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ANNAVIVA, che nel nome della Politkovskaja si batte per i diritti umani e civili PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 22 February 2010


il Fatto Quotidiano
21 febbraio 2010


Quando la uccisero qualcuno fece i conti: è la duecentoduesima. Un numero da brividi. Con lei, con Anna Politkovskaja, erano saliti a duecentodue i giornalisti uccisi in Russia dal 1991 al 2006. Da allora sono aumentati. I casi più conosciuti sono quelli di Natalia Estemirova e di Anastasia Babulova. L’Europa più sensibile osserva oggi inorridita. Ma per fortuna c’è chi non si limita a guardare e a far di conto. C’è “Annaviva”, l’associazione nata proprio nel nome della giornalista che smascherò le menzogne del Cremlino sul genocidio in Cecenia. Incominciò tutto un sabato di settembre del 2007, a Milano. Mancavano pochi giorni al 7 ottobre, primo anniversario dell’assassinio. Un gruppo di giovani, in gran parte russofoni, si riunì sotto la spinta di Andrea Riscassi, un giornalista Rai da sempre impegnato sui diritti civili. E in tanti decisero di ricordare ovunque la testimone straordinaria che aveva resistito a minacce, arresti e avvelenamenti. Di non farla inghiottire dall’oblio del regime di Putin. Di farla vivere nella memoria, appunto.
Da allora, da quel pomeriggio e da quella scelta generosa, il ricordo di Anna ha originato in Italia un vero movimento di opinione.


Il 9 maggio del 2008 (altro anniversario, quello della vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale) è nata l’associazione intitolata a lei. Zeppa di under 30 di entusiasmo e di talento. Come Matteo Cazzulani, che di anni ne ha venticinque e sta facendo un Erasmus a Cracovia. E che ne è il presidente. Perfetto anche dal punto di vista logistico, visto che parla polacco, russo e ceco. O Anna Agliati, la vicepresidente, anche lei amante della cultura russa. Il grande obiettivo dell’associazione? Nel nome della Politkovskaja battersi per i diritti umani e civili nell’est e in tutta l’area ex sovietica compresa quella caucasica. Manifestando con e per le minoranze senza voce di quei paesi anche nei giorni più scomodi, come a ferragosto, quando cade l’anniversario dell’aggressione della Russia alla Georgia. O promuovendo iniziative di qualche rischio, come la partecipazione al rally delle opposizioni del 31 agosto scorso a Mosca. Il 31: una data sulla quale regna il più rigoroso silenzio anche all’estero, ma che rappresenta un appuntamento mensile fisso per i dissidenti. I quali simbolicamente invocano quel giorno il rispetto dell’articolo 31 della Costituzione della Federazione russa, che proclama solennemente la libertà di associazione. Annaviva ci è andata con una sua delegazione e ha fornito finalmente una preziosa documentazione su quel che il regime russo ha deciso non si possa sapere. Andrea Riscassi ne ha un ricordo traumatico. “Per la prima volta capisci che la tua vita è nelle mani di qualcun altro. Che basta un cartello o una chitarra per farti finire in cella. Lo decidono loro. E dopo la cella, per i russi, c’è la perdita del lavoro. E infatti una cosa che mi ha colpito è che lì, come un’altra volta anche a Minsk, c’erano quasi solo studenti e pensionati, gente che non ha nulla da perdere”.

Per i giovani di “Annaviva” è intollerabile l’accidia dell’occidente liberale e democratico di fronte alle violazioni dei diritti nei paesi dell’est. Intollerabile che vinca su tutto la realpolitik del gas russo (e perciò hanno polemicamente promosso un convegno dal titolo “Contro gli zar del gas”, con la figlia di Andrej Sacharov e con Garri Kasparov). Intollerabile che il governo italiano sia il più oltranzista di tutti nel riconoscere i dittatori, fino al pubblico abbraccio di Berlusconi a Lukashenko in Bielorussia.

“La verità è chiara”, continua Riscassi, autore fra l’altro di Anna è viva. Storia di una giornalista non rieducabile (introduzione di Ottavia Piccolo)0. “E’ in corso un annientamento dei diritti in una parte del pianeta con la pavida complicità proprio degli Stati che hanno teorizzato l’esportazione della democrazia. Sai che cosa ti lascia senza fiato a Mosca? L’ingresso della Novaja Gazeta. Lì, sulla sinistra di chi entra, c’è una teca con dentro i computer e le agende dei giornalisti uccisi in dieci anni di vita del giornale. Sono cinque: uno ogni due anni, e tutti sostanzialmente assassinati nell’impunità dei mandanti”. Nasce anche da questi incontri con la Storia la spinta a far sapere, a commemorare, ad andare in delegazione agli appuntamenti più significativi. A fare piantare nel Giardino dei Giusti di Milano l’albero di Anna, il 5 maggio dello scorso anno. A fare quasi politica estera civile per conto delle minoranze senza diritti. A tenere un sito (www.annaviva.com, curato da Svitlana, una giovane ucraina) che offre le traduzioni di articoli sull’impero di Putin e dintorni grazie a diverse volontarie (Anna. Lorenza, Marina…). A moltiplicare le sedi: Milano, Roma, Trieste e Carrara, più la sede di Cracovia, aperta il 7 gennaio scorso grazie all’entusiasmo incontenibile di Matteo Cazzulani. E a programmare il salto per il prossimo maggio, quando “Annaviva” diventerà un’associazione europea. Per gridare a tutti i paesi dell’Unione che non si può fare politica estera alla faccia dei diritti umani.

Ultimo aggiornamento ( Monday 22 February 2010 )
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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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