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Vi racconto Massimo Ciancimino (e Pecorella) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 24 July 2009

Dice: e come è andata, pigro blogghista che non sei altro, la trasmissione a Telelombardia con Massimo Ciancimino? Fino a venerdì ci devi fare aspettare? Giusto. Vi dirò dunque che Massimo Ciancimino mi ha fatto una buona impressione. Molto consapevole della sua identità, di erede di un nome marchiato per sempre da quel che è stato. Gratificato -l’ho capito dal sorriso con cui ha accolto il mio ingresso in studio- dal fatto che io avessi accettato di esserci. Molto prudente, giustamente prudente, nell’aprirsi in pubblico. Schierato a catenaccio in difesa di quel che sa e di quel che sta dicendo ai magistrati, che solo lui conosce. Anzi, sono rimasto sbalordito da qualche domanda che gli è stata rivolta, perché la risposta (specie una certa risposta) avrebbe significato esporlo ancora di più al pericolo, che già non è piccolo affatto e ho voluto ribadirglielo. Di là stava il figlio del politico più di ogni altro vicino ai corleonesi assetati di sangue, di qua il figlio di una delle loro vittime più celebri (inutile dirvi che una parte del pubblico alla fine avrebbe voluto farsi fotografare indifferentemente con lui o con me o addirittura insieme, ragion per cui sono andato via quasi di corsa). Scene inimmaginabili un tempo. Almeno finché il figlio di Vito Ciancimino, condannato in primo grado per riciclaggio, ha deciso un giorno di mettere a verbale quello che sa. E, tra quello che sa, due cose ha tirato fuori che dovete sapere anche voi. La prima è che Provenzano andava spesso a casa di Ciancimino a Roma. L’uomo politico era agli arresti domiciliari, in un luogo fisico ben identificabile. E Provenzano il latitante imprendibile andava a trovarlo. Possibile che, sapendo i legami tra “don Vito” e la Cupola, nessuno avesse deciso di porre sotto sorveglianza la casa in cui c’era il politico mafioso agli arresti domiciliari? Il superlatitante arrivava, suonava il campanello, si presentava come l’ingegner Lo Verde, discuteva i suoi affari con Ciancimino e se ne andava come un pascià. Da rodersi il fegato, o no? 

La seconda cosa è che Vito Ciancimino commentò così con il figlio la notizia della strage di via D’Amelio: “un po’ mi sento in colpa”. Voleva dire “solo” che, in quanto complice dei corleonesi, si sentiva in colpa per quella mattanza senza fine, oppure voleva dire anche e soprattutto che si sentiva in colpa di avere avviato la trattativa, creando la situazione dalla quale verosimilmente Borsellino, con il suo disaccordo, finì stritolato? Quel pezzo di storia va ancora scritto, alla faccia dei distributori di sonniferi che da anni dichiarano trionfanti che non esiste una storia segreta e parallela; e spiegano che tale storia segreta sarebbe un’invenzione della sinistra, incapace di accettare le proprie sconfitte politiche come esito ordinario di un normale confronto democratico (un po’ di verità c’è, in questa tesi, ma c’è molto più di oppio culturale).

Infine, più che Ciancimino poté Pecorella. Il quale era presente, ha difeso Dell’Utri, ma soprattutto, a telecamere spente, avendo evidentemente qualche difficoltà a spiegare a un giovane intervenuto perché egli avesse difeso, da presidente della commissione Giustizia, l’assassino di don Peppino Diana, ha affermato in un intervallo: “ma poi lo sapete chi era questo Peppino Diana? Era uno che custodiva le armi della mafia”. Lì, giuro, mi sono sentito ribollire il sangue e gli ho detto, perdendo un po' di aplomb, “difendi pure Dell’Utri ma non infangare le vittime della camorra”. Risposta: “hai letto gli atti giudiziari?”. Già, come se fosse così raro trovare qualcuno che diffama e lascia scritte cose da pazzi negli atti giudiziari. Su Fava, su Chinnici, su dalla Chiesa (ricordate Incandela?), su Rostagno…Poi però si è rifiutato di ripetere la cosa alla telecamerina di due giovani “grillini” (immagino) che l’hanno aspettato fuori e ci è quasi venuto alle mani. La bella politica, un paese normale…quante fesserie finché non si impugnerà la spada contro le complicità culturali dei salotti e delle aule, parlamentari, universitarie e giudiziarie…

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Commenti
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Scritto da mariaaa il 2009-07-24 23:53:42
"Inutile dirvi che una parte del pubblico alla fine avrebbe voluto farsi fotografare indifferentemente con lui o con me o addirittura insieme, ragion per cui sono andato via quasi di corsa".  
 
Questa è la nostra attuale tragedia. Il delitto apparentemente "perfetto" che ancora si sta compiendo, "vittima" la coscienza civile, intorpidita, di un intero paese. Una somma di 0 indifferenziati, di buchi.Ho visto un pezzetto di Iceberg e mi è sembrato inquietante.Anche uno strano lapsus. 
Hai fatto bene,Nando, ad essere presente e hai fatto bene ad andare via "quasi di corsa".
E già...
Scritto da alfa10 il 2009-07-24 23:36:26
quand'è che cominceremo a usare la spada (e la clava) contro questi complici e sodali impudenti di gente pagata da B e dai suoi compari per mentire sistematicamente e far diventare vere le loro schifossime bugie? 
Quand'è che cominceremo? 
Non certo con il prossimo segretario del PD che dovrebbe rappresentare l'opposizione democratica nel parlamento e tra la gente. Nessuno dei tre ha messo la lotta alla mafia al primo posto o tra le priorità del suo programma. 
Perché? 
La lotta alla mafia, a tutte le mafie, non è una priorità? 
Cosa lo stabilisce? 
La convenienza del momento? O un altro tipo di convenienza? 
Magari di connivenza... 
Domande, sempre domande... 
 
Mario Uccella
a proposito dei "grillini" e di pecore
Scritto da andri il 2009-07-24 22:55:52
http://www.pieroricca.org/2009/07/24/la-privacy-di-pecorella/ 
 
scandaloso... se ne è stato testimone La prego intervenga, non ne possiamo davvero più di questo stato (volutamente con la s minuscola) debole con i potenti e arrogante con chi li osa contestare.
Grazie
Scritto da marco_b il 2009-07-24 22:40:41
Grazie per queste pillole di vita vera.marco

Ultimo aggiornamento ( Saturday 25 July 2009 )
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Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo

Il Fatto Quotidiano
29 agosto 2010

Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”.

Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.

Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere.

Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.

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