Blog
Articoli
Libri
Appuntamenti
Link
La mia tv
 
 
Nessuna immagine
   
Blog
In terra di Gomorra, la trincea delle trincee PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 03 July 2009

(Tratto da L'Indice dei libri del mese - giugno) Quando uscii dal cinema mi accorsi di provare un senso di disagio. Il film, “Gomorra”, era stato bellissimo. Un pugno nello stomaco. Eppure mi sembrò che mancasse qualcosa, che ci fosse un’assenza strana, ingiustificabile anche nella necessaria semplificazione narrativa. Manca una figura positiva, pensai. Un prete, un giornalista, un consigliere comunale. Un insegnante, soprattutto. Mica perché gli scenari violenti e degradati debbano per forza avere al loro interno un ingannevole segno di speranza, quasi ad acquietarci la coscienza. Ma perché io, per decenni, quel segno l’ avevo visto, l’ avevo sempre visto. L’insegnante: l’insegnante del sud, della Campania, di Gomorra.

L’avevo visto nei rioni di Napoli. I maestri di strada. Sono diventati un modello anche per l'Onu,  i maestri che se ne vanno di quartiere in quartiere a cercare i loro drop-out, per portarli per mano a prendersi il diploma dell'obbligo. Programmi personalizzati e santa pazienza nel seguire i bioritmi adolescenziali, perché, come dice Marco Rossi Doria, il più noto esponente di questa figura sociale tipicamente napoletana, "la notte è loro". Ricordo quando, da parlamentare, lavorai su una scuola dei Quartieri Spagnoli di Napoli, in via Pasquale Scura. Camminare per quelle vie e quei vicoli sarebbe stato impossibile per qualunque “straniero”. Il maestro di strada garantiva silenziosamente per me, anche passando davanti ai crocchi più ostili, ai guaglioni, ai capi, alle signore dei clan. Con lui collaboravano, e bene, quelli che non stavano in strada ma tra le mura della scuola. E che anzi si erano messi in testa di portare la strada dentro la scuola. Di fare prendere il diploma dell’obbligo alle mamme più giovani, per esempio. Le scuole medie inferiori, un po’ il ventre molle del nostro sistema scolastico, in Campania diventano spesso avanguardie decisive. Capaci almeno di ritardare l’ ingresso dei ragazzi nell’orbita della criminalità. (continua)

Progetti in serie. Ricordo un fuoco d’artificio di iniziative. Il progetto "Chance", il progetto “Spora”, il progetto "ragazzi in commercio", il progetto "fratello maggiore", il progetto "madri". Era un elenco inesauribile quello che il comitato parlamentare che coordinavo si sentì sciorinare nella prima visita ufficiale. Nei Quartieri Spagnoli; ma anche a Ponticelli, il quartiere dove operava un altro tra i maestri di strada più conosciuti, Cesare Moreno, e dove da tempo la polizia aveva difficoltà a penetrare, esattamente come nella Scampia del film.

Progetti. Reti istituzionali. Coinvolgimento dell'università, degli istituti di ricerca. Dei magistrati e delle associazioni di categoria, dai commercianti agli albergatori. Una partita defatigante con il mondo esterno. Vittoriosa fino alle due del pomeriggio e poi perdente fino alle otto del mattino successivo. E’ stato a Napoli che mi è stata rappresentata la scuola come una immensa, speciale Penelope. Che tesse la sua tela e poi si ferma per vedersela disfare ogni giorno. I clan con le loro offerte di soldi, il quartiere con i suoi bisogni di sopravvivenza e i suoi pregiudizi, la televisione con i suoi modelli di vita e i suoi messaggi consumistici. E’ già un miracolo, da queste parti, riuscire ottenere il rispetto formale per la scuola del quartiere. In un viaggio a Napoli con la Commissione antimafia restai sbalordito per le cronache di vandalismo che avevano riguardato gli istituti scolastici, soprattutto superiori, nel corso dell'anno. Allagamenti alla succursale della "Caccioppoli", con introduzione di vermi e topi, sassaiola e incendio (e allagamento finale) alla "Lucrezio Caro", furti e saccheggi e asportazione di cinquanta computer dal "Galileo Ferraris" del famigerato quartiere di Scampia, nonostante sistemi antifurto e vigilantes privati. Chi poteva insegnare in quelle condizioni? Eppure una di quelle scuole, l'istituto tecnico-commerciale "Ferdinando Galiani", a San Carlo all'Arena, si stava caratterizzando proprio per la qualità delle sue sperimentazioni didattiche. Progetti di imprese giovanili, questionari sulla camorra usati in tutte le scuole della città. Aveva trovato ospitalità anche sui programmi Rai, per come gli studenti (aspiranti ragionieri…) sapevano Dante e la letteratura del Trecento.  La notte incendio della palestra, svuotamento degli estintori, spazzature nelle aule e infine allagamento. E al mattino, sotto la guida della preside Armida Filippelli, si riprendeva con i progetti.

 

Ma anche fuori Napoli, anche nella immensa e lunare conurbazione fino a Caserta, si trova sempre lui o lei, comunque l’insegnante. Ad esempio all’Itis di Aversa, la scuola dove insegnava don Peppino Diana, il prete ucciso in sacrestia a Casal di Principe. Dove sotto la guida di Maria Luisa Coppola e Agata Avvedimento ha preso il via il programma “Scuole aperte”; che vuol dire che i ragazzi devono potere contare sui locali della loro scuola anche dopo gli orari di lezione, e che quei locali sono tutt’uno con la comunità intorno. O addirittura nella Casal di Principe del famigerato Sandokan Schiavone, dove hanno decretato la condanna a morte di Saviano; perfino lì ho trovato, un anno e mezzo fa, un gruppo di professoresse impegnate in programmi civili. Di nuovo una scuola media, stavolta a indirizzo musicale, la “Dante Alighieri”. Lì dove negli anni ottanta uccisero tre ragazzi facendoli trovare bruciati accanto al cimitero e a manifestare furono in quattro (quattro…), e tutti gli altri vennero dai paesi accanto, stavolta una ragazza della III A, Concetta, si è alzata in piedi dicendomi a nome dei suoi compagni “benvenuto nella città dove la camorra regna sovrana”. La preside Maria Gallo si è goduta lo spettacolo delle sue allieve che prendevano l’una dopo l’altra la parola. Alla fine, mentre uscivo scortato dalla polizia, ho scoperto che i ragazzini e le ragazzine si erano ammassati sulle terrazze e da lì mi salutavano festanti. Così si lavora in una scuola nella “inespugnabile” Casal di Principe…

 

E Scampia, lo spaventoso set di Gomorra, dove le inquadrature del più grande film di denuncia dovettero essere negoziate con i boss? Scampia, la terra dei “cercatori d’ero”, periferia napoletana cresciuta come un fungo per ospitare i diseredati del Rione Sanità negli anni del terremoto,  quarantaquattromila abitanti, praticamente come Mantova? Qui -sì, anche qui- lo scorso autunno si sono dati convegno operatori sociali, preti, insegnanti. Tre giorni interi a parlare di droga in uno dei più grandi porti franchi della droga. Tra gruppi di fuoco, spacciatori, killer per ambizione e per piacere, si sono messi loro, “la trincea delle trincee”. Gli abiti dignitosi di chi campa con millecinque, duemila euro al mese, le facce di chi legge almeno due libri al mese. L’appuntamento era in uno spazio immenso, piazza Grandi eventi. Sulla destra quattro delle celebri “vele”. Erano sette, ne han buttate giù tre. Due sono imprendibili fortini di camorra, vero comando militare della zona. In quei giorni sono spuntati 67 stand e 19 unità mobili su tutto il piazzale, mettendo a soqquadro il paesaggio, tanto che le sentinelle sono scese dai fortini per sapere che diavolo stesse succedendo. Rosanna Romano, dirigente del settore “fasce deboli” della Regione, alla fine ce l’ha fatta. Centinaia di persone al giorno. Una decina di scuole coinvolte. Un auditorium affollato di persone colte e civili, con giovanissime hostess dell’istituto turistico “Vittorio Veneto”, eleganti come sarebbero potute esserlo studentesse del Mamiani o del Parini.

Un giorno, mentre insegnanti e operatori si susseguivano nei loro interventi, spiegando il rifiuto dell’idea di potere essere loro “i salvatori”, è giunta la notizia di due carabinieri arrestati a Casal di Principe; giusto a sottolineare la difficoltà infinita di “essere Stato” in queste terre. Giusto, anche, ad aumentare la delusione per non vedere uno straccio di giornale o di tivù interessato a quella strepitosa impresa che era andare a parlare di droga nel cuore del narcotraffico armato. Come nel film, l’insegnante di Gomorra sarebbe rimasto invisibile.

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Per favore connettiti al sito o registrati.

Commenti
parlando di sud
Scritto da marina il 2009-07-08 08:23:48
Forse bisognerebbe tacere, ma mi fa troppo orrore la scena di Salvini che canta ubriaco in osteria contro i napoletani. E ora va a rappresentarci in Europa!! Non diciamo stupidaggini: la maggior parte degli italiani condivide!!!!! 
Se qualcuno ancora non lo avesse visto... 
http://www.youtube.com/watch?v=yYwZqoTdoa0
da peacereporter
Scritto da baol il 2009-07-07 18:16:22
un ricordo di Beppe Cremagnani: 
 
http://it.peacereporter.net/articolo/16566/Buon+vento%2C+Beppe
morto Cremagnani?
Scritto da baol il 2009-07-06 23:37:11
DUET!
Scritto da simona ravera il 2009-07-06 19:56:37
E ieri sera, all'Arena Civica, nell'ambito del Jazzin' Milanese che terminerà il 22 Luglio con gli Incognito,  
Sergio Cammariere e Fabrizio Bosso hanno reso Omaggio agli Amanti del Jazz e della Musica...con un Concerto Strepitoso! 
 
Fra gli altri... 
Un Summertime da Pelle d'Oca... 
 
Bosso si è poi scatenato con un Gruppo di Jazzisti da Brividi! 
 
Cosa non fa fare a quella Tromba... 
rimanendo, poi, sempre compostissimo, anche negli assoli più coinvolgenti e 
nonostante le zanzare gli ronzassero anche in bocca... 
 
Simona 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Beppe Cremagnani
Scritto da stefanoski il 2009-07-06 19:50:27
non c'è più. Un infarto mentre era in bicicletta se l'è portato via.
Il quarto uomo...
Scritto da alfa10 il 2009-07-05 19:48:23
avrebbe anche la funzione di sostituire l'arbitro qualora ve ne fosse la necessità, il che lo rende un direttore di gara a tutti gli effetti, tant'è che nella recenta Confederation's Cup sudafricana, il quarto uomo ha usufruito anche della moviola rimediando a pacchiani errori della "terna" arbitrale... 
Come si vede, se si vuole, il "quarto uomo" è un arbitro a tutti gli effetti in grado di entrare in campo e far valere le sue decisioni. 
 
Mario Uccella
Il "quarto uomo"
Scritto da robertoli il 2009-07-05 19:15:59
Negli Stadi, non ha una grande funzione. 
E' quello che imposta, su una tabella luminosa (che poi mostra, sollevandola il più possibile sopra la sua testa, a destra e a manca) dei numeri. 
In base al colore dei led e dei momenti in cui la lavagna luminosa è mostrata, i numeri possono significare sia chi può andare a sedersi in panchina e per chi (dopo essersi “scaldato”) è arrivato il momento di scendere in campo (absit iniuria verbis), che ancora per quanti minuti possano / debbano giocare ancora le squadre, dopo il 45esimo minuto, prima di andare tutti negli spogliatoi. 
Francamente, il suo avvento non ha nemmeno modificato il modo di riferirsi a quei “signori vestiti di nero”. E’ rimasta, in gergo, la “terna arbitrale”. 
Mi sa che, dopo “il terzo uomo”, l’unica che farebbe notizia sarebbe “una prima donna”.  
Se non vado errato, non ricorrono gli estremi: né anagrafici, né di indole. 
Saltata a piè pari la “quaterna arbitrale”, e sperando ci sia risparmiata la “cinquina”, oramai si va per…. la “tombola”. I fagioli, purtroppo, non mancano. 
 
RB 
 
 
PD or not PD
Scritto da Pasquale_Pirone il 2009-07-04 12:55:38
Rubo questo post al mio lavoro e ai miei alunni e dunque mi scuso in anticipo per la mancanza di ponderatezza che può conseguire. Stanotte ho ascoltato grazie a youtube l'intervento del Senatore Marino al Lingotto.  
Bello. Molto bello. 
Secco, senza fronzoli, al sodo. Magari da dilettante della politica, ma anche per questo più efficace. Mi sono confermato in tutta la stima che ho maturato per lui in questi mesi. "Per lui" significa anche e soprattutto "per i temi" su cui lui pone l'accento. 
 
www.youtube.com/watch?v=a5kN5rvUZ78 
 
 
Poi ho letto l'intervista a Goffredo Bettini che gongola per aver contribuito a motivarne la candidatura, e qualche preoccupazione mi prende.Se vuol veramente bene a Marino e alla sinistra, bene farebbe Bettini, nelle prossime settimane a nebulizzarsi. A sparire. 
 
Ho anche ascoltato il discorso di Bersani. Nulla da dire. E' stato quello di un uomo di qualità. Onesto e franco. Una risorsa per tutti.Da non sprecare comunque vada. 
 
Al momento la mia partecipazione alla vita interna del PD si è fermata, mio malgrado, alle primarie. Dopodichè il partito è stato occupato militarmente dalle burocratje dei partiti soci fondatori e dalla parte più affaristica e rampante della societa politica locale. 
 
Riuscirà un (eventuale) rinnovamento, che sia solo dall'alto, a cambiare le cose? Lo escludo. 
 
Al momento la tessera non ce l'ho e non c'è nessuna condizione perchè la prenda. 
 
Frattanto, sto continuando a dare fiato al nostro Centrosinistra alternativo locale. Un'esperienza, che va al di là delle magagne interne del PD - e che in gran parte le si contrappone - di qualità umana altissima. (Gli interessati troveranno nei miei post precedenti e in www.rete3.net tutto il materiale per saperne di più) Ho chiesto agli amici di questo blog di raccontare la situazione delle loro città, nella certezza che quanto sta avvenendo ad Avellino non è un unicum. Rinnovo, con calore, il mio invito. 
Solo una saldatura tra esperienze di qualità dal basso e una buona leadership nazionale può realmente sperare di cambiare le cose. Altrimenti è puro velleitarismo. 
Evitiamo perciò inutili appelli a Nando se ciascuno non si preoccupa prima di radicare un'azione politica personale e collettiva anche sul piano locale.  
Evitiamo gridolini del tipo "Che bello! Sì! Ci sono! Vai!" 
 
Siamo oramai adulti, (purtroppo) 
 
Pasquale Pirone pasquale@rete3.netwww.rete3.net
Il terzo uomo (per tacer del quarto...)
Scritto da alfa10 il 2009-07-04 12:48:54
Come molti ragazzi della mia generazione preparavo gli esami di medicina in compagnia di un mito, un medico anche lui, Che Guevara, il cui sguardo spiccava sul poster appeso nella mia camera. Crescendo ho affiancato a quella immagine la foto di Enrico Berlinguer con i capelli scompigliati dal vento, pubblicata sulla prima pagina de l’Unità quando morì. In quegli stessi anni in cui si formava la mia coscienza di adulto, attraverso l’educazione familiare e lo scoutismo consolidavo le mie convinzioni di credente su principi che non escludevano la partecipazione al fermento sociale degli anni Settanta. Tempo dopo, vivendo e lavorando negli Stati Uniti, mi sono ritrovato a curare con il trapianto il fegato decine di veterani del Vietnam che si erano ammalati di epatite durante la guerra. Dai drammatici racconti di quei soldati contro i quali avevo manifestato da ragazzo, e dalle loro sofferenze di uomini, ho compreso meglio le responsabilità della politica, le colpe di governi che non esitano a manipolare la realtà e a privare della felicità le persone che, in genere, aspirano ad una vita serena e onesta. 
 
Il mondo è cambiato negli ultimi quarant’anni con una rapidità sconosciuta in precedenza: nel 1969 esistevano solo quattro computer collegati in una rete tra altrettante università americane. Oggi le persone che accedono a Internet sono più di un miliardo e gli studenti forse non sanno nemmeno cosa sia un poster perché scaricano le immagini dei loro miti dalla rete e le condividono con gli amici su Facebook. Però non è cambiata la loro aspirazione a costruire insieme un mondo migliore. 
 
Mi sono entusiasmato due anni fa quando milioni di persone, studenti e pensionati, lavoratori e casalinghe, in un clima festoso sono scesi nelle piazze italiane per partecipare in prima persona, con il loro voto, alla fondazione del Partito democratico. Fu un’esperienza straordinaria perché nasceva da una sentita esigenza di dare vita ad una grande forza democratica che avesse l’ambizione di governare il paese per modernizzarlo, strapparlo all’assenza di meritocrazia, alla corruzione dilagante, alla paura della diversità, eliminando l’abitudine a spacciare la furfanteria per competitività, ma soprattutto restituendo la speranza, la cui perdita in particolare tra i giovani, è l’elemento di disgregazione sociale più distruttivo che si conosca. 
 
L’originalità dell’idea e la sua audacia risiedevano nella convinzione di voler edificare un partito non funzionale a se stesso e alla propria classe dirigente ma costruito da persone di diversa estrazione e orientato ad ascoltare tutti sui grandi temi della nostra epoca. Un partito in grado di ricreare luoghi di incontro e di discussione, anche accesa: luoghi non per pochi che si riuniscono per parlare del paese ma per molti che vogliono parlare con il paese. Oggi spiace constatare con amarezza che la politica spinge il dibattito pubblico a imputridire su argomenti che nulla hanno a che vedere con le esigenze della società, mentre buona parte della classe dirigente eletta si balocca intervenendo a proposito di vicende irrilevanti o semplicemente fastidiose, chiusi in palazzi dove non giunge l’eco della vita quotidiana. 
 
Dove sono finiti i temi che riguardano la vita di ognuno? Il diritto al lavoro, ad un salario dignitoso, alla casa, la gestione dei rifiuti nelle grandi aree metropolitane, i treni per i pendolari, i cinquecento ospedali a rischio sismico, il milione di persone che ogni anno emigra dal sud per curarsi in un ospedale del nord, gli oltre 200 mila precari di una scuola sempre più povera, la giustizia senza risorse che costringe le persone nel limbo dell’incertezza? In Italia esiste una maggioranza che non vota centro-destra, che non frequenta le feste alla panna montata nei palazzi lussuosi, che si riconosce nei principi della solidarietà e dell’uguaglianza, ma che oggi si sente orfana e disunita in assenza di un interlocutore credibile, di un partito politico che si assuma delle responsabilità e sappia creare le alleanze essenziali per proporsi credibilmente al governo del paese. Non è un ragionamento scontato per me che, sino al 2009, non ho mai posseduto una tessera di partito anche per il disgusto che provavo, e provo, quando apprendo che qualcuno è diventato primario o impiegato all’aeroporto perché il politico giusto ha fatto la telefonata giusta. Eppure, mi sono convinto che la forza organizzata di un grande partito politico possa contribuire a raddrizzare le sorti di un paese zoppicante anche per quel che riguarda il rispetto delle regole democratiche. 
 
Purtroppo, dopo la campagna elettorale del 2008, l’intuizione iniziale si è arrestata di fronte ai limiti o ai timori di un gruppo dirigente che non ha saputo gestire la forza del cambiamento. La reazione è stata la chiusura, l’autoconservazione più che la sfida, in pieno stile gattopardesco, uno stile che oggi mostra tutta la sua debolezza e che rischia di ferire mortalmente quel che resta del progetto. La vicenda del testamento biologico è stata esemplare: la posta in gioco non era solo consegnare una legge laica al paese, attraverso la quale ognuno potesse fare una scelta in base alle proprie convinzioni o alla propria fede. Significava affermare il principio secondo cui uno stato laico deve sempre proteggere i diritti civili con norme che siano davvero rispettose degli orientamenti e della libertà di ciascuno. Non “diritti speciali”, ma diritti uguali per tutti, siano essi gli ammalati, le donne, le coppie di fatto, gli omosessuali o chiunque altro. 
 
Per questo il testamento biologico è stato la cartina di tornasole che ha dimostrato come la maggioranza della nomenclatura ha preferito una falsa unità, solo di facciata, piuttosto che dare una risposta chiara ad uno dei mille interrogativi che la modernità ci pone. E lo stesso accade per molti altri temi. Il Partito democratico ha mai discusso e poi stabilito una linea sull’opportunità o meno di tornare all’energia nucleare quando anche il Nobel per la fisica Carlo Rubbia ci ricorda che non esistono metodi sicuri per smaltire le scorie radioattive? E come si pone nei confronti di un paese nei fatti multietnico ma dove la cultura dell’integrazione è ancora un miraggio? Perché non si parla quasi mai del controllo che la criminalità organizzata esercita su parte delle attività produttive e dunque sull’influenza che ha sull’economia del paese? La mia risposta è netta: l’intuizione è stata giusta ma il percorso è sbagliato e perseverare nell’errore porta al fallimento. 
 
E’ necessario, non per il Partito democratico che io concepisco come strumento, ma per il paese ascoltare le persone, raccogliere le idee migliori, offrire opportunità a chi è pronto ad impegnarsi, favorire meccanismi che diano la certezza che pagare le tasse non significa sovvenzionare lo sperpero del denaro pubblico ma affidare a chi accetta di sottoporsi al pubblico scrutinio le risorse per migliorare la vita di tutti. Le persone che incontro nelle piazze, negli ospedali, nelle scuole, nelle aziende continuano a credere in questi valori, ma vogliono il confronto, chiedono di essere ascoltati perché non si fidano più di un progetto a scatola chiusa proposto da chi ha dimostrato di non essere più al passo con i tempi. I sostenitori del Partito democratico sono stufi, delusi, nauseati dalle incertezze e chiedono posizioni nette e trasparenti dove, come si legge nel Vangelo di Matteo, il sì è sì, il no è no, tutto il resto è del maligno. E se non si trova un accordo, o se vogliamo chiamarla una “mediazione alta”, su un tema specifico, io penso che tutto il partito debba esprimersi liberamente e poi esigere fedeltà alla linea decisa democraticamente dalla maggioranza: è un diritto che gli iscritti dovrebbero rivendicare e poi sarà compito dei dirigenti dirigere e conciliare. Perché se manca questo, manca l’efficacia dell’azione. E tutti sappiamo di quanto sia necessario in Italia abbandonare gli annunci e agire, agire, agire. 
 
Condivido questi sentimenti con moltissimi sostenitori del Partito democratico che in questo momento non si sentono pienamente rappresentati dai leader attualmente in campo e che mi chiedono di impegnarmi in prima persona. Per questo credo che il congresso debba servire soprattutto a fare chiarezza, a raccogliere una sfida e a dimostrare che è possibile cambiare, costruire attraverso il lavoro di persone giovani di spirito e solide negli ideali, appassionate, libere, visionarie ma determinate a far uscire dal tunnel della crisi economica e della mediocrità informe di chi lo governa, un paese conosciuto in tutto il pianeta per la generosità e l’intelligenza del suo popolo. 
 
Prof. Ignazio Marino 
chirurgo, senatore Pd 
 
Mettimoci pure che L'Unità di stamattina riportava un altro "manifesto" con teorie "pericolosamente" simili a quelle di un certo ex sottosegretario dell'ultimo governo Prodi, ed ecco che non ti pare tanto strano il movimentismo dell'Egregio di questi giorni... 
Dai, che l'annuncio lo si da a Reggio Emilia... 
 
Mario Uccella
Le vere trincee
Scritto da robertoli il 2009-07-03 15:28:23
Tento un (forse) acrobatico collegamento fra quella parte del tuo post precedente cui si sono riferiti alcuni commenti e la riproposizione di questo tuo articolo, che ha introdotto l’ultimo numero de L’INDICE DELLA SCUOLA, davvero belli, entrambi. 
 
Non più tardi di ieri un fortuito incontro con una persona che stimo e che rivedevo (a solo), per la prima volta, da quando ha cessato (per raggiunto limite di mandati esercitati) di essere un apprezzato Assessore di una media Città, è stato interrotto da uno squillo al suo telefonino. 
“Ciao… ora sto parlando con due persone, ma se è una cosa veloce….”. 
Tutto lasciava prevedere, che si sarebbe potuto parlare, anche se velocemente, fra amici (come avevamo appena iniziato a fare). 
E, invece se ne sono andati quasi dieci minuti fra pause, in ascolto (a momenti, con malcelato imbarazzo da parte mia) di una conversazione che era punteggiata da frasi (quelle che a me era dato ascoltare, da vicino) del tipo: “Si, …. ma dobbiamo trovare un accordo complessivo… che riguardi anche il 2 ed il 3…, ma va studiata bene la cosa, senza precipitare….”. 
Alla fine, le persona che stimo (ora tornata, senza nemmeno un attimo per respirare) a lavorare “nel Partito”, non ha potuto che dire, con un amaro sorriso: “Ma io facevo bene l’Assessore, mi piaceva. L’ho fatto per tanti anni…. Ma che posso stare, ora, ad interessarmi di trovare un posto a tutti? A parlare con quello, con quell’altro….”. 
“Ho la sensazione che il Partito sia… partito. Magari, ti guardi intorno e non sai con chi confrontarti” (ho appesantito io, nonostante sorridessimo tutti, anche se amaramente, come possono permetterselo persone che hanno passato i 50 anni, o che vi si avvicinano). 
 
E, ora, veniamo a noi. 
 
Hai messo in conto che potresti vedere erosa quella ricchezza che ora ti fa non solo apprezzare, con chiarezza, dove sono le vere “trincee”, ma anche essere uno che, visitandole, vivendole ed amandole, riesce a far giungere l’eco della vita che, in esse, pulsa anche al di fuori? 
 
Con stima, affetto e rispetto per le scelte che farai. 
 
RB 
 
 

Ultimo aggiornamento ( Friday 03 July 2009 )
< Prec.   Pros. >
Abbiamo 35 visitatori online
Collegati al blog
Username

Password

Ricordami
Hai perso la password?
 
Ultimo articolo
Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

Leggi tutto...