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Se la politica andasse dallo psicanalista |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Saturday 27 October 2007 |
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(l'Unità, 28 ottobre 2007) - Per favore uno psicanalista. E anche bravo. Meglio: un'équipe di psicanalisti. Da pronto soccorso, se ce ne sono. Perché qui c'è una folla di personaggi in preda a turbe che vanno guarite in fretta. Non tanto per loro. Ma per i cittadini che se le vedono rovesciate addosso. Per il paese che qualche diritto ce l'ha pure lui, per quanto vecchio e maneggione sia, accidenti. Vengano gli psicanalisti, mettano su comodi lettini i (dis)turbati, scegliendoli "per titoli" nel variegato mondo dei dirigenti del centrosinistra italiano e li curino in fretta. Perché psicanalitica, assai più che politica, è la crisi che divora il governo dell'Unione e che vuole riconsegnare il paese a Berlusconi, ora o tra un anno. Basta guardarsi intorno. Si affastellano le sindromi più varie. Ecco a voi la sindrome dei capponi di Renzo, che si beccano furiosi tra loro mentre vanno a farsi tirare il collo. Ecco a voi la sindrome da suicidio egoistico, affermo davanti al mondo la mia identità uccidendomi. Ma anche quella da suicidio anomico, mi uccido perché perdo il senso delle cose, perché non ho più né regole né significati. Ecco a voi la sindrome dei trenta denari, pagatemi e tradisco (finisce con altro suicidio, come è noto). E poi quella di Narciso, innamorato della sua immagine fino (è destino...) a morirne, sia pure poeticamente. Sindromi. Sindromi a bizzeffe, che si richiamano e si esaltano tra loro. Un campionario squisito e interminabile, che viaggia tra parlamento, partiti e ministeri. E non risparmia neanche pezzi di opinione pubblica. E dietro questa follia autodistruttiva, guizza la fiamma della follia estrema, la convinzione che da questo spettacolo si possa uscire più forti e rigenerati, in grado di ricevere un nuovo mandato a governare prima del 2025. C'è del metodo, occorre convenirne. Era l'autunno del 1997, lo ricordo come fosse oggi, quando alla Camera un deputato della sinistra diessina mi incontrò una sera prima di cena per dirmi che si andava alle elezioni. Alle elezioni?, chiesi stupito e soprattutto sbigottito. Perché alle elezioni dopo un anno che governiamo, e per giunta dopo aver vinto per grazia ricevuta, ossia solo per la corsa solitaria della Lega? Non si può più andare avanti, mi venne risposto. Con Rifondazione non si resiste, torniamo alle urne. Riunione del gruppo parlamentare. Osai dire che mi sembrava una follia. Ma quasi tutti marciavano in quella direzione, qualcuno temeva di giocarsi il collegio a esprimersi contro. Poi gli stati maggiori ci ripensarono. Un anno e tre mesi; erano bastati un anno e tre mesi, comunque, per pensare che si potesse buttare all'aria un governo, il primo governo dell'Ulivo. Poi venne il '98 e Prodi e Veltroni caddero davvero, e per carità di patria non riapro quella pagina. Traversie e governi vari si susseguirono, giusto per consentire alla destra di dire che avevamo fatto quattro governi in cinque anni, altro che la seconda Repubblica. Vennero le elezioni del 2001. E siccome i sondaggi, dopo cotanta dimostrazione di coerenza e di affidabilità, pronosticavano sconfitta, invece di unirci ci dividemmo per tre: l'Ulivo, Di Pietro e Rifondazione. Insieme prendemmo più voti del centrodestra ma, genialmente, mandammo lo stesso al governo Berlusconi. Furono cinque anni di attacchi continui alle finanze dello Stato e ai princìpi di legalità e decenza civile, fino al limite del collasso istituzionale. Ma nessuno (lo vogliamo dire?) ha mai pagato per quella assurda divisione.
Finché è arrivato il 2006. Con le nuove elezioni. Una notte al cardiopalma. Le splendide previsioni che vanno in frantumi. E alla fine una vittoria risicata, risicatissima; annunciata da Fassino in diretta televisiva prima dei conteggi ufficiali. Un autentico miracolo: al governo di una delle maggiori potenze industriali per ventiquattromila voti di scarto. Roba da tenerselo stretto, il governo. Caro, ma proprio tanto caro. Da provare verso di lui e verso gli italiani che avevano votato Unione un senso di responsabilità infinito, come quando si maneggia un bambino appena nato, al quale ogni urto e ogni imprevisto può essere fatale. Roba da sentire ogni giorno all'alba l'imperativo kantiano di esibire il meglio di sé, di dimostrare di avere meritato quello scarto fortunoso. Di mantenere gli impegni elettorali, quelli possibili naturalmente (già, perché in effetti tanti critici a gogo dimenticano che al Senato c'è un solo voto di differenza, che si traduce subito in più voti di svantaggio appena si toccano alcuni temi). L'imperativo di mettere ovunque le donne e gli uomini migliori. Di seguire una rigorosa disciplina di squadra. Di ascoltarsi con rispetto. Di porre da parte ogni vanità personale. Di dare un'immagine di armonia e di serietà. Così doveva essere. Così dovrebbe essere. Se si vuole dare a questo paese un governo responsabile. E soprattutto se si vuole spiegare agli italiani che il centrosinistra sa governare, che l'amore per il proprio paese sa tenere uniti perfino più dei soldi e del potere di Berlusconi. Un po', un bel po' ci si è sberciati, ci si è sfregiati. Un po' di aria tossica la si è lasciata lungo i propri passi. Un po' si hanno gli abiti sgualciti. Ma si è ancora in tempo per intervenire, per rassettarsi, per pettinarsi e magari cambiare d'abito. Per incominciare (ma sì!) a mettere sulla scrivania una bella foto capace di simboleggiare l'Italia o la sua storia migliore; da guardare con rispetto e anche un poco di emozione ogni mattina invece di fare un compiaciuto inchino alla foto propria o alla bandiera del proprio partito (il che è molte volte la stessa cosa). Ma per riuscirci occorre un bravo psicanalista, anzi un gruppo di psicanalisti. Bisogna fare in fretta per guarire questa follia che ci sta portando verso il baratro. La follia di chi, avendo vinto la lotteria, butta poi il biglietto al vento affacciandosi al balcone. Così, giusto per provare il brivido di vedere se riesce a ritrovarlo per strada dopo cinque minuti. L'importante è che chi soffre o ha sofferto di turbe sia disposto, anche in silenzio, anche in un recesso dell'animo, ad ammetterlo. Se no, come è noto, sul lettino nessuno sarà mai capace di portarcelo. E addio speranze di resipiscenza. E allora, fuor di metafora, il popolo italiano trarrà la conclusione che il centrosinistra non è in grado di governare. Buono per amministrare le città, d'accordo. Ma il governo non è cosa. |
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Ultimo aggiornamento ( Monday 29 October 2007 )
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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo |
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Il Fatto Quotidiano 29 agosto 2010 Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”. Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”. Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere. Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi. |
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