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Rai, il sonno della ragione PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Saturday 01 December 2007

(l'Unità, 1 dicembre 2007) - E così la vicenda Rai-Mediaset inizia a produrre qualche sanzione per chi si è maggiormente macchiato dell’antico (e ignobile) reato di “intelligenza col nemico”. Benissimo. Sullo sfondo resta però un interrogativo amaro e più generale: ma dove finiremo? Si dovrà forse intercettare l'Italia intera, Palazzo per Palazzo, giorno dopo giorno, dovremo disseminare cimici dappertutto, per comprendere le dinamiche sociali e politiche che si squadernano davanti a noi? Perché questo è il punto dopo le rivelazioni sulla tivù una e bina dell'era berlusconiana. Come se un provvidenziale fascio di luce ci avesse illuminato una realtà nascosta e insospettabile. Mentre invece, vogliamo dirlo?, la vera notizia che ci arriva da quelle trascrizioni giudiziarie non è la fine del mercato televisivo o la trasformazione dell'informazione da "cane da guardia della democrazia" in "cane da guardia del padrone". La vera notizia è la abdicazione dell'opinione pubblica ai suoi compiti primari: quelli di leggere, di capire, di criticare i fatti e i comportamenti che attentano al bene comune e all'interesse collettivo nel momento in cui i fatti e i comportamenti sono in corso.
Strano, bizzarro paese, questo.

In cui si continua a declamare che la storia non la si può fare nei tribunali, che la politica non può cedere il suo primato alla magistratura, che le carte giudiziarie non possono esaurire la complessità degli accadimenti, o che il diritto penale non può sostituirsi alla critica morale e politica. E in cui però, puntualmente, solo gli atti giudiziari, solo le intercettazioni telefoniche sembrano abilitati a rivelare ciò che all'intelligenza delle persone dovrebbe invece rivelarsi per la pura concatenazione logica dei pubblici fatti. Il peso che le intercettazioni telefoniche finiscono per avere nella nostra capacità di ricostruire ambienti culturali, pubbliche vicende, intrecci perversi di interessi, è direttamente proporzionale alla nostra inettitudine a svolgere quelle ricostruzioni per altre vie. Ossia partendo dai dati, dai puri dati di fatto. Per associarli secondo logiche plausibili o incontrovertibili. Insomma, quando sarà passata la buriana mediatica sulle intercettazioni Rai, così come su quelle del caso Bnl-Corriere-Popolare di Lodi, a me pare che la vera, più scomoda responsabilità che ci viene consegnata non sia tanto quella di analizzare le relazioni di potere disegnate dai dialoghi tra i protagonisti, corredati da qualche corsara informazione sulla privacy di questo o quell' intercettato. E tanto meno sia quella di discettare stancamente se la pubblicazione delle intercettazioni in questione fosse da vietare.

La vera responsabilità è un'altra: capire perché - perfino all’interno della Rai! - abbiamo bisogno di quelle intercettazioni per raccontarci senza mille timori come sia degenerato nei cinque anni di governo berlusconiano il rapporto tra Rai e Mediaset. Ma perché, vien da chiedere, il fatto che una pattuglia di direttori e funzionari dell'impero Mediaset fosse stata all'epoca scaraventata di peso nel servizio pubblico, a quale disegno poteva mai essere ricondotto se non a quello di fare delle due grandi aziende televisive un unico sistema alle dipendenze del capo del governo? E noi non avevamo saputo con tanto di notizie ufficiali di quei trasferimenti indecenti, e non avevamo visto con i nostri occhi la qualità dell'informazione che ne era scaturita? E ancora: che cosa pensavamo che fosse andata a fare in Rai la ex assistente personale di Silvio Berlusconi, forse a garantire la correttezza e l'imparzialità dell'informazione Rai nei confronti del suo antico (?) padrone? E non avevamo visto lo scadimento progressivo dei programmi Rai, la resa della tivù pubblica alle ragioni della tivù privata, il suo crollo qualitativo, la sua inferiorità perfino sui generi di impegno civile (la fiction su Borsellino)? E ancora: perché mai la Rai avrebbe dovuto obbedire all'editto contro Biagi e Santoro e Luttazzi (il reprobo neanche nominato correttamente, e perciò il più perseguitato) se non perché profondamente infeudata alle volontà di Berlusconi, ben al di là dell'influenza che può esercitare sul servizio pubblico un capo del governo? E a chi faceva comodo la trasformazione della politica in teatrino, la riduzione della politica a una compagnia di giro, a Porta a Porta come a Ballarò? E c'è davvero bisogno di sapere da una intercettazione telefonica che Bruno Vespa nominerà "il Dottore" ogni volta che sarà opportuno? Davvero bisogno, voglio dire, per cogliere una disponibilità di quella trasmissione a offrire ogni debito sostegno al generoso editore del conduttore? Ma perché, non era bastato, per capirlo, il Cesare Previti appena condannato da un tribunale della Repubblica ospitato in tivù per attaccare in diretta i suoi giudici senza che alcuno di loro potesse (ovviamente) esercitare un informato contraddittorio? Quando mai si erano viste scene del genere nella non eroica storia di Raiuno? Davvero, ripeto, dovevamo attendere le intercettazioni per sapere e per capire? E Sanremo? Sanremo come crocevia delle due aziende? Sanremo dove Berlusconi, dopo le rimpatriate estive in Sardegna, aveva piazzato Tony Renis nella veste di direttore artistico? Ci voleva molto per capire quale unità di interessi e di volontà ci fosse dietro una scelta indecorosa e di cui, senza disporre di intercettazioni, questo giornale e il sottoscritto denunciarono il senso culturale e politico?

Il guaio è che sempre più ci stiamo disabituando a usare l'arma vitale dell'intelligenza critica. Che stiamo deponendo le armi che madre natura ci ha elargito, sia pure in misura più o meno generosa, affinché non viviamo come vittime o garruli idioti il nostro tratto di storia. C'è davanti a noi una contraddizione stridente. Si immaginano e si descrivono ogni giorno raffinate e fantastiche trame che avvolgerebbero la politica e gli stessi mezzi d'informazione. I retroscena della caduta prossima ventura -domani, dopodomani- del governo. Le argute dietrologie secondo cui la cattura di ogni grande latitante renderebbe la mafia ancora più forte. E al tempo stesso, mentre si scava e si dà di bulino dentro l'immaginazione svolazzante, si voltano gli occhi di fronte a ciò che sta a terra e ha sostanza visibile. Non solo. Si prendono le distanze da coloro che non voltano gli occhi. E li si rimbrotta perché hanno l'ardire di vedere, non si sa mai che ci facciano fare la figura dei conniventi o dei pavidi o degli opportunisti. Il gioco dei ruoli richiede, impone che siano loro, quelli che vedono e colgono i segni della materia, a essere messi sotto accusa. Imputati di trasformare la storia in un complotto permanente, di non sapere leggere la complessità delle umane vicende, le alleanze involontarie (che esistono, per carità), le casualità (che esistono, per carità); di vivere di sospetti e di veleni. La ricordate la storia del regime? Che cosa dite, voi? Che una democrazia dove il parlamento viene piegato ogni giorno, dall'inizio alla fine della legislatura, alle esigenze giudiziarie del capo e dei suoi amici e dove il 90 per cento dell'informazione televisiva è piegata alle ragioni dello stesso capo, porta o no, in sé, qualche germe di regime? Ve la ricordate quella discussione oziosa sul regime sì- regime no, per spiegarci che siccome un po' di democrazia restava in piedi, il rischio del regime non esisteva? Vi ricordate con che fastidio, con che albagia sussiegosa, veniva trattato chi denunciava il rischio dell'involuzione totalitaria? Purtroppo il mondo si divide per tre: quelli che, anche a prezzo di non apparire dialoganti e di non andare in tivù, le cose le vedono, anche se non hanno a disposizione atti giudiziari o lenzuolate di intercettazioni telefoniche sui giornali; quelli che le cose le vedono solo quando arrivano gli atti giudiziari e le intercettazioni telefoniche (e che in genere sono proprio quelli che lamentano l'espropriazione di ogni funzione politica da parte della magistratura); quelli che quando ci sono le intercettazioni, gridano che non bisogna pubblicarle (e non c'è bisogno di avere nuove intercettazioni telefoniche per capire perché lo fanno). La verità è che quando, attraverso le combinazioni chimiche che solo la storia sa inventare, nascono e muoiono i regimi, alla fine c'è sempre una sola, grande domanda che si impone: come è potuto accadere? Semplice: perché la ragione è andata a dormire. E lo spirito di libertà l'ha seguita a ruota. I documenti segreti più che svelare i fatti svelano soprattutto la profondità di quel sonno.

Ultimo aggiornamento ( Sunday 02 December 2007 )
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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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