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Omicidio in un tranquillo paese padano PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 21 January 2010

Una sera a Romentino. Un piccolo comune vicino a Novara, dove la società civile è  più effervescente grazie a una associazione di giovani chiamata “Quasar”. Il punto di contatto con loro è stato un mio studente dello scorso anno, in assoluto uno dei migliori. Tema: la criminalità organizzata al nord. La sala era strapiena. Ho raccontato quello che è giusto raccontare in questi casi, quando devi cercare di dare le dimensioni del fenomeno senza voli politici e tirate demagogiche. Perché, amici blogghisti, io sono preoccupato veramente; e mi sembra che, nonostante i sequestri di persona degli anni settanta e Ambrosoli e Calvi e l’assassinio del procuratore Caccia a Torino, ossia dopo 25 o 30 anni (ripeto: 25 o 30 anni), ancora ci sia una sensibilità tendente a zero e una capacità di rimozione tendente a cento. C’erano tutti, gli amministratori (centrodestra), seduti in prima fila. E di questo i ragazzi, che dal Comune non ricevono un euro, erano molto orgogliosi. Sono stati anche molto accoglienti nei miei confronti, gli amministratori. E il sindaco è subito intervenuto per ringraziarmi, per dire che bisogna stare attenti, che però a Romentino segnali non ce ne sono, che ceffi di malaffare non circolano e non cercano rapporti con l’amministrazione. Insomma: che fortunatamente Romentino ne è fuori. In quel momento una signora ha chiesto la parola dal pubblico e ha dato la notizia. Ho ricevuto un sms, ha detto: hanno appena ucciso l’imprenditore Marcoli nel suo ufficio. Gelo, ma non troppa costernazione(così mi è parso almeno). La signora ha continuato chiedendo che cosa stia accadendo nel novarese nel settore edile: uno arrestato, uno appena ucciso (operava nell’edilizia infatti, la vittima), quelli in via di bancarotta. Be’, io ho pensato che queste cose non accadono senza segnali precedenti. Movimento terra? Appalti e subappalti? Favori negati o protezioni respinte? Chi uccide deve stare sul campo da più tempo. I ragazzi poi mi racconteranno altre storie. Di rifiuti tossici sversati nelle cave (me lo confermerà un ex maresciallo di mio padre, ce n’è sempre uno in queste occasioni), di un giornalaio rapinato con pestaggio quattro o cinque volte (e come mai, se non perché non paga il pizzo?).

E’ finita che ho ricevuto una lunga standing ovation a cui hanno partecipato tutti, proprio tutti. E a me, lusingato e imbarazzato, è sembrato di stare dentro un film. Il pubblico che applaude in piedi, un imprenditore ucciso in un paese assolutamente tranquillo. Forse diranno che è una questione di donne, forse no. O che non si capisce bene che cosa sia accaduto, sarà gente venuta da fuori. Io penso solo che occorre alzare sempre di più la guardia, formare sempre più persone, pensare la politica in modo diverso. E anche per questo rinnovo a tutti l’invito che mi sta a cuore: tutti a Milano il 20 marzo per la manifestazione nazionale di Libera. I tempi della beata incoscienza dovrebbero essere finiti per tutti.

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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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