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I Had A Dream (novella genovese) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 17 January 2010

Ohimé, ieri notte avrei voluto sognare (per rivedermela, come in un film) una scuola media dove sono stato questa settimana, Istituto Comprensivo “T. Ciresola” di via Venini a Milano. Due ore a parlare di mafia e legalità, con ragazzini di tutti i colori possibili (i “pellebianca” saranno stati il 20 per cento). Un incontro zeppo di domande e alla fine, nonostante la criticità della scuola, insidiata a lungo dal bullismo e da un vago odor di malavita, perfino qualche autografo sui fogli di quaderno. Questo aveva potuto il lavoro di alcuni  bravi insegnanti e quello di una bravissima preside napoletana, tante dense letture alle spalle e un’esperienza di prima fila compiuta nella trincea di Torre Annunziata.

E invece ho fatto un sogno stranissimo. Ho sognato di essere a Genova. Forse anzi non ero nemmeno a Genova, ma la vedevo, era certo che la vedevo. Come a teatro. E sul palcoscenico fatto a forma di piazza De Ferrari saltellavano due esseri strani dalla forma di scoiattoli. Anzi, dovevano essere proprio degli scoiattoli perché si chiamavano Cip e Ciop, come i personaggi di Walt Disney. Ed entrambi, dimentichi della  affabilità per la quale erano conosciuti, si agitavano inquieti e furenti inveendo contro di me. E gridavano, saltando e raccogliendo verso l’alto le zampette: i diritti a lui no, i diritti a lui no! Sembrava che recitassero una qualche loro simpatica ossessione. Poi compariva strisciando di presso a loro una figura umana che poteva avere qualsiasi età e forse qualsiasi sesso, alla quale i due roditori si avvicinavano con fare complice. Talché cambiavano tono e con voce flautata, anzi melliflua, gli raccontavano orride meraviglie sul mio conto: egli è assente, non lo vede che non è qui con noi?, si rifugia nelle profondità marine per almanaccare in un batiscafo su certe sue assurde letture, e, da perfetto straniero, ha in odio tutto ciò che porta il profumo salmastro dell’aria genovese; e poi pare, si mormora, si dice, qualcuno lo sa per certo, che non ami dar parola a chi la pensi distintamente da lui. Eh, caro amico, insistevano, pare che non abbia nemmeno idee, mai nessuno ne ha vista alcuna sprizzare dal suo debole e pianeggiante cervello. Ma davvero?, interrogava la figura, che sembrava ben contenta di sentir simili referenze. E loro, freneticamente eccitandosi a quella confidenza e sbattendo la coda su e giù sul finto selciato: ma certo, e se tali referenze disturbano anche lei (e dicendolo gli danzavano d’intorno per ulteriormente compiacerlo), ci aiuti a preservare Genova da tale sciagura poiché un suo ritorno qui farebbe ombra ai nostri più briosi e scintillanti progetti. Il signore ebbe solo un guizzo di curiosità, non benevola verso di me ma che a Cip e Ciop dovette apparir tale. E chiese ai roditori: ma codeste lotte intestine nel vostro partito non potrebbero gettare luce cattiva in un momento per voi così tribolato, farvi perdere voti intendo, perché poi alla fine la politica di questo è fatta? Lì per lì non capii che diavolo potessero entrarci due scoiattoli con la politica, ma subito mi capacitai pensando che ormai essa si è davvero aperta a tutte le specie del creato. Dunque Cip e Ciop erano impegnati in politica. Infatti subito risposero alla domanda con occhi cisposi: ma no, caro amico, il nostro partito dell’uguaglianza grazie a noi farà passi da gigante, l’ elettorato ci segue riconoscendo la nostra grandezza (e ognuno dei due diede mostra in quel preciso momento di intendere “mia” anziché “nostra”) e ci sarà certo grato per avere cacciato dalle mura lo straniero restituendo alla città la purezza che le compete.

Il signore, ormai si capiva che il suo sesso era maschile, si fermò agitando il ditino dogmatico verso l’alto e fece loro una promessa: la vostra voce, cari scoiattoli -e qui si interruppe un attimo-, a proposito, come vi chiamate? “Cip” rispose il più basso squittendo felice, “Ciop” aggiunse subito l’altro gongolando, ecco, proseguì il signore, cari Cip e Ciop, la vostra voce è sì giusta che sarà anche quella del giornale che dirigo. I due scoiattoli si guardarono compiaciuti, con l’aria di chi è riuscito nell’impresa di rubare la marmellata più ambita, poi lo guardarono. E lui concluse: sì, sono il direttore della “Gazzetta della Destra”. E farò mie le vostre opinioni. Per convinzione, si intende, ma voi, che sì gentili mi apparite, abbiate la squisita cortesia di regalarmi un po’ delle vostre pigne, sapete, l’ inverno è la stagione delle provviste. Cip e Ciop glielo promisero felici e lo salutarono con un inchino mentre il sipario accennava a chiudersi.

A quel punto mi svegliai. Era stato tutto un sogno. Meno male, pensai. Tanto più che non poteva essere premonitore, privo com’era di qualsiasi appiglio di verità. A Genova infatti gli scoiattoli non esistono, altrimenti la gente sarebbe più felice e ogni tanto si vedrebbero volare nocciole per le strade. E nemmeno i giornali di destra a Genova esistono, altrimenti avrebbero scorticato vive le amministrazioni di sinistra per avere fatto cadere nell’oblio le lapidi di carabinieri, poliziotti e magistrati uccisi dalle Brigate rosse. Così a quel punto mi alzai ripensando con rinnovata ammirazione all’Istituto Comprensivo “T. Ciresola”. A quella esperienza collettiva tanto più bella e soprattutto più vera dei due scoiattoli di sinistra e del giornale di destra partoriti da una notte di cupe fantasie. (e naturalmente: il 20 marzo a Milano con Libera!)

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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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