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Barba rossa e bimbi neri PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Wednesday 06 September 2006

Creativi della notte, Music for peace. E’ la sigla sotto la quale fa del bene un gran bel personaggio dalla testa sempre rasata di fresco come voi (maschi belli in ordine) tenete la barba; e dalla barba rossiccia curata come voi (tutti, maschi e femmine) vi curate i capelli. ImageSi chiama Stefano Rebora ed è genovese. Se dovessimo dar retta agli stereotipi, in realtà, dovremmo considerarlo l’antigenovese per eccellenza: generoso anziché tirchio, ottimista anziché mugugnone, aperto anziché diffidente. L’ho rivisto ieri sera alla festa dell’Unità di Genova (appunto...), verso mezzanotte, dopo avere esaurito dibattito, cena, saluti e baci a tutti gli amici che mi rendono cara quella città, discussioni varie sull’università e i conservatori, foto con il senatore Mazzarello in grembiule ai tavoli, mojito al basilico dei pimpanti diessini di Oregina, e altre amenità. Finché il giro è terminato con un limoncello al suo stand.

Stefano sta facendo l’ennesima opera buona (e anche coraggiosa): un viaggio verso il sud Sudan e il Darfour per portare generi di conforto raccolti attraverso incontri con circa 4000 studenti. Lui fa così. Viaggi nelle zone della fame o del bisogno, foto, esposizione delle foto al ritorno, incontri, sottoscrizioni, e con quelle altri viaggi. In tre, quattro o cinque, riducendo il numero se si alza il rischio. E’ un moto perpetuo, ormai conosce organizzazioni non governative in ogni angolo dell’Africa e del medio oriente. Le foto le ha fatte vedere anche a me. Abbiamo capito grazie al suo racconto (e alle foto) quanto un fresbee possa fare la felicità di cinque-dieci bambini. Erano decine e decine in un orfanotrofio quelli che attendevano educatamente in fila che venissero scaricati cibi e giocattoli giù dal camion dal nostro agente buono. Prima vedi loro in fila, poi vedi il fresbee nelle mani di piccoli e piccolissimi che toccano il cielo con un dito. E che si scatenano ridendo. Lui giura che da noi la distribuzione del fresbee non muoverebbe un decimo di quella allegria. E questo ha suscitato tra noi un po’ di riflessioni che sembrano luoghi comuni ma che hanno in sé una verità abbacinante. Da noi i bambini si divertono da vecchi perché i loro giocattoli nascono fuori dal mondo dell’infanzia. Li pensano gli adulti (la prima palla di carta me la sono pensata io), li comprano gli adulti (le biglie me le compravo io), risolvono i problemi degli adulti (mia madre impazziva e rompevo i vetri del colonnello sopra di noi). Il fresbee vola. E da noi gli spazi per farlo volare non ci sono quasi più. Forse per questo un aquilone ha fatto da mattatore in libreria. Almeno con la fantasia.

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Ultimo aggiornamento ( Wednesday 27 September 2006 )
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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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