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Preferenze che follia PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Saturday 27 June 2009

Affondati! Ci ho provato, in Direzione nazionale, a presentare un emendamento al Regolamento congressuale del Pd: l’emendamento degli emendamenti, quello che prevedeva l’introduzione delle preferenze per votare l’Assemblea. Niente da fare, resteranno le liste bloccate. Credo che abbiamo raccolto l’11 o il 12 per cento dei voti della Direzione. Puoi argomentare quello che vuoi: la vita interna di partito disegna il tipo di società e di Stato che intendi costruire; la legge Calderoli è una porcata ma poi noi ce la facciamo pure in casa nostra; bisogna sconfiggere l’astensionismo e ridare slancio e senso alla partecipazione, ecc. ecc. Il guaio è che qui non c’è solo più la celebre disciplina di partito. No, qui il fatto è che si è ormai formato un pezzo di ceto politico (nuovo!) che sta in Direzione e in parlamento senza neanche essere mai passato per l’elezione in un consiglio comunale. Che sa di essere dov’è solo grazie alle liste bloccate. E che quindi sente pronunciare la parola “preferenza” quasi con terrore. Ed è lui a dovere decidere se la gente può votare o no. Esito scontato. L’altra volta dicevano che le liste bloccate servivano a garantire (grazie all’alternanza uomo-donna) le pari opportunità. Stavolta, visto che avevo previsto che ogni elettore avesse due preferenze a disposizione (una per ciascuno dei due generi) si sono inventati scuse più tecniche. Secondo me a partire da questa battaglia per la democrazia interna bisogna che nasca un vero movimento “sovversivo” per dare nuova vita al partito. Ci torneremo. In ogni caso vi allego il comunicato stampa stilato nel pomeriggio.

Comunicato del 26-6-09

 

Preferenze? No, grazie!

 

La Direzione Nazionale del PD respinge la mozione sulle preferenze

E’ stato un cattivo segnale, venuto dalla Direzione Nazionale del PD. Ancora una volta, in vista del Congresso, il Partito Democratico ha dimostrato di aver paura delle preferenze per le elezioni dei suoi gruppi dirigenti. Eppure la vita interna di un partito prefigura il modello di società e di democrazia che si vuole offrire ai cittadini.

E’ stata persa una importante occasione per dimostrare ai nostri elettori l’apertura del partito: la buona politica non si regge sulle fedeltà personali e di corrente.

Sarà difficile spiegare agli elettori perché il PD combatte le liste bloccate del “porcellum” e poi le adottiamo quando abbiamo assoluta possibilità di scelta al nostro interno.


Nando Dalla Chiesa, PierGiorgio Gawronski, Olga Bertolino, Martina Simonini, Teresa Marzocchi, Giovanni Bachelet

NB: In 17 hanno votato a favore della mozione (bocciata) sulle preferenze, fra cui anche:
Luca Sofri , Maria Guidotto, Annamaria Carloni,Giulio Santagata

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Ultimo aggiornamento ( Monday 29 June 2009 )
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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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