e si pesca anche, dicono, la cernia con la carne migliore d’Europa. Sicuramente a Lisbona c’è oggi la festa nazionale. Non si celebra una vittoria ma Luis de Camoes, il Dante Alighieri locale, sedicesimo secolo. Bello che la festa nazionale sappia di cultura e letteratura e non di baionette. A Lisbona c’è pure una pista ciclabile di 23 chilometri, che accompagna tutto il lungomare fino e oltre Belem, quartiere marino dal fascino superiore, A Lisbona, quando ci sono le feste, il centro storico diventa alla sera un’unica tavolata con musica. Uno spettacolo stupendo per salite, scalinate e piazzette. Praticamente ogni casa privata che dà sulla strada allestisce all’esterno una tavolata o un banco e serve vino, o birra, o sangrìa, e sardine e salsicce e insalata. E poi mette musica e la gente balla e i ragazzi o le vecchie cantano ai microfoni e viene fuori una magia che sembra d’altri tempi ma che in realtà non hai mai visto in nessuna stagione della vita. D’altri tempi c’è solo la voglia innocente di divertirsi pagando poco. Il piacere di parlare con il vicino che non hai mai visto prima. Basta chiedere un’informazione e ci si racconta la vita. A Lisbona il sole tramonta alle nove e mezzo. E allora la sua luce si fa ancora più obliqua. Come vedete, benefattori cari, mi avete fatto un bel regalo. Obrigado io, obrigada la biondina. (P.S. Su quello che sta succedendo in Italia, dispensatemi dal parlare…Achtung banditi…) Scrivi un commento (4 Commenti) |
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Resoconto da Lisbona/1. Obligado |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Thursday 10 June 2010 |
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Resoconto (parziale) per gli amici della Rete che mi hanno pagato il viaggio “per due”. Dunque. A Lisbona ci sono molti portoghesi. A Lisbona ci sono una marea di bandiere portoghesi ai balconi e davanti agli edifici o nei locali ma nessuno canta prima delle cene conviviali (almeno io non ne ho visti) “siam pronti alla morte”. A Lisbona c’è una chiesa che non conoscevo con un soffitto in legno dipinto che è una meraviglia da mozzare il fiato. E’ la chiesa di San Rocco. La biondina sostiene che al confronto con San Pietroburgo è niente, ma le sue origini russe viziano il giudizio. Io che a San Pietroburgo mai sono stato, non saprei. A Lisbona ogni tanto i clacson suonano come nelle nostre città del sud. Ma meno che al Cairo. A Lisbona i tram antichi sono bellissimi e i turisti fanno a gara per andarci, anche se non si sa dove appendersi se sei in piedi. Da noi li manderebbero in demolizione. A Lisbona i bar e i ristoranti costano la metà che a Milano. Poi ci sono i ristoranti che costano di più, ma quelli li disertiamo. A Lisbona alla cassa dei grandi magazzini sono lenti come in una farmacia di Avellino. A Lisbona gli spazi sono grandi, immensi, almeno nelle vie centrali, e non si vedono praticamente bancarelle a infestar le piazze. A Lisbona ci sono anche gli italiani in vacanza. Uno mi ha chiesto chi avesse scritto “Sostiene Pereira” perché voleva comprarlo. A Lisbona ci sono molte ragazze di colore indigene. Alcune sembrano delle regine. A Lisbona le persone della mia età hanno ancora il segno del vaccino antipolio sul braccio. A Lisbona chi sa lo spagnolo si compri un dizionario di portoghese perché di spagnolo non c’è l’ombra, e anche quando le parole scritte si assomigliano l’accento (quasi genovese) le rende del tutto straniere. A Lisbona in centro ci sono un sacco di medie librerie, con in vetrina i libri sul Benfica. Vuol dire che gli affitti ancora non le strangolano. A Lisbona i ragazzi che si tengono la mano, i poeti, gli amanti e perfino i marinai hanno in favore una luce del sole diversa. Nostalgica, obliqua, sembra che dica sempre da dove viene e dove va. A Lisbona c’è il Porto e qui lo servono caldo, mica freddo. A Lisbona sono gentili, non ce l’hanno col mondo. Invece di dire “vaffanc…” o “negro di m…” dicono sempre “obligado”. Buona notte, amigos. Obligado per il regalo. Scrivi un commento (4 Commenti) |
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Da Mortara a Lisbona. E tutti all'ArciBitte! |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Wednesday 09 June 2010 |
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Datemi retta, amici. La scuola pubblica italiana non riuscirà a distruggerla nessuno. Ci proveranno, ci stanno provando. Ma è qualcosa di troppo più grande delle meschine voglie di vendetta degli incolti al governo. Troppo più grande delle smanie di profitto che si agitano nel settore privato, ansioso di fare dell’educazione una nuova lucrosa prateria. Abbiamo degli insegnanti che sono la vera Maginot della Costituzione e dell’Italia civile. Dice: ma ci sono anche i pigrazzi, i lavativi. E’ vero. Ma trascurate che la forza di trascinamento dei migliori è tale da portarsi dietro scuole intere. Ovunque ci sia un pugno di insegnanti disposti a farsi in quattro non per soldi ma per ideali, lì tutto ruoterà intorno a loro. Credo di averlo già detto su questi schermi. Me ne sono convinto ancora di più l’altro ieri, ospite della scuola elementare di Mortara, provincia di Pavia, riso e oche (tutto datomi in regalo, non le oche ma il salame d’oca). Dopo molte, moltissime perplessità (che capiranno, davvero, i bambini?) sono andato a farci un incontro sulla Costituzione. Ci ho trovato la meraviglia delle meraviglie. Mostre intere di disegni, poesie e pensieri dolci o fulminanti. I segni di un lavoro durato un anno. E l’attenzione di centocinquanta bambini, e le loro spontanee riflessioni su domande fatte da me al momento. Ecco, ho pensato, loro sì che dovrebbero avere il diritto di votare, mica quei caproni adulti che non sanno distinguere un capo del governo da un presidente della Repubblica. Chiedo scusa da qui a Giulio, il bimbo con la maglietta gialla. Gli ho fatto la domanda più difficile, che richiedeva una grande padronanza della nostra lingua, senza sapere che Giulio è albanese e che per stare orgogliosamente alla pari con i suoi compagni migliori si alza ogni mattina alle cinque per studiare. Vedere quella platea infantile, e in piedi lungo i muri le maestre trepide e felici per la preparazione dei loro alunni è stata una iniezione di adrenalina civica (a proposito, non riesco a farmi passare dalla testa la notizia che nella Costituente c’erano più laureati che nel nostro attuale parlamento; e in più c’erano anche gli operai e i contadini…). Continuo intanto la preparazione della Settimana dei Diritti a Genova. Annotate, annotate: 15-22 luglio. Sarà un appuntamento imperdibile. Prenotate in tempo, tra circa dieci giorni dovrei essere in grado di darvi il programma definitivo. Ne sto scoprendo delle belle sui premi Nobel ma per ora zitto mi sto. Segnalo invece la seconda assemblea aperta su Milano (come trovare il candidato sindaco?) domani sera all’ArciBitte in via Watt. Il mio Gracco maggiore con i suoi amici di “Undicimetri” si sta dando da fare perché si arrivi alle amministrative dell’anno prossimo senza cadere nei soliti giochetti truffaldini della politica da inguacchio. Che ciò vada a suo merito. Io vedo mettere in giro nomi improbabili sapendo che non accetteranno, per poi cavar fuori all’ultimo -per spirito di servizio, ci mancherebbe- qualche immancabile furbone. Tutto ciò, dimenticavo, vi scrivo da Lisbona, dove starò qualche giorno. Con la biondina, oh yes. E’ il regalo di compleanno degli amici della Rete (grazie, grazie, vi penserò uno per uno, a partire da Emmetì…). Che farò a Lisbona? Ritemprarsi sull’oceano, me l’ha detto il medico… Scrivi un commento (6 Commenti) |
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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo |
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Il Fatto Quotidiano 29 agosto 2010 Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”. Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”. Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere. Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi. |
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