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Figli che scrivono dei padri. Tutti i martedì! PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 09 April 2010

Ed eccoci qui! Incomincia la prossima settimana il primo grande ciclo letterario dello Spazio Melampo sui “Figli che scrivono dei padri”. Alle 21, ogni martedì dal 13 aprile al 25 maggio, in via Tenca 7 a Milano si susseguiranno sette interviste in pubblico in grado di raccontare dal vero l’Italia di oggi e di ieri e gli affetti più intimi, chi non c’è più (in genere per colpa altrui) e chi è vissuto o cresciuto con qualche ferita di troppo sulla pelle. Ecco il programma. Il 13 il vostro Anfitrione intervisterà Umberto Ambrosoli; il 20 Carmen Covito intervisterà Augusto Bianchi Rizzi; il 27 sarà la volta di Grazia Casagrande con Benedetta Tobagi. E poi a maggio: il 4 ci sarà Fulvio Scaparro con Bice Biagi; l’11 Stefano Salis con Andrea Casalegno; il 18 Gianni Barbacetto con Mario Calabresi; il 25 don Luigi Ciotti con me medesimo. Ditegli a Ballarò di fare una cosa del genere…

In nome del padre. O in sua memoria. Sono sempre di più i figli che scelgono di scrivere del proprio padre. Per farlo rivivere attraverso i propri ricordi o per andare febbrilmente alla sua scoperta tra carte ingiallite.

Per rendergli giustizia davanti alla pubblica opinione, per non consentire l’ultima parola a chi lo ha offeso o violentato in vita, ma anche per ritrovarlo e offrirgli degna memoria prima di tutto davanti a se stessi.

Ne sono nati libri ricchi di storia quotidiana e di sentimenti, ma anche di ragioni altrimenti emarginate. Libri a cui il pubblico ha riservato un’accoglienza generosa. Perché gettano nuova luce sui protagonisti famosi raccontati. Ma forse soprattutto perché è l’amore filiale che ne diventa, alla fine, protagonista imprevisto e discreto. Con le sfumature dovute alle età, alle biografie familiari, ai modi della violenza subita, alle solitudini affrontate.

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Ultimo aggiornamento ( Monday 12 April 2010 )
Mafia. La letteratura desaparecida (dall' "Indice" di aprile 2010) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 09 April 2010

Raccontiamola così. Un professore universitario che si è occupato a lungo di mafia e criminalità organizzata lascia temporaneamente la vita accademica. E inizia un lungo viaggio nelle istituzioni politiche del suo Paese, per continuare a occuparsi -da lì- di mafia, di giustizia e di legalità. Dopo circa quindici anni il professore torna all’università. E, avendo avuto modo di misurare la drammatica impreparazione della classe dirigente su una materia che considera cruciale, decide di dare vita a un corso di Sociologia della criminalità organizzata, forse il primo nell’università italiana. Si accinge perciò con entusiasmo a preparare il nuovo corso. Obiettivo: dare ai propri studenti la formazione più sistematica possibile, in linea con l’urgenza che avverte di un radicale salto nella consapevolezza con cui il Paese affronta il tema. Si tuffa dunque nella bibliografia lontana (per rinfrescarla) e più recente (per studiarla dopo averla letta o sfogliata sugli aerei e sui treni). Ed è così che fa una scoperta sconvolgente: da più di quindici anni i libri, gli autori sui quali si è formato lui e con certezza si sono formati i suoi migliori colleghi, e soprattutto gli uomini dello Stato diventati eroi, non ci sono più. E’ tutto sparito. Non sono praticamente esistiti, nessuno li cita. Un po’ come rituffarsi nella letteratura infantile e scoprire che sono scomparsi Biancaneve e Cenerentola, Cappuccetto rosso e Il gatto con gli stivali. Come studiare la storia del calcio e non trovare più Piola e Meazza, Valentino Mazzola e Schiaffino.

Perché sono spariti? Chi ha dato l’ordine di cancellarli? Risposta: l’ordine non l’ ha dato nessuno. Non c’è nessun mandante, anche se la materia lo esigerebbe. Si è prodotta semplicemente una (clamorosa) amnesia o rimozione collettiva. Come se si  fossero fissate delle colonne d’Ercole temporali oltre le quali è infido e poco raccomandabile avventurarsi a cercare autori e letteratura. Qualcosa di simile a quel confine che secondo Henner Hess ci trattiene inconsciamente al di qua della Grande Guerra nella considerazione della grande produzione culturale. Ciò che è stato prima viene “disdegnato” in quanto “sorpassato”. Hess ne scriveva nel 1977, guarda caso, proprio nella sua introduzione alla nuova edizione Sellerio di un classico dell’antimafia, come “La Maffia” di Nicola Alongi funzionario di polizia, pubblicato per la prima volta negli anni ottanta dell’Ottocento. Ecco, quel meccanismo sembra abbia funzionato -in piccolo- per la materia della mafia fissando una ideale linea di demarcazione in corrispondenza del ’92-’93. Gli anni delle stragi come gli anni di un “nuovo inizio”, della nascita di una più vasta e rigeneratrice coscienza collettiva. Con la repentina moltiplicazione del novero degli appassionati, degli esperti, degli studiosi e la nascita di una nuova generazione di autori, mossa da una  inedita attenzione e generosità civile. E il parallelo oblio della produzione realizzata prima di quel tornante della storia. Più sfumato con riferimento agli anni ottanta. Addirittura brutale per il lungo periodo precedente il ciclo dei delitti eccellenti di fine anni settanta- primi anni ottanta.

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Preghiera del sociologo errante PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 09 April 2010

Fermi tutti, per favore. Questa è una gentile richiesta che rivolgo ad amici, blogghisti, estimatori, organizzatori di eventi e colleghi (di tante specie). Non ce la faccio più a promettere serate e appuntamenti. Non ho quasi più lo spazio per uno spillo. A me fa piacere ricevere dalla società civile una quantità di inviti inversamente proporzionale a quelli che ricevo da Ballarò+Porta a Porta+Annozero (ossia zero). Non faccio parte di quelli che prima di rispondere di sì vogliono vedere il fax per dire che non l’hanno ricevuto e di nuovo mandatemi il fax, e poi non so, e poi sì, e poi ho avuto un imprevisto. O che chiedono quanto mi date, oppure ma chi c’è, chi sono gli altri; o che si muovono solo per presentare il proprio libro perché altrimenti i problemi sociali vadano pure a farsi fottere. Ormai non mi arrabbio più neanche per i microfoni che non funzionano e per quelli che ti dicono che se gracchiano o fischiano è colpa tua, che non li tieni bene in mano o che la direzione è sbagliata o che fai un campo magnetico ostile con le tue scarpe. Vado ovunque. Però… non ho più spazio fino ad agosto e agosto me lo tengo come polmone per tutto (dire, baciare, scrivere…). Perciò ascoltate la preghiera del sociologo errante, non mi fate chiamare da questo o da quello e non ditemi che i ragazzi ci tengono tanto. Ancora tre o quattro impegni, per i quali ho già speso la parola con certezza. Poi l’agenda sarà zeppa come un monolocale a San Vittore. Tenuto conto che in autunno avrò due corsi in contemporanea, direi che gli appuntamenti sulle lunghe distanze vanno ormai dal gennaio 2011 in poi. Scusate se uso il Blog per fare questa auto-perorazione (ma chi ti pensa, dirà l’amico Fritz). Però non è bello dovere stare ogni volta a spiegare, entrando nei dettagli della propria vita privata, perché non si può. Sappiate comunque che tutti quelli che organizzano cose belle e buone e giuste stanno nel mio cuore. Augh!

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Eccezziunale veramente. Intervista di Taormina sulle leggi ad personam! PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 08 April 2010
*/Intervista all'avvocato Carlo Taormina/*

«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».
Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro -- uscendo anche dal Parlamento -- a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a *"Piovonorane"* dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.

*Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento?*
«La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».
*Mi spieghi meglio.*
«Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d'essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».
*E perché?*
«Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncerà al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l'Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimento?».
*E poi che succede? Che c'entra il Lodo Alfano bis?*
«Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo  Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta».
*Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge -- il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale?*
«Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell'impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L'impedimento per cui si può rinviare un'udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui
dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c'è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il  Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe
estendersi quasi all'infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po' di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente».
*Come fa a esserne così certo?*
«Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella».
*Tipo?*
«Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11,
arrivò una telefonata di Ciampi».
*Che all'epoca era Presidente della Repubblica.*
«Esatto. E Ciampi chiese una modifica».
*Quindi?*
«Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po' e poi rispose: "Intanto facciamola così, poi si vede". Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente».
*Pentito?*
«Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l'entourage più ristretto del Cavaliere.
*A chi si riferisce?*
«A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l'hanno portato a marginalizzare -- a far fuori politicamente -- persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani».
*Prego?*
«Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu».
*Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura...*
«Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate».
*E perché?*
«Perché gli conviene farlo finché l'opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un'altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto».
*Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020?*
«E' quello a cui punta. E in assenza di un'opposizione forte può arrivarci tranquillamente.

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Piccole grandi notizie: Silvia, Matteo, io, l'Inter, la Biondina e la stampa che paventa PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Wednesday 07 April 2010

Questo è il post delle grandi notizie. O meglio, delle notizie che in questo sussulto inverecondo di chiese, di partiti, di riforme e di guerre, mi piace considerare grandi. Un po’ come quando il Sole-24 Ore, mentre tutta la stampa del mondo impazziva per il matrimonio di Diana, dedicò una bella paginata al matrimonio di un operaio inglese (se ben ricordo). Si proceda dunque.

Notizia numero 1. E’ andata in pensione la signora Silvia, della mia segreteria quando ero al Ministero. La chiamavo Ferrarelle per i capelli ricci ed effervescenti (e poi era un po’ bizzosa di suo…). Non mi ha neanche chiesto il permesso e così l’ho rimproverata via sms. Mi ha telefonato contenta dieci secondi dopo: onorevole (mi chiama ancora così), sono entrata al Ministero che avevo diciotto anni, ne sono passati quaranta, ora la sera lo sa che faccio? Mi dedico al tango. Fantastico. Auguri a lei e con l’occasione anche a Gabriella, Tina, Cinzia, Giuliana, Valeria, Carmine, Franco e Pietro il laziale.

Notizia numero 2. E’ uscito il libro di Matteo Speroni, cronista milanese del “Corriere” ma soprattutto -perché questi sono i veri titoli di merito nella vita- già redattore ragazzino di “Società Civile”. Titolo: I diavoli di via Padova. Sottotitolo: “Cronaca di un inferno annunciato”. Come avrete capito si tratta della famosa via Padova di Milano, il quartiere dove abita Matteo. Che le vie e i bar e i garage e i negozi e i crocicchi e gli anfratti bui se li è girati tutti, perché faceva il giornalista così già da ragazzo. Edizioni Cooper. Non l’ho ancora in mano ma lo leggerò sulla fiducia. So che non ci troverò razzismo né luoghi comuni. Solo la meravigliosa curiosità di chi ama tirar le tre di notte.

Notizia numero 3. Ho finalmente spedito a Polis, rivista accademica, l’articolo-saggio più faticoso della mia vita. Mica lungo, in definitiva: 25 cartelle. Il guaio è che mi sono messo in testa di spiegare come mai è sparita la letteratura sulla mafia prodotta prima delle stragi. E i controlli bibliografici sono una dannazione. Date sbagliate, citazioni ripetute senza avere letto i libri e che passano di generazione in generazione come le celebri barzellette in caserma (dal generale al caporale). Uno stress di mesi interi. Se qualcuno ne vuole una sintetica e pimpante anticipazione, può trovarla sull’Indice di aprile. Se qualcuno lo vuole di 250 cartelle, aspetti la mia antologia “I classici dell’antimafia”,  per il prossimo inverno. In ogni caso oggi sono davvero sollevato. Giuro che le date e i titoli mi uscivano dagli occhi.

Notizia numero 4. Ha vinto l’Inter. Brutta partita, che ho visto come se fossi negli anni cinquanta: dal tabaccaio all’angolo sotto casa, riadattato a piccolo cinema nerazzurro. Eravamo tutti molto competenti e questo ha spinto il blasonato undici milanese verso le semifinali. Bravo Mou e bravi noi.

Notizia numero 5. Dopo il supplizio di “finalizzare” al posto di “concludere” sta arrivando sulla nostra stampa una nuova atrocità linguistica: “paventare” al posto di “prefigurare” o “immaginare” o “fare intravedere”. Paventare vuole dire “temere” (dice niente la parola “pavido”?), analfabeti che non siete altro.

Notizia numero 6. Da martedì prossimo, ore 21, inizia allo Spazio Melampo un grandioso ciclo di incontri letterari: “Figli che scrivono dei padri”, organizzato genialmente dalla Biondina. Ogni martedì sera, e fino al 25 maggio, un figlio che ha scritto di suo padre (Umberto Ambrosoli, Bice Biagi, Augusto Bianchi, Mario Calabresi, Andrea Casalegno, me medesimo, Benedetta Tobagi) verrà intervistato non da un pisquano qualsiasi ma da un intellettuale in grado di tirargli fuori, dialogando, le cose più ricche e più umane e più istruttive e più capaci di far pensare. Troverete tutto domani sulla colonna alla vostra sinistra. Credo che sia una delle iniziative culturali e civili più significative di questi anni. Mica per niente l’ho messa in fondo…

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Programmi di vita. A voi l'outing PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 02 April 2010

Dai, facciamo outing. Pielle e alfa10 mi hanno chiesto che intenzioni ho politicamente. Se ho voglia di impegnarmi direttamente in questa fase (che sembra) di ebollizione. Rispondo. Voglia di impegnarmi sì, quella sempre. Ma direttamente in politica no. Ho dato troppo alla politica, togliendo non alla mia vita privata, ma alla società civile, alla cultura, ai movimenti di opinione. A ciò che conta in profondità, almeno quanto la politica, starei per dire più della politica, nella qualità di una democrazia. Il tempo che tu impegni in politica dà risultati minimi rispetto a quelli che dà il tempo che dedichi alla società civile. Naturalmente se sei bravo. E io credo di esserlo. So fondare le cose dal nulla, con pochi soldi. So mobilitare, inventare, costruire. Giornali o circoli, case editrici o associazioni. Perfino festival. Non so fare tessere, invece. Né la gente per bene mi ha mai aiutato a farle. Non so giocare alle correnti con opportunismo sublime e nemmeno all’arrivista, anche se a qualche responsabilità ci sono pur arrivato. Faticando tantissimo e dovendo ogni volta dimostrare il seguito di cui disponevo tra gli elettori più attivi. Finché nemmeno questo è bastato. Perché in questa politica (non questa di oggi, con Bersani segretario, ma quella che ho visto con tutti i segretari) il merito o il prestigio personale sono carte che vengono giocate nel momento del bisogno. E poi buttate o fatte ammuffire. La domanda che mi pongo sempre è: quanto avrei potuto fare in più per la democrazia nel tempo in cui sono stato in parlamento o al ministero? Oggi in tanti mi dicono che Milano si sia svegliata un bel po’, almeno sui temi che mi stanno a cuore, da quando (nonostante il tempo speso a Genova) ho ripreso a lavorarci, libero dai vincoli della politica. Il bello della società civile è che se hai un’idea la realizzi; in politica invece ogni cosa è prima di tutto un ruolo, un incarico, che per la sua stessa natura subito qualcuno vuole avere per sé, cercando di scalzare chi è più bravo di lui e trovando sempre in alto chi lo asseconda. Ma se uno vuole competere con me in università, nel fare una casa editrice o come punto di riferimento intellettuale deve lavorare sodo e molto bene, non gli basta volere “il posto”. La politica, insomma, è entropia, tempo perso inutilmente, e io non voglio più perderne nella mia vita (anche perché non ne ho più tanta), né il paese può consentirsi che i suoi talenti (ebbene sì, mi annovero tra i suoi talenti, guardandomi in giro; oh, l’ho detto che facevo outing…) perdano tempo quando c’è da ricostruire tutto, mica solo i partiti. Io sarò accanto e dentro i movimenti di rinnovamento vero, non anagrafico (do you remember Pivetti?). Non mi tirerò indietro neanche nella Direzione del Pd, dove, amica Pielle, nessuno purtroppo ha la forza di cambiare un agglomerato di lottizzati. Ma io ho questi obiettivi: fare di Scienze Politiche di Milano l’epicentro di una cultura antimafia che invada il nord, e ho riprova ogni settimana che questo è possibile; fare dello Spazio Melampo qualcosa di simile al Club Turati degli anni sessanta, con tutte le differenze del caso (vedrete che roba il prossimo ciclo di incontri letterari!…); e di Melampo un presidio di editoria civile; scrivere sul Fatto il bello che c’è in Italia, perché non siamo solo indecenza; essere intellettuale, testimone civile energico in un paese avaro di testimoni conosciuti (poche decine girano per l’Italia, sono loro la compagnia di giro che conta, gli antiballarò); fare libri e teatro, e corsi di formazione, e siti. Fare della Scuola Caponnetto un centro di formazione politica per i cittadini di buona volontà. La “città dei diritti” a Genova. E Libera, già, la grande Libera. Seminare e combattere. Combattere e seminare. Cose che so fare e  con risultati. Ecco: questo è il mio programma. Chi vende la pasta, cari blogghisti, non è più importante di chi riesce a fare spuntare il grano su terreni difficili. Con ciò vi ho detto tutto, con sincerità e senza false modestie. Ora dite voi. Che se ne verrà fuori una discussione sulla politica un po’ più profonda del dibattito sul segretario non sarà un male.

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Ultimo aggiornamento ( Friday 02 April 2010 )
Le cinque cose da fare (scritto per il Fatto di oggi mercoledì 31) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Wednesday 31 March 2010

Punto numero uno. Occorre ricostruire. Le macerie sono dappertutto e guai a non vederle. Il Paese va ricostruito in profondità sul piano culturale, etico e civile. Con il massimo di valori, di passione e di lungimiranza; e il minimo di ideologia. Il radicalismo civile è vivo, quello ideologico è morto e guai a chi lo resuscita, ha già fatto abbastanza danni. Occorre un grande Piano Marshall morale, capace di investire in pieno il senso della politica.

Punto numero due. Occorre ricordare che il popolo che ha bocciato in tante regioni il centrosinistra è lo stesso che lo aveva fatto vincere nel 2005 (anche allora talvolta di misura). Nessun elettorato da maledire. Prendersela invece con chi, dal governo nazionale o da quelli regionali, ha dato spettacoli indigeribili anche da stomaci forti.

Punto numero tre. I movimenti, le proteste, i dissensi esistono e bisogna dialogarci. Sono stati la benzina delle vittorie ininterrotte del centrosinistra dal 2002 al 2006. Disprezzarli da allora in poi è stato suicida. Suicida pure la censura consumata nei loro confronti dalla stampa “amica”. Non ha fatto che radicalizzare il dissenso. Verso i grillini e verso l’astensione.

Punto numero quattro. I nomi e i volti in politica contano, eccome. Vendola parla per tutti. Ma anche Massimo Rossi nelle Marche. Solo che i nomi e i volti non si inventano all’ultimo momento, piuttosto certificano lunghe storie di sfide e di battaglie. Siano loro, dunque, a tonificare diffusamente la politica; e facciano un passo indietro i signori nessuno d’apparato.

Punto numero cinque. Sfogliare l’album delle figurine di leader e mezzi leader, ripassare la loro storia e chiedere a chi non ci azzecca con questi quattro punti di farsi gentilmente da parte. Meglio che lo chiediamo noi a loro prima che loro lo richiedano a Vendola…

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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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