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In terra di Gomorra, la trincea delle trincee PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 03 July 2009

(Tratto da L'Indice dei libri del mese - giugno) Quando uscii dal cinema mi accorsi di provare un senso di disagio. Il film, “Gomorra”, era stato bellissimo. Un pugno nello stomaco. Eppure mi sembrò che mancasse qualcosa, che ci fosse un’assenza strana, ingiustificabile anche nella necessaria semplificazione narrativa. Manca una figura positiva, pensai. Un prete, un giornalista, un consigliere comunale. Un insegnante, soprattutto. Mica perché gli scenari violenti e degradati debbano per forza avere al loro interno un ingannevole segno di speranza, quasi ad acquietarci la coscienza. Ma perché io, per decenni, quel segno l’ avevo visto, l’ avevo sempre visto. L’insegnante: l’insegnante del sud, della Campania, di Gomorra.

L’avevo visto nei rioni di Napoli. I maestri di strada. Sono diventati un modello anche per l'Onu,  i maestri che se ne vanno di quartiere in quartiere a cercare i loro drop-out, per portarli per mano a prendersi il diploma dell'obbligo. Programmi personalizzati e santa pazienza nel seguire i bioritmi adolescenziali, perché, come dice Marco Rossi Doria, il più noto esponente di questa figura sociale tipicamente napoletana, "la notte è loro". Ricordo quando, da parlamentare, lavorai su una scuola dei Quartieri Spagnoli di Napoli, in via Pasquale Scura. Camminare per quelle vie e quei vicoli sarebbe stato impossibile per qualunque “straniero”. Il maestro di strada garantiva silenziosamente per me, anche passando davanti ai crocchi più ostili, ai guaglioni, ai capi, alle signore dei clan. Con lui collaboravano, e bene, quelli che non stavano in strada ma tra le mura della scuola. E che anzi si erano messi in testa di portare la strada dentro la scuola. Di fare prendere il diploma dell’obbligo alle mamme più giovani, per esempio. Le scuole medie inferiori, un po’ il ventre molle del nostro sistema scolastico, in Campania diventano spesso avanguardie decisive. Capaci almeno di ritardare l’ ingresso dei ragazzi nell’orbita della criminalità. (continua)

Progetti in serie. Ricordo un fuoco d’artificio di iniziative. Il progetto "Chance", il progetto “Spora”, il progetto "ragazzi in commercio", il progetto "fratello maggiore", il progetto "madri". Era un elenco inesauribile quello che il comitato parlamentare che coordinavo si sentì sciorinare nella prima visita ufficiale. Nei Quartieri Spagnoli; ma anche a Ponticelli, il quartiere dove operava un altro tra i maestri di strada più conosciuti, Cesare Moreno, e dove da tempo la polizia aveva difficoltà a penetrare, esattamente come nella Scampia del film.

Progetti. Reti istituzionali. Coinvolgimento dell'università, degli istituti di ricerca. Dei magistrati e delle associazioni di categoria, dai commercianti agli albergatori. Una partita defatigante con il mondo esterno. Vittoriosa fino alle due del pomeriggio e poi perdente fino alle otto del mattino successivo. E’ stato a Napoli che mi è stata rappresentata la scuola come una immensa, speciale Penelope. Che tesse la sua tela e poi si ferma per vedersela disfare ogni giorno. I clan con le loro offerte di soldi, il quartiere con i suoi bisogni di sopravvivenza e i suoi pregiudizi, la televisione con i suoi modelli di vita e i suoi messaggi consumistici. E’ già un miracolo, da queste parti, riuscire ottenere il rispetto formale per la scuola del quartiere. In un viaggio a Napoli con la Commissione antimafia restai sbalordito per le cronache di vandalismo che avevano riguardato gli istituti scolastici, soprattutto superiori, nel corso dell'anno. Allagamenti alla succursale della "Caccioppoli", con introduzione di vermi e topi, sassaiola e incendio (e allagamento finale) alla "Lucrezio Caro", furti e saccheggi e asportazione di cinquanta computer dal "Galileo Ferraris" del famigerato quartiere di Scampia, nonostante sistemi antifurto e vigilantes privati. Chi poteva insegnare in quelle condizioni? Eppure una di quelle scuole, l'istituto tecnico-commerciale "Ferdinando Galiani", a San Carlo all'Arena, si stava caratterizzando proprio per la qualità delle sue sperimentazioni didattiche. Progetti di imprese giovanili, questionari sulla camorra usati in tutte le scuole della città. Aveva trovato ospitalità anche sui programmi Rai, per come gli studenti (aspiranti ragionieri…) sapevano Dante e la letteratura del Trecento.  La notte incendio della palestra, svuotamento degli estintori, spazzature nelle aule e infine allagamento. E al mattino, sotto la guida della preside Armida Filippelli, si riprendeva con i progetti.

 

Ma anche fuori Napoli, anche nella immensa e lunare conurbazione fino a Caserta, si trova sempre lui o lei, comunque l’insegnante. Ad esempio all’Itis di Aversa, la scuola dove insegnava don Peppino Diana, il prete ucciso in sacrestia a Casal di Principe. Dove sotto la guida di Maria Luisa Coppola e Agata Avvedimento ha preso il via il programma “Scuole aperte”; che vuol dire che i ragazzi devono potere contare sui locali della loro scuola anche dopo gli orari di lezione, e che quei locali sono tutt’uno con la comunità intorno. O addirittura nella Casal di Principe del famigerato Sandokan Schiavone, dove hanno decretato la condanna a morte di Saviano; perfino lì ho trovato, un anno e mezzo fa, un gruppo di professoresse impegnate in programmi civili. Di nuovo una scuola media, stavolta a indirizzo musicale, la “Dante Alighieri”. Lì dove negli anni ottanta uccisero tre ragazzi facendoli trovare bruciati accanto al cimitero e a manifestare furono in quattro (quattro…), e tutti gli altri vennero dai paesi accanto, stavolta una ragazza della III A, Concetta, si è alzata in piedi dicendomi a nome dei suoi compagni “benvenuto nella città dove la camorra regna sovrana”. La preside Maria Gallo si è goduta lo spettacolo delle sue allieve che prendevano l’una dopo l’altra la parola. Alla fine, mentre uscivo scortato dalla polizia, ho scoperto che i ragazzini e le ragazzine si erano ammassati sulle terrazze e da lì mi salutavano festanti. Così si lavora in una scuola nella “inespugnabile” Casal di Principe…

 

E Scampia, lo spaventoso set di Gomorra, dove le inquadrature del più grande film di denuncia dovettero essere negoziate con i boss? Scampia, la terra dei “cercatori d’ero”, periferia napoletana cresciuta come un fungo per ospitare i diseredati del Rione Sanità negli anni del terremoto,  quarantaquattromila abitanti, praticamente come Mantova? Qui -sì, anche qui- lo scorso autunno si sono dati convegno operatori sociali, preti, insegnanti. Tre giorni interi a parlare di droga in uno dei più grandi porti franchi della droga. Tra gruppi di fuoco, spacciatori, killer per ambizione e per piacere, si sono messi loro, “la trincea delle trincee”. Gli abiti dignitosi di chi campa con millecinque, duemila euro al mese, le facce di chi legge almeno due libri al mese. L’appuntamento era in uno spazio immenso, piazza Grandi eventi. Sulla destra quattro delle celebri “vele”. Erano sette, ne han buttate giù tre. Due sono imprendibili fortini di camorra, vero comando militare della zona. In quei giorni sono spuntati 67 stand e 19 unità mobili su tutto il piazzale, mettendo a soqquadro il paesaggio, tanto che le sentinelle sono scese dai fortini per sapere che diavolo stesse succedendo. Rosanna Romano, dirigente del settore “fasce deboli” della Regione, alla fine ce l’ha fatta. Centinaia di persone al giorno. Una decina di scuole coinvolte. Un auditorium affollato di persone colte e civili, con giovanissime hostess dell’istituto turistico “Vittorio Veneto”, eleganti come sarebbero potute esserlo studentesse del Mamiani o del Parini.

Un giorno, mentre insegnanti e operatori si susseguivano nei loro interventi, spiegando il rifiuto dell’idea di potere essere loro “i salvatori”, è giunta la notizia di due carabinieri arrestati a Casal di Principe; giusto a sottolineare la difficoltà infinita di “essere Stato” in queste terre. Giusto, anche, ad aumentare la delusione per non vedere uno straccio di giornale o di tivù interessato a quella strepitosa impresa che era andare a parlare di droga nel cuore del narcotraffico armato. Come nel film, l’insegnante di Gomorra sarebbe rimasto invisibile.

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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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