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Vassallo, Iacona, Schifani PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Wednesday 08 September 2010

Impossibile non rendere onore da questo blog ad Angelo Vassallo, sindaco ambientalista assassinato dalla camorra. Sindaco coraggioso e soprattutto munito del coraggio di prendersi le sue responsabilità. “Perché devo essere l’unico a dire di no?” si chiedeva sempre più spesso -così raccontano- di fronte alle acquiescenze e alle vigliaccherie di tanti suoi colleghi, che con i loro forse e i loro sì o i loro silenzi-assensi lo hanno isolato, quasi indicato ai clan. Già, proprio per questi meccanismi cumulativi si finisce uccisi in un paese dove da tanto, troppo tempo disquisiamo della cultura della legalità. Questa storia mi ha fatto tornare alla mente quel che mi disse un giovane magistrato agrigentino quando andai a raccogliere il materiale per il mio “giudice ragazzino”. Vede, mi disse, il problema non è che sono io a espormi facendo un passo avanti. Io sto solo fermo dove mi hanno messo. Il guaio è che mentre io sto fermo gli altri fanno un passo indietro. Così quando mi volto scopro che sono solo, solo davanti a tutti”.

Ho visto con attenzione e, lo confesso, con qualche angoscia la bellissima inchiesta di Iacona sulla ‘ndrangheta, in Calabria e in Lombardia. Sconvolgente. Questo è giornalismo, questa è televisione amici miei, molto più perfino di annozero. Ma chissenefrega di sapere ogni volta che cosa dicono Ghedini o Belpietro. Io voglio sentire quel maresciallo della Finanza che lavora contro la ‘ndrangheta da decenni con il suo stipendio e misura ogni volta i soldi che hanno loro e i soldi che ha lui, inteso come Stato che deve sconfiggerli. Io voglio sentire i figli dei boss che dicono che nel loro paese ci sono dei problemi di ordine pubblico con i tempi che corrono, con questi immigrati. E magari anche che a scuola i loro figli sono guardati male dai compagni (e meno male, perché loro vorrebbero l’ammirazione). Il giornalismo non è chiacchiera tra giornalisti e politici dove poi spunta un inviato dà del tu alla D’Addario o a Massimo Ciancimino… Comunque, ora che abbiamo visto Lonate Pozzolo o Buccinasco, e ci aggiungerei anche Bordighera, nessuno dica più che esagero a parlare di colonizzazione, nessuno ripeta la solfa che “la questione è più complessa”. Era provincia di Varese e sembrava Corleone. Un capolavoro perfetto, questa Lega. Governa dei territori enormi da vent’anni con l’unico scopo di difendere l’identità padana e li ha trasformati in succursali della peggior Calabria. Complimenti vivissimi!!

Su Schifani alla festa del Pd, infine (oh, a queste feste si mangia proprio bene: risotto al tartufo l’altro ieri a Torino, cacciucco ieri a Grosseto). Io contesto il principio che il ruolo istituzionale lavi più bianco. Se siamo d’accordo che non può essere un riparo penale, non può essere nemmeno un riparo politico. Il ruolo istituzionale va rispettato nel senso che lo si tiene fuori dalle predilezioni destra-sinistra, poiché sta “sopra” per definizione. Ma proprio per questo andrebbe affidato a persone che siano all’altezza di quel “sopra”. Per avere risposto così, solo così, alla domanda “che ne pensa dei fischi a Dell’Utri e a Schifani?”, mi sono preso un’ovazione a Torino. Basta poco, di  questi tempi…

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Meglio Otranto (di Mancuso) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 05 September 2010

Torno da Otranto, dove Flare ha chiuso la sua settimana di Ole’ (Otranto Legality Experience; l’accento è solo vitaminico). Ho ricordato mio padre con Caselli ieri sera al castello. In piazza non si poteva perché diluviava. Molti giovani, tra cui -orgoglio di docente- alcuni miei studenti o ex studenti. Poi, confronto più ampio su beni e confische. Prendo atto che fa ancora fatica a passare la nozione di colonizzazione (da parte della ‘ndrangheta) di aree intere di Lombardia e Liguria. Sembra un’immagine esagerata, perché “la situazione è più complessa” (e  quando mai), e invece ha uno strettissimo fondamento scientifico.

Grazie comunque a chi è intervenuto così copiosamente sul post precedente. Dite che devo farmi consigliare da qualcuno per i miei sogni? Mah, in realtà a Stromboli bastava passare mezz’ora a vedere le stelle, e a sentire il profumo del vulcano...ossia staccare da questa materia, l’avevo ben scoperta la ricetta... In ogni caso credo di sapere qual è il mio problema: battermi per qualcosa di cui a tantissima gente intorno importa poco o nulla. Anche se commemora gli eroi, anche se recita con indignazione l’elenco delle collusioni. Mi pesa rivedere, scrivendone, la gravità estrema di quello che succede e che non viene capito.

Sarà però un libro diverso, e spero che svegli un po’ di coscienze. E a proposito di libri fatemi dire che ho definitivamente chiuso il mio giudizio sulla vicenda Mancuso, inteso come Vito. Non mi fa piacere essere d’accordo con la Mondadori. Ma vedo che oggi (su Repubblica) fa a Mancuso la stessa obiezione già fatta da me e da altri: e te ne accorgi nel 2010 del “gigantesco conflitto d’interessi”? Lui reagisce e accusa Mondadori di non parlare del conflitto d’interessi. Ma proprio non sa rispondere: perché solo ora? D’istinto, da subito, non mi era piaciuto il suo appello da profeta civile a lasciare Mondadori (ed Einaudi). E sinceramente pensavo che dopo le obiezioni (da schiacciare un elefante) un po’ si fosse impudichito. Invece no. Insiste a fare il campione di etica. Perciò qui vi dico che la cosa non convince, che c’è qualcosa di mezzo.

Mentre c’è di mezzo solo poca dimestichezza con i fondamentali negli errori che continuo a trovare sui giornali. L’altro ieri un vicedirettore del Corriere che parla di “dati che le autorità dispongono” (vado a memoria ma era questo l’errore da matita blu), poi un cronista su Repubblica di oggi che dice che il tale “spera su” (sperare su qualcuno? sperare su qualcosa?), e ieri sempre su Repubblica Dell’Utri che scrive che “di questi diari (di Mussolini) nessuno potrà provarne l’autenticità”. Eh no, proprio da un bibliofilo no: o “di” o “ne”. Giusto? E già che ci siamo: basta a parlarci delle sfilate di Noemi, cara Repubblica. Che senso ha fare per mesi le “dieci domande” a B., se poi si trasforma in celebrità una piccola soubrette, facendo il gioco dell’utilizzatore finale (le ragazze sanno che andando con lui diventeranno comunque famose)?

Avvisi infine per i blogghisti della Scuola di formazione politica “A. Caponnetto”. 1)Visto stamattina a Brindisi in aeroporto con Caselli il nostro sublime Benignus. Direi che sta molto, molto meglio. Sursum corda, dunque. 2) Successo alla festa del Pd di Milano stasera per “Io non tacerò”. E grande emozione nel sentire parlare la nonna Betta. Proprio vero, amici: la classe non è acqua.

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Ultimo aggiornamento ( Sunday 05 September 2010 )
Se ne vale la pena. Domande a distanza (di 28 anni) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 02 September 2010

E il 2 settembre fu rientro a Milano, con tappa intermedia a Roma per vedere le sorelle e la minore dei Gracchi, già brillantemente impegnata con i Ris televisivi. Come ho detto a un amico: alla fine sono tornato nell’inciviltà, vale a dire nelle nostre belle, vecchie, insostituibili città inospitali. Ne approfitterò per i miei riscontri (un’infinità!!) per il libro, perché per quanto possa avere buona memoria non c’è nulla che valga come una bella e ben munita libreria. Quanto ai sogni, ancora non mi sono rimesso a posto. Non so davvero che mi succeda, giuro che è la prima volta in vita mia che mi capita. Ma anche nel letto romano ho sognato, ed è la seconda volta, un anonimo camorrista che mi ha rotto l’anima tutta la notte. Io gli dicevo guarda che ti ho già sognato, ora basta, e quello tornava come niente fosse. Fino all’alba. Ma fosse che ‘sto libro è davvero sgradito? Boh...

Intanto c’è una data che mi fa riflettere su queste cose più seriamente. Quella del 3 settembre. E’anche la data del matrimonio di Simone, figlio dell’immenso Robertoli, che si sposa domani giusto a Palermo (auguri, auguri!). Ma per me è altro, come qualche blogghista sa bene. E devo dire che il libro mi sta aiutando a collocare meglio anche quel settembre di 28 anni fa. Mi vien da dire che morire per uno Stato come l’ho rivisto io nel mio lavoro estivo è quasi una follia. Che vadano a fottersi le istituzioni di Mannino, di Cuffaro, di Dell’Utri, dei giornalisti servi, dei parlamentari della sinistra che regalarono alla mafia tra il ’96 e il 2001 leggi e provvedimenti di favore come se piovesse. Poi mi dico che per uno che ci crede anche morire è assolutamente normale. E che guai se ci domandassimo ogni volta che facciamo qualcosa di coraggioso se ne valga la pena oppure no. Me lo dico e me lo nego e poi me lo ridico. Intanto domani andrò alle commemorazioni milanesi. E in serata sarò in piazza a Otranto con Caselli a ricordare la vicenda di mio padre a 150 giovani di Flare (grande associazione internazionale), venuti da tutta Europa a fare una settimana intensiva di studi sulla criminalità organizzata. Palermo, dite? Il prefetto mi invita sempre gentilmente, ma sanno che ormai non ci vado più. E mica per Maroni, ma per la caterva di personaggi locali con cui avrei proprio tanti problemi anche a muovere un passo insieme. Insomma, mi hanno messo nella condizione (non bella, vi garantisco) di non poterci più andare. Neanche un fiore lì.

Ieri però mi ha restituito tutto un giovane maresciallo dei carabinieri, poco più che trentenne. Sono andato a trovare un investigatore importante per chiarirmi alcune ipotesi delicate del mio libro. Il maresciallo è sceso ad accogliermi. Gli ho chiesto scusa del disturbo, lui mi ha detto “per me è un onore”. Quando me ne sono andato mi ha detto “agli ordini”, e ho capito dal suo sguardo che lo stava dicendo al generale che non ha mai conosciuto.

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Ultimo aggiornamento ( Thursday 02 September 2010 )
Spigolature. Fiorellini e concorsi esterni PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 31 August 2010

Uno. E’ partito Attila. E un po’ mi manca, il grande cacciatore di meduse. L’ho atteso stamattina all’alba per salutarlo dopo la notte di tempesta, appena convertitasi in vento e sole battenti. E’ salito su anche lui verso le otto meno un quarto, con la sua felpina grigia a scritte rosse e blu. Mi ha confidato le sue rime su Giovanna Passerini (nome di fantasia), una sua amichetta: a) Giovanna Passerini fa la cacca nei panini; b) Giovanna Passerini raccoglie i fiorellini; c) Giovanna Passerini fa la cacca coi peperoncini. Gli ho chiesto: e a te quale sembra la più poetica? Lui mi ha risposto non lo so, le ho fatte tutte io queste poesie. Gli ho suggerito: secondo me quella dei fiorellini. Allora è sceso ed è tornato dopo dieci minuti con un mazzo di fiorellini raccolti in giardino per la biondina. Se li è nascosti dietro la schiena e poi glieli ha regalati. La biondina si è commossa assai e se li è subito messi in un bicchiere d’acqua. L’ho fotografata con i fiorellini accanto, mi sa che diventerà un quadro d’autore.

Due. Assedio a Dell’Utri, leggo. Be’, io non andrei mai a contestarlo, non me ne frega niente. Non sono mai andato a contestare nemmeno Lima ed Andreotti. Però mi indigna che ancora qualcuno lo chiami in giro a “fare cultura” dopo una condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Gente mia, la mafia ammazza. Ha pure ammazzato tanto. O no? Anche per questo nel mio libro (sono ormai a tre quarti...) ho dedicato un quadrettino all’ottimo Cacciari che ci è andato a recitare insieme l’apologia di Socrate...

Tre. Mi piacerebbe tanto che questo blog diventasse un fortino della lingua italiana, segnasse la riscossa  del paese contro la famosa peste del linguaggio a suo tempo denunciata da Calvino. Sissignori, il declino del paese è, prima ancora che etico, declino estetico (il basso impero, Noemi, il Billionaire, gli sculettamenti, Fede con il famoso Cosciolone, Minchiolini -dal celebre minchiata detto in un editoriale televisivo in prima serata-, le coste devastate, le sigarette e i rifiuti sulle spiagge, il dito medio ecc). Dunque grazie a Pielle per avere segnalato anche l’”abominia” di Televideo e a Simona per avere ricordato l’”interpetrare”. E ora tutti insieme: si dice ferrato e non afferrato, schermirsi e non schernirsi, interpretare e non interpetrare, abominio e non abominia, concludere e non finalizzare (che è altra cosa). Forza, ritmo, ancora più veloce: ferrato, schermirsi, interpretare, abominio...Dai che li sotterriamo...

Quattro. Oggi è il compleanno di Rita. Auguri, sorellaccia. Son sempre io, quello dei pantaloni corti e i calzini beige. Baci assai. E baci assai per ieri alla tata Rosa, che era il suo onomastico anche se il delirio burocratico che s’è bevuto anche il calendario dei santi l’ha spedita al 23. Lei resiste al 30 e fa benissimo. Olé.

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Lettera a Nichi dalla Repubblica fondata sul postino PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 31 August 2010

Stiamo diventando una repubblica fondata sul postino. Mandano tutti lettere. Soprattutto i leader politici. Invece di dirigere la masse, scrivono lettere ai quotidiani. Una volta le scrivevano i normali cittadini che non avevano altro modo per dire la loro, ora le scrivono i potenti, quelli che dirigono la vita pubblica. Perciò pare che i normali cittadini si stiano buttando sulle cartoline. Dopo Veltroni (la cui lettera non sembra che porti il timbro dell’Africa) e Bersani (timbro emiliano certissimo) è arrivato Rutelli. Domani, mi dicono amici bene informati, scrive Fassino e dopodomani Pecoraro Scanio, reduce dalla grande festa ambientalista per i cinquant’anni di Rotondi, dove è andato solingo a rappresentare il centrosinistra. D’Alema invece è impegnato a scrivere il prossimo libro: “Cossiga, ricordo di un amico”, tenero saggio autobiografico che non ha avuto purtroppo il tempo per piombare sulle feste del Pd.

Già che ci sono, mentre qui a Stromboli il vento notturno strapazza tutto (ci vorrebbe Schifani a coordinare la situazione come a Lipari ma è a Roma), mando anch’io una letterina. La spedisco a Nichi Vendola. E dice così: “Caro Nichi, il tuo tentativo di dare una scossa al centrosinistra mi piace assai. Ogni tanto prendo pure in considerazione l’idea di votarti, che sarà più salda se non ti metterai anche tu a scrivere lettere ai giornali ma ti farai intervistare accettando le domande scomode. Ogni tanto leggo però di personaggi che parlano a nome tuo o a sostegno del tuo progetto nella veste di ‘grandi elettori’. Sono sempre gli stessi. Quelli di cui nessuno  ricorda una buona battaglia vera. Quelli che masticando un po’ di ideologia si sono solo spartiti posti senza avere un mestiere, e se ce l’hanno non lo sa nessuno. Ecco, Nichi, io quando leggo quei nomi tremo. Perché con loro non prenderei un caffè, alcuni li ho conosciuti anche troppo. Mi disgustano. E sono certo che i ragazzi che dovessero incontrarli per seguirti scapperebbero a gambe levate al solo sentirli parlare. Siccome quello che stai cercando di fare ha comunque un suo valore per tutto il paese, fai smammare subito questi furbacchioni, anche se ti promettono voti alle primarie (oh Nichi, te lo assicuro, ti porto tutti i verdi; ti porto tutti i socialisti; ti porto tutti i comunisti, ecc). Se li tieni lontani, di voti ne prendi di più: garantito al limone, come dice il mio amico Alessandro. Anzi, fai una cosa rivoluzionaria: chiedi a un campione statisticamente rappresentativo del voto di sinistra di farti una bella lista di proscrizione, quelli che non ci devono essere, i sempre pronti a salire in groppa al cavallo vincente o a chi ha cadreghini da offrire. Fai la lista dei cento che fanno più allergia. Mi raccomando, Nichi: non una lista da compilare via mail, liberamente, perché quelli sono maestri nel mobilitare le truppe cammellate. No, proprio un bel campione statistico. Con amicizia, l’Anfitrione”. Oh, adesso che ho scritto una lettera anch’io mi sento meglio. Mi sento un po’ più cittadino della Repubblica. E ora mi raccomando, ripetete bene con me (vedi i post sotto): si dice ferrato, schermirsi e si schermisce, interpretare. E ricordate che finalizzare vuol dire “dare una finalità” non “concludere”. Se no, se sbagliate sempre, che lettere scrivete?

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Il cacciatore di meduse PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Saturday 28 August 2010

Oggi vi racconterò la storia di Attila, il cacciatore di meduse. Attila è un fantastico bambino di otto-nove anni che abita sotto casa “nostra” a Stromboli. Si chiama così perché è ungherese e al suo paese Attila è un eroe nazionale, come da noi lo è Giulio Cesare che in Ungheria, credo, sarà ricordato più o meno come Attila dalle nostre parti. E’ qui perché è stato adottato con estremo amore da una coppia di amici; lei fra l’altro è una politica e dunque vedete che anche i politici, ogni tanto, hanno un’anima. Quando arrivammo a Stromboli l’estate di tre anni fa all’alba, con la nave che allora salpava ogni sera da Napoli, ce lo trovammo d’improvviso sull’uscio con l’aria curiosa e indagatrice dei bambini. Ciao, disse alla biondina che stava sistemando i bagagli. La biondina che ha una passione sfegatata per i bambini gli disse ciao, come ti chiami? Lui rispose Attila. La biondina vide di colpo le vacanze trasformarsi in un inferno. Poi ebbe una folgorazione: scusami, ma Attila è il tuo soprannome o il tuo nome? Il mio nome disse lui, e lei riprese a respirare. Attila è uno studioso attento di tutto quel che ha intorno. Potete trovarlo chino su un sasso o su una canna o su insetto per mezze ore intere. Si accovaccia e osserva e tocca e impara da solo. Ma è anche bambino di azione. Corre sulla spiaggia, nuota e ride, fa cose ardite sugli scogli, tempera pezzi di legno. A volte sembra il moto perpetuo. La capacità di osservazione e il gusto per l’azione ne hanno fatto il più formidabile cacciatore di meduse della storia. Ci sono le meduse, urla la signora. Lui arriva con maschera e retino, si butta sott’acqua e batte il mare per ripulirlo dei nemici. Sa che quelle gialle non fanno male, che bisogna stare attenti a quelle marroni, riconosce quelle morte, sa anche come infilzarle, se necessario. Ieri sulla battigia ce n’era una grande quanto un gatto ma lui non ha fatto il ganassa e non s’è inventato di averla catturata lui. Se l’è studiata per un’ora, però. Mentre voi dovreste studiargli il sorriso negli occhi birbanti e luminosi per capire che regalo ha ricevuto e come lo ricambia.

Qui a Stromboli intanto si va verso la fine. Ma io, come qualcuno sa, ho il mio metodo infallibile, che gli amici hanno incominciato a copiarmi. Non dico mai “mancano cinque giorni”, ma dico alla biondina “ti porto cinque giorni a Stromboli” e così tutto sembra più gioioso. Gioia anche vedere Maratea oltre l’orizzonte, tanto il cielo era terso oggi, in attesa dell’arrivo del maestrale (che è arrivato). Gioia vedere Lidia che mentre facciamo il bagno chiama per nome il pescatore che passa con la barca, chiede cos’hai preso, quello mostra un po’ di pesci, e lei compra stando in acqua. Niente intermediazione, lui guadagna di più, lei spende di meno. Nulla contro i centri commerciali, ma quando stai dentro queste scene senti la grandiosità possibile della vita. Buon sabato sera, ora, mi butto sul libro. E se poi sogno qualcuno ve lo dico.

P.S. E ora (vedi due post fa...) ripetete bene con me: ferrato, si schermisce....

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I ricatti di Feltri PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Saturday 28 August 2010

Mettiamola così. Immaginiamo che a un cittadino che fa politica liberamente, secondo le proprie convinzioni o anche secondo le proprie convenienze, qualcuno che non è d’accordo con lui o pensi di ricevere qualche danno dalle sue libere scelte scriva una lettera di questo tenore: “Gentile Signore, lei è in pericolo. Glielo dico prima: se lei continuerà a dire le cose che sta dicendo o a perseverare nella direzione che ha insensatamente intrapreso negli scorsi mesi, sappia che farò avere ai giornali, ai suoi colleghi e avversari di partito dei dossier che ho fatto raccogliere sul suo conto. E se pensa che si tratti di puri dossier politici, sappia anche che girano certi rapporti a luci rosse sugli ambienti che lei frequenta. Le annuncio solo che c’è dentro di tutto e che ci si possono fare articoli a puntate. Non le dico altro. Mi stia bene e ci rifletta”. Questo tipo di lettere in genere si conclude senza firma. Perché il codardo sa che sta ricattando. Che si sta muovendo al di qua del confine tra lecito e illecito. Che il codice penale lo aspetta al varco.

Prendiamo ora ciò che ha scritto Vittorio Feltri sul “Giornale” a Gianfranco Fini (riprendo da Francesco Merlo su “Repubblica”). Avviso numero 1, quasi un anno fa, perché non si avvicini troppo ai magistrati: “E’ sufficiente -per dire- ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme”. Avviso numero 2, neanche un mese fa: “Nel nostro piccolo offriremo agli inquirenti il contributo delle indagini svolte dal nostro inviato Gian Marco Chiocci, specialista in materia, che ha i cassetti pieni di documenti interessanti. Nei prossimi giorni ne pubblicheremo alcuni illuminanti”. Vittorio Feltri si firma, dunque. Ma non perché abbia un coraggio da leone nel compiere reati, nell’aggredire le libertà altrui. Semplicemente perché conta sulla sua impunità. Sul fatto che nessuno oserà chiedere di applicare il codice penale (ossia la legge) nei confronti del “grande direttore” di casa Berlusconi. Non sarebbe forse un attentato alla libertà di stampa?

Ecco dunque l’insopportabile differenza. Il personaggio immaginario da cui siamo partiti, ricevuta la lettera che abbiamo detto, valuterà bene -infatti- se rivolgersi ai carabinieri o alla procura. Potrà anche decidere di buttare via tutto. Ma prima penserà se avvalersi o meno delle leggi esistenti. Perché sa che denunciare un ricatto, una minaccia, è un suo diritto. Mentre nell’orgia del potere in cui ognuno cerca di collocarsi al di sopra delle leggi e della buona creanza, si è costruito in pochi anni il pregiudizio che tutto sia lecito. Che il diritto delle leggi non esista più e sia stato sostituito da un diritto “sostanziale”, proprio come per la Costituzione. Per questo i giornalisti più vicini al Palazzo hanno licenza di ricatto. Abusivamente. Fini fra l’altro è il presidente della Camera. E il codice (articolo 294) prevede anche l’attentato ai diritti politici del cittadino (figurarsi della terza carica dello Stato!) costituito da minacce ingiuste che modifichino l’esercizio di quei diritti, in qualsiasi forma (da uno a cinque anni). Forse sarebbe il caso che si desse una ripassata ai fondamentali della democrazia. Certi messaggi con il giornalismo non c’entrano niente. Hanno più a che fare con la foto dell’amante o la pallottola solitaria spedite a casa in una busta chiusa.

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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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