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L'architetto milanese allergico agli intrallazzi PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 28 December 2009
(Il fatto quotidiano, 27 dicembre 2009)

Questa è una di quelle storie che vanno raccontate scoprendo subito le carte. Perché la protagonista è amica di chi scrive. Ma nel caso il rapporto di amicizia va a beneficio del lettore perché ha aiutato la conoscenza in diretta dei fatti che qui si narreranno. Lei è un architetto, con il dono della pittura. Che vive contromano fin dai natali. Donata Almici, questo il suo nome, è infatti originaria di Coccaglio, il paese bresciano proiettato recentemente in prima pagina dalla strabiliante idea del White Christmas partorita dal sindaco leghista per combattere l’inquinamento etnico. E, pur venendo da una delle famiglie borghesi più antiche di Coccaglio, sfoggia come massimo motivo di orgoglio una nipotina di colore in nome della quale si batte come una tigre contro ogni battuta razzista, a Coccaglio ma anche a Milano.

Ha un carattere tosto, l’architetto, intollerante solo verso la corruzione e i clientelismi. E fu proprio questo temperamento a portarla, nell’85, a essere (ecco dove nacque l’amicizia) tra i soci fondatori del circolo milanese “Società civile”, impegnato in prima fila contro il degrado etico della vecchia “capitale morale” del Paese. Un temperamento gettato anche nella vita associativa della professione. Per esempio da direttore di AL, il giornale degli architetti della Lombardia. Funzione non contestata da nessuno fino all’esplosione di Tangentopoli. Quando inizia a salire la marea degli scandali, l’Almici fa una scelta: dare la parola al mondo degli architetti. I quali scrivono ad AL per denunciare la condizione di corruzione e monopolio abusivo che caratterizza la professione a Milano e hinterland. Un monopolio goduto da una ristretta cerchia di architetti facenti capo ai partiti della sinistra: Epifanio Li Calzi, Andrea Balzani e Claudio Dini soprattutto. A quel punto il presidente dell’ordine di Milano Demetrio Costantino, anziché tuonare contro gli inquisiti, chiede le dimissioni di lei dalla direzione del giornale e, non ottenendole, compie la scissione. L’ordine di Milano si fa un house organ tutto suo e invia un richiamo alla moralizzatrice, rea di essere intervenuta sul tema anche sull’Espresso e su altri giornali. Una scomunica da qui all’eternità, parrebbe; se è vero che due anni fa AL (tornato a essere il giornale unitario degli ordini lombardi) ha dedicato un numero monografico alla propria storia pubblicando un’intervista a tutti i direttori; tutti tranne lei, che aveva annunciato di volere ribadire i suoi eretici convincimenti.

Ebbene, è per questa sua storia che nel 2007 il ministero dell’Università (dove chi scrive era sottosegretario), dovendo rinnovare i propri rappresentanti nei consigli di amministrazione delle accademie di Belle Arti, quando arriva il turno di Brera pensa a lei. Tra i molti problemi che emergono in accademie e conservatori vi è infatti quello del rigore amministrativo, che dà luogo, fra l’altro, a diversi commissariamenti. Donata Almici arriva a Brera con il nuovo presidente Gabriele Mazzotta. E si imbatte in questioni che sollecitano subito il suo uzzolo moralistico. Gli appartamenti della Fondazione Lombardo Croci, ad esempio. Destinati a sostenere artisti indigenti e invece concessi a condizioni di estremo favore, rispetto ai valori di mercato, a docenti dell’Accademia; con le entrate (circa 50.000 euro l’anno) destinate a finanziare mostre. Quest’anno finalmente il consiglio d’amministrazione ha ottenuto, dietro sua insistenza, che i canoni vengano adeguati e i proventi effettivamente corrisposti ad artisti in difficoltà. “Sotto Natale ha telefonato un vecchio professore di Brera, bisognoso, e ha chiesto se fosse uno scherzo”, dice lei, che considera quella telefonata una sua vittoria. Ma soprattutto quel che la porta in tensione con larghe fette dell’Accademia è il clamoroso avanzo di bilancio, che lei scodella all’attenzione della stampa milanese, in particolare del “Corriere”. Nella primavera del 2008, in sede di bilancio consuntivo, scopre che c’è un attivo di otto milioni e mezzo di euro parcheggiato in banca mentre i locali di Brera vivono una più volte documentata e lamentata situazione di degrado. “Inconcepibile incapacità di spesa”, commenta lei. “E il bello è che dopo averlo fatto rilevare al Consiglio Accademico, che è l’organo titolato a fare le proposte di spesa per la didattica, quest’anno l’avanzo è aumentato di un altro milione di euro. Di fronte a questa anomalia abbiamo fatto abbassare le tasse degli studenti, per un totale di un milione e centomila euro in meno. E visto che parliamo di studenti, come si fa a non indignarsi quando ci si accorge che ci sono 450.000 euro di borse di studio non assegnati, che si è fatta una commissione per risolvere il problema e a distanza di un anno ancora quelle somme non sono andate agli allievi meritevoli? Qui sui giornali si parla di Brera ormai solo per polemizzare sul suo trasloco parziale nella caserma di via Mascheroni. Si sono inventati anche la bufala dell’uranio impoverito nei nuovi locali o che la caserma sarebbe una topaia. Ora, l’uranio impoverito è sempre l’eredità di bombardamenti aerei, e qui a Milano non se ne sono visti, mi pare. Quanto alla topaia, non solo non è vero, ma semmai bisognerebbe vedere lo stato di alcuni locali di Brera: assenza delle minime norme igienico-sanitarie o di sicurezza,  abbiamo dovuto avviare dei primi interventi con il Provveditorato alle opere pubbliche. Sul trasferimento, che sarebbe solo parziale (le discipline storiche resterebbero in via Brera) e consentirebbe comunque di avere una superficie totale più estesa, si può anche discutere. Il guaio è che questa polemica fa sparire la questione del rigore gestionale. E certo a molti non dispiace. Ma è possibile che nell’ultimo consiglio mi sia vista proporre delle cifre di centinaia di migliaia di euro di spesa, ripeto, centinaia di migliaia di euro, senza alcun progetto, sotto la voce generica, che so, ‘iniziative culturali’ o ‘acquisti di beni e servizi’?”.

Conclusione non scontata, almeno in Italia. Dimissioni. In un contesto invece scontatissimo: silenzio assoluto. Una perfetta metafora dell’Italia a rovescio. L’architetto in prima fila a denunciare gli intrallazzi della professione che subisce il richiamo del suo ordine. L’amministratore pronto a denunciare i misteri di bilancio di una grande istituzione culturale che invece di suscitare dimissioni altrui è costretto a dimettersi. Storie di un paese che non cede. Ma che paga il prezzo amaro di tenere alla sua faccia.


Ultimo aggiornamento ( Monday 28 December 2009 )
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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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