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Io, il Pd e l'immunità parlamentare PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 10 January 2010

No, l’immunità parlamentare no. Quella proprio no. Non può essere questa porcata la soluzione per il gigantesco affare B. Ma davvero basta farsi eleggere in parlamento (con l’aggravante che non ci sono nemmeno più gli elettori) per sottrarsi alle leggi? Ma che demone si sta impossessando del centrosinistra? Vi posso dire una cosa con assoluta certezza: che vedrete battaglioni di turibolanti in processione da Vespa a giurare che in tutta Europa c’è l’immunità e invece non è vero. Ci sono sempre piccoli ma decisivi dettagli che fanno la differenza. E c’è sempre un’etica pubblica, e c’è sempre una stampa libera, che impediscono che le protezioni, dove e quando esistono, vengano usate abusivamente. Tutti sanno la ratio dell’articolo 68 della Costituzione, d’altronde (soprattutto difendere i parlamentari dell’opposizione dalle rappresaglie governative, rese possibili da una magistratura ossequiente e che veniva per li rami dal ventennio). E tutti sanno che razzia morale sia stata fatta di quell’articolo, per salvare fior di delinquenti.

Io entrai in parlamento nel ’92 con la Rete mettendo, con tutta la Rete, al primo punto del programma proprio l’abolizione dell’immunità parlamentare. Non ho cambiato idea. Non reggerei di stare in un partito che ne dovesse votare la reintroduzione, questo lo dico e lo dirò con chiarezza. Anche se sono costretto a invocare l’immunità per me, di fronte a Previti, per l’unica ragione per la quale la teorizzo e rivendico: la libertà di critica e di opinione, tante volte limitata proprio ai parlamentari (che non se ne adontano) con interventi liberticidi sulla loro facoltà di proporre interrogazioni e interpellanze su fatti che non siano finiti sui giornali o che non abbiano avuto trascrizione in atti ufficiali. Ecco dunque il mio accorato appello a tutti i parlamentari dei Democratici: ripensateci o (anche se non lo capite) sarà la fine del partito.

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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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