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        <title>nandodallachiesa.it</title>
        <description>Blog di Nando dalla Chiesa</description>
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        <lastBuildDate>Tue, 07 Sep 2010 13:45:32 +0100</lastBuildDate>
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            <title>Blog di Nando dalla Chiesa</title>
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            <title>Meglio Otranto (di Mancuso)</title>
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            <description>Torno da Otranto, dove Flare ha chiuso la sua settimana di Ole’ (Otranto Legality Experience; l’accento è solo vitaminico). Ho ricordato mio padre con Caselli ieri sera al castello. In piazza non si poteva perché diluviava. Molti giovani, tra cui -orgoglio di docente- alcuni miei studenti o ex studenti. Poi, confronto più ampio su beni e confische. Prendo atto che fa ancora fatica a passare la nozione di colonizzazione (da parte della ‘ndrangheta) di aree intere di Lombardia e Liguria. Sembra un’immagine esagerata, perché “la situazione è più complessa” (e  quando mai), e invece ha uno strettissimo fondamento scientifico.Grazie comunque a chi è intervenuto così copiosamente sul post precedente. Dite che devo farmi consigliare da qualcuno per i miei sogni? Mah, in realtà a Stromboli bastava passare mezz’ora a vedere le stelle, e a sentire il profumo del vulcano...ossia staccare da questa materia, l’avevo ben scoperta la ricetta... In ogni caso credo di sapere qual è il mio problema: battermi per qualcosa di cui a tantissima gente intorno importa poco o nulla. Anche se commemora gli eroi, anche se recita con indignazione l’elenco delle collusioni. Mi pesa rivedere, scrivendone, la gravità estrema di quello che succede e che non viene capito.Sarà però un libro diverso, e spero che svegli un po’ di coscienze. E a proposito di libri fatemi dire che ho definitivamente chiuso il mio giudizio sulla vicenda Mancuso, inteso come Vito. Non mi fa piacere essere d’accordo con la Mondadori. Ma vedo che oggi (su Repubblica) fa a Mancuso la stessa obiezione già fatta da me e da altri: e te ne accorgi nel 2010 del “gigantesco conflitto d’interessi”? Lui reagisce e accusa Mondadori di non parlare del conflitto d’interessi. Ma proprio non sa rispondere: perché solo ora? D’istinto, da subito, non mi era piaciuto il suo appello da profeta civile a lasciare Mondadori (ed Einaudi). E sinceramente pensavo che dopo le obiezioni (da schiacciare un elefante) un po’ si fosse impudichito. Invece no. Insiste a fare il campione di etica. Perciò qui vi dico che la cosa non convince, che c’è qualcosa di mezzo.Mentre c’è di mezzo solo poca dimestichezza con i fondamentali negli errori che continuo a trovare sui giornali. L’altro ieri un vicedirettore del Corriere che parla di “dati che le autorità dispongono” (vado a memoria ma era questo l’errore da matita blu), poi un cronista su Repubblica di oggi che dice che il tale “spera su” (sperare su qualcuno? sperare su qualcosa?), e ieri sempre su Repubblica Dell’Utri che scrive che “di questi diari (di Mussolini) nessuno potrà provarne l’autenticità”. Eh no, proprio da un bibliofilo no: o “di” o “ne”. Giusto? E già che ci siamo: basta a parlarci delle sfilate di Noemi, cara Repubblica. Che senso ha fare per mesi le “dieci domande” a B., se poi si trasforma in celebrità una piccola soubrette, facendo il gioco dell’utilizzatore finale (le ragazze sanno che andando con lui diventeranno comunque famose)?Avvisi infine per i blogghisti della Scuola di formazione politica “A. Caponnetto”. 1)Visto stamattina a Brindisi in aeroporto con Caselli il nostro sublime Benignus. Direi che sta molto, molto meglio. Sursum corda, dunque. 2) Successo alla festa del Pd di Milano stasera per “Io non tacerò”. E grande emozione nel sentire parlare la nonna Betta. Proprio vero, amici: la classe non è acqua.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Se ne vale la pena. Domande a distanza (di 28 anni)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1443</link>
            <description>E il 2 settembre fu rientro a Milano, con tappa intermedia a Roma per vedere le sorelle e la minore dei Gracchi, già brillantemente impegnata con i Ris televisivi. Come ho detto a un amico: alla fine sono tornato nell’inciviltà, vale a dire nelle nostre belle, vecchie, insostituibili città inospitali. Ne approfitterò per i miei riscontri (un’infinità!!) per il libro, perché per quanto possa avere buona memoria non c’è nulla che valga come una bella e ben munita libreria. Quanto ai sogni, ancora non mi sono rimesso a posto. Non so davvero che mi succeda, giuro che è la prima volta in vita mia che mi capita. Ma anche nel letto romano ho sognato, ed è la seconda volta, un anonimo camorrista che mi ha rotto l’anima tutta la notte. Io gli dicevo guarda che ti ho già sognato, ora basta, e quello tornava come niente fosse. Fino all’alba. Ma fosse che ‘sto libro è davvero sgradito? Boh...Intanto c’è una data che mi fa riflettere su queste cose più seriamente. Quella del 3 settembre. E’anche la data del matrimonio di Simone, figlio dell’immenso Robertoli, che si sposa domani giusto a Palermo (auguri, auguri!). Ma per me è altro, come qualche blogghista sa bene. E devo dire che il libro mi sta aiutando a collocare meglio anche quel settembre di 28 anni fa. Mi vien da dire che morire per uno Stato come l’ho rivisto io nel mio lavoro estivo è quasi una follia. Che vadano a fottersi le istituzioni di Mannino, di Cuffaro, di Dell’Utri, dei giornalisti servi, dei parlamentari della sinistra che regalarono alla mafia tra il ’96 e il 2001 leggi e provvedimenti di favore come se piovesse. Poi mi dico che per uno che ci crede anche morire è assolutamente normale. E che guai se ci domandassimo ogni volta che facciamo qualcosa di coraggioso se ne valga la pena oppure no. Me lo dico e me lo nego e poi me lo ridico. Intanto domani andrò alle commemorazioni milanesi. E in serata sarò in piazza a Otranto con Caselli a ricordare la vicenda di mio padre a 150 giovani di Flare (grande associazione internazionale), venuti da tutta Europa a fare una settimana intensiva di studi sulla criminalità organizzata. Palermo, dite? Il prefetto mi invita sempre gentilmente, ma sanno che ormai non ci vado più. E mica per Maroni, ma per la caterva di personaggi locali con cui avrei proprio tanti problemi anche a muovere un passo insieme. Insomma, mi hanno messo nella condizione (non bella, vi garantisco) di non poterci più andare. Neanche un fiore lì.Ieri però mi ha restituito tutto un giovane maresciallo dei carabinieri, poco più che trentenne. Sono andato a trovare un investigatore importante per chiarirmi alcune ipotesi delicate del mio libro. Il maresciallo è sceso ad accogliermi. Gli ho chiesto scusa del disturbo, lui mi ha detto “per me è un onore”. Quando me ne sono andato mi ha detto “agli ordini”, e ho capito dal suo sguardo che lo stava dicendo al generale che non ha mai conosciuto.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Spigolature. Fiorellini e concorsi esterni</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1442</link>
            <description>Uno. E’ partito Attila. E un po’ mi manca, il grande cacciatore di meduse. L’ho atteso stamattina all’alba per salutarlo dopo la notte di tempesta, appena convertitasi in vento e sole battenti. E’ salito su anche lui verso le otto meno un quarto, con la sua felpina grigia a scritte rosse e blu. Mi ha confidato le sue rime su Giovanna Passerini (nome di fantasia), una sua amichetta: a) Giovanna Passerini fa la cacca nei panini; b) Giovanna Passerini raccoglie i fiorellini; c) Giovanna Passerini fa la cacca coi peperoncini. Gli ho chiesto: e a te quale sembra la più poetica? Lui mi ha risposto non lo so, le ho fatte tutte io queste poesie. Gli ho suggerito: secondo me quella dei fiorellini. Allora è sceso ed è tornato dopo dieci minuti con un mazzo di fiorellini raccolti in giardino per la biondina. Se li è nascosti dietro la schiena e poi glieli ha regalati. La biondina si è commossa assai e se li è subito messi in un bicchiere d’acqua. L’ho fotografata con i fiorellini accanto, mi sa che diventerà un quadro d’autore. Due. Assedio a Dell’Utri, leggo. Be’, io non andrei mai a contestarlo, non me ne frega niente. Non sono mai andato a contestare nemmeno Lima ed Andreotti. Però mi indigna che ancora qualcuno lo chiami in giro a “fare cultura” dopo una condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Gente mia, la mafia ammazza. Ha pure ammazzato tanto. O no? Anche per questo nel mio libro (sono ormai a tre quarti...) ho dedicato un quadrettino all’ottimo Cacciari che ci è andato a recitare insieme l’apologia di Socrate... Tre. Mi piacerebbe tanto che questo blog diventasse un fortino della lingua italiana, segnasse la riscossa  del paese contro la famosa peste del linguaggio a suo tempo denunciata da Calvino. Sissignori, il declino del paese è, prima ancora che etico, declino estetico (il basso impero, Noemi, il Billionaire, gli sculettamenti, Fede con il famoso Cosciolone, Minchiolini -dal celebre minchiata detto in un editoriale televisivo in prima serata-, le coste devastate, le sigarette e i rifiuti sulle spiagge, il dito medio ecc). Dunque grazie a Pielle per avere segnalato anche l’”abominia” di Televideo e a Simona per avere ricordato l’”interpetrare”. E ora tutti insieme: si dice ferrato e non afferrato, schermirsi e non schernirsi, interpretare e non interpetrare, abominio e non abominia, concludere e non finalizzare (che è altra cosa). Forza, ritmo, ancora più veloce: ferrato, schermirsi, interpretare, abominio...Dai che li sotterriamo... Quattro. Oggi è il compleanno di Rita. Auguri, sorellaccia. Son sempre io, quello dei pantaloni corti e i calzini beige. Baci assai. E baci assai per ieri alla tata Rosa, che era il suo onomastico anche se il delirio burocratico che s’è bevuto anche il calendario dei santi l’ha spedita al 23. Lei resiste al 30 e fa benissimo. Olé.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Lettera a Nichi dalla Repubblica fondata sul postino</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1441</link>
            <description>Stiamo diventando una repubblica fondata sul postino. Mandano tutti lettere. Soprattutto i leader politici. Invece di dirigere la masse, scrivono lettere ai quotidiani. Una volta le scrivevano i normali cittadini che non avevano altro modo per dire la loro, ora le scrivono i potenti, quelli che dirigono la vita pubblica. Perciò pare che i normali cittadini si stiano buttando sulle cartoline. Dopo Veltroni (la cui lettera non sembra che porti il timbro dell’Africa) e Bersani (timbro emiliano certissimo) è arrivato Rutelli. Domani, mi dicono amici bene informati, scrive Fassino e dopodomani Pecoraro Scanio, reduce dalla grande festa ambientalista per i cinquant’anni di Rotondi, dove è andato solingo a rappresentare il centrosinistra. D’Alema invece è impegnato a scrivere il prossimo libro: “Cossiga, ricordo di un amico”, tenero saggio autobiografico che non ha avuto purtroppo il tempo per piombare sulle feste del Pd.Già che ci sono, mentre qui a Stromboli il vento notturno strapazza tutto (ci vorrebbe Schifani a coordinare la situazione come a Lipari ma è a Roma), mando anch’io una letterina. La spedisco a Nichi Vendola. E dice così: “Caro Nichi, il tuo tentativo di dare una scossa al centrosinistra mi piace assai. Ogni tanto prendo pure in considerazione l’idea di votarti, che sarà più salda se non ti metterai anche tu a scrivere lettere ai giornali ma ti farai intervistare accettando le domande scomode. Ogni tanto leggo però di personaggi che parlano a nome tuo o a sostegno del tuo progetto nella veste di ‘grandi elettori’. Sono sempre gli stessi. Quelli di cui nessuno  ricorda una buona battaglia vera. Quelli che masticando un po’ di ideologia si sono solo spartiti posti senza avere un mestiere, e se ce l’hanno non lo sa nessuno. Ecco, Nichi, io quando leggo quei nomi tremo. Perché con loro non prenderei un caffè, alcuni li ho conosciuti anche troppo. Mi disgustano. E sono certo che i ragazzi che dovessero incontrarli per seguirti scapperebbero a gambe levate al solo sentirli parlare. Siccome quello che stai cercando di fare ha comunque un suo valore per tutto il paese, fai smammare subito questi furbacchioni, anche se ti promettono voti alle primarie (oh Nichi, te lo assicuro, ti porto tutti i verdi; ti porto tutti i socialisti; ti porto tutti i comunisti, ecc). Se li tieni lontani, di voti ne prendi di più: garantito al limone, come dice il mio amico Alessandro. Anzi, fai una cosa rivoluzionaria: chiedi a un campione statisticamente rappresentativo del voto di sinistra di farti una bella lista di proscrizione, quelli che non ci devono essere, i sempre pronti a salire in groppa al cavallo vincente o a chi ha cadreghini da offrire. Fai la lista dei cento che fanno più allergia. Mi raccomando, Nichi: non una lista da compilare via mail, liberamente, perché quelli sono maestri nel mobilitare le truppe cammellate. No, proprio un bel campione statistico. Con amicizia, l’Anfitrione”. Oh, adesso che ho scritto una lettera anch’io mi sento meglio. Mi sento un po’ più cittadino della Repubblica. E ora mi raccomando, ripetete bene con me (vedi i post sotto): si dice ferrato, schermirsi e si schermisce, interpretare. E ricordate che finalizzare vuol dire “dare una finalità” non “concludere”. Se no, se sbagliate sempre, che lettere scrivete?</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Edda, dal Palavobis ai volantini di Porto Cervo</title>
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            <description>Il Fatto Quotidiano29 agosto 2010Quando cadrà Berlusconi, ricordiamoci della Edda. Di questa signora alta e bionda con la rivolta in corpo che sta volantinando da sola a un passo da Porto Cervo contro gli sprechi del governo. Ha incominciato giovedì mattina piazzandosi in copricostume sotto il sole di mezzogiorno al molo di Palau, dove ci si imbarca sui traghetti per la Maddalena. Trecento volantini fatti in proprio. Aiutata da Milano via mail per i disegnini; aiutata in libreria dove le han fatto pagare le fotocopie la metà, “perché la sua è una buona causa”. Sopra, le cifre della vergogna prese dall’Espresso: i costi del G8 che raddoppiano come fossero noccioline, di qua la Maddalena di là l’Aquila. E poi le spese di palazzo Chigi nell’Italia che chiede sacrifici. Un messaggio semplice, efficace, quasi bossiano: “tagliare le tasse si può, basta non gettare i soldi nel cesso”. Un trionfo. Nella Sardegna dei ricchi, proprio lì dove il capo del governo fa i suoi bagni di folla, uno solo l’ha contestata. Tutti gli altri le hanno dato ragione, con la mimica facciale o con poche parole rassegnate o imbufalite. Forse qualcuno ne ha pure ammirato il coraggio da kamikaze. Senz’altro gli amici, tenutisi a distanza di sicurezza da quella che sembrava la missione più pazza del mondo. Le avevano detto che l’avrebbero arrestata senz’altro, con l’aria che tira, figurarsi in Sardegna. Invece anche un carabiniere le ha dato ragione. Mentre il marinaio che dirigeva il traffico in ingresso di un traghetto, un senegalese, le ha chiesto di abbracciarla, e un napoletano le ha detto “gente come lei la dovrebbero candidare”.Sia chiaro. A Edda non è certo venuto il colpo di sole della contestazione qui in vacanza, nella casa in cui è ospite, vista sulla Maddalena e il vento che struscia e batte le foglie a barriera degli eucalipti, e gli oleandri di rinforzo. Edda è una rivoluzionaria in servizio permanente effettivo. Forse anche per liberarsi di quella storia che le sta piantata nel nome. Chiamata come Edda Ciano da un padre che scelse di militare nella Repubblica di Salò. “Per questo”, sbuffa, “quando sento parlare dei ragazzi di Salò, come fece pure Violante in parlamento, mi sembra una presa in giro; mio padre ne aveva quarantatre di anni quando aderì, mica era un ragazzino”. Fatto sta che di quella tradizione si è liberata proprio bene. Se solo la conoscete, potete agguantarla a vista un po’ in tutte le grandi manifestazioni. Pace, agende rosse, legge bavaglio, abusi ambientali, immigrati: tutto il ricco menù che offrono i tempi in Italia e nel mondo. Con una particolarità, che si sarà già capita: che lei non è di quelli che vanno in piazza solo se c’è tanta gente, se si può provare il piacere di non sentirsi soli, il calore dei tanti, dai che stavolta lo facciamo cadere. Cinque, dieci persone? Non importa, anche perché ormai ha preso pure confidenza con il microfono e se c’è da salire su un gradino o un parapetto per parlare non si tira indietro. Ha organizzato anche alcune delle manifestazioni che hanno fatto la storia dell’opposizione civile in Italia. Fu, con altre signore delle “girandole”, tra le sconosciute artefici sul campo della svolta del Palavobis. Ma fece anche parte di un drappello di signore che in puro stile greenpeace partì dalla stazione di Milano con le maschere dei Bassotti addosso, ognuna affacciata a un finestrino, per andare al palazzo di Giustizia di Brescia, dove, dicevano i maligni, Cesare Previti  stava cercando con la legge Cirami sul legittimo sospetto di fare trasferire i suoi processi.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il cacciatore di meduse</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1439</link>
            <description>Oggi vi racconterò la storia di Attila, il cacciatore di meduse. Attila è un fantastico bambino di otto-nove anni che abita sotto casa “nostra” a Stromboli. Si chiama così perché è ungherese e al suo paese Attila è un eroe nazionale, come da noi lo è Giulio Cesare che in Ungheria, credo, sarà ricordato più o meno come Attila dalle nostre parti. E’ qui perché è stato adottato con estremo amore da una coppia di amici; lei fra l’altro è una politica e dunque vedete che anche i politici, ogni tanto, hanno un’anima. Quando arrivammo a Stromboli l’estate di tre anni fa all’alba, con la nave che allora salpava ogni sera da Napoli, ce lo trovammo d’improvviso sull’uscio con l’aria curiosa e indagatrice dei bambini. Ciao, disse alla biondina che stava sistemando i bagagli. La biondina che ha una passione sfegatata per i bambini gli disse ciao, come ti chiami? Lui rispose Attila. La biondina vide di colpo le vacanze trasformarsi in un inferno. Poi ebbe una folgorazione: scusami, ma Attila è il tuo soprannome o il tuo nome? Il mio nome disse lui, e lei riprese a respirare. Attila è uno studioso attento di tutto quel che ha intorno. Potete trovarlo chino su un sasso o su una canna o su insetto per mezze ore intere. Si accovaccia e osserva e tocca e impara da solo. Ma è anche bambino di azione. Corre sulla spiaggia, nuota e ride, fa cose ardite sugli scogli, tempera pezzi di legno. A volte sembra il moto perpetuo. La capacità di osservazione e il gusto per l’azione ne hanno fatto il più formidabile cacciatore di meduse della storia. Ci sono le meduse, urla la signora. Lui arriva con maschera e retino, si butta sott’acqua e batte il mare per ripulirlo dei nemici. Sa che quelle gialle non fanno male, che bisogna stare attenti a quelle marroni, riconosce quelle morte, sa anche come infilzarle, se necessario. Ieri sulla battigia ce n’era una grande quanto un gatto ma lui non ha fatto il ganassa e non s’è inventato di averla catturata lui. Se l’è studiata per un’ora, però. Mentre voi dovreste studiargli il sorriso negli occhi birbanti e luminosi per capire che regalo ha ricevuto e come lo ricambia.Qui a Stromboli intanto si va verso la fine. Ma io, come qualcuno sa, ho il mio metodo infallibile, che gli amici hanno incominciato a copiarmi. Non dico mai “mancano cinque giorni”, ma dico alla biondina “ti porto cinque giorni a Stromboli” e così tutto sembra più gioioso. Gioia anche vedere Maratea oltre l’orizzonte, tanto il cielo era terso oggi, in attesa dell’arrivo del maestrale (che è arrivato). Gioia vedere Lidia che mentre facciamo il bagno chiama per nome il pescatore che passa con la barca, chiede cos’hai preso, quello mostra un po’ di pesci, e lei compra stando in acqua. Niente intermediazione, lui guadagna di più, lei spende di meno. Nulla contro i centri commerciali, ma quando stai dentro queste scene senti la grandiosità possibile della vita. Buon sabato sera, ora, mi butto sul libro. E se poi sogno qualcuno ve lo dico.P.S. E ora (vedi due post fa...) ripetete bene con me: ferrato, si schermisce....</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>I ricatti di Feltri</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1437</link>
            <description>Mettiamola così. Immaginiamo che a un cittadino che fa politica liberamente, secondo le proprie convinzioni o anche secondo le proprie convenienze, qualcuno che non è d’accordo con lui o pensi di ricevere qualche danno dalle sue libere scelte scriva una lettera di questo tenore: “Gentile Signore, lei è in pericolo. Glielo dico prima: se lei continuerà a dire le cose che sta dicendo o a perseverare nella direzione che ha insensatamente intrapreso negli scorsi mesi, sappia che farò avere ai giornali, ai suoi colleghi e avversari di partito dei dossier che ho fatto raccogliere sul suo conto. E se pensa che si tratti di puri dossier politici, sappia anche che girano certi rapporti a luci rosse sugli ambienti che lei frequenta. Le annuncio solo che c’è dentro di tutto e che ci si possono fare articoli a puntate. Non le dico altro. Mi stia bene e ci rifletta”. Questo tipo di lettere in genere si conclude senza firma. Perché il codardo sa che sta ricattando. Che si sta muovendo al di qua del confine tra lecito e illecito. Che il codice penale lo aspetta al varco.Prendiamo ora ciò che ha scritto Vittorio Feltri sul “Giornale” a Gianfranco Fini (riprendo da Francesco Merlo su “Repubblica”). Avviso numero 1, quasi un anno fa, perché non si avvicini troppo ai magistrati: “E’ sufficiente -per dire- ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme”. Avviso numero 2, neanche un mese fa: “Nel nostro piccolo offriremo agli inquirenti il contributo delle indagini svolte dal nostro inviato Gian Marco Chiocci, specialista in materia, che ha i cassetti pieni di documenti interessanti. Nei prossimi giorni ne pubblicheremo alcuni illuminanti”. Vittorio Feltri si firma, dunque. Ma non perché abbia un coraggio da leone nel compiere reati, nell’aggredire le libertà altrui. Semplicemente perché conta sulla sua impunità. Sul fatto che nessuno oserà chiedere di applicare il codice penale (ossia la legge) nei confronti del “grande direttore” di casa Berlusconi. Non sarebbe forse un attentato alla libertà di stampa?Ecco dunque l’insopportabile differenza. Il personaggio immaginario da cui siamo partiti, ricevuta la lettera che abbiamo detto, valuterà bene -infatti- se rivolgersi ai carabinieri o alla procura. Potrà anche decidere di buttare via tutto. Ma prima penserà se avvalersi o meno delle leggi esistenti. Perché sa che denunciare un ricatto, una minaccia, è un suo diritto. Mentre nell’orgia del potere in cui ognuno cerca di collocarsi al di sopra delle leggi e della buona creanza, si è costruito in pochi anni il pregiudizio che tutto sia lecito. Che il diritto delle leggi non esista più e sia stato sostituito da un diritto “sostanziale”, proprio come per la Costituzione. Per questo i giornalisti più vicini al Palazzo hanno licenza di ricatto. Abusivamente. Fini fra l’altro è il presidente della Camera. E il codice (articolo 294) prevede anche l’attentato ai diritti politici del cittadino (figurarsi della terza carica dello Stato!) costituito da minacce ingiuste che modifichino l’esercizio di quei diritti, in qualsiasi forma (da uno a cinque anni). Forse sarebbe il caso che si desse una ripassata ai fondamentali della democrazia. Certi messaggi con il giornalismo non c’entrano niente. Hanno più a che fare con la foto dell’amante o la pallottola solitaria spedite a casa in una busta chiusa. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Vocabolari a rischio e lettere Pd</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1436</link>
            <description>Questo è un messaggio urgente. La lingua italiana è in pericolo! Tutti i blogghisti si mobilitino senza risparmio, diano il loro contributo alla difesa della civiltà linguistica italiana. Portino secchi di olio bollente sugli spalti per ricacciare indietro i barbari che arrivano con le scale a pioli per dare l’assalto al Vocabolario. Fate una catena di sant’Antonio, un tam tam indefesso, per dire, spiegare ai giornalisti della tivù e della carta stampata che non si dice “schernirsi” o “alla domanda si schernisce”, ma si dice “schermirsi” e “alla domanda si schermisce”. Emminchiazza, direbbe Lillo. Schernire vuole dire dileggiare, canzonare; in genere crudelmente. Schermirsi vuol dire proteggersi con ironia o imbarazzo, sgattaiolare, usare l’understatement, fare orecchie da mercante, tenersi a distanza. Molte sfumature, insomma, però nessuna evoca il dileggio. Ma perché non tenere il vocabolario a portata di mano, benedetti giornalisti (che per di più si definiscono ormai tutti “scrittori”?). Io ho il mio ottimo “Dizionario dei sinonimi e dei contrari” concepito per l’Arma dei Carabinieri chissà quanti decenni fa  e queste cose me le dice. Mi raccomando: datevi da fare, perché vedere bravi inchiestisti fare questi strafalcioni graffia il cuore. Lo stesso, mi raccomando, fate con chi dice “non sono afferrato”. Vi sembrerà strano, ne sarete sconcertati, ma lo dice una quantità di persone istruite da non credere, ohibò. E invece si dice “ferrato”, dal ferro messo ai cavalli per andare su una strada poco morbida. Dunque, ripetiamo bene tutti insieme:  “schermirsi”; “ferrato”.Chi non mi sembra troppo “afferrato” in comunicazione politica sono i leader Pd che si affidano a lettere personali ai grandi quotidiani per fare conoscere le loro idee della settimana. Fra l’altro, in genere, provocando nei lettori gli stessi brividi che negli anni settanta provocava una dichiarazione di Cariglia, il leader o ministro socialdemocratico che sembrava uscito dalla “Sonnambula”. Mi disse un giorno Giampaolo Pansa di avere atteso più di un mese per fare un’intervista a Berlinguer. Perché intervistare il segretario del Pci era un’impresa. Quando lui parlava, parlava un grande partito più il pensiero politico (ripeto: pensiero politico) di un leader dell’eurocomunismo. Ora si fanno le lettere estive ai giornali per dire quasi nulla.A proposito del dire e del non dire, chi vuole sapere subito che cosa penso delle minacce via stampa di Vittorio Feltri vada sul sito del Fatto. Penso, lo dico subito, che quando si ricatta una persona si commette un reato. E che dove c’è il ricatto il giornalismo diventa la stessa cosa di una pallottola in una busta chiusa. Nulla di più. Siccome a parlare di ricatti mi viene in mente la mafia, vi dirò pure che il libro va avanti. Ora sono alla colonizzazione del nord. E quando, dimentico delle mie ricette, vado a letto appena finisco di scrivere, ancora sogno. Per fortuna l’altra notte ho sognato Falcone. Facevamo fisioterapia insieme. Mi ha detto (giuro) che sta cercando di rimettersi in sesto... </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Compagna luna e compagni che abdicano</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1435</link>
            <description>Luna d’argento. Più che brillare nel firmamento sembra sdraiarsi sulle stradine, mi inonda le pagine degli appunti (un magnifico taccuino di Libera). Mi è compagna di pensiero e di scrittura. Ho finito oggi il capitolo che ho intitolato “L’abdicazione”. Lì rimetto insieme i favori fatti alla mafia dal parlamento a maggioranza di centrosinistra, 1996-2001. Giuro che è sconvolgente. A dirlo prima non ci si crederebbe. Di più: si manderebbe a quel paese chi si azzardasse a prevederlo. Credo che provocherà molte polemiche, anche malignazze, ma c’è un dovere di verità prima di tutto. Domani mi cimento con l’altro capitolo, quello dedicato alla legislatura 2001-2006. L’ho intitolato “L’assalto”.Ho davanti a me, ore 00.15, quattro case illuminate e silenziose, mi arriva addosso un profumo di fiori e di vulcano. E’ una di quelle cinque-sei volte all’anno in cui ti sembra che i giornali macinino acqua, ripetano sempre le stesse cose, e che l’unico impegno che vale la pena coltivare sia quello dello studio, dell’insegnamento. E che conti di più la pace della notte. Forse però la novità vera c’è. Ed è che la chiesa scarichi (mi correggo: sembri scaricare) il signor B. Se è così, era ora. Abbiamo assistito perfino troppo al trionfo della simonia. Io in ogni caso non ne avevo mai visto uno simile in vita mia.Nemmeno avevo visto tanti yacht davanti alla baietta strombolana in cui facciamo il bagno. Ma dico, avete ‘sti ferri da stiro o queste tinozze eleganti o queste barche che fingete che siano a vela giusto per cuccare ma che poi vanno sempre a motore, e dovete venire proprio davanti a noi a gettare l’ancora e le schiume terribili dei lavaggi del ponte, del gabinetto ecc.? Ma non potete stare al largo, lupi di mare dei miei maroni? Oggi una signora milanese ha chiamato la capitaneria di porto di Lipari. Oh, non ci crederete, le han detto “signora entro due minuti siamo lì con il canotto” e sono arrivati davvero. Sirena, multa, girate i tacchi, nostra soddisfazione sull’effetto civiltà della chiamata delle autorità legittime, e dopo mezz’ora ce n’erano altri tre. Evabbe’...Mica perché è stato a Stromboli. Però bravo Napolitano con la Fiat. Ammettiamo che ogni tanto il presidente fa più di quel che immaginiamo. Sette più.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Vito Mancuso- Mondadori: questa polemica non mi convince</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1434</link>
            <description>Sarà, ma a me questa polemica innescata da Vito Mancuso su scrivere o non scrivere per Mondadori proprio non convince. Mancuso, saggista di successo in materia di teologia, l’ha aperta tre giorni fa su “Repubblica”. Ha chiesto pubblicamente alla sua casa editrice se sia vera la notizia clamorosa: una legge ad aziendam, come si dice, avrebbe prodigiosamente portato da 350 a 8,6 milioni i debiti della Mondadori verso il fisco italiano. Ma è vero? Che cosa mi rispondete? Con il corollario dello scrupolo di coscienza: scrivere o non scrivere per Segrate? Scrupolo che, a suo avviso, dovrebbe coinvolgere a catena prima gli autori Mondadori e poi pure gli autori Einaudi, essendo la casa editrice torinese anch’essa posseduta da Berlusconi. Ho provato subito un’istintiva diffidenza per questo appello. E non solo perché bisogna sempre considerare tutti i lati di un problema (e il problema ne ha tanti), ma perché anche le posizioni individuali, ossia i fatti, e i significati dei fatti, sono diversi. Esempio brutale: se un leader del centrosinistra scrive per Mondadori, ossia la casa editrice del proprio avversario, di cui tutto il male si è detto in ogni sede, e in più questo leader si prende anche un cospicuo anticipo, la cosa non mi piace per niente. Nè sul piano etico né sul piano estetico. Se l’allora ragazzo Roberto Saviano manda un suo lavoro (“Gomorra”, poniamo) a Mondadori e non gli pagano nemmeno i diritti a percentuale ma gli fanno un contratto forfettario e la materia del libro è di straordinario interesse pubblico, la cosa un poco mi dispiace ma non ne faccio una questione etica. Semmai è lui che deve risentirsi se il suo editore di fatto, dopo avere guadagnato soldi a palate con un libro sulla camorra, maledice i libri su mafia e affini.Mancuso invece, come lui stesso racconta, è entrato in Mondadori come consulente editoriale nel 1997 e da allora ha prestato la sua opera non di autore ma di direttore di una collana per la casa editrice. Ci è entrato nel 1997, non come Pietro Citati (che vorrebbe coinvolgere alla pari nello scrupolo morale) che ci è entrato nel 1965. Ha fatto cioè una scelta. Nel ’97 dei rapporti tra Mondadori e Berlusconi sapevamo ormai tutto. E anche di come Berlusconi usava Mondadori, a partire da “Panorama”. Già erano iniziate le leggi ad aziendam.. Per queste ragioni un autore come Corrado Stajano, non l’unico, aveva fatto la scelta radicale di cambiare casa editrice. Mancuso invece fa il percorso inverso, entra. Ripeto: non a fare l’autore, ma a far parte della “macchina”, di cui infatti nel suo articolo descrive bene modi e luoghi. E ci resta dopo la quantità industriale di leggi di cui beneficia l’impero editorial-mediatico di cui fa parte. Anche quando esplode la questione del lodo Mondadori. Ricordate? L’ipotesi di corruzione in atti giudiziari, che poi sarebbe diventata verità giudiziaria Né recentemente si ribella platealmente (ad esempio con un editoriale su Repubblica) quando la sua casa editrice non firma l’appello contro la legge bavaglio, che per la libertà degli scrittori è forse la cosa più minacciosa. Finché, di fronte al nuovo scandalo, non solo esprime il suo disagio, più che comprensibile. Ma, dimentico della sua specificità, si rivolge agli altri autori, li accomuna al suo caso e pone loro il pubblico problema di lasciare Mondadori. Di più: fa una specie di chiamata di correo anche nei confronti degli autori Einaudi (essantocielo, bisogna essere conseguenti, anche loro sono “di proprietà”) e tira in ballo Zagrebelsky, Scalfari, Prosperi e ce ne possiamo mettere a decine. Perché non andarsene tutti per coerenza? Il fatto è che è ben diversa la storia di Einaudi e del suo marchio, non acquisito, fra l’altro, grazie alla corruzione dei giudici. E il fatto è che c’è gente, come Zagrebelsky, che l’identità culturale di quella casa l’ha costruita molto più di Berlusconi, del quale invece la Mondadori è un simbolo. Anzi “il simbolo”, almeno nell’editoria. Per queste ragioni l’idea che Vito Mancuso possa oggi diventare un esempio di radicalità intellettuale non mi convince. Anche se, per lo scrupolo personale, è naturalmente il benvenuto. (Per doverosa informazione al lettore: sono stato autore Mondadori fino al 1990, poi Einaudi fino al 1999, ora scrivo la quasi totalità dei miei libri con Melampo, pubblico ancora saltuariamente con Einaudi)</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Avvisi notturni ai blogghisti</title>
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            <description>Brevissimi avvisi. A Dylan: la tua giovinetta ha impreziosito Stromboli, grazie per cercare di seguirne il respiro e il cammino attraverso questo Blog. A Cla: se torni a Stromboli in questi giorni, non farlo  a mia insaputa ! Fammelo sapere o cerca me o la biondina a Piscità. Sarai accolta a braccia aperte.A tutti. Se volete il mio parere sulla vicenda Vito Mancuso- Mondadori, andate sul mio blog sul Fatto online. Domani lo metto anche qui sopra.  Anticipo: la polemica non mi convince per niente. Buona luna piena a tutti.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>La classe operaia va in paradiso</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1432</link>
            <description>E non figurativamente, purtroppo. Mi spiace dedicare un terzo post in pochi mesi a qualcuno che se ne è andato, ma all’Introzzi proprio glielo devo. Era lui la classe operaia. Da quando nel gennaio del 1986 arrivò al quarto piano di corso Cristoforo Colombo 10, a Milano, sede di Società Civile. Era appena stato fondato il circolo, con i suoi 101 promotori, tutti intellettuali, professionisti, imprenditori, magistrati ecc. Era stato un pugno nello stomaco per Tangentopoli ai suoi fasti e una ventata di speranza per i milanesi che non ne potevano più. Ma, appunto, tutti grossi nomi. Suonò il campanello, andò ad aprire Rossana, la segretaria, e lui disse “io sono la classe operaia”. Nessuno lo conosceva ma venne accolto con simpatia proporzionale alla sua disponibilità e alla sua intelligenza politica. Anche alla sua capacità di dare affetto. Era dei telefonici, sindacalista e aveva fatto pure la Resistenza o l’aveva aiutata da ragazzo. Io gli baciavo a sorpresa la nuca spoglia e lo sfottevo, “fammi baciare la Resistenza”. Fu una colonna del circolo, e se c’erano problemi pratici in sede o per le manifestazioni si (e ci) canzonava: li avrebbe risolti lui, che mica era inetto come i 101. Ha continuato a tenere insieme tutti anche dopo la fine del circolo. Con le sue cene alla cooperativa Satta, o in una vecchia sede del Pci alla Barona. Cercando di garantire la data in cui potessimo essere presenti tutti, o almeno quelli a cui si era abituato a volere più bene. Credo che non ci sia stata materia sulla quale non ha impegnato le sue energie, ogni volta portando altre persone a interessarsene e partecipare: lavoro, pace, mafia, ambiente, giudici, Costituzione, Africa, America latina. Buono come il pane e rigoroso come un vecchio maestro di provincia. L’Introzzi è stato un po’ la nostra buona coscienza, anche quando avevo avuto un attrito con Armando Spataro. Soffriva nel sapere che avevamo litigato e mandava lettere e telefonate. Fu felice quando seppe della pace avvenuta.Negli ultimi mesi è stato male, aveva perso la voglia di vivere. Ho fatto in tempo a regalargli il libro di Caponnetto e la biondina a farlo ridere una delle ultime volte. Non riusciva più a parlare. Oggi (ieri pomeriggio) se ne è andato e io voglio salutarlo e ringraziarlo anche a nome di tutti gli amici di Società Civile. La classe operaia ci mancherà, mica era una classe qualunque.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Stromboli. La cultura vien da Prato</title>
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            <description>Il Fatto Quotidiano22 agosto 2010Ce la portò Cupido. Fu per causa sua che giunse nella Stromboli leggendaria e che eccita i media ad ogni estate. E’ arrivato Napolitano, le passeggiate del presidente e della signora Clio. Il terremoto a Lipari, coinvolta anche Stromboli, già sommersa anni fa dall’onda anomala. E il libro di Lidia Ravera su Stromboli, prima domanda al tg1 “Ma è un’isola di sinistra?”. Di lei però non parla mai nessuno. Lei è Chiara Bettazzi, cinquant’anni, precaria nella scuola dell’infanzia. Toscana di Prato. Da lì è venuta via nel ’94 e lì è tornata nel 2007. Ma solo per lavorarci fino a primavera. Poi vince sempre il suo grande sogno: fare cultura a Stromboli. Praticamente gratis.Già, perché la cosa curiosa è che l’isola pullula di intellettuali, professionisti, manager (leggono molto più “Repubblica” del “Giornale”, è vero), artisti, giornalisti, politici. Ha un tasso di qualità culturale altissimo, da dietro i muretti bianchi delle case senti uscire conversazioni dotte, universitarie. Ma se non ci fosse Chiara, la timidissima signora toscana, la cultura qui non l’organizzerebbe nessuno. La sua biografia? Il classico, due anni a medicina, un altro tentativo a psicologia, e infine la resa. Più degli studi all’università le piacevano i libri. Molti lavori precari, anche nel pubblico impiego, fino all’ingresso in ruolo nel comune di Prato, nell’89. Ma nessuna ideologia del posto fisso. Nemmeno cinque anni e si era già licenziata. Innamorata persa di uno strombolano, l’ha seguito sull’isola. E dell’isola si è innamorata, se possibile, ancora di più. “Volevo staccare, a Prato ero la figlia dell’assessore, qui mentre mi avvicinavo con la nave sentivo che stavo trovando la vera casa. Prima ho aiutato il mio compagno, fa la guida su al vulcano. Quindi abbiamo messo su un bed   breakfast. Poi ho pensato di aprire un luogo di cultura, qui non c’era nulla. Un solo giornalaio che per arrivarci molti villeggianti ci mettevano venticinque minuti-mezz’ora. Nessuna libreria, nessun luogo di ritrovo pubblico, né cinema né altro. Davvero non ne sentono la voglia?, pensai dei tanti intellettuali”. “Misi su il luogo, inizialmente era solo una libreria. Libri nell’isola. Era la mia passione da ragazzina, avevo avuto una zia che faceva la libraia all’Elba. Mi arrangiai da sola. Un prestito d’onore con Sviluppo Italia. Il proprietario del locale, uno strombolano che vive a Firenze, fu disponibile. Dovetti ristrutturare tutto, erano rovine e sterpaglia. Feci il corso di Messaggerie per librai, quello di Venezia. Erano tutti eleganti, io ero dimessa, uscì pure un buffo articolo sulla ‘Stampa’ sulla libraia-cenerentola”.  Poi in pochi anni è cresciuto il miracolo. In mezzo alla strada che va dal porto a Piscità sorge ora un centro di cultura che riunisce ogni giorno in conversazione, tra gatti e gattini nel giardino o nel salottino esterno, persone che arrivano da ogni parte d’Italia. Ci sono finalmente i giornali, su cui lei non guadagna un centesimo, perché la licenza pare che spetti a uno solo e non c’è stato verso, e quindi li compra a sue spese e soddisfa le ordinazioni dei turisti. C’è finalmente un cineforum, con proiezione fissa al mercoledì del celebre (e terribile...) “Stromboli” di Rossellini con Ingrid Bergman protagonista, un cult che fa sempre il pieno. E altri film “su cui ogni tanto devo seguire i gusti del pubblico, l’altra sera ci ho messo Di Caprio ed era zeppo”. E presentazioni di libri, gli autori di passaggio lo fanno volentieri, Gianrico Carofiglio, Gaia Servadio, Marcello Sorgi, Patrizia Zappa Mulas, Corrado Bizzarri, “che fu un successone con il suo ‘Criminali o folli’”. E internet, su cui fa pagare quasi nulla ed è una pacchia per tutti. “Sì, il presidente viene a farmi visita ogni tanto, la signora Clio quest’anno è venuta a comprare dei libri, sono una coppia discretissima”.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Dilemmi vulcanici: cercar casa e governare</title>
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            <description>Domenica è sempre domenica. Ma non è sempre a Stromboli, purtroppo. E quindi ha qualcosa di eccelso questa quiete in cui gli unici rumori che sento (ore 7.45) sono i seguenti: cinguettii tra gli oleandri, sciabordio del mare, abbai di cani lontani, irregolari incontri di cucchiani con tazzine di caffé in qualche casa lontana (ripeto: lontana). Il vulcano è in attività. Ieri pomeriggio e stanotte botti dalle profondità, da sotto i piedi, ma tutti sappiamo bene che è lui, non il terremoto. Si cosparge di fumo che sembra nebbia (qualche turista pensa che ci sia cattivo tempo), poi tutto si rasserena. Grazie comunque agli amici blogghisti delle amichevoli ricette per dormire sonni migliori e non vedermi spuntare pure in sogno i protagonisti del libro. Io ho fatto la cosa forse più naturale. Interruzione serale per Inter-Roma, piccola camminata verso un bar con vista solo sul mare e maxischermo sul mare, amaro con ghiaccio, trepida visione del gioco, paziente incasso del gol romanista e delle battute dei tifosi romanisti alle mie spalle, compiaciuto riconoscimento di alcuni ragazzi interisti in occasione dei gol di Eto’o. La biondina intanto era al cinema d’essai all’aperto con vista vulcano organizzato dalla Hiara di Prato (vedi qua accanto). Poi la vittoria, con quel Benitez che sembra un capostazione svizzero. Il godimento però era stato preparato da due splendidi bagni dopo il tramonto, il secondo con la luna quasi piena in cielo, che è una delle cose più fantastiche che si possano fare.Al ritorno a casa (si torna sempre a casa) dopo la partita ho finito il capitolo sulla celebre trattativa, che mi ha impegnato assai ma proprio assai ma non vi dico perché, lo saprete appena prima che esca il libro. Bello scrivere qui. La biondina, vedendomi tante ore al computer, ha avuto un’idea geniale: mi ha fatto una postazione su un balconcino che dà sul vulcano, il quale a sua volta la sera ha la luna di lato. Con quella vista davanti e quei profumi nelle narici praticamente non ti stanchi mai. Così quando ho finito mi sono goduto la notte più fonda, quella in cui basta che due che si corteggiano ridano in una stradina e ti sembra che ci sia il mercato. Respirare a lungo la notte di Stromboli, seduto con la testa per aria e qualcosa da bere in mano. Questa era la ricetta, amici! E infatti ho dormito bene, nessuna visita sgradita. Mi domando semmai, se questa può essere la vita affittando un felice appartamento per quindici giorni all’anno, che bisogno ci sia di andarsi a comprare una casa e poi due case e fare mutui che ti esauriscono tutto lo stipendio di parlamentare (mi è venuto in mente leggendo la storia di Urso...). Per poi rivendersele e guadagnarci? E per fare che cosa, poi, con quei guadagni? Comprarsene altre? Questa mania del patrimonio mi sa che esaurisce le persone. Mi sono anche chiesto come fa un viceministro a trovare il tempo per andarsi a cercare case per Roma, con tutto quel corredo di box, solai, e pure le terrazze condominiali in regalo. Ve l’immaginate? Guardarsi il giornale (‘Seconda mano’?), chiedere in giro per immobiliaristi e portinai, fissare gli appuntamenti, andare a vedere, dire sì o no, trattare sul prezzo e sulle terrazze, andare in banca, trattare il mutuo, mettersi in cucina a fare i conti, discuterne in famiglia, andare dal notaio, e questo mica una volta sola, minchiazza (direbbe sempre Lillo), ma come si fa a governare o a stare in parlamento così? Io non ci sarei riuscito. Ma la biondina dice che non ho senso pratico. Dice che basta incaricare qualcuno che lo faccia per te, lei per esempio lo farebbe benissimo. Già, non ci avevo pensato. Ecco perché non ho quattrocento metri coperti e trecento di terrazza a Roma...Mi manca il senso pratico.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>La vita è un sogno (ahimé...)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1429</link>
            <description>Per favore salvate il soldato Nando, andato al fronte strombolano (oh che jattura...) a scrivere di mafia e di politica nella seconda Repubblica. Vi ho già confessato, ahimé, dei miei sogni disgraziati. E’ qualcosa che non mi era mai successo. I più anziani ricordano l’arcivernice? Quella che passata sulle foto delle persone le animava miracolosamente? Mi sembra di vivere qualcosa del genere. Scrivo di fatti e di persone e queste mi arrivano in sogno. Due volte B. (già, c’è stata la volta numero due, seduti intorno a un tavolo a discutere di politica), poi un anonimo camorrista, poi Riina, poi Dell’Utri, prima ancora Marini. Un caleidoscopio pazzesco, senza pregiudizi poi, perché al tavolo con B. c’era anche la Bindi, che avevo appena visto al telegiornale, e una notte si è inserito anche il Gracco a darmi man forte. Vi scongiuro, nunciafazzecchiù. Fate qualche cosa: un auspicio, un monito, un richiamo, una devozione vespertina, un augurio benedicente, giocate al lotto i nomi che vi ho dato e con il ricavato pagate una maga buona che mi aiuti. Che mi faccia sognare schiave circasse, frutteti misteriosi (ma senza ananas, per carità), una ex allieva (allieva in corso non sarebbe corretto) che mi dica che sono il suo intellettuale preferito, un cane che giochi con me ad acchiappare i chicchi d’uva al volo, anche la ripetizione dell’esame di maturità, di quelle che dici “ma io l’ho già fatta, che vogliono questi” e poi mentre dormi ti accorgi che è un sogno e li mandi signorilmente a quel paese. Insomma, voglio sognare bene.Comunque devo dire, visto che non riesco a staccarmi dalla materia (e la biondina silenziosamente me lo rimprovera...), che la storia dei rapporti tra mafia e politica dal ’92 in poi è veramente spaventosa. E più ti ci addentri più pensi che questo paese è alla deriva, e che vorresti avere qualcuno che dall’alto dicesse -e di conseguenza si comportasse- che questo è il primo problema politico e civile della nazione. Poi apri i giornali, ti nausei e punti lo sguardo sui bimbi in assetto di guerra contro le meduse. A proposito, ce l’hanno fatta, hanno quasi liberato il mare. E io ho fatto il bagno con Fox, l’amico ritrovato della Bocconi, compagno di movimento studentesco. Non lo vedevo da quindici o vent’anni. Quando si dice “a presto”...</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Cossiga. Ovvero la morte del giornalismo</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1428</link>
            <description>Se uno deve capire com’è conciato il giornalismo italiano deve fare una cosa sola: studiarsi l’orgia di demenza che si è scatenata sulla morte di Cossiga. Complici, corrivi, frivoli, immemori, insulsi, ammiccanti (del tipo “io me lo ricordo così, oh quant’era simpatico, che battute che faceva”). Autentiche prefiche di regime. Il corollario, ammettiamolo, è che il regime è un po’ più vasto dell’impero di Arcore, che già non scherza. Certo, ci sono le eccezioni. Ma stavolta sono state meno del solito. Fra l’altro basta prendere i necrologi, che sono sempre un buon indicatore di quello che è stato il mondo dello scomparso, e ci trovi dentro ogni massoneria possibile e perfino i gladiatori, intesi come Gladio. E in ogni caso: dove la mettete la trasmissione televisiva in cui hanno invitato a ricordarlo Graziano Mesina, ma sì, Graziano Mesina il bandito, il sequestratore, in quanto sardo? Idea stupenda. Chissà quando vedremo Cutolo ricordare qualche politico o intellettuale napoletano. Datemi retta: come direbbe Asterix, Sono Pazzi Questi Giornalisti (SPQG). Dadaismo puro. Meno male che c’è Stromboli, con il suo mare brulicante di meduse che non mi fa fare il bagno, ma bello da vedersi che è una meraviglia. Confido che nei prossimi giorni il lungo e paziente lavoro dei bambini (che drenano e infilzano meduse come stakhanovisti) mi metta in condizione anche di nuotarci. Il bello dell’isola, fra l’altro, è che non rimane mai uguale a se stessa. Quest’anno, per esempio, la spiaggia di Piscità è lunga un terzo in meno dello scorso anno. E anche il ciclo delle lune, ovviamente, cambia a ogni agosto. Una volta arrivi con la luna piena, un’altra non la trovi per niente. Sembra banale, ma l’incontro, il primo incontro, così come l’addio, si incide nella memoria. E non è la stessa cosa ritrovarsi insieme con le stradine tutte buie che le devi illuminare con il cellulare oppure con le stradine lucenti di luna. Così come vedere il rosso in cima al vulcano o vederci le stelle. Intervallo questi pensierini della sera con i miei lavori al libro. Confesso che scrivendolo capisco sempre di più la materia; verità antica che afferrai un giorno chino sulla mia tesi di laurea, mentre ascoltavo Elton John e Bambù, il mio cockerino, se ne stava addormentato con la testa sulla mia scarpa.Cambia Stromboli ma il terremoto non le ha fatto niente. Eppure c’è stato un tale can can sul quarto grado e passa di magnitudo che vengono i turisti apposta per vedere che cos’è successo. Allora i furbacchioni li portano davanti a qualche casa sgarrupata e dicono “è stato il terremoto”. Il turista fa “ohoh”, è contento e dà la mancia. Vedete che non è sempre colpa dei telegiornali, siamo creduloni di natura. A proposito di telegiornali, però, questa ve la devo raccontare. Lidia Ravera ha scritto un libro su Stromboli. Intervista del tg1: “Ma Stromboli è un’isola di sinistra?” E uno. “E i suoi compagnucci (proprio così!) che cos’hanno detto che lei se ne è andata a Stromboli e ha lasciato i movimenti?”. E due. “Ma se andate sulle isole vuol dire che vi siete rassegnati alla sconfitta?”. Tre domande, tre gioielli. Ammettiamolo: i minchiolini non deludono mai. (A proposito, anzi non c’entra niente: se interessa, andate sul post precedente e vedete allegato da Stefano l’intervento che feci alla Camera sulla fiducia al governo D’Alema-Cossiga; giusto per ricordare) </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Non mi mancherà affatto</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1427</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano18 agosto 2010Sarò onesto: non mi mancherà. Guai se la pietà per la morte offuscasse la memoria e il giudizio che la memoria (viva, ben viva) porta con sé. Non esisterebbe più la storia. E dunque, parlando di Francesco Cossiga, rifiuterò il metodo che gli fu alla fine più congeniale: quello di ricordare i morti diffamandoli, dicendo di loro cose dalle quali non potevano difendersi. Fidando nel fatto che i familiari una cosa sapevano con certezza: che se avessero osato  replicargli lui avrebbe inventato altri episodi sconvenienti ancora e poi li avrebbe dileggiati, forte della sua passata carica istituzionale e della compiaciuta docilità con cui la stampa ospitava ogni sua calunnia. Fece così con Moro, con Berlinguer, con il generale dalla Chiesa. Fece così con altri. Era nato d’altronde un autentico genere giornalistico, l’intervista a Cossiga,  che consisteva nel mettergli davanti un microfono o un taccuino e ospitare senza fiatare le sue allusioni, le sue bugie. Da trasformare in rivelazioni storiche, provenienti dal loro unico e inesauribile depositario. Mi atterrò dunque ai fatti che tutti possono pubblicamente controllare. Perché ai tempi fui tra parlamentari che ne chiesero l’impeachement, anzitutto. Perché io il sistema politico di allora, quello che chiamavo il regime della corruzione, lo volevo cambiare per davvero. Ma per renderlo conforme alla Costituzione e a un decente senso delle istituzioni. Perciò mi scandalizzavo nel vedere un capo dello Stato giocare soddisfatto al picconatore, conducendo una massiccia attività di diseducazione civica. Quando poi Cossiga si mise alla testa della lotta contro i giudici, minacciando, lui presidente del Csm, di farlo presidiare militarmente dai carabinieri avvalendosi delle sue prerogative di Capo supremo delle Forze armate, pensai che la misura era colma. Che l’uomo esprimeva una cultura golpista e che era nella posizione istituzionale per tradurla in realtà politica.Perché titolai la storia di Rosario Livatino “Il giudice ragazzino”. Esattamente in polemica con lui, che delegittimava i giovani magistrati che in Sicilia sfidavano la mafia. A questi giudici ragazzini non affiderei neanche le chiavi di una casa di campagna, aveva detto. E Livatino, morto a trentotto anni, aveva compiuto le sue prime coraggiosissime inchieste quando di anni ne aveva ventotto. Avevo imparato dai racconti di mio padre che quando si ha a che fare con la mafia chi ha un grado superiore protegge chi sta sul posto, ci passeggia insieme in piazza perché tutti capiscano. Che non è solo, che ha dietro lo Stato. Lui, capo dei magistrati, aveva invece umiliato sprezzantemente proprio i giudici più esposti negli anni della mattanza.Perché mi astenni, unico nel centrosinistra, sulla fiducia al primo governo D’Alema. Non per oltranzismo ulivista, ma perché non ero certo entrato in parlamento per fare un governo con Cossiga e con ciò che lui rappresentava nella vita del paese e nella mia vita personale. Il testo dell’intervento pronunciato in quell’occasione è agli atti. Allora mi valse richieste di interruzione da sinistra e qualche stretta di mano (tra cui quella di Gianfranco Fini). </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>E finalmente Stromboli. Con terremoto incorporato</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1426</link>
            <description>Oh, da ieri sera finalmente a Stromboli. Viaggio lungo e movimentato. Ci mancava il terremoto poche ore prima di arrivare. Così all’attracco a Lipari c’era una massa di gente variopinta che prendeva gli aliscafi per andarsene, mentre a Stromboli, dove la gente che viene è normalmente di un’altra pasta, folle di turisti si sono piazzate all’osservatorio sotto il vulcano in attesa di provare il brivido dell’eruzione e dello scossone. Fra l’altro Iddu tace da ieri pomeriggio, e nemmeno manda segnali di fumo. Il che non è tranquillizzante. In ogni caso, pur stando sul molo a Lipari per tre quarti d’ora, vi posso garantire in fede mia che non c’era nessuno Schifani a “coordinare le operazioni” come ho sentito dire al tiggì, lui inquadrato con occhiali da sole che pareva Topolino all’opera con il commissario Basettoni. E nemmeno ho visto la Prestigiacomo affaccendata tra i turisti o impegnata a tenere su i costoni in bilico. E oggi, poveretti loro, gli capita pure Bertolaso, che arriverà dai cieli in divisa da marinaretto e aria da Nembo Kid per salvare tutti. Forse la cricca di Anemone sperava in qualcosa di meglio, ma devono mettersi il cuore in pace: non è crollato granché. Comunque appuntamento davanti al tiggì1: pregusto immagini epiche, mezzo governo impegnato a contrastare le furie della natura.Ciò detto spezzo una lancia per la zona della Sicilia dove sono stato: Menfi, Sciacca, Caltabellotta (che sul sommarietto del Fatto del mio racconto qui accanto è diventata Caltabella...). Conosciuto un imprenditore che si è visto giungere per dei lavori in casa sua un tale che portava una scritta sul giubbotto: Messina Denaro. Gli ha detto: “minchia, porta un cognome impegnativo”. E quello: “e’ mio cugino (o cognato, non ricordo), è una persona per bene”. “Sarà per bene per lei, per me no”, e lì ci ha chiuso il rapporto. Bene bravo bis, una volta sarebbe stato impossibile.Conosciuta però soprattutto una strepitosa guida turistica a Burgio. Una signora che parlava un misto di italiano e agrigentino, rotonda ma davvero rotonda, sembrava messa lì da Fellini o da Verdone, con l’aria sorridente, non le pareva vero di avere quattro turisti (e, vista la chiesa, ci credo). Dedicandosi di cuore ai suoi ospiti ha dunque iniziato: “Ora vi racconto tutto. Questa è una chiesa a tre navate: questa qui dove siamo, quella alla vostra destra e quella alla vostra sinistra...”. Poi ha raccontato dei miracoli fatti da ogni santo od ogni Gesù dipinto. “Questo è chiamato dell’albero, perché una volta trovarono una mucca inginocchiata davanti a un albero che lo pregava, e lo videro chiaramente...”. “Questo Cristo è miracoloso, ha guarito un sacco di persone, e infatti lo festeggiamo facendo nel giorno...una bella processione che poi alla fine la gente mangia pane e formaggio”. “Però venite, vi faccio vedere quest’altro Cristo che è più miracoloso, è meglio...”. Ascoltavo e pensavo che nessun progetto di ricerca di antropologia religiosa mi avrebbe mai consentito di incontrare una persona così fantastica (e così gentile che l’abbiamo ricompensata con gioia). Già, bene la Sicilia del sud, dove lascio il ricordo della più buona pasta ai ricci della mia vita (Palo Alto) e di Alfia, una cagnetta che ci ha adottato e che nella sua breve vita deve avere preso una montagna di botte. In due giorni è passata dal terrore di essere avvicinata allo scodinzolio folle a vederci. Perfino la biondina, che vuol bene ai cani ma non si azzarda a toccarli, le ha dato pane e latte motu proprio. Merita un premio. Anche perché oggi è il suo onomastico e al sud si usa festeggiarlo. (A proposito, il vulcano ancora tace...)</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Slow food a Caltabellotta</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1425</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano15 agosto 2010Il benzinaio non ha dubbi. “Vada da Mates. In cima alla salita e poi a sinistra”. Cinquanta metri e arriva Mates: Museo delle antiche tradizioni enogastronomiche siciliane. Museo? Ma noi dobbiamo mangiare. Un anziano fa prove tecniche di udito: come? chi cercate? La vita di strada è collettiva, qui a Caltabellotta. Una signora da casa sua sente e si affaccia: Mates, sì, si mangia. Vero: Mates è tutt’e due, piccolo museo e trattoria. Nel locale, dentro il budello di vicoli e cortili che fu il quartiere ebraico della Giudecca, dove le mandorle stanno stese sui teli ad asciugare, trovi tutte la macchine agricole di una volta, dal torchio alla macina. E anche tutti gli utensili, dalla quartara per portare l’acqua sui muli al “bummulu”. Pure gli indumenti ci sono; e i libri di preghiere che usavano i contadini. Entrando a sinistra, foto di Franco Marini e di Leoluca Orlando; e una più croccante di Anna Tatangelo.Il proprietario ha baffetti sale e pepe. L’occhio gentile e sardonico insieme, squadra gli ospiti e lancia le sue sfide sulla qualità del vino della casa. Rosso freddo. Scruta la mimica dell’avventore e ne commenta le competenze con ironia tagliente. Poi, perché sia chiaro in casa di chi si è arrivati, porta un piatto di pane fatto in casa, ci versa l’olio della ditta (Giudecca, per ribadire il territorio) e incita: ora assaggi questo. Quando il trionfo non ha più increspature, il signore si svela.“Avevo una ditta di materiale edile con mio fratello, poi gli ho lasciato la mia quota e ho iniziato questo lavoro. Per caso. Degli amici sono venuti a degustare i miei prodotti tipici, chiedendo anche un piatto caldo. E’ stato un successo. Così ho aperto. Era il 2003. Lavoravamo solo su prenotazione perché non sapevo ancora bene come si  gestisse un ristorante a flusso continuo. Facciamo tutto in famiglia. Mia moglie Laura assicura la cucina. E mi aiutano i tre figli. Tutti maschi: Giuseppe, Leonardo ed Enrico. Da noi vale la regola del tre. Tre maschi eravamo noi in casa, tre figli maschi ho fatto io. E’ la nostra forza, insieme alla passione. Passione per le tradizioni della terra, ma anche per le imprese nuove”. Già, in effetti Caltabellotta, cittadella arroccata a novecento metri con vista mare sul canale di Sicilia, non è propriamente il luogo dove un consulente di Boston suggerirebbe di aprire un ristorante. Gli abitanti non fanno pazzie per ripassarsi le macine e i bummuli, e i forestieri non piovono a scrosci. Lui, Felice Augello, a cinquant’anni ci ha creduto. “E’ stata una scommessa sulla qualità”; la vittoria di un approccio slow food che ci ha messo un po’ a essere premiato. Finché un giorno non è capitato qui Pippo Privitera, responsabile siciliano del movimento di Carlo Petrini, e ha praticamente ordinato che il locale venisse inserito nella guida. “Poi conta la cortesia. Io non riesco a mandar via nessuno. Anni fa a Pasquetta venne qui una coppia che parlava inglese verso le tre e mezzo. I miei figli la mandarono via. Io mi chiesi dove avrebbero trovato da mangiare. Li richiamai. Be’, lui era Steve Buscemi, l’attore italo-americano. Gli chiesero tutti l’autografo. L’anno dopo tornò a trovarmi”.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Ricordo di uno &amp;quot;zio&amp;quot; particolare</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1424</link>
            <description>Oggi in una chiesetta accanto al Fatebenefratelli di Milano ha ricevuto l’ultimo saluto una persona particolare. La chiamavo “zio”, “zio Luigi”. Anche se non era mio zio. Era il marito di una compagna di scuola di mia madre. Ginnasio a Napoli, anni trenta. Mia madre la ritrovò negli anni cinquanta a Milano. Presero a frequentarsi, l’amica abitava a poche centinaia di metri dalla grande caserma di via Moscova, di cui io conoscevo ogni anfratto. Erano così legate che vinse l’uso meridionale. Gli amici vennero chiamati zii dai figli degli altri. E loro divennero per noi zia Rita e zio Luigi. Facevamo gite indimenticabili (anche perché non furono più di due o tre), il mio cockerino riconosceva l’arrivo di zia Rita dal rumore di tacchi all’inizio delle scale. Io ricevevo vestiti, soldatini e libri usati da Giorgio, il loro figlio maschio. E per similitudine dovetti fare la sua sezione al Parini (lui era più grande di me), così che mi toccò imparare lo spagnolo: lingua bellissima e dolcissima, ma che poi mi creò un sacco di problemi quando arrivarono i trasferimenti a raffica e non si trovavano sezioni di spagnolo a Roma o a Torino. Imparai più tardi l’inglese a Londra, dove c’era ad aiutarmi (pensa il caso) proprio Floriana, ossia la loro figlia, più grande a sua volta di Giorgio.Con lo zio Luigi andavo a vedere le partite ogni domenica; e lui mi difendeva da chi voleva darmi gli scappellotti perchè proprio non mi controllavo. Intervenne lui per farmi mettere i pantaloni lunghi (i pantaloni lunghi!) a tredici anni e non a quindici, come nelle previsioni paterne. Ero già un anno avanti, mi risparmiò figure tapine con tutte le mie compagne di scuola. E’ una storia lunga. Qui basti dire che dopo via Carini dell’82 fu proprio la zia Rita, di idee opposte alle mie, a farsi ricevere un giorno da Montanelli per chiedergli di smetterla con il mio linciaggio (già, perché Montanelli non fu sempre quello del ’94...). Spiegò, appunto, di essere mia zia...Lui le rispose che avrebbe smesso se avessi smesso anch’io (!!!). Zio Luigi, a sua volta, difese la memoria dell’amico ucciso in ogni modo. Quando uscì il celebre libro di Nicotri con le frottole del maresciallo Incandela (vedi qualche post fa) che diffamavano mio padre, organizzai un confronto pubblico nella sede delle Acli a Milano. Ne ho già scritto ma non posso fare a meno di ricordarlo ora: con il generale Bozzo e con il giudice Spataro comparve dietro il tavolo dei relatori anche zio Luigi. Non aveva mai parlato in una occasione pubblica, ma lo fece per l’amico. Al quale, ai tempi del terrorismo, preparava gli spaghetti a tarda sera. Mio padre stava allora in un’altra caserma, in via Marcora, ed era vedovo. Si vedevano così: mio padre dal primo piano e lui dall’undicesimo di via Turati 29. Un segno prudente e convenzionale dalla finestra illuminata e lo zio Luigi metteva l’acqua a bollire.Qualche anno fa se ne è andata la zia Rita, che lui aveva accudito nella malattia per molti anni. Quando ho potuto (ahimé, qualche volta di meno, devo dire) gli ho fatto compagnia. Ho avuto l’idea, di cui oggi sono felice, di andare a vedere con lui, noi due da soli, la finale dei mondiali, con una bella bottiglia di vino. Oggi è stato salutato, io l’avevo visto lunedì mattina, senza sapere quanto sarebbe durata. E’ andato il Gracco, che si chiama come il suo amico più caro. Io questo saluto e questo grazie gli dovevo. E se è materia poco pubblica scusatemi. Però lo sapete, questo è un blog particolare...</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Case, animatori e sogni da scrittore</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1423</link>
            <description>Cari i miei blogghisti, sono in sosta nei pressi di Menfi, Sicilia che guarda l’Africa, a un chilometro da un mare blu e freddissimo (e rigenerante). Scrivo da una collina ventilata e con una dolce piscina a dieci metri di distanza. Ospite di mio cognato Luigi detto Luisito, imprenditore, che la casa (a un piano) se l’è costruita con i suoi soldi e a sua saputa. Di questi tempi bisogna sempre precisarlo. Vedo a proposito con piacere che sui blog e in rete viaggia lo stesso interrogativo lanciato in casa nostra dalla biondina: ma se chiedono le dimissioni di Fini per la casa di Montecarlo, che cosa bisogna chiedere a B. per la casa di Arcore? Il lancio senza paracadute dalla Rupe Tarpea? Il tuffo nell’Olona dall’elicottero? Il capo cosparso di polvere di comunisti? Noto pure con piacere che i blogghisti per raccontare la vicenda di Arcore si rifanno, citandone lunghi brani, alla mia “Fantastica storia di Silvio Berlusconi”, che fu all’origine di Melampo (avendo difficoltà a pubblicarla, decisi che me la sarei pubblicata da solo, e con Lillo e Jimmy nacque la casa editrice...).Naturalmente, anche in un posto d’incanto come questo devono arrivare i cretini a rovinarlo. E dunque, in un paesaggio che è un po’ Toscana e un po’ Sicilia, eccovi l’ecomostro. Un bell’albergazzo a non so quanti piani e con quante propaggini, neanche nascosto dal verde, che se uno lo vede dalla campagna pensa “e che se ne fanno?”.  Poi lo vede dal mare e capisce tutto: ne fanno un “vista mare” (e se poi non lo vedi paghi lo stesso perché sei un citrullo). Da questo albergazzo, mentre tu guardi le rondini e pensi al canto delle cicale, arrivano per almeno tre-quattro ore al giorno le urla microfonate dell’animatore o dell’animatrice, trasformati in ossessi da televendite. Volano sotto vento per la valli e per i pendii: “e ora tutti insieme”, “e ora muoviamoci, forza, c’è da divertirsi”. E giù musica da luna park. Minchiazza, direbbe Lillo che non so dove sia, davvero c’è da divertirsi. Già l’idea di pagare l’albergo per sentirmi quelle urla sotto la stanza mi demolirebbe il fegato...Però resisto. Resisto alle news della politica e scrivo. E ogni notte, ci credereste?, sogno quelli che avranno da lamentarsi del mio libro, della mia analisi-racconto delle “convergenze” tra mafia e politica. Passi per il terribile sogno di B. che mi chiedeva di dargli ragione “anche solo un pochino”. Ma ho sognato pure Marini. Alla fine che galleria onirica riuscirò mai a collezionare? E con questo interrogativo angoscioso vi lascio temporaneamente. Controanimatori di tutto il mondo unitevi.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Storia di un padre operaio</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1421</link>
            <description>Attraverso qualche giro telematico mi è arrivato questo scritto bellissimo. Lo pubblico sperando che l'autore non se ne abbia.Voglio ricordare la dignità di mio padre operaio09-08-2010di Luca MazzuccoEro tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera. Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo. L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie. L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università. L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro. L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010,  su La Stampa di Torino, ho letto l’editoriale del Professor. Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal professor Mario Deaglio a Radio 24 tra le 17,30  e la 18,00 di Martedì 27 luglio 2010).Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria. Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis.Odorava di dignità.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Brera: ovvero la faccia come il c... (più Cuore)</title>
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            <description>Lo avrete senz’altro immaginato: la prima tentazione è stata di scrivere quel c... per intero. Poi ha prevalso la mia antica predilezione per lo stile e mi sono contenuto. Ma faccia come il c... rimane, eccome. Nulla di attuale. Sto lavorando con strepitoso furore creativo al mio secondo libro dell’estate (il primo, l’antologia Einaudi sui classici dell’antimafia, è già in bozze). Si intitola “La convergenza. Mafia e politica nella seconda Repubblica”. Originale, moderno; almeno mi sembra, ma vedrete poi voi. Così, mentre spulciavo i giornali delle ultime settimane per controllare alcuni nomi dell’inchiesta della Boccassini sulla ‘ndrangheta a Milano, mi sono imbattuto in un articolo sul Corriere a firma Paola D’Amico. Materia: l’annoso trasferimento dell’Accademia di Brera alla nuova sede, da me individuata e ottenuta (quando ero sottosegretario all’Università) nella vecchia e centrale caserma di via Mascheroni. Be’, gente mia, stando alla cronaca, sembra che questa scelta (che allarga l’Accademia e anche la Pinacoteca) sia stata fatta dall’attuale governo e dal commissario straordinario per la Grande Brera, Mario Resca, “il quale per sei mesi ha lavorato all’accordo che ha portato 20 mila metri quadrati di spazi in più per l’Accademia di Belle Arti”. Quello dello spazio era stato infatti “uno dei punti dolenti sul quale i precedenti progetti di trasloco si erano impantanati”. Tanto che “è ancora viva (in chi? dove?) la protesta di due anni fa, quando un primo accordo che assegnava all’Accademia appena 8 mila metri quadrati venne firmato ma poi contestato da professori e studenti”. “Soddisfatto il direttore dell’Accademia, Gastone Mariani, che molto si spese per ottenere più spazi per gli studenti”. Non so a chi si debba questa giuliva rappresentazione (si lavora in tanti, infatti, a produrre un’informazione). Il governo, il direttore, l’autrice dell’articolo: chissà? In ogni caso sarà bene precisare. Il progetto che mi trovai io in eredità dal centrodestra non saltò per gli spazi (poi si capì che c’era anche quel problema), ma perché realizzava uno scippo inaudito alle casse pubbliche, favorendo senza pudore imprenditori privati (e il Corriere lo caldeggiava assai!). Il direttore attuale fece una campagna forsennata contro il trasferimento alla caserma raccontando che l’Accademia se ne sarebbe andata via tutta da Brera (non era vero, era esattamente come è previsto ora), che il nuovo spazio era di 4 o 5 mila metri quadrati (e non era vero, era come oggi; o forse la caserma è nel frattempo raddoppiata?) e che sotto terra c’era l’uranio impoverito (bum! e ora non c’è più? e chi l’ha tolto?). Il fatto è che dopo la protesta (quella che è “ancora viva”) non si poté che prendere atto che la mia proposta era la migliore soluzione tra quelle possibili. E il direttore ha giustificato la sua conversione con la voglia di aderire all’appello per Milano del Corriere della Sera. Che roba, gente mia. Anche a Napoli hanno inaugurato il teatro interno all’Accademia di Belle Arti che avevo voluto restaurare (un piccolo gioiello). Dice che a tavola, brindando, tutti mi nominavano; nei discorsi ufficiali nessuno però si era azzardato a ringraziarmi in contumacia (invitarmi, lo so, sarebbe stato pazzesco). Càpita. Vabbe’, descritta la faccia come il c... (della situazione, sia chiaro), e ribadito che l’importante è fare il proprio dovere a prescindere, ammettiamo che ci sono cose più gravi.A partire da quella povera signora filippina massacrata dal pugile ucraino a Milano in viale Abruzzi. Fosse stata italiana, la notizia avrebbe aperto i tiggì. Il razzismo purtroppo non colpisce solo chi commette i reati, ma anche chi li subisce. Non so quanto potrebbe servire in questi casi, però concordo per principio con Sofri: e se insegnassimo un po’ di più a leggere “Cuore”?</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Vita da impiegato, tra Parma e Kabul</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1419</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano8 agosto 2010Siete anche voi di quelli che fanno battute sugli impiegati del catasto o del protocollo? E allora leggetevi questa storia. Che è la storia di Carlo Rampini e dei suoi ragazzi afghani. Di viaggi impossibili e di richieste di asilo, di ricordi conficcati nel silenzio e di una nuova vita che sfratta la prima. Carlo, anzitutto. Né assistente sociale né psicologo. I suoi studi li ha piantati a quindici anni, una scuola professionale linguistica. “La morosa e lo sport”, spiega lui. Ora di anni ne ha quarantotto e li porta come un atleta. Operaio alla Barilla, poi restauratore in società con un amico, infine la domanda per un posto al comune di Sala Baganza, provincia di Parma, Ufficio per le relazioni con il pubblico. Lo vince e nel ’97 diventa impiegato comunale. Da lì il passaggio all’ufficio protocollo, appunto. Mica per amore di quiete e di carpette, ma per una ragione opposta: la voglia di trovare tempo per la sua nuova passione, dare una mano ai giovani immigrati. Per studiare le  leggi che li riguardano, visto che intanto ha iniziato a collaborare con il Ciac, un centro che si occupa di immigrazione, asilo e cooperazione internazionale per il comune di Parma, la sua città. Insomma, da scavezzacollo a volontario, ma di quelli tosti, di cui si parla in giro, che si sbattono sul campo dopo l’orario di lavoro e ci sono anche la domenica e la notte.Al Ciac si conquista la fiducia dei ragazzi. E un gruppo di afghani gli chiede di dar vita a un’associazione tutta per loro, che li assista più direttamente nelle richieste di asilo e nell’integrazione. Sono arrivati in Italia nascosti o aggrappati ai Tir, o con i barconi disperati, dall’Austria o da Patrasso, dopo viaggi che vanno dai due mesi all’anno. Storie da “Cacciatore di aquiloni” o da “Nel mare ci sono i coccodrilli”. Qualcuno ha già ottenuto l’asilo, qualcuno lo attende con ansia da tempo. Nasce così Asvali, l’associazione di volontariato sociale degli afghani liberi in Italia. Sono più di una ventina. Carlo ne diventa il vicepresidente, anche se è chiaro che il carico maggiore del lavoro finirà sulle sue spalle. La presidenza va ad Alì Shahafiy, un giovane di 26 anni, li fa oggi, e li festeggia doppi perché ha avuto i documenti giusto l’altro ieri. Sono ragazzi che ne hanno viste di tutti i colori. Uno di loro lo facevano ballare vestito da donna,  poi i signori locali sfogavano su di lui le proprie libidini.  “Deve pensare che sono quasi tutti appartenenti a un’etnia, quella degli hazarà, considerata inferiore, un’etnia di servi, proprio come quella del cacciatore di aquiloni. In un paese dove il diritto non esiste, loro ne avevano ancora meno. Si portano dietro ricordi terribili. In associazione, tra loro, non ne parlano, è una memoria muta e ognuno rispetta il silenzio degli altri, perché sa che cosa è stato possibile. Ma quando incontrano gli psicologi, i medici, gli psichiatri, vengono fuori  foto indelebili: la donna decapitata in piazza perché aveva una caviglia scoperta, il traffico d’organi, le torture, i ragazzini fatti prigionieri per trasformarli in kamikaze, lo sfruttamento sessuale o l’esercito che fucila sul posto chi è sospettato di collaborare con i talebani”.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Io dico: governo antimafia  (da un'idea di Riccardo Orioles)</title>
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            <description>Il Fatto Quotidiano5 agosto 2010E’ vero. Sa di muffa, il governo tecnico. Ma potrebbe anche sapere di rivoluzione civile. Di grande progetto di liberazione del paese. Immaginate per esempio un governo tecnico per combattere la mafia, ossia tutte le organizzazioni mafiose e quelle simili. Che si ponga fondamentalmente questo scopo. Partendo dalla consapevolezza (rivoluzionaria) che è questo oggi il primo grande problema del paese. Un’economia che viene divorata dai capitali sporchi, una politica sfregiata o umiliata dagli interessi criminali nei consigli comunali e in parlamento, un ambiente devastato da rifiuti tossici gettati in mare, nelle aree agricole o sotto le nuove costruzioni, professioni inquinate dai facili guadagni, la sanità come bottino di guerra e mica solo in Calabria, soldi sottratti a sicurezza e cultura per buttarli nelle fauci dei lavori pubblici di cricche e clan. E il bilancio dello Stato. E la finanza. E l’informazione, sissignori pure lei.Un governo tecnico che faccia in ogni campo tutto quel che serve a liberarci finalmente da questo aspirante esercito di occupazione, o a farlo arretrare, a non promettergli più un’Italia-eldorado da conquistare senza fatica. Fino alla fine della legislatura, perchè il governo Berlusconi è cotto, senza onore e non ha più la maggioranza. Tutto quel che serve. Nella sicurezza, nella giustizia, nella programmazione e gestione dei lavori pubblici, nella tutela dell’ambiente e del paesaggio, nelle politiche fiscali, nella scuola. Che fissi anche qualche vincolo alle politiche sanitarie delle regioni nell’interesse superiore della nazione. E che intervenga nell’amministrazione della cosa pubblica e nell’esercizio della democrazia rappresentativa. Immaginiamo, solo per fare qualche esempio: una legge per sveltire i tempi dei processi e che filtri i ricorsi in Cassazione; un’altra che introduca l’obbligo del certificato antimafia per i lavori di movimento terra (finora incredibilmente esenti); una per vietare concessioni, convenzioni e consulenze a imprese e studi professionali riconducibili ai parenti degli amministratori che le decidono; una per reintrodurre i concorsi per i segretari comunali (oggi “di fiducia” dei sindaci) e ridare poteri di controllo ai consigli comunali; una per cancellare la legge elettorale-porcata, a partire dalle liste bloccate. Una per riempire di maestri di strada i quartieri dell’abbandono e della devianza minorile. Eccetera. E poi i provvedimenti che non hanno bisogno di leggi particolari. I soldi a sicurezza, giustizia e istruzione. E basta invece con il Ponte, basta con i grandi eventi. Dare i soldi per l’Aquila agli aquilani, con ferreo controllo centrale (una bella white list) sulle imprese. E via i disinformatori di regime, a partire da chi usò il suo tiggì per definire “minchiate” (da cui l’eterno diritto all’appellativo di minchiolini) le affermazioni di Gaspare Spatuzza. Di nuovo eccetera.                                                         </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Libri, balle, premi, ananas, pecorari, capezzoli e auguri</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1417</link>
            <description>Dove sono, volete sapere? A casa a Milano. E’ la mia più grande vacanza, almeno per iniziare. Libri e musica, ho rimesso mano perfino alle antiche cassette degli anni settanta e ottanta, e chi aveva più avuto tempo di cercarle? Silenzio fuori, lavoro in assoluta concentrazione e la sera amici o dialoghi in libertà con la biondina. Il libro per Einaudi, la più volte anticipata antologia (“Contro la mafia. I testi classici”), è in bozze. Mentre ho incominciato ieri la stesura de “La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica”, che uscirà per Melampo. Anche stavolta scrivere un libro spinge a leggerne molti altri che si erano solo sfogliati, e in genere la sensazione è piacevole (increspatura, diciamo così, trovando che Deaglio in “Patria”, molto bello, casca nelle balle di Incandela su mio padre; ma sempre su Deaglio ho scoperto che Pino Nicotri, il giornalista che ha fatto l’intervista inaudita a Incandela, era tra gli arrestati dal giudice Calogero nell’operazione contro l’Autonomia del 7 aprile ’79, ma guarda un po’...). Sono stato a Santa Ninfa del Belice, dove ho ricevuto il premio (una targa) del museo Cordio, dedicato a un grande pittore contemporaneo siciliano, Nino Cordio. Confesso, non lo conoscevo e  mi ha affascinato molto. Tinte bellissime e le più originali pitture morte del mio repertorio di viaggi. Visitata Santa Ninfa. Dopo la celebre ricostruzione post-terremoto, l’hanno lasciata dov’era (Gibellina è stata trasferita su un’area vicina) ma ogni edificio restato in piedi e restaurato parla di una civiltà superiore all’attuale. Lì in piazza della Libertà, con temperatura a venti gradi o sotto, Beatrice Luzzi ha recitato per l’ennesima volta “Poliziotta per amore”. Con bambini assiepati sotto o accanto al palco, che sembrava il gran cinema Paradiso. Timori del sindaco (ex Rete) per quanta gente avrebbe partecipato: ci sono due matrimoni, e poi c’è anche una festa di compleanno. Verrebbe da ridere ma in un paese di cinquemila abitanti due matrimoni fanno; e pure un compleanno...Stupendo, comunque; ogni posto ha i suoi metri.. Mi ha fatto piacere vedere nell’occasione l’accoglienza riservata al libro di Caponnetto, “Io non tacerò”, curato dall’ottima Mariaaa e che già in questa stagione proibita ha fior di riordini. Infine, un consiglio amorevole per la cucina siciliana: più caponata e primosale e meno pesce spada all’ananas...Per favore...E a proposito di ananas, mi sono imbattuto via tivù in un programma terrificante, demenziale. Si chiama “Le Velone”. Una volta si diceva dei figli “ma non hanno dei genitori?”. Ecco, qui sarebbe il caso di chiedere “ma non hanno dei figli o dei nipotini?”. E anche di chiedersi “ma non c’è un elettore verde con il randello?” leggendo che alla festa per i 50 anni di Rotondi, piena di fauna berlusconiana e con il capezzolo della Brambilla immortalato da Dagospia, si dondolava Pecoraro Scanio, il vero killer del movimento verde in politica, autobiografia delle devastazioni della sinistra. Lascio perdere invece i randelli che ci vorrebbero per chi ha scelto di non andare ieri a Bologna (ma mettetevi nei loro panni: che cosa avrebbero potuto dire con la P3 disegnata sulla fronte?).Basta. Chiudo con un augurio tonante per il mio amico Nando: Benigno di nome e di fatto. Ottimi sessanta, vecchia quercia brindisina di adozione. Che il mare e i marinai (e i turisti) siano propizi a te e al glorioso Jaccato. E già che ci sono: auguri a Ciusepphe, nipote calabrese! Lo zio ti pensa.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Noi, le ragazze della Omsa</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1416</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano1 agosto 2010Dici Omsa e pensi donne. Se hai visto la pubblicità delle celebri calze di nylon: “Omsa che gambe” recitavano i Caroselli negli anni sessanta. Se hai visto i cancelli della fabbrica all’inizio e alla fine dei turni: centinaia di donne di ogni età che entravano e uscivano parlando di figli e di lavoro nella più innocente allegria operaia. E’ finita. Nella storica fabbrica di Faenza si chiude. Signori, si va in Serbia. Marina Francesconi e Samuela Meci restano con le loro compagne a combattere gli ultimi fuochi di una battaglia che non si rassegnano a perdere. “Che volessero portare i macchinari in Serbia lo sapemmo con certezza l’11 gennaio del 2009. Erano mesi che andavamo avanti con la cassa integrazione e con i turni di lavoro a quattro ore. Poi un giorno ci telefonò una ragazza da un reparto. La classica soffiata di classe: ‘all’una arrivano i camion e si portano i macchinari in Serbia’. Fu un attimo, partì una catena di sms, già pronta perché qualcosa ce l’aspettavamo. E in mezz’ora ci trovammo tutte davanti ai cancelli”. Il ricordo è di Marina, operaia al fissaggio da quand’era ragazza. Ora di anni ne ha cinquanta. Rievoca con lo sguardo fiero. Fu uno dei presidi operai femminili più lunghi della storia sindacale. Cinquanta giorni e cinquanta notti. “Noi al gelo davanti ai cancelli della nuova fabbrica, dal ‘92 l’hanno trasferita fuori città, tre capannoni vicino all’autostrada. Nevicava, noi che battevamo i piedi per il freddo e a chi ci chiedeva ‘di che cosa avete bisogno?’ rispondevamo ‘legna per scaldarci’. Stavamo lì fino alle quattro di notte con i figli e i mariti che ci aspettavano a casa. E perché? Perché ci sembrava incredibile che si potesse accettare una violenza simile, che di colpo venissero mandate a casa trecentocinquanta dipendenti, che uno facesse i profitti con il nostro lavoro e poi se ne andasse in Serbia. Qualcuno lo fermerà ci dicevamo. La Regione, il governo…Poi l’azienda ha incominciato a promettere di trovare un compratore per lo stabilimento, di fare rioccupare una parte di noi. E qualcuno ci è cascato”. “E la Cisl gli è andata dietro”, commenta amara Samuela, addetta alle confezioni, distaccata da anni alla Cgil, una decina d’anni in meno di Marina. “Così hanno lavorato a spaccarci, a farci fare la guerra mentre ci stavano licenziando tutti”. Una ferita rimasta nella memoria della pattuglia di irriducibili. Marina lo ricorda ancora quel giorno: “Eravamo al gazebo e a un certo punto abbiamo visto arrivare decine di operaie divise in due gruppi, uno guidato dalla caporeparto l’altro dalla delegata Cisl. E per un’ora ci hanno accerchiato, insultato, ripetendo l’accusa che l’azienda ci aveva scaricato addosso: che per colpa della nostra protesta nessuno avrebbe comprato lo stabilimento, che eravamo noi a fare perdere il lavoro. Non dimenticherò mai quegli sguardi, la crudeltà, sì, la crudeltà di quella scena. Abbiamo saputo addirittura che in assemblea un’operaia aveva proposto il nostro licenziamento e si era presa un coro di applausi. Come stiamo adesso? Come sta chi deve arrangiarsi con settecentocinquanta euro, perché le bollette continui a pagarle, e la roba continua a costare quello che costava prima, non è che diminuisce perché sei cassintegrato. Mio marito fa l’operaio, riusciamo a tenere, ma Sara, nostra figlia, che studia Psicologia a Cesena, già ha dovuto mettersi a fare i lavoretti, non possiamo più aiutarla. Alcune di noi poi non hanno anche lo stipendio del marito, e l’affitto ti porta via già quattrocento euro. Così si è costrette a fare il lavoro nero. Lo abbiamo sempre combattuto, chi l’avrebbe mai detto?”. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il dopo-Fini. La legge del mercato</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1415</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano31 luglio 2010Sarà un grande mercato. E’ l’Italia, bellezza. Le leggi della politica a uccidere il mercato; le leggi del mercato a uccidere la politica. Ora che la maggioranza si è fatta incerta (Verdini o Dell’Utri mica possono perdere tempo in parlamento), sarà sempre campagna acquisti. A decine verranno insidiati e lusingati con i metodi già illuminati dalle intercettazioni maledette: incarichi inverosimili, posti per mogli e amanti, comparsate tivù per piccoli narcisi crescono. La Lega alzerà il prezzo su tutto; prenderà il comando del nord, a partire dal sindaco di Milano. Tutti varranno di più: Lombardo e Micciché, i centristi di destra e i centristi di sinistra, e gli italiani capiranno meglio perché si sta al centro. Mentre gli elettori democratici dopo l’operazione Vietti si sentiranno fatti fessi due volte. I nani diventeranno giganti, capaci di tenere su o far cadere un governo, come sempre. E a Napolitano toccherà impedire le elezioni più disastrose della storia repubblicana e, contemporaneamente, la morte definitiva della politica. Auguri a tutti prima di Pompei.   </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>B. e gli studenti di serie B</title>
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            <description>Il Fatto quotidiano30 luglio 2010Sarà stata pure una “battuta paterna” quella indirizzata da don Verzé a Barbara Berlusconi dopo la sua laurea con 110 e lode all’università San Raffaele. Così almeno l’hanno definita in una dichiarazione congiunta i professori Michele Di Francesco e Massimo Cacciari, rispettivamente preside di Filosofia e prorettore vicario dell’università. “Paterna”, ammettiamolo pure. Ma di un padre che ha figli e figliastri, almeno a giudicare dalla lettera-racconto di Andrea Tito Nespola, studente al terzo anno di filosofia al San Raffaele, pubblicata ieri su queste pagine. Perché qui non è in gioco il merito di Barbara Berlusconi, che anzi in questa vicenda sembra più vittima che “colpevole”. E’ in gioco altro. A partire dallo snaturamento di una cerimonia di laurea che si fa evento pubblico non fuori dall’aula, dove ci starebbe tutto (premier, figlia e fotografi, e magari pure il rettore; questione di gusto). Ma dentro l’aula, davanti ad altri studenti che hanno lo stesso titolo per essere trattati con attenzione paterna. In una istituzione che, come dice il suo stesso etimo, non fa differenze, non discrimina. Non dovrebbe discriminare. Soprattutto se aspira a essere considerata parte di un sistema pubblico.Va detto con nettezza. In una università pubblica o in una grande università privata come la Bocconi o la Cattolica una scena del genere sarebbe stata impensabile, e spero che questo non mi provochi l’accusa di volere “gettare del fango” sul San Raffaele, di cui non è qui in discussione il livello scientifico degli studi ma sì l’idea che vi si coltiva dell’istituzione universitaria. Altrove ogni rappresentante dell’istituzione, per sua dignità (magari malintesa), avrebbe fatto di tutto per mostrarsi inconsapevole o insensibile all’identità della laureanda, per trasmettere ai presenti l’idea di una eguale importanza dei candidati, per non mortificare il rilievo della giornata nei confronti di nessuno e anche per regalare alla candidata Barbara il piacere impagabile di sapere con certezza che il suo 110 e lode era frutto (come sicuramente è stato) del suo impegno accademico e della sua passione per la materia della tesi; e non del suo cognome. Altrove il rettore, per sottolineare la funzione pubblica e lo spirito di indipendenza della sua università,  avrebbe evitato di presenziare. Spiegandone prima cortesemente le ragioni al capo del governo (o alla sua segreteria) e semmai complimentandosi dopo con lui al telefono per l’ottimo risultato della figlia. Perché il giorno della laurea è giorno di festa per tutti gli studenti, anche se troppo spesso i docenti (pubblici e privati) lo dimenticano e lo vivono come appuntamento di routine. Basta vedere il pubblico che entra in aula. Arrivano genitori, fratelli e sorelle, fidanzate e fidanzati, amici, spesso i nonni da lontano con i vestiti delle occasioni buone. E’ un momento della vita quasi unico, che corona l’ impegno personale dello studente e gli sforzi economici (talora i veri e propri sacrifici) della famiglia. Anche quando si tratta della “semplice” laurea triennale.                                                </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Chi ha paura di Vittorio Grevi?</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1413</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano28 luglio 10Chi ha posto il veto su Vittorio Grevi? La notizia circola e viene data per certa. La candidatura del professor Vittorio Grevi  al Consiglio superiore della magistratura in qualità di membro laico eletto dal parlamento (con possibile, successiva elezione a vicepresidente) è destinata all’affondamento non in base a una valutazione comparata di curricula accademici, scientifici o civili. Ma sulla base di un veto espresso ad alto livello nei confronti della sua persona. Sicché insorge subito il bisogno di sapere. Chi e perché ha messo questo veto? Non richiesto da nessuno, ma perché si capisca il senso di quello che sta accadendo, perché questa mia domanda venga condivisa, vorrei abbozzare un profilo del candidato proibito. Vittorio Grevi è anzitutto un professore di procedura penale della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pavia. Uno dei giuristi italiani più stimati, uno dei massimi processualisti, come si dice in gergo. Quando lo conobbi molto tempo fa (ma preciso: non c’è mai stata tra noi una stretta frequentazione) vidi subito in quanta considerazione lo tenesse Adolfo Beria d’Argentine, grande magistrato e organizzatore di cultura giuridica e sociale. Di Grevi da allora ho sempre apprezzato la radicalità della scelta compiuta come docente universitario di diritto: quella di non esercitare l’avvocatura per non fare influenzare le proprie opinioni e i propri scritti dai naturali interessi di difensore e nemmeno dagli intrecci di  relazioni che si stabiliscono con i colleghi di professione forense. Ha insomma voluto tenere la scienza al di sopra dei troppi e mutevoli interessi di parte. Una scelta che nell’università italiana fanno pochissime mosche bianche del diritto. Una scelta che è anche una rinuncia a cospicui benefici materiali visto quel che potrebbe esigere in parcelle un giurista del suo prestigio. E che va a vantaggio anche degli studenti. I quali, salvo convegni, hanno sempre a disposizione il proprio professore in università, secondo un costume che è anche questo da mosche bianche.Dunque un intellettuale da torre d’avorio? No, perché Grevi ha dimostrato nei decenni una particolare sensibilità per gli intrecci tra giustizia e società. La sua facoltà è da sempre sede di convegni, seminari organizzati per gli studenti e per la città di Pavia: sulle riforme della giustizia (con Giovanni Conso ha curato un compendio di procedura penale, con un importante “commentario giurisprudenziale”) come sulla corruzione o sulla mafia. Temi ai quali ha sensibilizzato e formato generazioni di studenti, chiamando per loro decine e decine di studiosi e protagonisti da ogni parte d’Italia. Forse non è senza significato che le ultime foto di Giovanni Falcone in pubblico siano state scattate proprio all’università di Pavia, dove il giudice era stato invitato a parlare ai giovani allievi di giurisprudenza. Non solo. Nella lunga storia delle tensioni tra giustizia e affarismo politico, tra principio di legalità ed eversione costituzionale, Grevi -distinguendosi in un viavai di opportunisti- ha sempre tenuto ferma la bussola del diritto e della Costituzione anche nella sua qualità di editorialista del Corriere della Sera, precludendosi gli allori che toccano ai sapienti cortigiani. La domanda è dunque: che cos’ha fatto, che io non sappia, questo professore perché dal campo del centrosinistra venga espresso un veto nei confronti di una sua candidatura al Csm e poi eventualmente alla sua vicepresidenza? Ha fatto commercio delle sue opinioni? Appartiene a una loggia massonica? Frequenta le cene di Vespa? E’ stato intercettato mentre parlava con Verdini? Ha messo la sua sapienza al servizio di lodi incostituzionali? Se di nessuna di queste e analoghe colpe egli si è macchiato, siamo autorizzati a credere di tutto. Anche che forse sia proprio il suo profilo di assoluta affidabilità istituzionale a renderlo sconsigliabile per la carica più istituzionale nell’amministrazione della giustizia. E che la politica punti a una giustizia “maneggevole”, proprio in una fase delicatissima in cui è interesse del Paese che essa riacquisti per intero la sua indipendenza. Chissà se qualcuno saprà mai darci una risposta decente. E che non ci metta in imbarazzo come cittadini democratici.                                </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>L'inciucio-dadaismo, fase senile del piddismo</title>
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            <description>Non riesco a capire se siamo agli ultimi giorni di Pompei, alla crisi dell’Impero, al Titanic prima dell’affondamento, al Caimano, al 23 luglio, o a una qualsiasi Tangentopoli che ti risorgono peggio di prima. Bisogna tenere questa lunghezza di sguardo anziché limitarsi a chiedersi con ansia se il governo cadrà o meno. Secondo me, se le cose procedono con questi ritmi e in questi modi, l’unica, comunque, è che Napolitano si immagini un governo diverso dentro questo parlamento. E già così saranno scossoni e perfino terremoti. Ma tornare al voto non risolverebbe niente. Anche perché la vera alternativa al centrodestra, questo lo vedono tutti, è un altro centrodestra. Per il Paese nuove elezioni ora potrebbero essere micidiali. E pure per il centrosinistra, che deve farsi una bella cura di plasmon e vitamine per tirarsi su dalla sua agonia. Leggo di nuovi sconosciuti che parlano a nome nostro di scuola e università e vengono i brividi a pensare ai criteri con cui si affidano le responsabilità nazionali dentro i partiti. Sento voci certe di veti sulla persona di Vittorio Grevi come possibile candidato laico alla vicepresidenza del Csm e ancora di più, conoscendo la rettitudine e la storia e la dottrina della persona, mi vengono i brividi. Sempre più avvitati e chiusi in questa mescolanza di inciucio e dadaismo, mi raccomando. Non sono tra quelli che dicono “un Vendola vi spazzerà via”. Prima di tutto perché non auguro a Nichi di doversi trasformare in angelo sterminatore. Però diciamolo (esortativo dalemiano), l’aria è quella.Quanto al Blog, annuncio che circa una ventina di blogghisti (non sono un esercito, però sono un plotone) ha chiesto le chiavi di casa. Le avranno, chiedete e sarà dato. Grazie per i molti interventi. Francesco Dylan ha fatto il suo primo o secondo, è tornata Pielle che nel cuor mi sta, è tornato anche Pasquale Pirone. Che con tono un tantino piccato (faccio il sociologo, riconosco i segni...) spiega tutto con il primato di facebook. Non direi, Pasquale. Esempio: hai gentilmente mandato gli auguri alla biondina via fb. Ma lei li ha ricevuti a voce da me che ti ho letto sul blog. Perché su fb non va da giorni. Io non metterei in alternativa i mezzi di cui disponiamo. Uso il telefono,  l’sms, la mail, perfino il biglietto con busta, il post-it, e -mi voglio rovinare- l’incontro personale. A seconda delle necessità, delle sensibilità, dei rapporti. Non è un problema se piace o non piace che uno si installi su fb. Sono liberi fatti suoi. Io ci ho pensato se andarci. Ma ho due problemi: il tempo per reggere quella massa di interazioni (per me impossibile) e il controllo ideologico sui contenuti, che già qui ho denunciato quando fecero scomparire dallo spazio della biondina un filmato su B. Piuttosto, meglio la bottiglia in mare. E comunque: bravo Granata!! (e grazie per il buon cuore a Robertoli)</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Se scrive il Gracco (ovvero: orgoglio paterno)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1411</link>
            <description>Scusate, ma io su indicazione di un'amica trovo ( a mia insaputa !) questo articolo firmato Carlo dalla Chiesa su www.arcipelago.org (uno dei siti milanesi più seguiti) e secondo voi non ve lo smazzo subito? Telchì!LA ‘NDRANGHETA E’ A MILANONelle ultime settimane la nostra città si è ritrovata al centro di importanti inchieste sulla criminalità organizzata. In particolare, quella denominata “Il crimine”, condotta congiuntamente dalla Procura di Milano e dalla Procura di Reggio Calabria, risulta essere la più imponente operazione di contrasto al fenomeno della ‘ndrangheta dal 1994 a oggi. Le indagini hanno permesso l’arresto di oltre 300 persone affiliate alle ‘ndrine oltre al sequestro di beni per centinaia di milioni di euro. Durante la successiva conferenza stampa, i Pubblici Ministeri che hanno condotto l’inchiesta, Ilda Bocassini, Edmondo Bruti Liberati e Giuseppe Pignatone, hanno ribadito che “la capacità d’infiltrazione negli ambienti più diversi è la cosa che più preoccupa”.  Nella sola provincia di Milano, dal primo luglio sono stati effettuati più di 200 arresti e sono stati posti sotto sequestro beni mobili e immobili per un valore di oltre 300 milioni di euro. Tra le persone coinvolte nelle indagini figurano non solo personaggi appartenenti alle famiglie Oppedisano, Valle, Pelle, Mazzaferro e altri sanguinari e spregiudicati clan. No, tra le persone coinvolte figurano i nomi di almeno 15 tra consiglieri, assessori e dirigenti pubblici. Oltre a questi, decine e decine di soggetti che sguazzano nel sottobosco politico o nell’amministrazione pubblica milanese.In altre parole, nel luglio 2010 a Milano (la città in cui Dell’Utri viene eletto senatore in collegio 1) è avvenuto qualcosa di particolare. Una parte delle Istituzioni ha denunciato pubblicamente l’esistenza della criminalità organizzata sul nostro territorio. Non l’ha denunciata “per sentito dire”. Ha seguito, intercettato, filmato, fotografato boss e semplici affiliati per anni interi. Ha scoperto il loro modus operandi, cristallizzandone le gerarchie e i gruppi egemoni. Ha ricostruito le origini e le destinazioni di inimmaginabili flussi di denaro. Ha individuato i punti di contatto tra i clan e la politica, tra i clan e l’imprenditoria.Tutto questo nel silenzio delle Istituzioni cittadine. Silenzio prima e silenzio dopo. D’altra parte è normale. Nella storia repubblicana quali fenomeni criminali sono stati contrastati dall’iniziativa del potere legislativo o esecutivo? Chi ha combattuto contro la criminalità organizzata o il terrorismo (o lotta armata, non importa: la Storia ridimensiona certe inutili e ridicole pretese terminologiche)? Sempre loro: magistrati e forze di polizia.La politica, quella che fa le leggi e che governa, arriva dopo. O perchè non le conviene o, semplicemente, perchè sottovaluta. Sottovaluta perchè non ha né gli strumenti culturali né le qualità umane per comprendere cosa accade nella comunità che rappresenta. Fino a qualche mese fa, il Sindaco Moratti dichiarava che a Milano la mafia non esisteva. Anche il Prefetto Lombardi affermava la stessa cosa. E il ViceSindaco De Corato, altrettanto: “Il problema sono gli immigrati, mafia non ce n’è”, rispondeva alle domande di qualche giornalista libero. Nella migliore delle ipotesi, quindi, hanno sottovalutato il fenomeno.Basti pensare che nel marzo 2009, in Consiglio Comunale era stata istituita la Commissione di Vigilanza Antimafia. A distanza di due mesi, la delibera che l’aveva istituita veniva revocata tra mille polemiche. Dopo le ultime vicende, l’opposizione – soprattutto i capigruppo del PD e della Lista Dario Fo, Pierfrancesco Majorino e Basilio Rizzo – hanno riproposto l’urgenza di tale Commissione in Consiglio Comunale. Niente da fare. Silenzio prima e silenzio dopo. Silenzio anche da parte di un pezzo della stessa opposizione. D’altronde anche gli assessori Brembilla e Oliverio, entrambi della Giunta di Filippo Penati, sono risultati coinvolti in vicende di ‘ndrangheta.Sono anni che gli osservatori sulla legalità, i magistrati ai convegni, le associazioni contro le mafie (Libera su tutti) denunciano la presenza della criminalità organizzata sul nostro territorio. Le indagini per le ultime inchieste sono partite nel 2006 presso la Procura di Monza dopo aver seguito una pista investigativa per un c.d. reato spia (quelli ora interessati dai divieti introdotti dal ddl sulle intercettazioni). I cittadini, almeno quelli ben informati, sapevano. Bastava ascoltare Alberto Nobili o Armando Spataro a un dibattito. Oppure assistere agli innumerevoli incontri che i volontari di molteplici associazioni hanno tenuto e continuano a tenere in tutta la provincia. In città si sa che determinati ristoranti di bufale, cozze e pomodorini non sono altro che lavanderie di denaro sporco. Eppure ne spuntano di nuovi a ogni angolo e le licenze fioccano. Le Istituzioni cittadine, come si diceva, in silenzio. Prima e dopo. E’ un silenzio che lascia esterrefatti. Perchè di fronte al perpetrarsi del silenzio, avanza un dubbio. Che non si tratti di semplice sottovalutazione.Altrimenti non si spiegherebbe come mai alla commemorazione di Paolo Borsellino, Carlo Fidanza – presidente della Commissione Consiliare Expo 2015 oltre che parlamentare europeo – abbia pubblicamente (e vigliaccamente) attribuito ad Armando Spataro la decisione di non istituire una Commissione di Vigilanza. Non si spiegherebbe neppure perchè la Moratti nella stessa occasione abbia affermato che “il Comune di Milano ha fatto della lotta alla mafia, alla corruzione e al malaffare, una priorità” quando, invece, la sua stessa maggioranza ritiene che le ultime vicende non costituiscano altro che una gogna mediatica.E’ dunque collusione o sottovalutazione? Facciamo che sia semplice sottovalutazione. Con un’avvertenza però. Che a sottovalutare le drammatiche conseguenze di un territorio in mano alla criminalità organizzata (dove le vittime hanno più paura delle ritorsioni piuttosto che subire un procedimento penale per favoreggiamento), non si fa la figura degli sprovveduti o degli irresponsabili. No. Si fa la figura dei farabutti. Carlo Dalla Chiesa</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Salvare i giovani. L'eresia di don Franco</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1410</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano25 luglio 2010In principio fu il garage. Un garage in viale Libertà 23, nel centro residenziale di Pavia. Di giorno funzionava come una chiesa, con le sue messe i suoi rosari e i suoi fedeli. Di notte si riempiva di materassi, per dare ricovero ai senza casa e poi sempre di più ai giovani e giovanissimi tossicodipendenti che si trascinavano per le strade cittadine. Erano gli anni settanta. Fu allora che la Pavia placida e benpensante fu scossa dall’eresia di don Enzo Boschetti, dal vangelo aspro e irriverente di chi aveva deciso di dedicarsi ai giovani e salvarne il futuro. Il quartiere dei ricchi, a causa di quel garage, iniziò a diventare meta di ragazzi eroinomani. Ma il carisma di don Enzo era tale che, invece di promuovere le classiche raccolte di firme contro la sua eresia, molte famiglie benestanti guardarono con benevolenza a quell’intervento su un dramma che stava colpendo ogni ceto sociale. Alla messa della domenica il garage brulicava di fedeli affascinati dal prete che aveva buttato nella città assopita il seme della profezia.Don Franco Tassone è l’erede di don Enzo. Ti guarda con mitezza di roccia, contento di avere appena celebrato un matrimonio come quelli “di un tempo”, tra un italiano e una russa, “ricco di spiritualità e meno preoccupato dell’abito della sposa o dei dettagli organizzativi”. Nella Pavia finita negli scandali della ‘ndrangheta e della sanità, nel feudo di Giancarlo Abelli  imperatore della Compagnia delle Opere, e dove anche la fiaccolata antimafia è quasi naufragata, don Franco rappresenta un’altra storia. Forse minoritaria ma non piccola affatto. Era Franco senza il “don”, aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri, faceva economia ed era pure fidanzato quando incontrò don Enzo facendo il servizio civile. Neanche due anni ma bastarono per fargli svoltare la vita. Chiesa, celibato, abbandono degli studi in economia e laurea in giurisprudenza, perché così gli aveva chiesto il maestro. Il motivo? La “Casa del giovane”, la creatura che aveva dato riparo e aiuto a eroinomani, a donne maltrattate, agli ultimi della terra, era cresciuta, si era fatta materia complessa, aveva bisogno -per essere guidata- di competenze legali. Don Franco ricevette l’investitura sul campo nel 1992, un anno prima che il fondatore morisse. La comunità assunse una struttura più articolata, giunse a dar vita a una ventina di sedi, sparse tra le provincie di Pavia, Lodi, Lecco, Biella e Verbania. Ciascuna con una destinazione speciale (compresi i tossicodipendenti con problemi psichici). Dodici solo nella città di Pavia, buona parte delle quali lungo via Lo Monaco, dietro alla stazione. Quasi un simbolo di accoglienza per chi arriva e non sa dove andare. Una, anzi, con un nome programmatico: “in-out”, come a dire una porta girevole, se vuoi. Lì per quasi un chilometro i muri che costeggiano le chiese e i campi sportivi e le aule dell’apprendistato sono riempiti di graffiti coloratissimi, libera lavagna urbana per i giovani ospiti. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>A proposito del Blog. Le chiavi di casa</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1409</link>
            <description>25 luglio, data doppiamente fausta, perché è anche il compleanno della biondina. E per voi triplamente fausta perché (mi voglio rovinare) vi regalo l’indirizzo telematico su cui trovare le foto della Settimana Internazionale dei Diritti. Eccovelo: http://gallery.me.com/stefanoski1 Andateci perché potrete condividere uno spruzzo delle emozioni che in tanti abbiamo condiviso in quei bellissimi giorni genovesi che pur mi hanno lasciato pronto per il cucchiaino (ieri ho dormito fino alle dieci e mezzo...e poi ridormito due ore nel tardo pomeriggio). Purtroppo non ci sono i nomi dei protagonisti ma molti li riconoscerete ugualmente. Merito del nostro Stefanoski, grande geologo, grande organizzatore della Scuola Caponnetto, ma ancor più grande fotografo.E vengo al tema sollevato dal fino atque sensibile Robertoli: il deserto di commenti che circonda il blog neanche fosse un’edicola ai confini della Libia. In effetti c’è un po’ di avarizia. E’ vero che il Blog venne concepito essenzialmente per raccontare ai molti amici sparsi per l’Italia quello che, all’incirca, faccio e penso. E che la mia funzione di sottosegretario espose questo spazio a un vero e proprio inquinamento mentale (stalking direi) da parte di frustrati, ringhianti pieni di sé, reperti di sindacato corporativo ecc, così da imporre un ferreo controllo dei criteri di accesso. Però quelli che hanno accesso libero sono più di milleduecento. E i lettori quotidiani sono mediamente fra i due-quattromila (la visita media dura cinque minuti..., poi fate i conti). Piccolo spazio considerato tra i migliori blog politico-civili. Giusto dunque l’invito a pubblicizzarlo sul sito del Fatto. Ma giusto anche l’invito agli amabili lettori a non avere il ditino corto. A volte bastano quindici secondi. Io ti racconto tutti i giorni -oddio, non ci riesco ma ci provo-, tu mi racconti una volta al mese. E’ una proporzione accettabile, no? In fondo è un sintomo no-buono anche questo, condivido. Ci sono amici che so che leggono il blog con fedeltà da “Topolino” però non lasciano segno. Per pigrizia ma anche per non sembrare presenzialisti o perché “sono d’accordo”. Non voglio forzarli ma..potrebbero rendere il blog più ricco, di idee e di umanità. Intanto lancio una proposta, visto che nel frattempo gli amici sono aumentati: chi fosse interessato ad avere l’accesso lo faccia sapere all’indirizzo del sito. Così a settembre gli daremo le chiavi di casa.E auguri per i suoi sessanta al mitico Francesco, amico del cuore e che legge il blog con il caffé del primo mattino. L’altra notte ha suonato Bob Dylan, con chitarra e armonica che sembrava un discepolo di primo grado del maestro. Stupendo lui con Fabrizia e con i suoi gracchi. Mi spiace non avere potuto parlare con lui aspettando l’alba. Ero reduce da Genova, ma giorno verrà...</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Donne da conoscere. Il bello dei diritti</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1408</link>
            <description>E’ finita. E ho già un po’ di nostalgia. Sembra di essere a settembre quando si lascia la spiaggia e si torna a casa, anche se mi accingo a fare esattamente il contrario, ossia ad andare in vacanza. Questa Settimana Internazionale dei Diritti è stata un’esperienza straordinaria. Ricca di persone straordinarie. Ieri sera, a mezzanotte, anche il pubblico diceva il suo dispiacere che fosse tutto finito, dopo la splendida performance di Ottavia Piccolo e del trio musicale che intervallava le sue letture (voce di Maryanne fantastica, la talent scout è stata Patrizia Conti). Tre donne vere ieri sera, prima di Ottavia: Isoke Aikpitanyi, Lita Boitano e Janine Rawley. Sul palco a raccontarsi, un’emozione collettiva che te la sentivi alle spalle senza neanche bisogno di voltarti. Isoke con la sua rivolta contro la tratta delle nigeriane, Lita e la sua infinita lotta di verità e giustizia in Argentina (“prima di morire vorrei i resti dei miei figli” ha detto nell’unico momento in cui le si è rotta la voce), Janine e la sua lotta contro lo stupro (ne ha subiti tre e solo nella maturità ha avuto il coraggio di denunciarli). E nel pomeriggio il racconto di Enaiatollah Akbari, il ragazzo afgano protagonista di “Nel mare cui sono i coccodrilli”. Non vi saprei dire come mai, ma a sentirlo c’erano un sacco di adolescenti, si vede che il libro sta girando molto tra i giovanissimi lettori. “Tornerò in Afghanistan” ha detto, “mi piacerebbe avere qui mia madre, ma è più giusto che resti lì con i miei fratelli”.Racconti duri ma anche il senso di fare cose utili. La notizia dell’intitolazione a Genova di una piazza alle donne di Teheran sta facendo il giro dei siti iraniani ed è considerata una vittoria da tutto il dissenso, Shirin Ebadi ne era felice l’altra sera. Bialiatski dopo la cittadinanza genovese è più tutelato e forte nella sua Bielorussia. E poi un fatto simbolico: il primo incontro della storia tra le madri in lutto iraniane e l’esperienza delle madri della Plaza de Mayo è avvenuto a Genova. Bisognava vederle le donne arrivate con le foto dei loro figli mettersi a piangere al racconto di Lita. Sembrava (almeno a me) un miracolo che persone già così piene di sofferenza avessero spazio per provarne anche per altre. E tutto mentre ricevevano da Lita qualche insegnamento su come lottare. Con il suo ricordo amaro dei silenzi della Chiesa (eccole qua le radici profonde della “messa dei diritti”…). E’ stato veramente bello. Un grazie a tutti quelli che sono venuti. Un grazie grande a quelli che ci hanno creduto e ci hanno lavorato. Brunetta non sarà d’accordo, ma ci sono dei dipendenti comunali formidabili, capaci di battersi perché le cose buone riescano. Grazie quindi a Cesare, Angela, Marisa, Milena, Giovanna, Carla, Daniela, Raffaella (procedo random..), Stefano, Pier Luigi, Ricesare, Patrizia, Paola, Stefania, Giuliana, Licia, Emanuela, Maria. Grazie a Carla e ai suoi ragazzi. E grazie, ovviamente, alla grande Città digitale! (e se ho dimenticato qualcuno…ceneri sul capo)</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Madri di Teheran. Quando la vita diventa un'altra cosa</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1407</link>
            <description>21 luglio. Alla Settimana Internazionale dei Diritti era questa la data prevista per i molti appuntamenti di solidarietà con la rivoluzione verde iraniana. Ospite d’eccezione il premio Nobel per la pace 2003 Shirin Ebadi, primo giudice donna nella sua patria, primo premio Nobel musulmano, ora in esilio in Europa. Ma c’erano anche altri ospiti, come quattro giovani reporter e giornalisti, testimoni della repressione del giugno 2009 e poi scampati all’arresto e alla tortura abbandonando fortunosamente la propria terra. In mattinata una grande rotonda di Sampierdarena (la Fiumara) è stata dedicata alle “madri di Teheran”. Ero convintissimo di questa scelta (Teheran come Tien An men come Buenos Aires…). Ma devo essere sincero: ho capito che cosa stessimo facendo davvero solo quando ho visto i volti della madri in lutto iraniane giunte a Genova a loro spese da ogni città d’Europa. Quando le ho viste con le foto appese al collo. Quando ho sentito una di loro dietro di me scoppiare a piangere disperatamente battendo i piedi. E anche il totem dedicato a Neda, la studentessa uccisa da un miliziano la cui foto a terra fece il giro del mondo in pochi minuti, è diventato un’altra cosa dopo che tutti gli iraniani presenti hanno cantato alzando le due dita della vittoria quello che per loro è il vero inno nazionale ma che nessun regime ha mai riconosciuto. Cose da brivido, che da sole danno un senso altissimo a questa Settimana. E, lo ammetto, brivido anche quando le donne sedute sulla scala, per ricambiare la solidarietà, hanno intonato con qualche incertezza di parole le note di “Bella ciao”. Stupendo. Io c’ero, è il caso di dire. Ero stato chiamato a sedere tra loro dalla signora scoppiata a piangere dietro di me, grata per il solo fatto che l’avessi accarezzata. E ogni tanto mi sono trovato a cantare in coppia con una giovane iraniana genovese (tutte però riprendevano con gioia il coro al ritornello di “Bella ciao, ciao, ciao”)Difficile raccontare la forza morale trasmessa da Shirin Ebadi prima in piazza, poi nella sala di rappresentanza comunale dopo avere ricevuto la cittadinanza onoraria e infine, ancora, nel cortile di palazzo Tursi, quando ha tenuto la sua conferenza sui diritti della donna nel mondo. Dirò solo che la sua frase “Bisogna globalizzare i cuori” ha letteralmente stregato il pubblico. Bello anche l’incontro tra i giovani iraniani e due rappresentanti degli studenti universitari di Genova: chissà perché temevo una cosa burocratica (l’interprete ecc.), invece è stata un’occasione per capire qualcosa di più della rivolta studentesca iraniana. Ha detto una di loro: quando vedo la polizia in Italia ancora mi viene spontaneo toccarmi la testa per vedere se il velo è a posto. Mai avevo sentito spiegare il totalitarismo in questo modo.Lo spettacolo sul Genova 2001 di Fausto Paravidino (veri e ripetuti guizzi di ingegno) e la musica persiana hanno chiuso la serata, insieme a “Green Days”, film sugli scontri di piazza e sulla protesta giovanile in Iran. Alla fine me ne sono andato a letto che mi sembrava di avere vissuto due giorni di fila.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Ilaria Cucchi, Marco Travaglio. News dai Diritti e dai Doveri</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1406</link>
            <description>Vorrei raccontarvi quel che ho provato stamattina alla intitolazione della rotonda della Fiumara alle “Donne di Teheran”. Ma i patti con Genova Città dei Diritti sono chiari: si parla del giorno prima. E dunque eccomi qui. Ieri 20 luglio. Era l’anniversario di Carlo Giuliani, il primo dei due giorni terribili del G8. Per questo il tema del pomeriggio era “La forza dello Stato, lo Stato di diritto”. Per indicare un problema con cui siamo ripetutamente chiamati a misurarci: la tensione tra il legittimo monopolio della forza che lo Stato detiene e l’uso (coerente o no con i princìpi dello Stato di diritto) che lo Stato medesimo ne fa. Più di trenta morti in carcere in un semestre non sono sorbole. I toni sono stati appassionati, a tratti aspri, soprattutto quelli di Giuliano Giuliani, reduce dalla commemorazione del figlio a piazza Alimonda. Bravi Alessandra Ballerini e Giuliano Pisapia, la prima raccontando in particolare, casi maledettamente concreti alla mano, le ingiustizie patite dagli immigrati. Brava Lucia Castellano, direttrice illuminata del carcere sperimentale di Bollate. Ha dato speranza con le sue parole a Ilaria Cucchi, creatura dolce e ferma in attesa di verità per il fratello Stefano. Rispettosissima eppur capace di smuovere gli animi (il pubblico è stato con lei molto, molto affettuoso). La guardavo, in certi momenti, e rivedevo me in condizioni quasi simili nei miei trentadue anni…Delirio purissimo per Travaglio. Se il cortile di palazzo Tursi era stato pieno al pomeriggio, tanto da far dichiarare meraviglia e speranza da Pisapia e Castellano, per Marco chiamato a parlare del dovere della decenza non sono bastate le sedie, non sono bastati i posti a terra, nemmeno le file in piedi ai lati, nemmeno lo scalone, si è dovuti andare al portico del piano di sopra, e strapieno pure quello. Io in realtà ci scommettevo: la materia prima diventa ogni giorno più ricca e più ghiotta (si fa per dire), Travaglio in tivù non lo si vede più… insomma, era automatico. In soupless, quasi a misurare il pubblico, la prima parte, scatenamento nella seconda. Di geometrica potenza la dimostrazione che più delle intercettazioni possono (indicare i colpevoli) le loro proprie interviste. Ha chiuso, con pubblico ancora numeroso e plaudente, il concerto di Valentina Messa. Infine, sarà stata le ricorrenza del G8, anche Garage Olimpo ha fatto il pieno al Sivori. Oggi, intanto, braccialetto verde-iraniano al polso. Somiglia un po’ al verde padano ma pazienza. Sono in ballo ideali un po’ più alti. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il trionfo di nonna Betta</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1405</link>
            <description>E chi se lo immaginava? Che in una giornata zeppa di magistrati di nome e di giornalisti d’inchiesta la parte del leone la facesse proprio lei, dall’alto dei suoi 88 anni? Ebbene sì, avete capito giusto. Elisabetta Caponnetto ieri è stata non solo un simbolo emotivo, ideale, nel giorno dedicato a Paolo Borsellino, ma è stata un’autentica mattatrice. Non l’avevo mai vista sul palco a parlare. L’avevo sempre vista per tanti anni in platea vicino a suo marito, pronta a portarselo via quando le sembrava che gliel’avessero affaticato troppo. Oppure, dopo, in qualche convegno per portare un saluto, il suo saluto, mai di circostanza. Ieri invece ha parlato, si è raccontata, ha portato la foto di loro giovani sposi (“eravamo bellini”), ha esibito e letto parti del diario giovanile del giudice, che non era mai uscito di casa per settant’anni (che privilegio per la Settimana...). Ha messo in guardia, con le parole del marito, dal rischio che la libertà evapori non per l’arrivo dei carri armati ma per “una propaganda ben fatta”. Tutti sono rimasti sorpresi, direi felicemente increduli di vederla così giovanile. Ci eravamo fatti tanti scrupoli per le scale, salire sul palco, ecc., e lei arrivava ovunque con agile passo. Aggettivo di sintesi: deliziosa.Poi il fuori-programma su “Scampia Trip”, il libro scritto da qualche scrittore e un nugolo di giovani napoletani. Anche questo superiore alle aspettative. Un giovane dei movimenti anticamorra e un musicista degli A67 hanno chiesto di venire a Genova a loro spese per parlarne. Testimonianza tesa, un ottimo caffé ristretto (per stare nell’allegoria napoletana), li riinviteremo presto.Al termine il diritto di scrivere di mafia e la piéce teatrale “Parole d’onore” di Attilio Bolzoni. Bolzoni stesso, David Lane e il magistrato Francesco Cascini sono stati bravi. Ma il meglio è stata la confessione di Margherita Rubino: dava sempre la mancia a quel poveretto del suo verduraio, ne avrà lui più bisogno di me, pensava. Poi ha scoperto che il poverino era il capo della mafia ligure. Vatti a fidare delle apparenze. Come disse a Milano la vicina di Liggio quando lo arrestarono in latitanza? Era una così brava persona.... (dieci e lode a Sansa: per venire ieri, prima ha rinviato le ferie, poi ha combattuto a colpi di antidolorifici un improvviso e fortissimo mal di schiena: che belli i giudici combattenti...)P.S. E poi bbbrava Mariaaa, la nostra blogghista che ha superbamente curato il libro del giudice:  Io non tacerò  (Melampo editore, noblesse oblige)</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Genova, la messa dei diritti. Quando i &amp;quot;don&amp;quot; trionfano</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1404</link>
            <description>Le Messa dei diritti. Era questo l’appuntamento per eccellenza di ieri. Quello più sentito. Forse il più originale dell’intera Settimana. Sapevo che sarebbe stata una bella esperienza ma non credevo fino a questo punto. La chiesa di San Siro era strapiena (ed è grande assai…), c’era un clima di partecipazione e tensione emotiva che si scioglieva in tante forme: la corrente d’affetto verso i tre uomini di chiesa, don Andrea Gallo, don Luigi Ciotti e don Luigi Traverso, accolti da un grande applauso già alla loro uscita dalla sacrestia; il modo in cui sono stati seguiti i gospel -anche battendo a tempo le mani- o i momenti salienti degli interventi dall’altare (grande successo per l'immagine della  pedata di Dio  coniata da Ciotti). Non ho mai visto in vita mia tante persone fare la comunione. Segno che i credenti ci tenevano proprio a farla ieri con quei concelebranti. Un grande messaggio evangelico e civile di eguaglianza, giustizia e libertà, che ha visto arrivare tante persone anche da fuori Genova. Ho riflettuto sul fatto che molta di quella gente entra in contatto con il tema dei diritti (e con la Settimana) solo attraverso questo tipo di incontri, perché gli altri non li frequenta e sui giornali non ne legge. Bisognerà tenerne conto.Prima c’era stato il passaggio a Vico Mele per presentare il progetto del distretto della legalità intorno al bene confiscato alla mafia. Il fatto che fossimo lì, con vigili e poliziotti, ha probabilmente salvato la vita a una giovane prostituta. Le sue  urla di aiuto sono arrivate altissime, strazianti. Il suo cliente (?) la stava picchiando e strangolando. I poliziotti hanno sfondato la porta a calci incitati dalla folla e l’hanno tirata fuori da una cantina senza luce. Il viso che aveva quando l’hanno accompagnata fuori, già tumefatto, gli occhi terrorizzati e vergognati, fanno parte di quelle cose che forse si sanno vedere ma comunque non si sanno raccontare.La sera grande festa per il don (ossia il Gallo): per i suoi 82 anni e per i 40 della comunità di San Benedetto. Tutti gli ospiti bravi, molto bravi: Ovadia, De Scalzi, Max Manfredi, Sirianni, Forin, Carla Peyrolero (che conduceva). Ma la sorpresa l’ho avuta da Claudia Pastorino che non avevo mai sentito. Bravissima, semplicemente spettacolosa. Gente alle finestre a partecipare, per fortuna, basta con questi aspiranti svizzeri che a ogni nota musicale protestano che gli dai fastidio. Chiusura con le trans a cantare e danzare sul palco con i musici. Alla fine birra con Sirianni e Manfredi. In un ristorantino-ino-ino cinese. Perché quello era aperto. Ed è detto tutto.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Asinara. La solutidine dei cassintegrati </title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1403</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano18 luglio 2010“Mi sono innamorata del signor Pietro”. Firmato Sandra, giovane signora genovese. L’sms arriva nel pieno del racconto straripante d’ ironia che Pietro Marongiu, operaio sardo, sta facendo delle lotte sue e dei suoi compagni in difesa del posto di lavoro. Lotte che lo hanno portato a vivere in una cella del carcere dell’Asinara (“la cella di un uxoricida”) da cinque mesi. E’ una vicenda finita anche in tivù. Come altre vicende estreme, rappresentate da facce operaie “di una volta” alla Settimana Internazionale dei Diritti a Genova: gente che è andata a vivere sui tetti dei capannoni, sulle gru, o che è ghiacciata nelle notti di neve davanti ai cancelli delle fabbriche. Pietro e i suoi compagni, per protestare contro la perdita del lavoro, per la propria fabbrica (la Vilnys) che chiude nel disinteresse generale, hanno scelto di fare la loro isola dei famosi. E dal 24 febbraio stanno in quella che fu l’ isola penitenziario. Dentro celle in disuso. “Chi perde il lavoro perde la sua libertà, e allora noi ce ne siamo andati simbolicamente in un carcere”. Una storia destinata a bucare il video, ovviamente. Ma da allora, da quando sbarcarono con le masserizie al seguito e il comandante del Corpo forestale chiese loro “chi è il capo?”, da quando i giornalisti sono andati a trovarli e i politici a portare solidarietà, che cos’è successo?Le celle, quelle, sono uguali: letto armadietto lavandino piccolo bagno. Unica eccezione: con l’estate qualche letto è diventato matrimoniale. Ma gli operai della protesta, senza volerlo, sono diventati un’altra cosa. Si sono trasformati nei menestrelli appassionati della loro lotta. Pietro, due figli e cinquantasei anni, ha molte cose da raccontare. Ora porta la testa rasa. Ma la foto che tiene in tasca di quando arrivò al Petrolchimico di Porto Torres trent’anni fa lo ritrae magro e con la lunga capigliatura, forse la signora genovese ne sarebbe rimasta ancor più incantata. Lui e Andrea Spanu, suo compagno di lotte, di carcere e di tour, un figlio piccolo e che di anni ne ha trentuno, “comunicano” senz’altro più di un conduttore televisivo, e hanno anche più varietà di linguaggio. Immaginifici e carnali insieme, trionfano nelle narrazioni. Però una cosa l’hanno dovuta imparare: sarà pure la società della comunicazione, ma quando arrivano i problemi veri comunicare non basta. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Genova. Tra le poesie per l'infanzia e lo scempio dell'Aquila</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1402</link>
            <description>Va così. Ci sono giornate di questa Settimana Internazionale dei Diritti che alla fine hai sei o sette personaggi che ti tornano in mente. Uno per quella parola particolare che ha detto e che ti ha fatto pensare, uno per la sua storia… La giornata di ieri l’ho chiusa invece con due chiodi fissi in testa, uno piacevolissimo e l’altro angoscioso. Il chiodo fisso bello sono le poesie per l’infanzia di Bruno Tognolini. Lo confesso: non l’avevo mai sentito. Ne sono rimasto conquistato. Gli ho perfino chiesto l’autografo sul suo libro “Rime di rabbia”. Il suo giocare con la metrica, con il ritmo, l’uso dolce e creativo delle parole e dei suoni, la mite profondità di un pensiero che non rinuncia alla rabbia, l’ironia che lo porta a contrapporre le rime dell’autonomia operaia del ’77 a quelle dei bambini dell’asilo e a smontarle e rimontarle, tutto questo mi è parso stupendo. Indimenticabile. Anche perché lui stesso mentre recita sembra un bambino con i capelli bianchi, lui stesso mentre insegna si fa monello. Sublime la poesia dedicata al bambino che vorrebbe vivere senza felpa; ma anche quella del bimbo che chiede di potere giocare non per socializzare o per imparare, ma di potere “giocare per gioco”.Il secondo chiodo fisso è l’Aquila. Il docufilm in tre atti di Zoro è sconvolgente. Atto primo: l’Aquila attraverso le televisioni. Atto secondo: l’Aquila attraverso le immagini girate da Zoro. Atto terzo: l’Aquila e gli aquilani davanti ai palazzi del potere a Roma (sempre immagini di Zoro). Scopri così che all’Aquila non è deserto solo il centro storico ma anche le periferie, che a colpo d’occhio sembrano in piedi e invece sono tutte lesionate e disabitate. Scopri soprattutto che la gente semplice dell’Aquila è andata a Roma e che le sue sacrosante intemperanze sono diventate, nella cronaca televisiva, provocazioni dei centri sociali romani. E che i poveri manifestanti devono andare a ripescare le immagini esistenti per spiegare a chi non c’era che erano proprio loro, aquilani in carne e ossa, a protestare, altro che anarchici e autonomi. Che c’erano Gianfranco e il fratello di Giuseppe, guardali qui, altro che “vi siete fatti strumentalizzare”. Pazzesco. Tutto questo è pazzesco. L’Aquila diventerà un caso di esperimento socio-mediatico (realizzato dal potere) di interesse mondiale. Questo penso da ieri sera. P.S. Della cricca, della P3, della 'Ndrangheta in Lombardia, della statua di Falcone e Borsellino distrutta, vorrei parlare, ma non ce la faccio. Ci tornerò... Oggi vi dico che ieri è nato Domenico Russo, il nipotino di Domenico Russo, l'agente di polizia che cadde cercando di difendere il prefetto di Palermo, opponendosi con una pistola di ordinanza ai kalashnikov mafiosi. Auguri, tenero Domenico!!!</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Diario da Genova. I diritti al venerdì</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1401</link>
            <description>Gli operai, questi sconosciuti. Quelle facce operaie, starei per dire “di una volta”, che si sono avvicendate ieri pomeriggio nel cortile di Palazzo Tursi mi hanno colpito molto. Non saprei dire chi di più, tra loro. Ma certo vedere come i problemi veri (crisi, licenziamenti, ingresso nella povertà) siano tanto più grandi della capacità di comunicare, fa riflettere. Salire sui tetti, fare la contro-isola dei famosi,  stare di notte in mezzo alla neve –solo donne- davanti ai cancelli della fabbrica, rende noti i casi aziendali e sindacali, ma non li risolve purtroppo. E’ amaro ma è così. E questa amarezza notavo nelle sfumature delle parole e dei gesti di chi era sul palco. Contenti, tutti, per l’attenzione ricevuta, contenti di avere ottenuto almeno il diritto a “essere raccontati”; ma consapevoli di non avere lo stesso il “diritto al lavoro”. Ho provato tenerezza nel vedere che quasi ogni operaio si è portato un compagno o una compagna “per non esser soli”. E anche nel sentirmi raccontare, stamattina, che una delle cose che a loro è piaciuta di più è stata l’accoglienza e la possibilità di cenare tutti insieme.Vaticano Spa: Gianluigi Nuzzi ha raccontato i misteri del Vaticano, che pochi raccontano, meno che mai i giornali. Tra i buchi neri delle nostre conoscenze, le decine di milioni di euro o dollari transitati sui conti di Andreotti presso lo Ior. Silenzio incredulo nel pubblico: e noi queste cose perché diavolo (o belzebù) non le sappiamo?Grandissima accoglienza, la sera, per Armando Spataro e Antonio Ingroia intervistati da Gianni Barbacetto e Stefano Zurlo, con la presentazione di Alessandra Galli. Due magistrati con la schiena diritta hanno spiegato con la forza delle loro biografie, e senza mai chiamare in causa i colleghi birbanti e furfanti, perché ci sono le “toghe rosse” e perché ci sono le mezze tacche del diritto che scodinzolano al potere per avere una poltrona. Applausi a scena aperta più volte. In pole position, il soave invito di Ingroia: facciano le riforme per processi più brevi invece che per prescrizioni più brevi.Il concerto di Viviana Lasaracina, giovane pianista di Monopoli, uno dei più promettenti talenti al mondo, ha portato tutti, alla fine, in una dimensione più poetica. Dopo il sano tifo per i “buoni” ha preso il sopravvento la pace dello spirito. E dopo mezzanotte c’era ancora qualcuno che saliva le scale per “sentire la musica”.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Qui Genova: in piedi, arrivano i Diritti...E fiaccolata a Sanremo</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1400</link>
            <description>Domani grande inizio della settimana internazionale dei diritti a Genova. Si apre con le donne, si chiuderà con le donne, un bellissimo volto di donna di colore (e che si colora il viso) campeggia sui manifesti a dare immagine a tutta la rassegna. Domani sera apriremo con Marta Vincenzi, Benedetta Tobagi e Nadia Urbinati. Conversazione guidata dal vostro globetrotter che in realtà ora farà sosta fissa a Genova per otto giorni abbondanti. Problema: perché quando si parla di diritti c’è sempre qualcuno che ti dice “diritti, diritti, ma non si parla mai di doveri” e quel qualcuno è uno che non fa il “suo” dovere ma è solo timoroso che chi ha pochi diritti possa averne un pochino di più? Ecco, da qui si partirà con le tre interlocutrici. Per poi andare da Aliaksandr Bialiatski, candidato al premio Nobel per la pace, a chiedergli perché in Bielorussia qualcuno si sia sentito “in diritto” di togliergli il diritto di fare politica e ficcarlo in carcere. Perché ci sono diritti giusti e diritti ingiusti. Poi, in un clima che immagino emozionato, Bialiatski riceverà dalla Vincenzi la cittadinanza onoraria di Genova, prima città d’Italia a fare un gesto del genere, in grado -ahimé- di infastidire l’”amico Putin”. Infine concerto per la libertà degli Avion Travel. Venite, venite. Se sapeste che cosa ha detto oggi don Gallo di come vede lui la messa dei diritti che concelebrerà domenica con don Ciotti…(è la prima volta che i due concelebrano una messa!)…Penso intanto alla ‘ndrangheta, e al fatto che solo ora sembra che politica e giornali scoprano quel che in pochi abbiamo detto e ripetuto per anni. Questi fanno quello che vogliono e stanno colonizzando la Lombardia, e non solo la Lombardia. Ma come deve sentirsi Armando Spataro (a proposito: anche lui a Genova venerdì sera con Ingroia!) che ha guidato un’azione repressiva che più di quindici anni fa portò a migliaia di arresti, come deve sentirsi, lui oggi, nel vedere che non bastò quel lavoro enorme e rischioso a convincere l’opinione pubblica del pericolo, che tutto è caduto nel dimenticatoio, dieci anni a parlare di rom e clandestini, e solo ora “toh, c’è la ‘ndrangheta”? La buona notizia è che domani sera (purtroppo in contemporanea con l’apertura della Settimana) ci sarà una grande fiaccolata a Sanremo contro la presenza dei clan calabresi, di cui si è sempre negata pervicacemente l’esistenza. La promuove Libera, ma devo rendere onore al segretario del Pd ligure, Lorenzo Basso, per avere voluto sostenerla dal primo secondo. Ogni tanto un segretario regionale così c’è, vivaddio. Poi bisognerà guardarsi anche più vicino. A Ponente incendiano gli stabilimenti balneari, ma a Genova (lo disse già la Vincenzi lo scorso anno ma non le diedero retta) a quanto pare i clan la loro guerra di posizione se la stanno preparando, e cercano anche le loro amicizie politiche. Occhi aperti, amici.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Mafia, qualcuno difenda il nord  (su &amp;quot;Il Fatto Quotidiano&amp;quot; di oggi)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1399</link>
            <description>Qualcuno difenda il nord. La valanga di arresti dell’altra notte in provincia di Milano dimostra che cosa succede in Padania mentre i riflettori sono accesi su Palermo, Napoli e dintorni. Protetta dal suo cono d’ombra, la ‘Ndrangheta galoppa a briglia sciolta nella prateria nordista. Fa letteralmente quello che vuole. Sembra che la cosa preoccupi solo un gruppo di magistrati e di esponenti delle forze dell’ordine. Ma il cuore economico del paese,  quello su cui soffiò un giorno il vento della Liberazione e fu roccaforte della più combattiva cultura operaia, viene mangiato giorno dopo giorno dai clan attivi ormai in ogni settore della produzione e dei servizi. Le autorità politiche e amministrative, i rappresentanti delle istituzioni di governo, si affannano a dire, da Milano a Imperia, che non esiste un rischio ‘Ndrangheta. Che ci sono solo i rom e i clandestini, che sono loro il problema della sicurezza. E poi i cinesi, già, anche loro ci volevano. Ma organizzazioni mafiose no, quelle non ci sono. Finché, dopo mesi di denunce ultraminoritarie, riecco la conferma: interi paesi trasformati in colonie dei clan. Sta accadendo qualcosa di clamoroso: è al governo del paese una forza che ha fatto della difesa del nord la propria ragione sociale e che invece lo sta lasciando totalmente in balia di bande armate dotate di arsenali di guerra. Scappano, letteralmente scappano amministratori e dirigenti politici. Tanto sanno alzare la voce, fare il petto in fuori, ergersi a santi protettori delle genti davanti ai minori rom e ai borseggiatori, tanto voltano le spalle, fanno finta di non vedere, se la danno a gambe quando hanno di fronte gli uomini dei kalashnikov. Colpisce questa vigliaccheria diffusa, che viene ancora prima della complicità in voti e affari. Che inevitabilmente seguirà. E anzi già sta emergendo in forme preoccupanti in settori del ceto politico lombardo, dove troppi sono stati i silenzi e gli occhi chiusi, pure a sinistra (le ‘ndrine che si riuniscono in una sede dell’Arci...).Stiamo assistendo a un film surreale. A Erba vengono fatte saltare per aria nella stessa notte due discoteche. Un messaggio chiaro, che non è la pretesa del pizzo, ma una pretesa di controllo sull’industria del divertimento, sui luoghi dove si mescolano gli ambienti sociali e si fa amicizia con i rampolli della buona borghesia, dove si smercia la “roba” senza rischi. I carabinieri dicono: “E’ stato un lavoro da professionisti”. Gli amministratori locali rimbalzano: “E’ stata una ragazzata”. In provincia di Milano si incendiano tabaccherie, bar, locali pubblici, perfino cinema multisale in pieno centro, ma è sempre un cortocircuito, ovvero le cosche come problema elettrico. Saltano le auto ed è sempre per autocombustione, ovvero le cosche come problema termico. A Bordighera e un po’ in tutto l’imperiese si incendiano stabilimenti balneari e negozi, ma il questore smentisce l’offensiva criminale, che invece la magistratura denuncia con forza. Il governo del nord ha deciso di mettere il bavaglio anche qui: guai a chi parla di mafia nelle nostre terre, che nessuno si mobiliti, guai a chi ci rovina l’immagine, l’Expo milanese deve temere semmai la criminalità straniera, anche se sono le imprese della ‘Ndrangheta a essere spuntate nei lavori delle autostrade e nell’alta velocità. Basta con gli scandalismi; e se c’è un clan è perché ce l’ha mandato Roma trent’anni fa con il confino.C’è un allarme settentrionale, rendiamocene conto. Un’emergenza che va colta rapidamente. Cambiando i sistemi degli appalti, difendendo con unghie e denti le intercettazioni sui reati “satelliti” (un incendio di una ruspa non è un incendio e basta...), puntando a raffica gli accertamenti sui negozi e ristoranti del riciclaggio, e altre cose ancora. Ma prima di tutto dicendo che il nemico c’è, esiste. Quello che è successo al sud, non dimentichiamolo mai, lo dobbiamo ai sindaci e ai politici che negavano l’esistenza della mafia. Lo dobbiamo al cardinale Ruffini, che faceva altrettanto. Lo dobbiamo a quel Tito Parlatore, procuratore generale della Cassazione che al processo agli assassini del sindacalista Salvatore Carnevale disse che la mafia era materia per i sociologi, mica per i tribunali. Anche il nord oggi ha i suoi Lima, i suoi Ruffini, i suoi Parlatore. Che siano costretti da subito a prendersi le loro responsabilità. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Se le 'ndrine vanno all'Arci... (così salvai il decoro del Paese)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1398</link>
            <description>Miiii, ragazzi, la stanchezza incomincia a farsi largo. Qui tra viaggi, esami, tesi, articoli e libri in produzione, mi sta esplodendo dentro una voglia di vacanza irresistibile. E invece parto per Genova per la grande Settimana Internazionale dei Diritti (ohé, dico, l’avete visto il programma?). Così cerco di tirarmi su; mi dico che sarà uno stress ma anche una vacanza, in fondo non starò a Milano. Dove oggi ho finito gli esami. Non ne potevo più. L’idea che l’anno venturo avrò un altro corso in più, il terzo (anche Gestione e comunicazione d’impresa, oh yes), mi atterrisce. Alla fine di luglio mi raccoglieranno con il cucchiaino. In ogni caso ho salvato il vacillante decoro del Paese anche oggi. Gli studenti arrivati in tenuta da mare a fare l’esame hanno quasi formato un appello a parte al pomeriggio, debitamente riacconciati. Non ridete, testoni, la decenza istituzionale non si difende solo accusando mister B. per le sue scempiaggini. C’è anche il livello inferiore che dà la sua mano. In tanti modi, anche senza accorgersene.A proposito di dare una mano, come tacere lo sgomento (che è anche soddisfazione, sia chiaro) di fronte agli arresti di massa degli uomini della ‘ndrangheta in Lombardia? Ma da quanto ve lo dicevo, che quelli stavano facendo letteralmente tutto quel che gli piaceva? Pensate: cinquanta arresti a Desio, un altro po’ un intero quartiere. E il sindaco e gli altri non vedevano niente? Lo chiedo perché in autunno andai proprio a Desio invitato dal Pd (qualcosa di buono fanno) e ci fu in sala chi denunciò le responsabilità di un assessore regionale locale e di altri politici ancora. Quanti fanno finta di non vedere... Come all’Arci di Paderno Dugnano, dove tra il ’96 e il 2001 fui deputato e feci campagne ripetute contro la mafia. Tutto dimenticato. Ora i vertici delle ‘ndrine si sono incontrati a Paderno proprio nella sede dell’Arci dedicata a Falcone e Borsellino. Ti cadono le braccia, santo cielo. A me all’Arci non mi ci fanno entrare se non mostro la tessera. Questi se l’erano fatta? E ammesso che se la fossero fatta all’insaputa altrui, quando arrivano in venti tutti insieme non li riconosce nessuno?Bravo dunque Lorenzo Basso, il giovane segretario del Pd ligure che giovedì prossimo andrà a fare una marcia su Sanremo, dove la situazione assomiglia molto a quella lombarda. Facessero anche gli altri come lui...Purtroppo non ci potrò andare perché in contemporanea aprirà la Settimana Internazionale dei Diritti. Però confermo: bisogna fare marce ovunque. Su Sanremo, su Buccinasco e Corsico, su Lecco, sulla Brianza, su Reggio Emilia e Modena. Dobbiamo cacciarli. Dobbiamo cacciarli per sempre, date retta.  </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Asli, l'eritrea che ci insegna la Costituzione</title>
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            <description>Il Fatto Quotidiano11 luglio 2010Pullulare. Quel verbo le piace da morire. Le piace guardarsi intorno a ogni manifestazione per dire che gli italiani ribelli alle indecenze, ai bavagli e ai furti delle cricche “pullulano”. Che sono tanti. Che vale la pena battersi. Un matrimonio perfetto tra il nostro dizionario e i buoni principi morali che le ha inculcato sua madre, eritrea arrivata in Italia negli anni settanta. Asli Haddas ha la pelle bruna e una foresta di capelli crespi. E’ nata a Milano e dà bene l’idea del paese che stiamo diventando. Multietnico nel modo più bizzarro. Dove tocca a una giovane di origini africane di trovarsi alla testa delle battaglie per difendere la nostra Costituzione. “Una cosa sola toccherei della Carta”, ammette, “aggiungerei un articolo per dire che l’acqua è un patrimonio universale. Ma poi penso che sarebbe un precedente e allora d’istinto rinuncio anche a questo. Mi importa di più difenderla”.Asli fa l’informatica. Lavora in una piccola azienda che sviluppa data-base, fa ricerca, crea prototipi per un mercato di nicchia. Le scuole le ha fatte alla periferia di Milano. All’onnicomprensivo di Lampugnano, dalle parti di San Siro: perita aziendale in lingue estere. E a scuola nacque la passione per la partecipazione. Assemblee e giornalini di quartiere, prime esperienze con il partito umanista che a Milano attrasse a lungo, nel vuoto della politica, giovani in cerca di ideali. “La passione per l’impegno politico però me l’ha trasmessa mia madre. Quando venne in Italia sosteneva la lotta del popolo eritreo per l’indipendenza dall’Etiopia. Sono cresciuta così. Ho ereditato da lei i valori della moralità e della trasparenza. Mi racconta sempre che l’Italia degli anni settanta era un paese diverso. Solidale, accogliente. Fece domanda all’ufficio di collocamento ad Asmara e venne  chiamata subito da una famiglia milanese. Sì, lavori domestici, fra l’altro è una cuoca strepitosa, cucina eritrea ma anche italiana: tutti i piatti, perché lei non ha un’idea scientifica della cucina, lei la cucina la sente, ci mette l’anima”.Dopo i giornali di quartiere, i servizi sugli immigrati e le denunce di abusi edilizi, arrivò l’università: ingegneria gestionale e poi laurea in International business a Londra. Quindi l’ondata dei movimenti del 2005-2006, ultimo anno del secondo governo Berlusconi. Ad Asli piacque Beppe Grillo. “Andai una volta a un suo spettacolo a teatro. C’erano dei ragazzi che davano un volantino con l’elenco dei condannati presenti in parlamento. Mi sembrò una cosa giusta, così partecipai alle loro manifestazioni per la libertà d’informazione. Furono le prime volte che fu esibito simbolicamente il bavaglio. Un popolo disinformato è pronto a farsi mangiare la democrazia, e alla fine  si ritrova con la dittatura”. Da allora questa eritrea italiana di trentadue anni ha iniziato ad apparire sempre più alle manifestazioni, a organizzarle, a promuoverle. Informazione, lodo Alfano e leggi ad personam, diritti umani, mafia, corruzione, privatizzazione dell’acqua. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>I ragazzi di Volvera, i diritti di Genova. E la vittoria di Davide</title>
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            <description>Voi vorrete sapere, dopo una settimana di silenzio, che cosa abbia fatto. Io però vi risponderò dicendovi dove in questo momento sta dormendo (o cantando) la meglio gioventù italiana: a Volvera, in provincia di Torino, in un campo di calcio vicino alla cascina confiscata alla mafia, dove appena arrivate vi accoglie una citazione di Rita Atria. Lì dormono o cantano o giocano o parlano, dopo esserci arrivati su bici gialle da fiaba, circa centocinquanta ragazzi di tutta Italia impegnati in Libera. Ci sono stato l’altro ieri era e ieri mattina. Meraviglioso. Meraviglioso l’impegno, meravigliosa l’innocenza. Mi è sembrato per un attimo di tornare nella Rete, il sogno politico più bello che abbia coltivato in vita mia. Sentire ragazzi di vent’anni suonare alla chitarra non solo i Cento passi o i pezzi dei Modena,  ma le calzette rosse di Battisti o Dio è morto dei Nomadi o (in onore a me medesimo!) il Vagabondo, mette addosso la più felice delle nostalgie. Potenza della musica che sa destare le stesse emozioni sotto le stelle (e in mezzo alle zanzare) di quarant’anni fa... Bravo Davide che si è inventato lo zucchero filato, brava Niudil che si inventa di tutto, bravo lo Zummone che sa di cinema come pochi. Brava José, anfitriona come me. Brava Beatrice che mentre recitava “Poliziotta per amore” in quel clima di sregolatezza sembrava Marylin in Corea...Io vi dico, in fede mia vi dico, che quei ragazzi sarebbero capaci di convertire pure Brancher...Altra bella notizia (e che, secondo voi io sto via una settimana per raccontarvi cose cattive?): oggi si è laureato Davide! Davide è un mio allievo disabile che sa tenere alta la sfida verso la vita. La tesi l’aveva incominciata con l’aria di volere chiudere la pratica (faticosa) dell’università e invece poi ci si è entusiasmato e ha fatto anche i modellini teorici. Argomento: le collaboratrici di giustizia di Cosa Nostra. Oggi ha subìto l’ultima insolenza: l’ascensore che doveva portarlo alla discussione della tesi era rotto. Cambio della sala e lui è arrivato (me l’aveva annunciato) con la cravatta dello stesso color verde mela della copertina della tesi. Si è emozionato, si è emozionato tanto, ma tutti hanno capito il valore di quello che ha fatto. Ha avuto un lungo applauso all’uscita dai suoi amici. Strameritato. So quello che ha fatto, quanto pensiero e quanta originalità ci ha messo. Forza Davide, in quei cinque minuti di applausi Scienze Politiche è stata la facoltà più bella d’Italia.Bella notizia le dimissioni di Brancher, naturalmente. Ma bella notizia il fatto che si possa ancora fare un seminario scientifico divertente e di alto livello. L’ha organizzato Mimmo De Masi, sociologo insigne e ironico, a Ravello. Tema: la follia nelle organizzazioni, quella buona e quella distruttiva. Grande Umberto Galimberti. Ma grande anche Oliviero Toscani. Non ci avevo mai parlato né l’avevo mai sentito: un genio, un autentico genio. E infine l’ultima bella notizia: fantastico il programma della Settimana internazionale dei diritti a Genova, dal 15 al 22 luglio. Una faticaccia ma ne valeva la pena. Andate subito a vedervi il programma sul sito del comune di Genova!!  E venite, amabili zucconi, venite. Non ve ne pentirete! (tra parentesi; io ‘sto lavoro lo faccio gratis, lo volete capire o no, voi del Giornale di Genova e del Secolo?). </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il miracolo delle donne limpide</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1395</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano4 luglio 2010Nessuna foto farebbe giustizia della loro gentilezza o dell’allegria leggera. Di come accolgono alla stazione, tutte insieme, i loro ospiti -intellettuali italiani, esperti di traffico svizzeri, ragazzi di Locri-, per portarli in albergo o nel luogo del convegno con le biciclette al traino, quasi fossero una pattuglia di ciclisti di scorta. Chi ha a noia la politica venga qui. A conoscere “quelle della lista civica”, cosi dette perché questo è l’unico caso in Italia di lista elettorale che il problema delle quote rosa proprio non sa che cosa sia. Simona (Simonetti), Tiziana (Bonora) e Angela (Fedi) fanno parte del gruppo di donne che a Finale Ligure hanno deciso che la politica dev’essere un’altra cosa. “Ma no, gli uomini li abbiamo”, assicurano, “certo che ne abbiamo candidati, mica diciamo cose solo per donne. Però, certo, quelle da cui è partita l’idea siamo noi. Fu una sera dell’anno scorso a casa di Tiziana. Ci trovammo per discutere chi candidare, ci trovammo quasi tutte candidate”. Già, in questo punto della Liguria in provincia di Savona dove la sinistra ha visto andare quasi a picco la sua forza elettorale, le tre amiche e altre insieme a loro hanno deciso di lanciare una sfida. “Per Finale” è diventato il loro nome collettivo: non troppo fantasioso ma anche al riparo dalle involontarie comicità di questi casi. Basta con l’aggressione alla costa e al territorio, qui è già tutto costruito, rimangono appena due scampoli di spiaggia libera. Trasparenza nell’amministrazione. Politica come servizio agli altri. Partecipazione come la voleva Gaber, i cui famosi versi sul ‘volo di un moscone’ campeggiano sul sito della lista. Lotta all’illegalità e alla malavita di cui arriva pesante il fiato da Ponente. Solidarietà. Cose che dicono in tanti. Ma loro devono averle dette in modo particolare. Perché le liste civiche, se non sono il vestito da festa di un partito o non fanno demagogia a manetta, in genere si prendono il loro ottimo due per cento e poi si leccano le ferite. Loro invece sono andate oltre il nove. E, pur svantaggiate dal sistema elettorale dei comuni sotto i quindicimila, si sono prese un consigliere (donna, naturalmente) e solo per una quindicina di voti non ne hanno preso un altro (sempre donna, naturalmente). Simona, occhiali colorati e capelli a caschetto, è l’eletta, quella che viene salutata per strada come consigliera, che va a chiedere ai vigili come mai aspettino in stazione i venditori di mercanzie da spiaggia. A metà mandato si darà il cambio con la bella faccia disneyana di Tiziana; già tutto deciso tra lo stupore degli elettori (altrui) che immaginavano che queste cose le dicessero solo per raccattar voti. “Il fatto è che qui la politica si è sempre espressa come forza di partito. Che possa avere l’aspetto di persone semplici e libere e senza ambizioni di carriera dev’essere sembrata una novità. Certo, ci hanno votato perché ci siamo sempre date da fare, perché un storia qui ce l’abbiamo, evidentemente non brutta.”  In effetti i segni sono tanti. L’albergatore che gli offre il tre stelle per famiglie per le riunioni, e non sarà un caso che sia l’unico albergatore ligure disposto ad ammettere che con il suo mestiere si guadagna benino. Il bagnino che gli fa trovare già pagato il caffè del mattino in riva al mare. Il locale con solida fama conservatrice che mette a disposizione il suo spazio con terrazza sulla spiaggia per l’incontro della sera, se no la gente non ci sta tutta. Il pizzaiolo che tiene aperto per loro a tarda sera. Tessuto cittadino insomma. E mestieri diversi. Informatica Simona, bottegaia “equa e solidale” Tiziana, e Angela, figlia dello storico lattaio del centro, che è andata a insegnare psicologia all’università di Torino e ora fa avanti e indietro.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Gli antibavaglio in piazza Cordusio (olé!)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1394</link>
            <description>Che roba che sta venendo, la Settimana dei Diritti di Genova. 15-22 luglio. Mi raccomando, segnatevi queste date. Perché ci potrete trovare pomeriggi e serate di grande emozione. Pazientate ancora qualche giorno e avrete alfine il magnifico programma. Trovo stupendo nel frattempo che ormai i condannati per mafia e dintorni festeggino. O con i cannoli o con telegiornali allegri e trionfali. Ma ve l’immaginate? Il figlio torna da scuola e dice: papà, pensa che bello, ho preso tre in italiano. Il papà sta per tirargli un ceffone ma il figlio lo ferma: ma ti rendi conto? La professoressa a un certo punto mi voleva dare zero, diceva che non sapevo niente. E invece….era un suo teorema, perché se ho preso tre vuol dire che qualcosa sapevo. E vai col brindisi. Fra un po’ festeggeremo le bocciature a scuola, le sconfitte della nazionale, gli arresti, i licenziamenti, i terremoti (già, come gli Anemone…).Oggi però festeggiamo, e sul serio, la nostra schiena diritta andando alle manifestazioni contro la legge-bavaglio. A Milano ci si troverà in piazza Cordusio alle 18.30, e dicono le previsioni che ci sarà anche un delizioso freschetto proprio lì, nella piazza galeotta. Tra gli organizzatori le Girandole che nel cuor mi stanno. Parleranno Peter Gomez, Gianni Barbacetto, Vincenzo Consolo e altri amici. Io purtroppo non potrò esserci, essendo impegnato da marzo e per lavoro in altra sede (Ravello: non spiacevole, lo ammetto). Chi può vada dunque in piazza Cordusio o nella piazza della sua città. Diamoci dentro. Guardate che sono in agonia. E’ vero: le agonie durano e sono pericolose. Ma, alla fine, agonie sono. Saluti ai manifestanti. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Denuncia preventiva fu (ma non coi bermuda)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1393</link>
            <description>Ebbene sì, l’ho fatto. Finalmente ho detto agli esami che è bene che studentesse e studenti non si presentino in pantaloni corti, mica siamo ai bagni “al Barracuda” o “da Gigi”, tutto sommato si tratta di un atto pubblico, ufficiale. Dice: ma la forma che c’entra? No, vi posso assicurare, da scrupoloso scienziato sociale qual sono, che chi arriva in bermuda il libro in genere se lo è fatto raccontare, neanche vi dico che se lo sia letto di corsa. Molto bello, in ogni caso, sentire le esplosioni di gioia collettiva e sincera che seguono gli esami di laurea. La gioventù dimostra la sua natura prodigiosa proprio in questi casi. Guardo, sorrido, non so se provo già invidia, certo ho l’impressione che tutto intorno sia un po’ più bello.E’ stato proprio mentre ammiravo uno di questi scoppi di gioia in facoltà che mi è arrivato l’sms di Alfa10 (grande…) per comunicarmi la condanna di Dell’Utri. Che cosa io pensi della condanna e del suo seguito (Dell’Utri- Mangano, per capirsi) l’ho scritto sul sito del Fatto e l’ho riportato su questo Blog insigne. Aggiungo che mi fa piacere che finalmente i giovani del Pdl chiedano di allontanare dal partito i condannati per mafia. Ma finora davvero avevano creduto alla favola delle toghe rosse, che ci fosse una proterva congiura contro il leader dei loro circoli? Chissà se reclameranno ancora nei prossimi giorni, davanti agli spettacoli di gioia incontinente che le tivù e i giornali di B. sforneranno senza pudore. Gioire per una condanna a sette anni per mafia…Davvero i cannoli di Cuffaro impallidiscono. Naturalmente a questo Blog si impone l’obbligo di rispondere a una domanda: ma perché avevi annunciato l’assoluzione? Risposta: mi sono interrogato a lungo se scrivere quel post o no al ritorno da Palermo. Ma ho pensato che avessimo tutti il dovere di fare sentire il peso di una denuncia preventiva, una volta capita l’aria che tirava. Che cioè non dovessimo star zitti come nell’attesa della sentenza Andreotti (ancora non avevamo afferrato il metodo…). Che occorreva rendere chiaro che le pressioni di Palazzo non sarebbero rimaste senza reazioni. Credo che avere diffuso sulla stampa, in anticipo, gli orientamenti assolutori (e il loro contesto) abbia favorito una sentenza più decorosa. Anche se, per le condizioni in cui si trovava, avrebbe dovuto essere la Corte stessa a spogliarsi subito del processo. Certo, tutto provvidenzialmente è durato fino al ’92, giusto fino al ’92. Evabbe’, per fortuna esiste anche la logica…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Madrelingua. A proposito di Marcello Dell'Utri</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1391</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano, Sito29 giugno 2010Bene. Così oltre le lauree miste di ingegneria ed economia arriveranno quelle miste di giurisprudenza e medicina. Per avere finalmente, dopo gli ingegneri gestionali, anche i giudici chirurghi. Pare siano quotatissimi. Sono quelli che riescono con perizia inarrivabile, armeggiando di codice e di bisturi, a certificare esattamente in che anno (o mese, o settimana, chissà) i potenti che hanno a lungo frequentato e generosamente fiancheggiato l’organizzazione Cosa Nostra hanno smesso di farlo. Che individuano un anno o un mese in cui, zac, quei potenti non ci fanno più né affari né alleanze né reati. Vuoi per repentina conversione -alla San Paolo-, vuoi per rigenerazione mentale, vuoi per impegni improrogabili di viaggio. Fatto sta che giunge improvviso il momento in cui, come una moglie tradita in gramaglie, la mafia non li vede più. Andreotti finì di averci rapporti e salpò nel 1980. Dell’Utri nel 1992. Passo e chiudo. Al massimo poi ci si rivede a Roma, a Milano o in Sicilia, per qualche romantico amarcord.In genere il bisturi ha una funzione salvifica, come è giusto che accada grazie all’intervento della medicina. Per Andreotti scattò la prescrizione. Per Dell’Utri scatta l’estraneità di Forza Italia, della sua incubazione e nascita, ai condizionamenti mafiosi. Nessuno studioso saprebbe dire come sia possibile troncare d’improvviso i rapporti con Cosa Nostra senza pagarla molto cara. Anche perché quando si interrompe di colpo una relazione sono sempre pendenti impegni e promesse, di cui verosimilmente l’altro chiede l’osservanza. E nessuna persona di buon senso saprebbe dire come sia possibile che un leader politico o un grande imprenditore rinneghi Cosa Nostra se la sua corte e le sue intendenze continuano a starci in amorosi sensi.Il fatto è che, al di là dei lodevoli intendimenti dei giudici-chirurghi, abbiamo saputo questo: che la nascita di Forza Italia è stata ispirata e guidata strategicamente da uno degli uomini più vicini a Berlusconi, condannato in appello per essere stato esattamente fino all’avvio del progetto (il bisturi funziona a doppio taglio…) fiancheggiatore operativo di Cosa Nostra.Una cosa comunque da oggi è certa. A dirci chi è davvero Dell’Utri non è stata la corte. E’ stato lui in persona. Lui che ha voluto ribadirci la propria fede in Mangano eroe, ridarci l’immagine del partigiano Mangano che non ha parlato nonostante le torture dei nazisti targati Repubblica Italiana. Lui che ha annunciato le proprie “condoglianze” al sostituto procuratore generale che ha sostenuto l’accusa. Dell’Utri ci ha voluto fare sapere che è un “madrelingua”. E noi che diritto avremmo di non credergli? </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Dimissioni mondiali </title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1390</link>
            <description>Europa29 giugno 2010Come dice Mou che qualcosa ne capisce, nel calcio, ai grandi livelli, si vince e si perde “per i dettagli”. Per una somma di cose da niente. Di cui sarebbe ingiusto dare la colpa a qualcuno. Proprio come accade in politica. Una regione, un comune, un parlamento vinti o persi per un pugno di voti. Anche l’Italia azzurra, in fondo, potrebbe dire di avere perso per qualche incolpevole dettaglio. La sciatalgia di Buffon, l’infortunio di Pirlo, il fuorigioco millimetrico di Quagliarella. Ma farebbe scandalo. Perché oltre ai dettagli in grado di cambiare l’esito di una partita, ci sono i dati di fondo e di sostanza. La scelta dei giocatori, la confusione tattica, la preparazione psicologica. E il fatto che i dettagli possono semmai contare (e assolvere dalle colpe) quando ci si batte contro avversari di pari grandezza. Altrimenti nisba. Il Brasile, insomma, non può invocare la sfortuna di un retropassaggio o il palo al novantesimo se perde con il Roccacannuccia. Per questo Lippi ha fatto bene, strabene, a dimettersi. Per l’enormità di quell’ultimo posto in un girone da valtour e per lo strazio del gioco in campo. Per questo, pure, ha fatto bene a dimettersi Jean Pierre Escalettes, il presidente della federazione calcio francese dopo l’umiliazione totale, assoluta, inflitta alla sua squadra, resa ancor più penosa dal gesto villico di Domenech di rifiutare la mano all’avversario. Perché lo spettacolo di gioco, di impegno e di cultura offerto dai “blu” ha mandato in giro per il mondo l’immagine di una nazione calcistica ai minimi termini. Non si capisce perciò, a maggior ragione, la pretesa opposta dello stato maggiore del nostro calcio di rimanere ciascuno ai propri posti. Non una parola di scuse, non un’ammissione di colpa. Anche perché, a pensarci, solo la vittoria (grazie a dettagli fortunati….) dei mondiali tedeschi aveva consentito a questi dirigenti di restare. Altrimenti già nel 2006 sarebbero esistite tutte le ragioni per chiedere il ricambio radicale di un gruppo di persone che, mescola e rimescola, è sempre lo stesso da tempi immemorabili.  Quelli in cui nessuno è stato capace di stroncare il tifo violento o le cricche miste di presidenti-allenatori-procuratori; e nemmeno di fermare il prosciugamento pauroso dei vivai. Ora il gruppo, miracolato allora, vorrebbe sopravvivere impunemente al disastro; mentre -come hanno detto, azzeccando finalmente qualcosa, Cannavaro   C.- il tracollo in Sudafrica ha messo in mutande l’intero mondo del calcio italiano. Tira troppo su questi mondiali un’aria che sa di arroganza di potere.  E non si allude qui a Fabio Capello. Che non ha mai mangiato pane e simpatia ma a cui non si può negare che la sua squadra abbia preso una batosta epica grazie a un clamoroso “dettaglio”: quello di un gol regolarissimo negato in un momento che poteva rivoltare come un calzino psicologia e slancio delle due squadre in gara. Quanto alla nostra federazione  e, ancor più, a quella internazionale. La quale ha scodellato anche lei la sua brava legge bavaglio, decidendo che non si rimandino mai più sui maxischermi degli stadi i replay dei gol. Se no il mondo intero potrebbe vedere e indignarsi per le indecenze arbitrali. E soprattutto potrebbe indignarsi per la (sospetta) pervicacia con cui questa parodia di Onu del pallone impedisce di sottoporre i gol alla prova finestra delle tecnologie. Ecco, se qualcuno deve incominciare ad andarsene, sono questi uomini del mesozoico che temono la verità, temono la tecnologia, temono tutto. Li chiamano, appunto, quelli della Fifa.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il ragazzo che non ha fatto carriera</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1389</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano27 giugno 2010Ora che ha 47 anni e sembra un Lucarelli più in carne ci ride su di gusto. A ripensare a quando, da studente, lo avevano inserito tra i poteri forti del Paese. Lui, ventiquattrenne laureando in legge, figlio di un maestro elementare, arruolato a forza dalla grande stampa tra i rischi totalitari che incombevano sul nostro futuro. Francesco Petruzzella oggi è sposato e ha una bambina. Abita in una casa piena di libri e di tappeti etnici a un passo dalla circonvallazione che porta a Punta Raisi. E ormai, da allora, ha messo su il pedigree del perfetto professionista dell’antimafia. Militanza nel coordinamento antimafia di Palermo negli anni ottanta, laurea in legge, collaboratore di Alfredo Galasso avvocato di parte civile al maxiprocesso, esperto informatico per i rapporti (buoni e cattivi) tra mafia e società civile all’università di Palermo, esperto informatico al palazzo di giustizia. Naturalmente di Palermo. Insomma, un personaggio pericoloso. Anche perché non è finita: sua moglie, Alessandra Dino, docente universitaria, è un punto di riferimento nazionale per la sociologia della mafia, avendo scritto di pentiti, di boss devoti e di donne di Cosa Nostra. Sua sorella Alina, già leader studentesca antimafiosa ai tempi del liceo, lavora in questura come interprete.Francesco finì sulle prime pagine dei giornali di tutta Italia nel gennaio del 1987. Senza essere nominato, perché nessuno ne sapeva l’esistenza. Era lui l’estensore del famoso comunicato con cui il coordinamento antimafia aveva contrattaccato a testa bassa l’articolo di Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera intitolato  “I professionisti dell’antimafia”. Articolo pubblicato il 10 gennaio, grancassa di regime  e repliche deboli e svagate sui quotidiani del giorno dopo, con Borsellino (messo all’indice dallo scrittore) costretto incredibilmente a scusarsi: “Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia, ma la gente mi moriva intorno”. Finché, l’11 sera, arriva la decisione sua e dei suoi amici di non perdere più tempo. “C’era un temporale da tregenda. Decisi che bisognava assolutamente fare un comunicato. Ero furibondo con Sciascia, mi ero sentito tradito. Mio padre era un maestro di Racalmuto come lui e mi aveva insegnato a leggere i suoi libri, eccoli qui, guardi, ce li ho tutti in prima edizione. E proprio lui, con il clima che c’era a Palermo, in pieno maxiprocesso, spara una bordata del genere. Ma lo sa che allora dovevamo riunirci con mille precauzioni, quasi in clandestinità? che un poliziotto ci aveva avvertito di stare attenti? Non ci vidi più, così mi misi a scrivere quelle righe”. Francesco si alza da tavola, lascia raffreddare le polpette di tonno al sugo cucinate con arte sublime da lui stesso, entra in quell’archivio cartaceo che è il suo studio, tira fuori il faldone Sciascia. “Eccolo qui”, ride divertito, “guardi i caratteri, sembra quasi un comunicato delle Bierre o un pizzino di Provenzano. Io avevo scritto che Sciascia con quell’intervista finiva nei rifiuti della società civile. Venne Giuseppe De Blasi, oggi commissario di polizia, e mi disse che gli sembrava un po’ forte, così addolcimmo: scrivemmo che per quella volta lo collocavamo ai margini della società civile. Successe lo stesso il finimondo”.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il contesto (ovvero: quando le sentenze si discutono)</title>
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            <description>Belle giornate a Libera. Una relazione strepitosa, meglio che alla Bocconi, giuro, dei responsabili delle cooperative realizzate sui beni confiscati alla mafia: strategie di prodotto, di mercato, differenziazione di linee. Ora parte anche il turismo responsabile. Guardavo ammirato quei giovani e pensavo che là dove comanda la mafia ragazzi così, al massimo, fanno gli impiegati esecutivi senza diritti, 1200 in busta ma me ne dai 600. In fede mia vi dico che sta nascendo una nuova economia. Sta invece nascendo una nuova clamorosa assoluzione -ribadisco, ribadisco- nella camera di consiglio palermitana che, pur avendo già deciso l’ottima sorte di Dell’Utri, si atteggia come pensosamente impegnata in millimetriche delibazioni.  Perché lo fa? E chi lo sa. Io ho le mie ipotesi in proposito. Certo così il cittadino potrà immaginare una sentenza nata dopo sofferta e lacerante valutazione, esattamente come accadde con Andreotti. Per filo e per segno. Intanto il Fatto Quotidiano ha scoperto che non bastano le passate frequentazioni di gioco (a poker) del giudice Barresi con casa Ciancimino, ma che c’è qualcosa di poco tranquillizzante che riguarda anche i figli del presidente della Corte Claudio Dall’Acqua. Un figlio che collaborava (si è appena dimesso) con una società di proprietà di un signore arrestato per riclaggio e in odore di mafia e un altro scelto sulla fiducia come segretario comunale a Palermo dal sindaco Cammarata (Forza Italia, of course). Eh, che ne dite? Ma dove sta scritto che B. ha pessimi rapporti con i giudici? Ma se andava perfino a cena da qualche giudice della Corte Costituzionale a portargli i suoi problemi…Stavolta però, ragazzi, non facciamoci intimidire. Nessuno pensi di non dovere commentare. Non si commentano le sentenze ma i contesti che le producono sì, oh se si discutono…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>L'assoluzione di Dell'Utri</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1386</link>
            <description>Sono a Savignano sul Panaro, all’assemblea nazionale di Libera, giunto uora uora da Chieri, provincia torinese, in cui è stata inaugurata una caserma dei Carabinieri intitolata a mio padre, con la biondina a fare da madrina e il sottosegretario alla Difesa Crosetto a dire cose sensate e condivisibili. Bello venire a Libera e rivedere le facce più belle d’Italia. Peccato essere anche di ritorno da Palermo (e che globetrotter sarei, se no?), dove ieri si è chiuso con il capo della polizia Manganelli, me medesimo e altri studiosi, il grande seminario in dieci sessioni sul metodo mafioso organizzato da Alessandra Dino, sociologa che nel cuor (civile) mi sta. Peccato, dicevo, perché a Palermo è data per certa, certissima l’assoluzione di Marcello Dell’Utri. E mica perché nel processo sia emersa la prova della sua innocenza. Ma per l’atteggiamento dei giudici, almeno uno dei quali -si racconta- ha già anticipato in giro, e da tempo, l’esito dell’appello. Una bella deontologia, se è vero, non c’è che dire. Lo ha già scritto anche Attilio Bolzoni di Repubblica, peraltro. Lo sanno tutti. A che serve dunque questa finta “suspence” della camera di consiglio? Pare già disegnata anche la strategia, ripetitiva di quella già inscenata con Andreotti: confermare i fatti, gravissimi, ma non dargli rilievo penale; praticare in altra forma, proprio come i famigerati giudici degli anni sessanta, l’insufficienza di prove. Un giudice peraltro c’è, in questa corte, che era già presente nel collegio giudicante di Andreotti, il dottor Barresi, che ora Massimo Ciancimino ci racconta andasse a giocare a carte nei suoi ambienti. Io (io personalmente intendo) avrei chiesto la ricusazione, nel dubbio. Anzi, per essere sinceri, non mi sono sentito affatto tranquillo come cittadino e familiare di vittima quando ho saputo che la corte aveva irritualmente dichiarato che non si sarebbe fatta condizionare dalle pressioni mediatiche. E che vuol dire? Una difesa preventiva? Mi sarei sentito (arbitrariamente) assai più tranquillo se i giudici avessero giustamente aggiunto, visto il contesto, che non si sarebbero fatti condizionare nemmeno dalle pressioni (e dalle eventuali promesse) politiche. Ma tant’è. Prepariamoci a cento Porta a Porta per rendere ogni onore al perseguitato Dell’Utri. Prepariamoci a sorbirci le trombe del regime che intonano l’inno del povero innocente offeso. I giudici sanno che potranno dire domani che loro i fatti li hanno confermati, mica li hanno smentiti. Se lo possono permettere, tanto ci penseranno i media nelle mani di Dell’Utri a fare debitamente sparire quei fatti e a presentare, come unico salvifico fatto, quello dell’assoluzione. Vederete che bel lavoro, faranno tutti insieme un bel lavoro. Noi facciamo il nostro. Perché oltre il giudizio penale esiste quello etico, quello politico. E poi c’è la storia, che ci ha reso incancellabile il nome di Tito Parlatore, procuratore generale della Cassazione che, dovendo sostenere l’accusa (!) contro gli assassini del sindacalista Salvatore Carnevale, disse che la mafia era materia per i sociologi, non  per i tribunali. Che non aveva rilievo penale, insomma. Ancora oggi il paese insanguinato lo ringrazia, quel magistrato, e lo nomina pensando di lui quel che è giusto pensarne. Un complice culturale, un complice morale. Lui sì, materia per sociologi.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Tutti a casa (ma c'è un Finale migliore). E riauguri al Gracco</title>
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            <description>Stop, fine, siamo usciti. Italia a casa. Bravo Gattuso, che si è spolmonato per un decennio, non ha più il fiato di una volta ma non ha perso il senso della decenza: già, è stata una vergogna. Vero che l’infortunio di Pirlo fu tegola imprevista e pesante. Ma la scelta di tanti giocatori è stata solo pazzesca. Quagliarella si è dimostrato in assoluto il migliore di tutti gli attaccanti eppure è quello che ha giocato di meno. E non dico tanto: ma uno, uno solo tra i fantasisti lasciati a casa, giusto uno con i piedi buoni in grado di segnare invece di buttar fuori all’ultimo secondo, proprio no, eh?…Quanta spocchia collettiva e individuale. La Juve con quella difesa, colabrodo già in campionato, imposta a forza. E poi do ragione a Calderoli (ma sì): come fa a nascere una nuova generazione di campioni se non c’è un limite ragionevole agli stranieri? Conosco tutte le obiezioni del caso. Il guaio è che non ce n’è nessuna in grado di rispondere a quell’interrogativo.Meglio dunque che vi dica della serata di Finale Ligure, dove in un clima di vacanza e in un enorme ristorante-bar sul lungomare sono stato chiamato ieri da Libera a parlare di mafia al nord. Una folla strabocchevole, le persone si fermavano e se ne stavano fuori a sentire. Vorrà pur dire qualcosa. Non era il clima mondano di Cortina o della Versiliana. Non c’era la star televisiva. Il fatto dunque è che la gente inizia a capire e vuole reagire. Nella Liguria occidentale bruciano stabilimenti balneari, saltano ruspe, incendiano negozi. I magistrati denunciano l’aggressione della ‘ndrangheta. E le autorità locali tacciono. Nell’occasione ho anche conosciuto il primo albergatore ligure (hotel Medusa, pensione familiare a tre stelle) che dichiari volentieri che lui, facendo quel mestiere, ci guadagna, e pure benino. Oh, finalmente. Ecco uno che fa fare la giusta figura a quei piagnoni di Genova, qui non viene nessuno, e il Comune non fa niente, e hanno gli alberghi pieni al 90 o 100 per cento…Però, amici, che invidia vedere stamattina alle nove i bambini schizzare in acqua, le donne in bikini, le famiglie prendere il sole. Sentire il profumo della sabbia ieri notte, scoprire per l’ennesima volta il fruscio del mare. Mi sa che questa storia di fare il globetrotter dell’antimafia mi toglie qualcosa…Infine auguri al Gracco. Già, perché subito dopo avere passato lo scritto di avvocato, oggi ti piazza anche i trentadue anni! Lippi glieli ha rovinati un po’. Ma sono belli assai. E poi ormai lo chiamano per presentare il libro-intervista (Scalfaro- Caselli) sulla Costituzione. E gli chiedono spesso se è il figlio di Nando. Come gira la storia...</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Cronache dall'Aquila</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1384</link>
            <description>Ricevo dall'Aquila, con rischiesta di pubblicazione:Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata. Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere. Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare unascalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio. E mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio. Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l'i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla.Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle nonpagate dal 6 aprile. Che lo stato non versa ai cittadini senza casa, che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo. Che io pago, in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un appartamento in via Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz'anima. Senza neanche un giornalaio. O un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra. Lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore. E lei mi risponde, con la voce che le trema.   Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo. Loro non scrivono voi fate girare.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Gomorra a Saviano, Sodoma a Milano</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1383</link>
            <description>Porto  in regalo ai blogghisti una riflessione che mi è piaciuta assai di Giovannino Colombo, consigliere comunale di Milano, libero pensatore e pure amico mio...Domenica ero a Palazzo Marino per vedere la mostra multimediale di Dolce Gabbana (la Bellucci era passata il giorno prima)  e, a un certo punto, la mia fragile mente ha avuto un guizzo: e se fossimo Sodoma?  Non pensate la solita cosa, miei maliziosi lettori e mie splendide lettrici. Da tempo nessuna corretta lettura del testo biblico collega Sodoma all' omosessualità. Il mio ragionamento è stato un altro: se Gomorra, come abbiamo imparato da Roberto Saviano e don Peppino Diana, è laggiù, allora Sodoma potrebbe essere quassù... e se fosse l' altro nome di Milano? Anche le immagini iper pop post delle sfilate di D G hanno contribuito ad alimentare la mia ossessione. Cosa sta succedendo a questa città?  Ci penso al mattino, ci ripenso la sera. Cosa c' è dentro questo cuore milanese così tumefatto? Qual è la sua misura? La  misura di Sodoma ,  secondo la tradizione ebraica, è la misura della spartizione.  Il mio è mio e il tuo è tuo . Una  spartizione ferrea, che non consente eccezioni. Infatti la colpa degli abitanti di quella città (Gen. 19, 1 -11) fu contro l' ospitalità, vale a dire contro la modalità antichissima di rendere gli altri partecipi di quanto è proprio. Un commento medievale ebraico, sempre a proposito dei sodomiti, ammonisce  a non fare come loro,  i quali non pretendevano nulla dagli altri uomini, ma non tolleravano che un povero potesse beneficiare delle loro ricchezze , e cita un passo del profeta Ezechiele (Ez 16, 49): Ecco era questa l' iniquità di tua sorella Sodoma: orgoglio, sazietà di pane, prosperità tranquilla erano in lei e nelle sue figlie. Eppure non diede mai la mano al povero e all' indigente .Siamo Sodoma? Mi verrebbe voglia di chiederlo innanzitutto alla Signora, che proprio oggi festeggia il quarto anno da sindaco. Ma Lei è sempre così lontana. La immagino presa tra economia ed estetica, tra lunghi estratti conti e infiniti vestiti nell' armadio. Borse in calo e gonne in allungo sono ciò che sa misurare con il metro di carta che si ritrova tra le mani. Una volta, prima della fine della consigliatura, vorrei dirglielo in faccia, col tono giusto:  Se ti togliamo ciò che non è tuo, non ti rimane niente .  Le direi a lei, ma  subito mi girerei per ripeterle a me e a ciascuno dei consiglieri,  queste parole tremende, maleducate,  fuori misura  proprio perché fanno saltare  la giusta misura , il confine blindato tra il mio e il tuo. Io leverei il punto interrogativo. Siamo Sodoma. Siamo, chi più chi meno,  come quel sodomita  di Mazzarò, l' infaticabile accumulatore di ricchezze  descritto nella pagina finale de La roba di Giovanni Verga, che ormai prossimo alla morte  andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: roba mia, vientene con me .  Siamo, chi più chi meno, sodomiti specialisti nella negazione: è fin troppo evidente che nulla sulla terra è spartito in modo così disuguale (e casuale) come la ricchezza (o la povertà, per guardarlo dall' altra parte). La Sodoma di quattromila anni fa finì distrutta. Noi abbiamo ancora qualche mese per trovare un' altra misura, un battito interiore tutto diverso dall' ansia della spartizione, un modo di stare insieme che preveda finalmente il contagio reciproco.   Saluti freschi come una fetta d' anguriaGiovanni</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il Gracco vincitore e altre amenità</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1382</link>
            <description>Ehi, ma non vi ho ancora detto la notizia delle notizie, la notiziona, quella che mi ha tenuto alzato due spanne da terra per due giorni, che mi ha fatto addormentare e svegliare col sorriso sulla bocca. Quella che segretamente aspettavo senza nulla poter dire. Ladies   Gentlemen, il Gracco ha passato lo scritto da avvocato! E mica, come facevano migliaia di suoi colleghi, nella Catanzaro della leggenda. Chi ha letto “Album di famiglia”, chi ricorda quell’ultimo capitolo, sa che cosa voglia dire tutto ciò per il vostro globetrotter. Andavo in giro e trovavo giovani che dicevano, in questa o quell’altra città, “ho appena passato lo scritto per avvocato”, con occhi giustamente gioiosi. E io pensavo “ma perché il mio Gracco non mi dice niente?”. Forse era andata male e non voleva dirmelo? No, ho poi saputo: i risultati vengono dati in giorni diversi a seconda delle sedi e poi c’è sempre qualcuno che lo sa prima degli altri… Bello. Commento via sms della tenera sorellina: “non ci credo!”. Altra bella notizia: ho rivisto in piazza Duomo il mio amico Valter. Embe’?, direte voi. Embé un piffero, perché io non vedevo Valter da quando avevo dieci o undici anni. Provate voi a rivedere una persona dopo mezzo secolo…manco fosse l’Inter che rivince in Europa a colori. Con Valter abbiamo giocato in caserma come fratellini, sempre in cortile, sempre a esplorare cantine e soffitte e cunicoli, a rompere vetri con il pallone. Suo papà morì presto e il mio fu molto vicino alla sua famiglia. Ora ci siamo ritrovati ed era quasi come se non ci fossimo mai lasciati. Ha fatto il responsabile informatico all’Eni di Taranto. Ora è in pensione e se la spassa alle percussioni in un gruppo di rock progressive che ha il suo primo album nella top ten mondiale della critica per il genere. Ragazzi, che bello avere sessant’anni…Altra bella notizia ancora (un’abbuffata, dài…): sto preparando un laboratorio per il prossimo anno accademico su arti visive e sociologia della criminalità organizzata. Una premiata collaborazione Scienze Politiche- Nuova Accademia di Belle Arti. Per studiare come cinema, tivù, pubblicità ecc possono trasmettere cultura mafiosa e come possono essere usate per combatterla. Roba che in università ancora non c’è. Questa sì che è scienza utile… E qui chiudo. Devo lavorare alla Settimana dei Diritti genovese, 15-22 luglio. Minchiazza (direbbe Lillo), che fatica: un giorno mi piacerebbe fare la lista dei cattivi che popolano il mondo dei buoni. Datemi retta: B. non ce l’abbiamo a caso.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il Paese dei due diritti   </title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1381</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano22 giugno 2010Riassumiamo. Quando bisogna sottoscrivere accordi internazionali per colpire l’evasione fiscale o le truffe finanziarie, si replica che occorre avere prima una Costituzione comune, non scherziamo. Quando invece la Cia deve prendere un cittadino straniero e portarselo via senza tanti complimenti, non servono né Costituzione comune né accordi internazionali. Quando un potente finisce in carcere e ha qualche acciacco si grida che è malatissimo, che sta dimagrendo, e si inscenano campagne per la sua liberazione attaccando il magistrato se non concede almeno gli arresti domiciliari. Quando un immigrato sta male in un centro di espulsione, e magari muore abbandonato e privo di cure, malmenato perché i lamenti notturni infastidiscono, nessuno trova invece ascolto per lui sui giornali o a Porta a Porta. Quando un ministro o un parlamentare vengono intercettati perché finiscono per loro responsabilità sull’utenza telefonica di malfattori o camorristi si strilla che così si attenta alle prerogative parlamentari e si viola la Costituzione. Quando reparti di polizia (perché purtroppo è successo) manganellano nel sonno un centinaio di giovani sfondando crani e schiene e casse toraciche ci si dichiara soddisfatti del lavoro e la Costituzione finisce nel surgelatore. Se un magistrato indaga su un politico di governo il ministro della Giustizia manda subito un’ispezione. Se muore un ragazzo in carcere il ministro non annuncia nessuna ispezione. Se un membro della cricca viaggia per pochi minuti con le manette ai polsi il paese è pervaso da un fremito irrefrenabile di indignazione: la dignità del detenuto, specie se presunto innocente, per la miseria. Se decine di migliaia di detenuti (presunti innocenti o colpevoli che siano) si ammassano nelle carceri come galline nelle fabbriche di uova, ci si volta dall’altra parte, ma quale dignità, quel carcere è un hotel a cinque stelle, ve lo dico io. Benvenuti nel paese dei due diritti, dove chi ne ha più ne ha sempre di più e chi ne ha meno ne ha sempre di meno.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Tutti i libri di Cinzia. A Ovada come al Louvre</title>
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            <description>Il Fatto Quotidiano20 giugno 2010“Ma perché vuole parlare di me?”. Imbarazzo. “Ascolti, io non ho mai fatto niente di speciale. Faccio solo il mio dovere”. Imbarazzo bis. “L’unica cosa di cui mi senta orgogliosa è di avere tirato su mio figlio Federico da sola, da quando aveva un anno fino al liceo”. E invece no. E invece Cinzia Robbiano bibliotecaria del comune di Ovada, undicimila abitanti in provincia di Alessandria, è una delle persone sconosciute che rendono più vivibile questo paese, che ne dissodano il senso civico  proteggendolo silenziosamente dai predoni e dalle loro leggi. Una signora elegante e colta che ogni giorno fa funzionare una biblioteca pubblica, con inventiva e cultura più forti della penuria di risorse. Potrebbe essere, per assurdo, una magnifica testimonial del governo dei tagli dissennati. Perché senza mezzi a disposizione è riuscita ugualmente a portare il suo piccolo comune al centro di una rete di relazioni letterarie e culturali di prim’ordine.Incominciò a lavorare sui libri all’inizio degli anni ottanta. Con due giovani colleghi  per garantire -come prevedeva una legge regionale- il coordinamento tra le biblioteche della zona: acquisti, programmi culturali, creazione di posti-prestito nei comuni più piccoli, e tutto quel che potesse servire a evitare le inefficienze e le duplicazioni di costi tipiche delle smanie campanilistiche. Poi iniziò a occuparsi direttamente della gestione della biblioteca di Ovada. “Trovai una filosofia un po’ particolare. Si accumulavano i fondi per gli acquisti, sembrava quasi che non ci si volesse dannare troppo per allargare l’offerta -i classici, le novità- per i nostri lettori. Non venivano fatti investimenti nelle strutture. Vedevo i comuni della provincia inaugurare realizzazioni da mille e una notte, spazi convegni, ingressi per disabili, tecnologie avveniristiche. Invidiavo Acqui, Tortona, Novi Ligure, Valenza Po. Pensavo che noi non avevamo ascensori, spazi a norma. E allora andavo ai convegni e mi arrampicavo sui vetri per difendere l’immagine di Ovada. Avevo elaborato una teoria, non male a pensarci, secondo cui l’importante non sono gli spazi fisici ma quelli mentali”. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Qui Calcio-Blog. Ecco i voti dell'Italia</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1378</link>
            <description>Commento in tempo reale a Italia-Nuova Zelanda. Gioco penoso. Lo sapevo già, me lo sentivo, che sarebbe andata così. E infatti sono stato trascinato davanti alla televisione dalla biondina, mentre scrivevo la presentazione dei brani di Giuseppe Alongi per la mia antologia sui classici dell’antimafia. Mi sbilancio, sperando di sbagliare. Questa nazionale è al livello di quella dell’86 e di quella del 2002, anzi un po’ sotto. Piedi grezzi e poco fosforo. Non so se dar la colpa di tutto a Lippi, però una nazionale così l’ha voluta lui: infarcita di juventini nel peggiore anno della Juve, senza Totti, Cassano e Balotelli, ossia i migliori fantasisti del campionato. L’attenuante di Pirlo non basta. Fra l’altro il rigore su De Rossi non c’era. L’onestà intellettuale incomincia nel calcio. E la nostra tivù, fatto il primo replay, ha pietosamente evitato la ripetizione della scena. Pudicamente Bagni ha elogiato De Rossi per “avere trovato il rigore”. Poi il suo collega ci ha messo del suo continuando a chiamare Criscito “Crescito”. L’allenatore della Nuova Zelanda in giacca e cravatta e Lippi in tuta rossa. Non vuol dire niente, ma salta all’occhio.Salta al cuore invece la morte di Roberto Rosato, il mitico angel-face di Gianni Brera, lo stopper che per la sua durezza faceva paura ai tedeschi e ai polacchi. E’ stato un grande giocatore, dal Toro al Milan alla nazionale. E visto che di pallone parliamo, vi dirò che la sera di venerdì, celebrando a Pavia i quarant’anni del 4-3 di Italia-Germania mi sono ritrovato sul palco al fianco di Schnellinger. Chi l’avrebbe mai detto, in quel giugno del 1970, che quarant’anni dopo mi sarei trovato accanto al tedesco traditore che ci aveva segnato il gol del pareggio all’ultimo secondo (fu proprio Rosato a sibilargli: “tu in Italia non ci torni più”)? Devo dire che è pure simpatico, e d’altronde se oggi raccontiamo “la partita del secolo” lo dobbiamo a lui. Se no sarebbe stata una comune semifinale vinta con gol di Boninsegna e catenaccio. C’era anche Gori, a Pavia. Sì, Bobo, il centravanti che per sfondare davvero dovette passare dall’Inter al Cagliari e vincere subito lo scudetto accanto all’inarrivabile Gigi Riva. E’ in forma perfetta, asciutto, capelli brizzolati, sportivo, dimostra quarantasette-quarantotto anni. Mi ha anche detto “macché partita della storia (lui in Messico giocò), la storia l’hanno fatta persone come tuo padre”. Questo senso della misura in un divo degli stadi fa piacere. E fanno piacere gli applausi sempre riservati -e riservati anche a Pavia- alla memoria di Giacinto Facchetti, portato simbolicamente sul palco venerdì dal monologo teatrale del figlio Gianfelice. E qui chiudo. Prima però vi infliggo le mie votazioni, in trentesimi, guarda un po’: Marchetti s.v. (ma con coppino spazientito); Zambrotta 26, Cannavaro 21, Chiellini 21, Criscito 23; Marchisio 21, De Rossi 26, Montolivo 26, Pepe 22; Gilardino 18, Iaquinta 21 (per il rigore). E in più: Camoranesi 27, Pazzini 19, Di Natale 23. E ora sotto la Slovacchia. P.S. Oh, quando c’è B. al governo non va bene nemmeno il calcio…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Paura e faccia tosta. E segni buoni</title>
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            <description>Dunque hanno fatto un’irruzione nella casa di Silvia Resta, La7, giornalista libera e ficcanaso, soprattutto nelle cose di mafia. Dopo le aggressioni telematiche ad Articolo 21 e a Libera Informazione si è arrivati alle aggressioni domestiche. Le hanno messo a soqquadro la casa facendogliene ben capire le ragioni. Hanno lasciato in evidenza materiale sulla strage di Ustica e sulla strage dei Georgofili. Mettiamo in fila: la legge contro le intercettazioni, il rifiuto della protezione a Spatuzza, le intimidazioni alla stampa più libera e meno potente. Questi hanno una paura fottuta e li vedo sempre più in grado di fare qualsiasi cosa se solo immaginano che il contesto glielo permetta. Ergo: facciamogli il contesto meno accomodante e più reattivo possibile.In secondo luogo: hanno assegnato il premio “Renata Fonte”, intestato alla giovane e coraggiosa assessore alla cultura di Nardò, uccisa nell’84 dalla criminalità politica pugliese per essersi opposta alla speculazione edilizia, a Mara Carfagna. Incredibile, non so quali siano le analogie in termini di combattività contro la criminalità organizzata e i suoi complici. Dice che la Carfagna se lo meritava per via della lotta allo stalking. Però non dovevano esserne tanto sicuri se alle figlie Viviana e Sabrina (alle quali mando da qui tutta la mia solidarietà) avevano taciuto il nome della premiata e avevano fatto solo il nome di chi lo avrebbe ritirato. Che servilismo…In terzo luogo: silenzio televisivo sull’Aquila e sulla imponente manifestazione di protesta dell’altro giorno. Gira giustamente in rete un comunicato di denuncia. Solo Rai3 e La7 ne hanno parlato: è stata la più grande manifestazione di tutta la storia dell’Aquila. Questa città sbattuta sugli schermi per fare la propaganda a B.   B. (Berlusconi e Bertolaso), usata e abusata in tutti i modi, anche i più indecenti, non ha avuto il diritto a essere raccontata appena ha voluto parlare attraverso i suoi cittadini.Insomma, non tutto va bene anche se l’affossamento (definitivo?) della legge bavaglio dà la misura della forza che la democrazia italiana, anche con i suoi opportunismi e i suoi interessi di parte, riesce ancora a esprimere. Non tutto va bene ma forse Napolitano non è estraneo all’affossamento, anche se non ha fatto il gesto plateale di rifiutare la firma. Non tutto va male, preciserei. Solo in questa settimana che chiude (e di cui non vi ho potuto fare il cronista globetrotter) ho visto cose belle e giuste e coraggiose alla scuola germanica di Milano, alla comunità Cascina Contina di Rosate in provincia di Pavia, alla prima festa dell’Anpi bresciana a Rovato. Ho fatto una estemporanea lezione di mafia e antimafia ad Alessandra, una ragazzina in affido presso amici bresciani. Pensate: si presenterà all’esame di terza media con uno “schema concettuale” su mafia e discipline scolastiche interessate. Le ho dato qualche suggerimento bevendo un bicchiere di rosso nel porticato della “sua” cascina a mezzanotte, dopo il dibattito. E lei si è entusiasmata, non avrebbe mai interrotto la lezione. E io neanche…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Brancher, Spatuzza e Palalottomatica. Idee per i giornalisti danesi</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1376</link>
            <description>Avete ragione, pregiati blogghisti che ogni giorno aprite con ansia queste pagine. Mille scuse, come sempre dopo i lunghi silenzi. Ho pagato l’ebbrezza di Lisbona (oh, cara) con impegni a raffica ogni giorno. Però vi ripago subito con una bella notizia. Mi dicono che questo blog sia quello italiano più letto dai giornalisti danesi che vogliono capire il nostro paese. D’accordo, la stampa danese non è quella americana, però la cosa mi piace assai. E quindi mi sento in dovere di fornirvi subito tre ideuzze.La prima riguarda la nomina di Aldo Brancher a ministro per il federalismo. Già, perché ogni ben informato e ben pensante si sarà chiesto: ma come, ci sono un ministro agli affari regionali, un ministro alla semplificazione amministrativa, un ministro alle riforme, e ora arriva pure un ministro al federalismo? Allora è tutta aria fritta, se si ha bisogno di continuare ad aggiungere nomi e incarichi nella stessa casella? In parte sì, è il segno di un fallimento. E fra l’altro questa storia che la nomina di Brancher sia un favore a Bossi, visti i loro buoni rapporti, a me non convince. Secondo me è un siluro a Bossi. Ma scusate, perché fa il ministro delle Riforme, il papà della Trota, se non per realizzare il mitico federalismo? Mica l’han messo lì a fare la riforma della scuola o della sanità, giusto? Il punto vero però è che Brancher tra qualche settimana si dovrà presentare ai giudici per la vicenda della Banca Popolare di Lodi, e da ministro potrà opporre il legittimo impedimento su una questione che mette una fifa blu a tutto il centrodestra (il povero Fassino è una comparsa, in tutto questo). Come avevamo detto da subito: una volta fatto il legittimo impedimento, nasce un nuovo criterio per fare i ministri. Esattamente come si candida in parlamento per regalare l’immunità dagli arresti.Altra ideuzza. Il rifiuto della protezione a Gaspare Spatuzza non è solo una confessione di colpa del potere politico. Ma è una pedina cruciale in vista dell’assoluzione di Dell’Utri. Vedrete se questo mancato riconoscimento di “status” giudiziario non peserà; e soprattutto se, da qui alla sentenza finale, un certo giudice non lo userà per convincere i suoi colleghi che Dell’Utri è perseguitato da false testimonianze o da testimonianze raccolte senza scrupolo da qualche piemme.Terza ideuzza. L’adunata di oggi del Pd al Palalottomatica a Roma produrrà un effetto zero. Non si può convocare l’opposizione per dire che la manovra è “sbagliata”. La manovra è iniqua e si inserisce in un contesto ancor più iniquo, con un parlamento costretto a discutere per mesi di intercettazioni anziché dei problemi economici e della disoccupazione. E poi non si convoca un partito al chiuso per manifestare contro un governo. Alla manifestazione di piazza sei comunque protagonista: inventi e urli slogan, organizzi coreografie, tiri fuori parole d’ordine, parli con le persone che si avvicinano. Al chiuso sei solo un pubblico plaudente, privo di valore sociale. Se si vuol fare un convegno si fa il convegno (e ce n’è bisogno). La grande manifestazione di opposizione è un’altra cosa. Detto ciò, secondo voi sono al Palalottomatica?</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Diario da Lisbona/4. E fu subito il Cretino Padano</title>
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            <description>Ed eccoci alla quarta e ultima puntata del diario da Lisbona. La scrivo in aereo accanto al papà di due bellissimi bambini di colore addormentati come caprioletti. Ieri sera la festa di Sant’Antonio è stata un autentico poema letterario. Sfilate, giocolieri, trampolieri, belle ragazze che fuoriuscivano dai finestrini delle auto, ma soprattutto una selva verde chiaro brillante che si distendeva sulla città, senza distinzione di rione. Erano le parrucche color verde sgargiante che portavano decine di migliaia di festanti, di ogni età, fino agli ottanta. Quel verde simboleggia il basilico, pianta dell’ abbondanza. Le parrucche attaccate alla testa con un grosso elastico rosso facevano la bandiera portoghese che, come ho già detto, a Lisbona si indossa o si mostra con allegria, senza fare gli eroi da operetta. Segno di abbondanza  è anche la sardina, alla quale inneggiavano masse di sedie in cartone (W a sardinha!, ci stava scritto, mentre da noi quasi quasi ci si vergogna a offrire agli invitati le sardine -io ci ho fatto la cena di nozze però, ricordo-). File disciplinate davanti ai venditori della mitica ginjinha (si legge più o meno “scinscigna”), bevanda alcolica di amarena, che è stata oggetto del mio desiderio per una giornata intera. E poi tavoli e tavoli e tavoli apparecchiati per ogni dove. Con torme di bambini che spuntavano di corsa a grappoli dai vicoli. La sangria era annacquata e per questo deludente. Perciò il vostro cronista si era segnato a mente di muovere questo appunto a Lisbona dopo averla tanto decantata. E invece si è ricreduto con un po’ di tenerezza. La sangria non viene annacquata, infatti, per frodare il cliente, ma per una buona intenzione. Siccome per servire le infinite tavolate per strada gli osti improvvisati devono fare dei pentoloni di sangria, poi non sanno dove metterle per tenerle in freddo. Nessuno ha maxifrigoriferi e quindi ci buttano dentro palate di ghiaccio. Telchì l’arcano. Ma a Lisbona, naturalmente, succede anche dell’altro. Succede ad esempio che la polizia sia molto gentile, ma sì, pure lei. D’altronde qui i militari hanno fatto la rivoluzione dei garofani... A Lisbona, ancora, vedi i film stranieri, al cinema e in televisione, senza doppiaggio. Tutto con i sottotitoli, così ci si abitua a sentire l’originale e anche a misurarsi meglio con le altre lingue; chi vuole, naturalmente. Unico neo: gli steward e le hostess portoghesi, quando devono versare da bere in aereo, sono degli autentici pericoli pubblici. Visto all’andata e al ritorno. Stargli accanto è una sofferenza. Bella bellissima infine la zona di Almada, dall’altra parte del Tago, dove si fanno festival teatrali e dove ci sono ristoranti sul mare romanticissimi (luoghi 9, cibi dal 6 all’8). E bene benissimo dicono dell’Alentejo, sud del Portogallo, dove sarebbero ancora più gentili che a Lisbona. Ci andrò. Ma per ora qui finisce. Grazie amici che avete offerto viaggio e albergo. Grazie agli amici di Lisbona (Ugo, Mariella, Giovanni e Francesca, in rigoroso ordine di età) che ci hanno reso il viaggio più bello. Fatte un po’ di foto, ma non punirò nessuno, tranquilli.P.S. Appena arrivati a Milano, preso il treno per Cadorna delle 20.03, io e la biondina ci siamo imbattuti nel Cretino Padano. Quello che “i sinistri”, quello che “i comunisti fanno le case tutte uguali” (infatti: io ne farei una lilla a rettangolo fino al secondo piano, poi a palla color arancione a quadretti viola fino al quarto, così, per non sembrare in Bulgaria…), quello che “vogliono diritti e niente doveri”, quello che “i ragazzi si laureano senza saper niente, gli danno il 18 politico”, ecc. ecc. Che paese, ma si può? Ignoranti e rancorosi. Almeno ignoranti e allegri no, eh? La biondina lo ha fulminato, mentre il genio sbagliava anche l’uscita dal treno: “il premio Nobel”. Io ci farò uno spettacolo teatrale: “Il Cretino Padano”. E così sia. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Voglia di cultura (italiana) a Lisbona</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1374</link>
            <description>Il Fatto Quotidiano13 giugno 2010“Ecco, questo era lo studio di Antonio Tabucchi. Il suo pensatoio. Qui leggeva, scriveva, organizzava. E’ piccolo ma guardi un po’ che vista”. Be’, se era una torre d’avorio, ha dato i suoi frutti. Lo studio che Tabucchi presidiò per due anni nella sua veste di direttore è quello dell’Istituto italiano di cultura all’estero di Lisbona. Un edificio in legno bianco in Rua de Salitre 146, la bandiera italiana che sventola in cima alla salita acciottolata, appena dopo avere incrociato sulla destra una meravigliosa nuvola color indaco e ciclamino in Rua de Castilho. Jacaranda, fiori di piante che vengono dal Brasile e che paiono sospesi in aria a cambiare le tinte del cielo. L’Italia si tasta e si vede anche qui, fuori confine. Non quella vociante e chiassosa dei viaggi organizzati, ma quella colta, gentile e dalla passione un po’ felpata che diffonde la nostra cultura all’estero.Ugo Rufino è un maturo e giovanile funzionario del Ministero per gli Affari Esteri, che a Lisbona fa il vice di Lidia Ramogida, la signora appena giunta al posto che un giorno fu di Tabucchi. Napoletano, laureato in filosofia, ha una passione dichiarata per la grande letteratura tedesca e quella russa dell’ottocento. E’ arrivato qui nemmeno un anno fa da Madrid, dove si è preso anche un dottorato in filologia italiana. Di rapporti con la cultura ispanica o latino-americana Rufino se ne intende. Iniziò a conoscerle da vicino nei primi anni novanta a Tegucigalpa, in Honduras, poi è stata la volta di Granada e dell’Andalucìa. Finché è arrivato il passaggio alle grandi capitali iberiche. Un confronto non facile, perché qui di letteratura e cultura ne masticano da sempre e anzi ne hanno fatto materia più onorevole di tutte. Basti pensare che in Portogallo la festa nazionale non celebra una vittoria militare ma  l’anniversario della nascita di Luis de Camoes, il Dante portoghese, sedicesimo secolo. Ciononostante l’Italia si difende bene. “E’ vero, non siamo tra le lingue più parlate al mondo. Però la nostra è  lingua di civiltà letteraria, una delle più amate e studiate per la sua storia. Pensi che ogni quadrimestre abbiamo più di quattrocento persone che vengono da noi a imparare lingua e cultura italiana. Si distribuiscono in stanze e orari sempre diversi, praticamente nei giorni feriali è un andirivieni. Abbiamo anche un ultraottantenne che continua a frequentarci, ormai ha fatto tutti i corsi possibili, andrà a finire che dovremo inventarci qualcosa di nuovo per lui”. Rufino conduce con orgoglio e cortesia  il visitatore per i locali dell’Istituto. “Questa è la sala Dante, questa la sala Petrarca. Venga, c’è pure una sala Moravia, anche qui si fanno dei corsi. Perché tanta iconografia dedicata a Marinetti? Perché venne a vivere per un periodo a Lisbona e incontrò il futurismo portoghese, tenga presente che anche Pessoa ne fu influenzato. Qui c’è il giardino a due piani per i ricevimenti, e qui la sala cinematografica per i film italiani, abbiamo fatto un ciclo sui nuovi registi,  ‘Margini’ l’abbiamo chiamato, con Anna Negri, con i localismi italiani, e abbiamo pure presentato la terza edizione della festa del cinema italiano: sono venuti Bellocchio, Ozpetek e Garrone ”.  Si sale di piano, continuando a parlare. Ecco ancora la sala del teatro do Salitre (salsedine, vuole dire). “Una sala storica. Questa è stata una delle poche isole di democrazia sotto la dittatura di Salazar. Gli intellettuali antifascisti portoghesi venivano a discutere, ad assistere agli spettacoli teatrali. Qui non li poteva censurare nessuno. C’era l’immunità diplomatica. Per questo l’Istituto ha messo radici nella storia della democrazia portoghese”. Già, venticinquemila libri, migliaia di dvd, decine di riviste, consultati ogni giorno da studenti, da amici della cultura italiana ma anche da italiani che vogliono tenere stretti i legami con la propria patria. E rapporti con tutti i principali istituti culturali lisboneti, dal Centro culturale di Belem alla fondazione Gulbenkian, dalla Càmara municipal de Lisboa al Palacio Foz, dove quest’anno l’Istituto ha organizzato un concerto per il centenario di Pergolesi.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Diario da Lisbona/3. Muito obrigado</title>
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            <description>Qui Lisbona, Portogallo, ultimo lembo dell’Europa prima dell’oceano Atlantico. Qui Cabo da Roca, “onde a terra acaba e o mar comenca”, come sta inciso sul monumento estremo a firma Luis de Camoes. Eccoci dunque alla penultima puntata. A Lisbona sembra sempre festa. In realtà ho preso un’infilata strepitosa di ricorrenze. La festa nazionale prima. Poi i venticinque anni dell’ingresso in Europa. E stasera-stanotte la vigilia del santo patrono, Sant’Antonio. C’è aria da sabato del villaggio, e che villaggio. Marce popolari previste sulla Avenida da Liberdade, dove i miei benefattori mi hanno prenotato (e pagato; smack!) l’albergo. Aria da straripamento per le strade. Che sono in quest’ora semivuote per la semplice ragione che si preparano a riempirsi. Una parte della città sta preparando le salsicce e soprattutto le sardine da vendere per strada, un’altra parte (più i turisti, pochissimi italiani) si sta preparando a farne sublime scorpacciata tra canti e danze. Già si odono suoni di tromba venire da lontano mentre perfino nelle navate delle chiese si annusano acuti odori di cibo. Volete voi che le sagrestie rinuncino ai guadagni della grande festa del patrono? In ogni terrazza o belvedere i tavoli sono già apparecchiati, la gente si prepara con una birra o sbadigliando felice (o fotografandosi altrettanto felice) sulle panchine. Fermento e tovaglie agli angoli delle strade. Anche davanti alle sezioni del partito socialista, dove evidentemente non fanno ancora scuola quelli secondo cui l’importante è comunicare. Semmai a Lisbona il partito socialista comunica un certo orgoglio della sua storia. La sua sede nazionale è dipinta di rosa e sulla grande parete che dà sulla piazza campeggiano enormi foto di tutti i suoi segretari. A Lisbona accadono cose per me impensabili, anche se assolutamente desiderabili. Puoi prendere uno dei suoi tram gialli e se a un certo punto non ci sono abbastanza posti in fila per far sedere accanto te e i tuoi amici, puoi chiedere a un passeggero se per cortesia si sposta in quell’altro posto vuoto per rendere più piacevole il tuo viaggio. Mi è capitato ieri. Signora si può spostare? E lei con grande sorriso si è spostata anche se per via della sua pinguedine il nuovo posto le andava più scomodo. Un sorriso, un obrigado, un’obrigada (a Milano avrebbero detto “ma vai a lavorare”) e la vita è più bella: perché la gita è più carina, perché trionfa la gentilezza. A Lisbona hanno già anticipato i sogni di B. Il ponte Vasco da Gama, che il vostro caprone aveva sempre chiamato Vasco de Gama, è più lungo di quello che vorrebbero fare sullo stretto di Messina. A Lisbona il sottoscritto ha pensato con fierezza a quando era candidato sindaco e proponeva per le periferie affollate e solitarie di creare  latterie sociali. Mi sono imbattuto in una splendida “leitaria” in Rua dos Sapateiros  dove persone di tutte le età stavano ai tavoli o fuori sull’uscio e consumavano in compagnia, e mentre bevevano o mangiavano si diffondeva dall’interno la musica di un trio (voce calda, flauto o sassofono e chitarra) e si rideva e si applaudiva. Non sono riuscito a entrare, ma mi è venuta nostalgia per non averne potuto regalare una bella manciata ai milanesi. A Lisbona i pescatori si ammassano sul Tago all’imbrunire e si dispongono in fila con canne e felpe e i cappellini sulla testa. Perché qui fa fresco, mica si scoppia dal caldo come in Italia.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Diario da Lisbona/2. Obrigado (e sull'Italia parole concise)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1371</link>
            <description>Continua diligente il resoconto da Lisbona per gli amici della Rete (ovvero i benefattori che mi hanno regalato questo magnifico “viaggio per due” per il mio compleanno). Seconda puntata, dunque. Per Lisbona si aggirano dei turisti un po’ caproni. Come il sottoscritto, per esempio, che sentiva “obligado” quando qui si dice “obrigado”, come mi ha subito avvisato la provvida Alessia gettandomi nel raccapriccio. Si vede che ho la propensione a parlare quello che qui chiamano spregiativamente il “porgnol”: ossia un portoghese imbastardito di spagnolo. A Lisbona ci sono ancora i lustrascarpe, eredi di un mestiere antico e di umile sapienza. A Lisbona se vai al bar e ti siedi a un tavolino non ti portano lo scontrino insieme con il caffè o la birra. Non ti intimano cioè di pagare subito come a Milano o Roma. Qui signorilmente lo scontrino lo portano dopo, e anzi lo devi chiedere. Pensierino: è bello ogni tanto non sentirsi trattare come un potenziale rapinatore. A Lisbona in molti musei si entra gratis, si vede che non li hanno ancora avvertiti che “in tutta Europa la cultura si paga, e salata”. Di più: a Lisbona puoi entrare negli hotel e nei ristoranti senza essere cliente ma solo per ammirare (gratis) i panorami da terrazze e vetrate. Nessuno ti insulta, e anzi i camerieri ti guardano orgogliosi e con gentilezza. Così come con gentilezza ti invitano, nei musei, a spegnere i telefonini; e se non lo fai, sempre con gentilezza, ti accompagnano fuori.Anche a Lisbona ci sono quelli che definiremmo gli enti inutili: direi che perfino un italiano può avere un sussulto ironico quando vede che esiste un Istituto per il soccorso ai naufraghi. A Lisbona i grandi navigatori vengono rappresentati come “scopritori”, mentre in Spagna sono “conquistatori”. Non so se sia il senso di colpa per le stragi perpetrate dai propri antenati in Brasile (e non solo) a produrre questa modestia semantica, però la cosa in sé mi piace. A Lisbona c’è la grappa di Capo Verde, buonissima. E nel suo golfo nuota e si pesca anche, dicono, la cernia con la carne migliore d’Europa. Sicuramente a Lisbona c’è oggi la festa nazionale. Non si celebra una vittoria ma Luis de Camoes, il Dante Alighieri locale, sedicesimo secolo. Bello che la festa nazionale sappia di cultura e letteratura e non di baionette. A Lisbona c’è pure una pista ciclabile di 23 chilometri, che accompagna tutto il lungomare fino e oltre Belem, quartiere marino dal fascino superiore,A Lisbona, quando ci sono le feste, il centro storico diventa alla sera un’unica tavolata con musica. Uno spettacolo stupendo per salite, scalinate e piazzette. Praticamente ogni casa privata che dà sulla strada allestisce all’esterno una tavolata o un banco e serve vino, o birra, o sangrìa, e sardine e salsicce e insalata. E poi mette musica e la gente balla e i ragazzi o le vecchie cantano ai microfoni e viene fuori una magia che sembra d’altri tempi ma che in realtà non hai mai visto in nessuna stagione della vita. D’altri tempi c’è solo la voglia innocente di divertirsi pagando poco. Il piacere di parlare con il vicino che non hai mai visto prima. Basta chiedere un’informazione e ci si racconta la vita. A Lisbona il sole tramonta alle nove e mezzo. E allora la sua luce si fa ancora più obliqua. Come vedete, benefattori cari, mi avete fatto un bel regalo. Obrigado io, obrigada la biondina. (P.S. Su quello che sta succedendo in Italia, dispensatemi dal parlare…Achtung banditi…)</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Resoconto da Lisbona/1. Obligado</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1370</link>
            <description>Resoconto (parziale) per gli amici della Rete che mi hanno pagato il viaggio “per due”. Dunque. A Lisbona ci sono molti portoghesi. A Lisbona ci sono una marea di bandiere portoghesi ai balconi e davanti agli edifici o nei locali ma nessuno canta prima delle cene conviviali (almeno io non ne ho visti) “siam pronti alla morte”. A Lisbona c’è una chiesa che non conoscevo con un soffitto in legno dipinto che è una meraviglia da mozzare il fiato. E’ la chiesa di San Rocco. La biondina sostiene che al confronto con San Pietroburgo è niente, ma le sue origini russe viziano il giudizio. Io che a San Pietroburgo mai sono stato, non saprei. A Lisbona ogni tanto i clacson suonano come nelle nostre città del sud. Ma meno che al Cairo. A Lisbona i tram antichi sono bellissimi e i turisti fanno a gara per andarci, anche se non si sa dove appendersi se sei in piedi. Da noi li manderebbero in demolizione. A Lisbona i bar e i ristoranti costano la metà che a Milano. Poi ci sono i ristoranti che costano di più, ma quelli li disertiamo. A Lisbona alla cassa dei grandi magazzini sono lenti come in una farmacia di Avellino. A Lisbona gli spazi sono grandi, immensi, almeno nelle vie centrali, e non si vedono praticamente bancarelle a infestar le piazze. A Lisbona ci sono anche gli italiani in vacanza. Uno mi ha chiesto chi avesse scritto “Sostiene Pereira” perché voleva comprarlo. A Lisbona ci sono molte ragazze di colore indigene. Alcune sembrano delle regine. A Lisbona le persone della mia età hanno ancora il segno del vaccino antipolio sul braccio. A Lisbona chi sa lo spagnolo si compri un dizionario di portoghese perché di spagnolo non c’è l’ombra, e anche quando le parole scritte si assomigliano l’accento (quasi genovese) le rende del tutto straniere. A Lisbona in centro ci sono un sacco di medie librerie, con in vetrina i libri sul Benfica. Vuol dire che gli affitti ancora non le strangolano. A Lisbona i ragazzi che si tengono la mano, i poeti, gli amanti e perfino i marinai hanno in favore una luce del sole diversa. Nostalgica, obliqua, sembra che dica sempre da dove viene e dove va. A Lisbona c’è il Porto e qui lo servono caldo, mica freddo. A Lisbona sono gentili, non ce l’hanno col mondo. Invece di dire “vaffanc…” o “negro di m…” dicono sempre “obligado”. Buona notte, amigos. Obligado per il regalo.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Da Mortara a Lisbona. E tutti all'ArciBitte!</title>
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            <description>Datemi retta, amici. La scuola pubblica italiana non riuscirà a distruggerla nessuno. Ci proveranno, ci stanno provando. Ma è qualcosa di troppo più grande delle meschine voglie di vendetta degli incolti al governo. Troppo più grande delle smanie di profitto che si agitano nel settore privato, ansioso di fare dell’educazione una nuova lucrosa prateria. Abbiamo degli insegnanti che sono la vera Maginot della Costituzione e dell’Italia civile. Dice: ma ci sono anche i pigrazzi, i lavativi. E’ vero. Ma trascurate che la forza di trascinamento dei migliori è tale da portarsi dietro scuole intere. Ovunque ci sia un pugno di insegnanti disposti a farsi in quattro non per soldi ma per ideali, lì tutto ruoterà intorno a loro.Credo di averlo già detto su questi schermi. Me ne sono convinto ancora di più l’altro ieri, ospite della scuola elementare di Mortara, provincia di Pavia, riso e oche (tutto datomi in regalo, non le oche ma il salame d’oca). Dopo molte, moltissime perplessità (che capiranno, davvero, i bambini?) sono andato a farci un incontro sulla Costituzione. Ci ho trovato la meraviglia delle meraviglie. Mostre intere di disegni, poesie e pensieri dolci o fulminanti. I segni di un lavoro durato un anno. E l’attenzione di centocinquanta bambini, e le loro spontanee riflessioni su domande fatte da me al momento. Ecco, ho pensato, loro sì che dovrebbero avere il diritto di votare, mica quei caproni adulti che non sanno distinguere un capo del governo da un presidente della Repubblica. Chiedo scusa da qui a Giulio, il bimbo con la maglietta gialla. Gli ho fatto la domanda più difficile, che richiedeva una grande padronanza della nostra lingua, senza sapere che Giulio è albanese e che per stare orgogliosamente alla pari con i suoi compagni migliori si alza ogni mattina alle cinque per studiare. Vedere quella platea infantile, e in piedi lungo i muri le maestre trepide e felici per la preparazione dei loro alunni è stata una iniezione di adrenalina civica (a proposito, non riesco a farmi passare dalla testa la notizia che nella Costituente c’erano più laureati che nel nostro attuale parlamento; e in più c’erano anche gli operai e i contadini…).Continuo intanto la preparazione della Settimana dei Diritti a Genova. Annotate, annotate: 15-22 luglio. Sarà un appuntamento imperdibile. Prenotate in tempo, tra circa dieci giorni dovrei essere in grado di darvi il programma definitivo. Ne sto scoprendo delle belle sui premi Nobel ma per ora zitto mi sto. Segnalo invece la seconda assemblea aperta su Milano (come trovare il candidato sindaco?) domani sera all’ArciBitte in via Watt. Il mio Gracco maggiore con i suoi amici di “Undicimetri” si sta dando da fare perché si arrivi alle amministrative dell’anno prossimo senza cadere nei soliti giochetti truffaldini della politica da inguacchio. Che ciò vada a suo merito. Io vedo mettere in giro nomi improbabili sapendo che non accetteranno, per poi cavar fuori all’ultimo -per spirito di servizio, ci mancherebbe- qualche immancabile furbone. Tutto ciò, dimenticavo, vi scrivo da Lisbona, dove starò qualche giorno. Con la biondina, oh yes. E’ il regalo di compleanno degli amici della Rete (grazie, grazie, vi penserò uno per uno, a partire da Emmetì…). Che farò a Lisbona? Ritemprarsi sull’oceano, me l’ha detto il medico…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Un prete da galera. Un filo di voce a San Vittore</title>
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            <description>Il Fatto Quotidiano6 giugno 2010Con quel filo di voce domerebbe anche Fra Diavolo. E in effetti altro che i briganti ha ammansito credendo nella forza della parola. Come quando andò a dir messa nel braccio del carcere in cui erano stipati i terroristi. Il direttore di San Vittore glielo aveva sconsigliato, “quelli sono tutti atei”. La celebrò in perfetta solitudine, in un silenzio di gelo. E al direttore che, saputo com’era andata, lo invitava a trarne le conseguenze, rispose che tutto sommato l’esperimento aveva funzionato. Nessuno aveva fatto fracasso per boicottarlo. Nessuno aveva lanciato bestemmie d’ira o di scherno  dalle celle. Così ci riandò. E poi ci riandò ancora. Finché se ne trovò qualcuno vicino. Finché qualcuno servì messa. Con lunghe discussioni durante la predica.Il filo di voce si chiama Luigi, don Luigi Melesi. Ed è originario della Valsassina, provincia di Lecco, dove l’altra sera ha tenuto inchiodate centinaia di persone raccontando la sua vita di “prete da galera”, come recita il titolo del libro che lo ha per protagonista. Un prete che ha avuto un punto di osservazione tutto suo sull’Italia di questi tempi e di tempi ormai lontani, visto che a San Vittore -nella veste di cappellano- ci sta da più di trent’anni e che prima ha vissuto presso il riformatorio Ferrante Aporti di Torino e la casa di rieducazione di Arese. Frequentando rapinatori, terroristi, mafiosi, ladruncoli di strada, immigrati clandestini, semplici balordi, detenuti eccellenti dal colletto bianco candido. Raccogliendo confidenze, portando un barlume di conforto, aiutando impossibili redenzioni, incoraggiando confessioni, provando ad ammansire gli errori della giustizia. E cercando di non avere mai una casacca addosso, neppure quella dell’associazione più benefica. Di essere, come dice, uomo spoglio di tutto tranne il vangelo. Le storie che racconta hanno sempre qualcosa di incredibile, sembra al profano che solo il carcere le sappia e possa produrre. “Una sera avevo davanti a me alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine. Dissi qualcosa sul carcere e sui nostri doveri verso i detenuti. Alla fine venne da me un carabiniere e mi disse che provava un senso di colpa. Durante la giornata lui e dei suoi colleghi avevano fermato quattro giovani in un bar ma uno solo era stato portato a San Vittore. Aggiunse che secondo lui era quello che c’entrava meno e che gli avevano fatto pagare solo la reazione più nervosa e indisponente. Che era in pensiero per lui. Così il mattino presto andai a San Vittore e chiesi di questo ragazzo, lui venne, confermò di essersi trovato nel bar per caso, che non c’entrava niente con gli altri tre, era il figlio di una persona importante. A un certo punto, quasi incredulo, mi chiese chi mi avesse mandato in quel preciso momento. E mi rivelò che la guardia era andato a chiamarlo proprio mentre si stava suicidando. Mi disse di andare su in cella a controllare, che avrei trovato i lacci già legati all’inferriata”. Di queste storie incredibili la vita di don Luigi è piena. Come quando assistette spiritualmente Giordano Dell’Amore, ottantenne ex rettore della Bocconi finito a San Vittore negli anni ruggenti di Tangentopoli, trovato in ginocchio nella cappella e poi assolto con formula piena. O quando, dopo il segno di pace scambiato alla fine di una messa, un boss incriminato per un omicidio provò fulmineamente vergogna della propria vita: e si decise a confessarne trentacinque di omicidi, e i giudici non gli credettero e gli avvocati ne risero perché ormai si era fatto la fama dell’imputato strafottente e inaffidabile. O come quando i brigatisti lo avvertirono che tre carceri erano imbottite di dinamite pronte a saltare e a Roma non volevano credergli. O quando nel 1982, sempre i brigatisti, decisero di lasciare le armi presso l’arcivescovado di Milano. Erano gli anni del cardinale Martini, che per don Luigi stravedeva. L’opinione pubblica nazionale rimase impressionata per quel ritrovamento; per quel gesto di resa, certo, a valori superiori. Che però erano quelli della Chiesa, non quelli dello Stato.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Strage dei trans: cercare in alto </title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1366</link>
            <description>Continua la strage dei trans a Roma. Un altro “suicidio”. E in più anche la celebre Natalie che per un pelo non è stata uccisa in quella che doveva apparire come l’aggressione di un cliente. Questa sta diventando in assoluto una delle più sordide storie della Repubblica, e ce ne vuole. Il “povero” Marrazzo (si fa per dire…)non c’entra più, lo abbiamo capito tutti. Qui c’è molto di peggio, c’è la putrefazione di certi settori istituzionali. L’uso e l’abuso sessuale dei soggetti marginali (ieri: ufficiali della Finanza denunciati per avere fatto scrivere il falso a un loro sottoposto sugli stupri di gruppo commessi ai danni di prostitute di colore). La commistione con la droga e il ricatto. La sensazione di uomini in divisa di essere liberi da ogni vincolo di legge. Soprattutto di essere impuniti. Le testimonianze giudiziarie che vengono trasmesse come niente agli imputati. La disponibilità a uccidere, a sopprimere i testimoni scomodi, da perfetti mafiosi. Sbaglierò, ma quel po’ di esperienza che ho accumulato mi porta a dire due cose. La prima è che o l’Arma si spiccia, ma per davvero, a punire (e con pubblico rilievo) i responsabili del capitolo trans-droga-Marrazzo o finirà risucchiata in uno dei più grandi scandali della sua (gloriosa) storia. E si accrediterà la voce che non si possa intervenire dall’alto perché c’è qualcuno sotto ricatto. La seconda è che un personaggio (o più di uno)  molto, ma molto in alto coinvolto in questa storia c’è di sicuro. Lo stato di marginalità delle vittime fa sentire forti gli assassini. Ma è un’illusione. Io se fossi al posto degli investigatori cercherei tra qualche papavero in prima fila nella difesa della famiglia, tra qualche crociato della pubblica moralità. Non capitò forse a Milano qualche anno fa che quel consigliere comunale di destra che tirava filippiche contro i trans venne trovato all’alba seminudo in un’auto con un viado? Disse che lo voleva redimere… La vicenda comunque è sconvolgente.Sconvolgente è anche lo stato in cui versa la stampa fedele a mister B. Un amico (o amica) giornalista mi ha rivelato come si stia diffondendo l’abitudine di fare scrivere pezzi di inchiesta su qualcuno o qualcosa per non pubblicarli. Per rivenderli invece ad altri o tenerli nel cassetto, in un gioco infinito di ricatti di palazzo. E come le notizie scomode raccolte con il lavoro del giornalista vero vengano prontamente fatte conoscere agli interessati per tenerli al guinzaglio (tipo la telefonata di B. a Marrazzo, per tornare al caso precedente). E’ basso, bassissimo impero. Perché il conflitto di interessi, amici, esiste per davvero. E accidenti a chi, per supposto tornaconto personale, non ha voluto risolverlo quando si poteva. Ora produrrà tutti i suoi effetti devastanti. Minchiazza…Infine, note personali. E’ scoppiato il caldo, dopo quella caterva di freddo e pioggia che ci ha inseguito per mesi. C’è già quasi bisogno dell’aria condizionata. Riflessione sconvolgente: non ci sono più le mezze stagioni. E per oggi è tutto. Domattina andrò a parlare di Costituzione a Mortara ai bambini delle elementari. Queste sì che sono imprese…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Fumetti e Accademie: quando sono soddisfazioni</title>
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            <description>Bene, ogni tanto arrivano anche le soddisfazioni. La prima l’ho avuto stamattina a Roma, alla sede della Federazione nazionale della Stampa. Ho partecipato alla presentazione di un bel fumetto su Pippo Fava. L’hanno sceneggiato e illustrato Luigi Politano e Luca Ferrara, due giovani di talento legati a daSud, un’associazione che non conoscevo e che unisce chi, partito dal sud per lavoro, non intende comunque abbandonarlo nelle mani delle cosche. Editore Round Robin. Hanno già realizzato un fumetto su don Giuseppe Diana e ne hanno allo studio uno su Giancarlo Siani. A me lo stile del racconto disegnato è proprio piaciuto: molto fedele e al tempo stesso stupendamente ricco di suggestioni. Naturalmente è stata un’occasione per la classica rimpatriata: Elena e Claudio Fava, Miki Gambino, Sebastiano Gulisano, in rappresentanza di una redazione che fu la speranza di un pezzo d’Italia. Nella pagine finali si trova la riproduzione delle indimenticabili frasi dette da Fava nell’ultima intervista a Enzo Biagi. Ero anch’io in studio, dicembre ’83 a Lugano. Ascoltai Fava, affascinato quanto le redattrici che pendevano dalle sue labbra; non l’avevo mai incontrato di persona. Quando ci lasciammo a Milano mi batté una mano sulla spalla e mi disse: “non saprai mai chi ha fatto uccidere tuo padre”. Restai di sasso, ma capii che me l’aveva detto per consolarmi. Non immaginava -credo- che sarebbe stato ucciso dopo qualche giorno. Al tavolo, stamattina, c’era anche Alberto Spampinato, fratello di Giovanni, altro giornalista ucciso in Sicilia. Alberto guida “Ossigeno”, del quale pure non avevo mai sentito parlare (visto che ad andare in giro si impara?). “Ossigeno” è un osservatorio della Federazione della Stampa sui giornalisti minacciati. Solo quest’anno se ne contano cinquanta casi, con una spaventosa concentrazione in Calabria. Per noi sono praticamente quasi tutti dei perfetti sconosciuti e la cosa mi pare ingiusta; mi inquieta, anzi.Seconda soddisfazione. Finalmente l’Accademia di Brera ha acconsentito a trasferirsi in buona parte alla caserma dismessa di via Mascheroni, elegante zona del centro di Milano. Dico “finalmente” perché l’idea era stata mia quando ero sottosegretario e mi ero trovato davanti a un piano pazzesco di trasferimento dell’Accademia in zona Bovisa. Qualche blogghista affezionato lo ricorderà: il ministero avrebbe dovuto pagare un affitto colossale prima ancora che gli edifici venissero costruiti. Avrebbe dovuto pagare due milioni all’anno un prato incolto. Sul “Corriere” venivo attaccato come quello che bloccava il progetto della Grande Brera e in realtà stavo solo fermando un immenso spreco di denaro. Con l’aiuto di Arturo Parisi ministro alla Difesa scelsi la più bella delle caserme dismesse. Per non andarci, a Brera si inventarono ogni palla possibile: anche che in caserma c’era l’uranio impoverito. Ora la vicenda si è chiusa. Danno il merito alla Gelmini. A me basta che i miei amici ricordino che ho fatto risparmiare allo Stato una somma equivalente a quella necessaria a costruire diciassette (!!) scuole elementari di medie dimensioni. Il che ci dà pure qualche informazione su come vengano spesi i pubblici denari, sul perché si allarghi il debito pubblico e su come nascano e prosperino le cricche. E su chi paghi i “sacrifici” in questo paese. Ma la pianto qui. Vittoria grande fu, quasi come quella di Italia-Germania (a proposito, ho già accettato il secondo e ultimo invito: il 17 alle 18 allo spazio Oberdan, dove per un mese ci sarà una mostra sulla partita del secolo…). Auguri a Patrizia la Monella. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Stampa libera: vedi alla voce Calabria</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1364</link>
            <description>dall'Ansa di oggi, giusto per saperloI sedici personaggi della galleria tracciata da Roberta Mani e Roberto Rossi nel libro 'Avamposto nella Calabria dei giornalisti infami' (Gli Specchi Marsilio, pp215, euro 17,50), non sono temerari che sfidano la morte, ma persone miti, appassionate del loro lavoro. Giornalisti testardi - spesso precari -  che si ostinano a scrivere cio' che vedonocon i loro occhi. Gli autori sono anch'essi giornalisti, lei e' milanese, lui siciliano. Insieme ai personaggi, descrivono  noti insediamenti della 'ndrangheta con lo  stupore e la curiosita'narrativa di chi non vive immerso nel contesto sociale di omerta', di illegalita', di criminalita' diffusa, e percio' non da' nulla per scontato. Il primo personaggio e' Michele Albanese. Ha 48 anni, è un giornalista del Quotidiano della Calabria. Vive a Polistena (Reggio calabria) e racconta fatti e misfatti della piana diGioia Tauro. A gennaio è stato minacciato di morte per avere rivelato implicazioni delle 'ndrine nei gravi incidenti di Rosarno. Ha riferito particolari che i grandi inviati, gli specialisti del mordi-e-fuggi, non possono cogliere. In quelle sfumature a volte c'e' la la notizia, c'e' la chiave per capire veramente fatti e retroscena. Ed e' naturale che  queste notizie non piacciano a chi ha le mani in pasta, a chi si muove nella zona grigia in cui 'ndrangheta, politica e imprese si stringono la mano e fanno affari. ''Dite ad Albanese di smetterla di scrivere di Rosarno'', hanno scritto in una lettera anonima con tanto di croce mortuaria sul suo nome inviata al suo giornale.Antonio Sisca, corrispondente della ''Gazzetta del Sud'' da Filadelfia (Vibo Valentia), invece, e' stato minacciato perche' si ostina a raccontare le storie di lupara bianca del Vibonese -Lametino, dove si contano 43 desaparecidos. ''La 'ndrangheta non vuole che se ne parli'', spiega. Lo sa, ma non desiste.Angela Corica, 25 anni, scrive per 'Calabria Ora' da Cinquefrondi (Reggio Calabria). Ha avuto il torto di scrivereche al suo paese la raccolta differenziata era una finzioneamministrativa che serviva a pagare qualche ditta e ad avere qualche sovvenzione, in realta' i rifiuti venivano dati alle fiamme nel luogo di raccolta. L'hanno 'avvisata' con 5 cinque colpi sparati contro la sua macchina.Le altre storie sono simili: riguardano giornalisti di varietestate, di vario orientamento politico. Si chiamano Michele Inserra, Giuseppe Baldessarro, Filippo Cutrupi, Antonino Monteleone, Francesco Mobilio, Alessandro Bozzo, Fabio Pistoia, Agostino Pantano, Agostino D'Urso, Leonardo Rizzo, Giuseppe Baglivo, Antonio Anastasi, Lino Fresca. Ad accomunarli e' la sindrome della trasgressione di una regola non scritta, ma nota a tutti: che certe cose i giornalisti devono fingere di nonsaperle.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Pazzie di governo, pazzie di opposizione. E la partita del secolo</title>
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            <description>Brevi riflessioni all’una e passa di notte. Bella la manifestazione per la Costituzione oggi a Milano. Ho sventolato la bandiera di Libera per un paio d’ore accanto a Lorenzo. Peccato che Cisl e Uil non abbiano voluto partecipare. Peccato che i timori delle etichette, dei recinti, delle appartenenze, finiscano per contare sempre più dei valori. Non so che errori di forma e di diplomazia abbia fatto (se ne ha fatti) la Cgil nell’organizzare questo 2 giugno milanese. Ma chi ha un po’ di mestiere sa sempre come rimediare. Evidentemente non si è voluto. Vuol dire che non si è capito che la situazione è grave per davvero. Un paese che in piena crisi economica e occupazionale, praticamente sull’orlo del baratro dopo migliaia di panzane sulla nostra ottima salute, impiega le sue energie a discutere delle intercettazioni telefoniche, è un paese guidato da pazzi, su questo non ci piove.Preoccupazione nei toni del prefetto Lombardi a Milano alla tradizionale cerimonia in prefettura. Al suono dell’inno nazionale ho sentito dietro di me più persone che cantavano di essere pronte alla morte perché “l’Italia chiamò”. Ecco, sarebbe bello se questo ardimento venisse messo al servizio quotidiano delle terre lombarde per combattere i poteri che possono infliggere la morte per davvero, ossia quelli criminali. Non saprei dirvi come mi è venuta questa pensata, però mi è venuta. I fegatosi o coraggiosi solo a parole o negli inni mi hanno un po’ stancato. Se sono pronti alla morte difendano un pochino di più la loro patria dai nemici interni.Sempre in prefettura grande incontro con il mitico Dottor Lucchese, poi questore, ma a lungo dirigente dei servizi di ordine pubblico a Milano ai tempi del movimento studentesco. Secondo me ha più nostalgia lui di me di quei tempi, o quanto meno siamo pari. E a proposito di tempi, arriva il 17 giugno il quarantennale di Italia-Germania 4-3. Il mio narcisismo è stato ripagato dalla bella citazione di Francesco Merlo -oggi su Repubblica- del mio “La partita del secolo” (edizione Rizzoli), oggi “Quattroatre” (edizione Melampo). Mi stanno invitando ovunque anche per questo, il libro tornerà diritto in vetrina, sezione campionati del mondo, ma temo che riuscirò a dire uno o due sì al massimo. Anzi, uno l’ho già detto alla tre giorni che organizzano a Pavia (18 giugno).In tema di impegni a rotazione, l’altro giorno a Padova sono rimasto dolorosamente di stucco nel sentire leggere l’ultima lettera di Paolo Borsellino, la celebre lettera mandata all’alba del 19 luglio 1992, appunto, a una professoressa di Padova. Avevo sempre pensato che fosse una lettera normale, affettuosa, come capita a me di mandarne ogni tanto. Invece, per chi non lo sapesse, in quella lettera Borsellino si difendeva cortesemente dall’accusa di non farsi trovare, di non essere disponibile. Con corollario di una lunga risposta a qualche domanda telematica sulle caratteristiche della mafia. Mi sono chiesto se non ci sia un po’ di pazzia (pari a quella dei governanti, per intenderci) nel tampinare arcignamente un magistrato che rischia la vita e che è zeppo di lavoro pur di averlo nella propria scuola. Mi sono chiesto se fosse giusto che Borsellino dovesse dedicare la sua ultima alba a rispondere, difendendosi, a questa professoressa anziché a prendersi un bel caffè o a fumarsi una di quelle sigarette che gli piacevano tanto. Il limite, amici. Ci manca il senso del limite. (P.S. Sono contento che in tanti mi chiedano dei liceali del tour antimafia. Se lo meritano…) </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Geniali diciottenni milanesi (ovvero: che vi siete persi!)/2  </title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1361</link>
            <description>N.B.  INIZIARE LA LETTURA DAL POST PRECEDENTEPoi altra sosta a cerchio davanti a corso Lodi 59, luogo di incontro di imprenditori mafiosi, ‘ndranghetisti e camorristi, beni confiscati un anno fa proprio lì. Martina tira fuori dei bavagli, fatti pure loro a mano, per dire che quando comandano i boss non si può parlare; segue immancabile accenno alla legge. Tra occhiali di cartone e bavagli alla bocca ormai è difficile non notare il minuscolo corteo. Giulio del Leonardo pedalando in bici è il più visibile. E’ la zona dei recenti arresti proclamati con baldanza dal Cavaliere, forse all’oscuro che l’operazione aveva riportato sotto i riflettori anche i familiari (le figlie) di Vittorio Mangano. Chilometri sotto il sole fino al parco Alessandrini e Paola dell’Hajech e Martina srotolano dei cartelloni sulla mafia con la mappa dei clan a Milano. Li spiega Jacopo mentre gruppetti di immigrati si accalcano a sentire. E a tanti milanesi che passano sembra strana, un po’ balorda, una manifestazione così, sulla mafia nella loro città.Chiusura davanti all’Ortomercato, da decenni indicato come luogo delle cosche: droga, armi e discoteca lì davanti. Ora si distribuisce a tutti una molletta per il naso, per dire che la mafia puzza. Lungo elenco dei misfatti su cui indaga la magistratura, le famiglie calabresi ma non solo. Passa lenta un’auto rossa con due giovani e robusti ceffi: “viva la mafia” urlano dai finestrini. Già, perché la mafia c’è davvero e non ha paura di manifestarsi. Ci volevano dei diciottenni per darle fastidio in casa in una domenica di sole. Svitati e geniali. O forse solo geniali. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Geniali diciottenni milanesi (ovvero: che vi siete persi!)/1</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1360</link>
            <description>Pazza idea per una domenica diversa, sul Fatto Quotidiano di oggi (purtroppo non sono riuscito a fare pubblicare le foto, cercherò di rimediare sul Blog)Un’idea così poteva venire solo a dei diciottenni svitati e geniali. Un mafia tour per Milano, in una domenica pomeriggio di sole, nel grande ponte del 2 giugno, senza avvertire i giornali. Per divertirsi e denunciare in pubblico. In venti, con quattro biciclette e qualche macchina fotografica o telecamera al seguito. Ogni tanto interrompendo il cammino, mettendosi a cerchio ad ascoltare uno o una di loro che prende il ruolo del cantastorie e spiega ad alta voce in che luogo ci si trova. Sono i ragazzi che stanno crescendo nel nuovo clima milanese, i più attivi su questo fronte liceale. Perché le associazioni giovanili che fanno politica a queste cose non ci pensano mai, la mafia la mettono in fondo ai loro pistolotti, a mo’ di riempitivo, dice Jacopo (mail “compagnojacopo”) del Manzoni, uno dei più agguerriti, con tanto di libri e dossier nello zaino. Si parte da piazza Diaz, cuore di Milano, dove sta l’hotel Plaza, oggetto della prima grande inchiesta sui colletti bianchi, l’operazione San Valentino del 1983. Prende la parola Costanza del Berchet e snocciola i nomi delle discoteche del centro dove si spaccia, si vede che loro lo sanno, l’osservatore adulto non le ha mai nemmeno sentite nominare. Due ragazze (le ragazze sono la maggioranza) distribuiscono degli occhiali di cartone fatti a mano da loro, come a dire “se non avete ancora visto la mafia mettetevi questi”. Poi tutti in cammino con quegli occhiali surreali e la gente che inizia a voltarsi, a cercare di capire. Si va verso via Chiaravalle e via Albricci, via Larga, la Statale. I luoghi di Joe Adonis ma soprattutto quelli in cui aveva i suoi uffici il finanziere Rapisarda, sodale di Dell’Utri. In quel fazzoletto di città, per incontrare il finanziere, giungevano gli uomini della Cupola, mica gli emissari, a portare i soldi da investire a Milano. Si procede mentre le ragazze, battendo le mani, cantano a squarciagola i “Cento passi”, la bella canzone dei Modena City Ramblers, ormai simbolo della più giovane generazione antimafiosa. Il percorso lo ha studiato Martina, una studentessa del “Virgilio” dalla borsa coloratissima. Si arriva a Porta Romana. Da qui inizia la zona sud-est di Milano, una delle più frequentate da Cosa Nostra e dalla ‘ndrangheta. Intorno a un semaforo spunta la prima performance di Margherita, Ottavia e Matilde, gruppo teatrale del Berchet. Recita di un brano del Padrino, quello sui mafiosi che poi non sono tanto diversi da ministri e senatori. Poi si riprende verso piazzale Lodi. Qui vicino, in via Ripamonti, se ne stava Liggio indisturbato latitante. Più si cammina e più questa pazza idea domenicale appare fantastica. Milano, in effetti, non si è mai visitata così. La si potrebbe rigirare come un calzino, la sua mappa. Ora il gruppo teatrale recita il celebre brano di Peppino Impastato sotto la casa di don Tano Badalamenti. Quando Margherita inizia a urlare con tutto il fiato “mio padre è un leccaculo” i passanti si fermano allibiti. Quando grida “ammettiamolo una volta per tutte, diciamolo che noi siciliani la mafia la vogliamo”, i più giovani capiscono e si fermano, qualche coppia anziana pensa forse che si tratti di uno spettacolo leghista. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Tutti alla marcia di domani a Milano! E una nota su Saviano</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1358</link>
            <description>Ehi, voi perdigiorno, voi posapiano. Voi che gigioneggiate con le ideologie, voi che aspirate le parole voluttuosamente, voi, se abitate a Milano, trovatevi tutti in piazza Diaz domani pomeriggio alle quattro. Da lì partirà la prima marcia contro la mafia a Milano che Milano abbia mai conosciuto nella sua storia, che pure di fatti e personaggi di mafia è inzuppata. L’hanno organizzata gli studenti del Laps (credo stia per Laboratorio di partecipazione studentesca) della Statale. Ci sono dentro molti studenti di storia, alcuni dei quali sono stati allievi del mio libero corso a Scienze Politiche. Mi sembra un’idea grandiosa. Che sposa, in versione minore, l’idea della marcia sui comuni di ‘ndrangheta che avevo lanciato nell’incontro di martedì sera con don Ciotti. Fossimo pure in cinquanta, sarà comunque una prima volta. Si passerà per tutti i luoghi che ricordano la presenza mafiosa a Milano (e sono curioso di vedere quali hanno scelto, i benemeriti) per chiudere davanti all’Ortomercato. Che vi dicevo, d’altronde? A Milano c’è fermento, anche se i giornali non lo vedono, e gli antimafiosi pullulano.Sono stati giorni intensi per il vostro globetrotter. Mi sono fatto tre università in tre giorni: Roma-sociologia, Padova-giurisprudenza, Bologna-giurisprudenza. Più due scuole: una media nell’estrema periferia romana, dove ho visto un bel dvd realizzato dai ragazzi su Rita Atria; e un liceo artistico, il Caravaggio, in via Padova a Milano. Qui si è discusso del ruolo dell’arte nella lotta alla mafia. Tesi mia: siamo ancora al di sotto. Abbiamo i Cento passi e la bella canzone dei Modena City Ramblers, ci manca ancora un Padrino. E non sappiamo ancora dipingere o mettere in spot né l’ipocrisia né la vigliaccheria, il rosso-sangue non basta a dare l’idea, quello in genere arriva alla fine. Con me era Patrizia Moschella, mia allieva ottima quasi vent’anni fa (devo a un suo regalo, un testo di Brecht, passi interi del Giudice ragazzino) e ora professoressa alla Nuova accademia di belle arti, che ha presentato i lavori di un gruppo di suoi allievi. E Ilaria, una ragazza di Libera, collaboratrice di Patrizia, di bravura strepitosa. A Padova ho ritrovato Peppino Ayala. Sempre alto e dinoccolato e spiritoso. Brivido quando gli studenti ci hanno salutato in chiusura con una standing ovation. Due note infine su Saviano. Possiamo pensare che i meccanismi mediatici lo abbiano fatto schizzare troppo più in alto di altri giornalisti che hanno raccontato e rischiato pure loro. Ma di una cosa sono certo: l’odierno attacco contro di lui dei giornali e telegiornali di B. me ne ricorda altri. Contro persone che non ci sono più. Il mito va distrutto perché la voce dell’antimafia non appaia né nobile né al di sopra delle parti. Hai osato schierarti contro le intercettazioni, usare il tuo nome contro il capo del governo? Il tuo nome verrà infangato, scrittore da nulla. Questo sta accadendo. E guai a non capirlo…Altro che goderne..</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>I Servizi alla mafia (pubblicato su &amp;quot;Europa&amp;quot; di oggi)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1357</link>
            <description>Come spesso accade in questo paese, la verità appare improvvisamente afferrabile quindici, vent’anni dopo. Squarci, lampi di verità. E la speranza di farcela, che stavolta non sia “come le altre”. C’è da giurarci, però, che anche stavolta faranno di tutto perché quei lampi restino tali. I timori di nuovi scoppi criminali volti a intimidire o ricattare o inquinare, sono per questo tutt’altro che campati per aria. Ma non c’è da affettare alcuno stupore o alcuna offesa incredulità davanti agli scenari che si profilano. La presenza dei servizi segreti e delle zone d’ombra del potere nelle vicende di mafia è un fatto storico acclarato. E da anni chi non è né vuole essere cieco è costretto a confrontarsi con scampoli inquietanti di verità. Nelle quali l’odore dei servizi, ma non solo il loro, si riconosce da lontano. La cassaforte svuotata, la notte del delitto, nella casa del prefetto dalla Chiesa, chiusa anche  ai parenti. Il tritolo dell’Addaura e quel rinvio di Falcone alle “menti raffinatissime”, come a indicare una regia esterna a Cosa Nostra. L’assassinio dell’agente Agostino e i suoi misteri. La vicenda di via D’Amelio e il terribile groviglio di piste e di interessi che le è lievitato intorno con gli anni. Le inchieste di Caltanissetta e di Firenze che lambiscono poteri economici di primissimo livello, da Gardini a Berlusconi. Il celebre “papello” di Riina e l’altrettanto celebre trattativa, condotta mentre frana la prima Repubblica. La mediazione di Vito Ciancimino con le testimonianze del figlio Massimo, che scoperchiano le relazioni tra suo padre (agli arresti domiciliari) e Bernardo Provenzano o quel “signor Franco”, uomo delle istituzioni, finalmente individuato in foto accanto a personaggi di governo. Tutto questo abbiamo davanti, e questa matassa dobbiamo sbrogliare con precisione e senza pregiudizi, perché questa è materia sulla quale non si può sbagliare, né per eccesso né per difetto. Ma, appunto, bisogna dotarsi di una bussola capace di offrire punti di riferimento certi. Il primo è che la mafia è, in Italia, parte costitutiva del sistema di potere. Sgradevole all’olfatto, da non portare ai matrimoni (anche se qualcuno ce la porta), ma sempre presente. Il secondo è che la mafia non prende ordini da nessuno. La mafia fa e chiede favori. Agisce cioè da interlocutore dei differenti soggetti, illegali e legali, che compongono il circuito del potere. Sta in una zona di libero scambio che il nostro ordinamento non dovrebbe tollerare ma tollera. Perché, e questo è il terzo punto fermo, il sistema istituzionale e politico italiano prevede organicamente al proprio interno un alto tasso di illegalità, assolutamente anomalo nel contesto occidentale. Se questi tre punti fermi sono veri, allora non c’è da rincorrere un’ “entità”, un soggetto unico, magari una cupola strutturata, per capire che cosa è accaduto. Bisogna pazientemente e intelligentemente comporre gli scambi possibili e il gioco degli interlocutori possibili. Vagliare chi e perché avrebbe potuto desiderare o decidere una cosa; chi e perché avrebbe potuto avvantaggiarsi -e fino a che punto-, almeno nelle intenzioni, di una particolare scelta criminale. Senza farsi prendere dalla fantascienza ma sapendo che a volte la mafia, e il rapporto mafia-Stato, è fantascienza. E sapendo che lo scambio col diavolo è nella nostra democrazia un metodo. Non monopolio di questo o quell’altro politico, ma una costante che si trasmette nelle generazioni. Una cosa abbiamo dunque il dovere di fare. Di aspettare gli esiti del lavoro della magistratura, certo. Ma di non aspettare la conclusione dei processi di terzo grado, se verranno, per sforzarci di dare agli italiani la ricostruzione più attendibile (non “più gradevole”) di quanto è accaduto. Le stragi le ha fatte la mafia. Ma le hanno volute e coperte anche altri: interlocutori stretti, protagonisti della zona di libero scambio. A quei nomi stiamo arrivando. Quei nomi cercheranno di salvarsi, in tutti i modi.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Ieri sera con don Ciotti. E una direttrice gentile (stasera inizia a Genova...)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1356</link>
            <description>Sono in viaggio verso Roma su uno di quei treni che ci arrivano assai modernamente in tre ore e che assai poco modernamente ballano e ti fanno ballare la tastiera tutto il tempo. Mete: una scuola che ha lavorato sulle figure dell’antimafia; e la Sapienza, per una lezione su mafia e società civile. Sono ancora svuotato dalla serata, mai così intensa, di dieci ore fa allo spazio Melampo, conversazione con un delicatissimo don Ciotti. Le ho dette davvero, come sentivo che sarebbe accaduto, le cose nuove. Ma non riguardavano certo, amico alfa10, queste vicende politiche. Riguardavano me e la mia vita, che metto al di sopra di Brunetta e di Tremonti e perfino del Pd. Riguardavano anche i miei sogni di cambiamento, come una grande marcia di giovani sulle roccaforti della ‘ndrangheta in Lombardia. Come quella che nell’82 o ’83 fecero i ragazzi napoletani su Ottaviano capitale di Cutolo. O quella che a metà anni ottanta fecero gli studenti di Palermo su Ciaculli, il regno di Michele Greco detto il papa. Mi domando se abbia senso partire dal nord per andare a Palermo a ricordare Falcone o per recarsi nelle cooperative sorte sui beni confiscati se poi non si sa sfidare la mafia in casa propria, o addirittura non la si sa vedere. Don Ciotti, senza atteggiarsi a grande giornalista, mi ha fatto un’intervista indimenticabile. Alla fine contano sempre due cose: testa e cuore. Un giornalista, probabilmente, mi avrebbe detto “stasera però andiamo sull’attualità”…Era strapieno (pullulante…) di persone, molte conosciute molte no. Brava la biondina che non si è commossa nell’introduzione, meno bravo io che ci sono cascato quasi alla fine.Atmosfera gentile. Ed è importante perché ogni tanto ho l’impressione che ci siamo conciati al punto che anche la gentilezza appaia brutta, insospettisca. Qualche giorno fa un padre ha ripreso per strada un bimbetto che aveva simpatizzato con me, intento a fargli sorrisi e saluti un po’ infantili (vado pazzo per i bambini, qualcuno lo sa bene…). Avrà temuto l’insidia del pedofilo, che so, fatto sta che ci sono rimasto di sasso. E l’altro ieri, proprio mentre salivo al centro Dolci, vedendo una giovane signora che si dirigeva verso l’ascensore le ho aperto dall’interno la porta: “prego signora”. Lei, con un sussulto: “no grazie, preferisco aspettare”. Lì per lì non ho capito. Con me c’erano la biondina e una sua amica ma lei non le poteva vedere. Già, gli stupri in ascensore. Ha avuto paura della gentilezza. A furia di seminar paure e di dire che questa è una società violenta, la renderemo ancor più invivibile. Per fortuna arrivano i segnali contrari. Ieri sera, dicevo. Ma anche il tassista democratico che mi prende a bordo con un “oh che bello!”, che mi chiede se possiamo darci del tu e che arrivato a destinazione mi dice “se non ti offendi la corsa la offro io, dai non fare storie, l’ho offerta anche a Gherardo Colombo”. Oppure quel ragazzo che ieri mattina sul pullman da Palermo a Punta Raisi all’altezza del monumento alle vittime di Capaci ha mandato un bacio solitario e silenzioso, chissà se era un poliziotto.Certo gentile (ma proprio gentile gentile) è la direttrice del Conservatorio Paganini di Genova. Il Comune ha scelto di non finanziare più la bellissima rassegna musicale “Antichi cortili e giovani talenti” che avevo ideato con lei e portato già alla seconda edizione. Lei non ha voluto farla morire. Se l’è fatta in proprio, bella di nuovo, con i migliori giovani dei conservatori d’Italia, con qualche aiuto della Provincia, con lo stesso titolo (perché è assurdo che una città se ne privi) e ci ha pure messo nella promozione “da un’idea di Nando dalla Chiesa”. E chi l’avrebbe fatto? Chi non se ne sarebbe appropriato? La rassegna inizia stasera. Concerti magici di arpe al pomeriggio e pure stasera a Palazzo Doria Spinola. Vedetevi il bellissimo programma su www.conservatoriopaganini.org. Io ci andrò sabato. Ma Patrizia Conti, musicista e militante civile, la ringrazio qui sin da ora.   </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il carciofo che sconfigge il boss</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1355</link>
            <description>il Fatto Quotidiano23 maggio 2010Quando te lo vedi arrivare con la giacca di pelle nera e la camicia viola sembra un John Belushi di buon umore. Quando ci parli e gratti un po’ sui suoi studi, viene fuori il filosofo. Tesi di laurea sulla modernità liquida, una passione per Sartre e per Gramsci e, manuale di liceo alla mano,  una smaccata preferenza per Platone e il Kant della ragion pratica. Anche se il suo gioiello, il trionfo del suo ingegno, è il violetto brindisino: un carciofo, un particolarissimo carciofo con tanto di Igp, ossia di Indicazione geografica tipica. Il filosofo contadino con sembianze d’attore si chiama Alessandro Leo, ha trentatre anni e fa il presidente della Cooperativa Terre di Puglia- Libera Terra. Nativo di Francavilla Fontana, figlio di un dipendente dell’Enel e di una casalinga, Alessandro ha fatto questa scelta di vita alcuni anni fa. E da due, per mille euro al mese, fa il presidente della cooperativa, sorta su terreni sparsi per la provincia di Brindisi: Torchiarolo, San Pietro Vernotico e Mesagne, che fino a pochi anni fa era una specie di Corleone della Sacra Corona Unita. Poi i clan, almeno qui, hanno preso un po’ di batoste e la situazione è migliorata. “Lo so, tutti sorridono quando parlo come un innamorato del violetto brindisino. Ma davvero è stata una conquista. Già è considerato ottimo per tutte le lavorazioni industriali, va bene a spicchi e va bene anche per i capolini. In più noi ne abbiamo prodotto la prima versione biologica con l’aiuto del Consorzio di difesa agrario. Ci hanno dato le piantine risanate e da lì son venuti i cardetti”. Sembra di sentir parlare un agronomo e in effetti Alessandro lo è diventato. Anche se batte in lui il cuore del militante: “E poi, lo sai?, il carciofo funziona benissimo per fare le lezioni di antimafia ai ragazzi che vengono da noi in gita d’istruzione. Basta mostrarglielo. Eccolo qui il carciofo, gli dico, tutto chiuso in se stesso, con le foglie che ti pungono appena lo tocchi. Sembra una macchina da guerra. Compatto, pronto a colpire chi si avvicina. Il contrario dell’apertura, di una vita generosa, dell’incontro. D’altronde mi dicono gli amici siciliani che la foglia di carciofo nel loro dialetto si chiama proprio ‘cosca’. Giuro che il messaggio funziona. Poi naturalmente non produciamo solo questo. Abbiamo trentacinque ettari a vigneto, venti a oliveto e ventidue a seminativo, con tanto di grano e pomodori”.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Dolci, Falcone. E stasera don Ciotti che intervista me medesimo</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1354</link>
            <description>Nuvole rosate in cielo, leggero profumo di zagara, stelle a manetta. Ebbene sì, sono a Palermo. Oggi pomeriggio ho incontrato Amico Dolci, uno dei figli del grande Danilo. Amico fa il flautista, insegna al conservatorio di Trapani ed è presidente del Centro di sviluppo creativo intitolato al padre. Svolge con i suoi collaboratori una attività intensissima, anche sul piano internazionale. Offre progetti “maieutici” nello stile del padre alle scuole. Sta aprendo una nuova bellissima sede in centro, a prezzi inimmaginabili a Milano o Roma. Perciò le Ong non sfondano in quelle città, mi ha detto Vito, suo braccio destro. Vero, non ci avevo mai pensato, così come non avevo mai pensato che i talenti migliori qui si possano accontentare di 1200-1400 euro al mese e a Milano no. Vito ha avuto subito un merito ai miei occhi. Di avere salvato il tavolo delle riunioni di Pio La Torre. Non è bello, è brutto come tutto il mobilio dei partiti poveri, ma era il tavolo di La Torre, accidenti. Eppure, ormai in disparte, serviva per ammonticchiarci sopra le cianfrusaglie, lo usavano come supporto il falegname e non so chi altro. Lui se l’è preso e l’ha portato al centro Dolci, dove ci fanno (con orgoglio) le riunioni. Pezzi di vita pubblica e privata, insomma, mentre parlavamo dell’ultima creazione di Melampo: “Il potere e l’acqua”, di Danilo Dolci, appunto; testimonianza di Vincenzo Consolo e prefazione di me medesimo. Materiale di conferenze e seminari tenuti a Genova nei primi anni novanta e custoditi da due anziani coniugi che ospitarono l’autore. Un ottimo strumento culturale per la battaglia per l’acqua come bene pubblico.Ieri invece è stata la volta di Marsala. In un teatro strapieno (1500 persone) si è chiuso il festival del giornalismo d’inchiesta. Serata presentata da Serena Dandini e da me medesimo, di nuovo. Il vostro globetrotter dell’antimafia, benché pallido e più volte vicino allo svenimento per malore prolungato (ma ora sto benissimo), ha retto eroicamente alla prova. C’era da ricordare Falcone e non ci si poteva tirare indietro. Serata molto bella, secondo me. Attori, musicisti, scrittori, familiari di vittime, anche senza parlare sempre direttamente del giudice hanno costruito il clima adatto a ricordarlo senza retorica. Un po’ di memoria diretta l’ho offerta io. Memoria dei meriti infiniti, memoria degli altrettanto infiniti torti ricevuti, compresi quelli -ahimé- provenienti dal movimento antimafia, dai quali (perché non ammetterlo?) mi amareggio ogni volta di non averlo saputo difendere con la giusta energia. Bravo il sindaco di Marsala, tessera Pdl, che finanzia questo festival e ci crede. Bravo anche per la battaglia che sta conducendo per la raccolta differenziata dei rifiuti, con un bel po’ di cittadini che gliela osteggiano, chiedendogli senza vergognarsi “ma io cosa ci guadagno?”.Invito (ribadito) infine per stasera alle 21 allo Spazio Melampo. Chiude il grande ciclo organizzato dalla Biondina con Paoletta sui figli che scrivono dei padri. Il sottoscritto sarà intervistato da don Ciotti. E potrebbe (potrebbe…) dire qualcosa di nuovo. Vi aspettiamo!  </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Campioni, Campioni, Campioni!</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1353</link>
            <description>Ci scommetto. Vi sarete chiesti perché ancora nulla. Perché domenica 23 maggio nulla sia apparso su questi schermi del fantastico trionfo nerazzurro, Milito uno e Milito due, sapienza di Cambiasso e cuore di Zanetti. Semplice: tutto ieri sono stato male che a stento mi tenevo in piedi. E non per bagordi e festeggiamenti. Quelli sono stati contenuti assai. A Spezia non avevo amici con cui farli. E poi il globetrotter dell’antimafia doveva alzarsi alle cinque e mezzo per andare a Marsala. In ogni caso che goduria dopo 45 anni! Ha qualcosa di incredibile rivivere una stessa gioia dopo mezzo secolo. Da ragazzino prima e da signore maturo poi. Spezia era invasa dagli interisti, mai avrei detto che anche in altre città si potesse festeggiare il nero profondo della notte e l’azzurro del Tirreno. Ho visto quelle scene paradisiache da Madrid insieme a due magistrati. Ci siamo infilati in una stanza fornita di maxivideo nella splendida villa di Lerici in cui il comune di Spezia aveva invitato gli ospiti di “Parole di giustizia” (trasferimento in pullman, che mi ha fatto perdere i primi venti minuti…). Non sarò stato molto di compagnia ma alla fine avevo un sorriso contagioso. Piangerò Mourinho, invece. Per arrivare a quei traguardi ci vuole una tempra eccezionale, poche storie. I grandi giocatori li hanno avuti tutti gli allenatori prima di lui. E comunque non vorrei piangere pure il Principe. Milito ha un pregio unico: se ha la palla davanti alla porta non sbaglia. Ho visto Vieri e anche Ibrahimovic (e Toni in nazionale…) sbagliare gol pazzeschi a porta vuota. Che Moratti non lo ceda ad alcun prezzo. Così resti scritto a futura memoria. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il bavaglio (scritto per 'veritàegiustizia', news di liberainformazione)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1352</link>
            <description>Le parole. Alla fine i regimi si confrontano -e si scontrano- con le parole. Perciò il primo segno della loro incipiente formazione è la costruzione di nuovi dizionari, volti a rovesciare il senso della realtà. Perciò tendono a rimodellare il linguaggio, e anche a impoverirlo, a massificarlo. Ossia a togliergli forza descrittiva. E per questo passano a un certo punto alla soppressione diretta della parola, per alzare il grado di omertà e di mutismo sociale. Quello che sta accadendo con l’informazione, con l’editoria, ma anche con la giustizia, va collocato esattamente in questo quadro. Che può apparire di cronaca e invece ha un marchio d’epoca, rivelando il più generale e ciclico conflitto che si consuma intorno alla qualità democratica della vita pubblica. Oggi il potere vuole fare scomparire le sue, di parole. Vuole che esse non vengano captate e fissate e conosciute nemmeno per esigenze di giustizia. Vuole potersi garantire la massima distanza tra i valori su cui costruisce la sua micidiale propaganda e i valori che pratica effettivamente. Non desidera che il popolo conosca il linguaggio della “cricca”. Perciò ha deciso di tirare fuori le unghie per proteggerle, le sue parole, di farne per legge degli assoluti e impenetrabili arcana imperii, producendo norme e poi norme e poi vincoli e ancora vincoli per impedire le intercettazioni telefoniche. E contemporaneamente ha deciso di privare la stampa e l’opinione pubblica della possibilità di parlare di quelle intercettazioni che ancora si potranno fare. Perfino la galera è prevista per chi dovesse riferire contenuti di atti giudiziari; e sanzioni monetarie da intimidire qualsiasi editore piccolo o medio, e anche grande. Parallelamente, e dal livello più alto, è partita la delegittimazione di chi, senza violare alcuna norma, scriva o parli di mafia o di camorra, accusato di operare contro la patria e la nazione. Insomma, il Potere-regime, che di estetica si intende, sa di essere brutto, inguardabile. E rifiuta di farsi riprendere in qualsiasi modo perché sa, questo sa per certo, che “riuscirebbe male” in fotografia come in filmato. Può darsi che questa vicenda finisca lasciando meno morti (metaforici) sul campo di quanti oggi ne possiamo immaginare. Può darsi che la rivolta (tiepida, in verità) della stampa riesca a ottenere che lo scempio della parola sia meno tracotante. Ma viene lo stesso da pensare che a questo non si sarebbe arrivati se più schiene diritte e meno cerchiobottisti fossero state chiamate a vergare editoriali e commenti per chi oggi lancia l’allarme ai suoi lettori. Resta da pensare, pure, che qualche licenza in meno sulle vite private sarebbe stata utile a rendere più chiaro il senso della battaglia odierna. E che sarebbe bene se la stampa riservasse la stessa preoccupazione che ha per le sue sorti anche ai destini della giustizia. Poiché anche la giustizia, alla fine, si nutre di parole.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Notte di brezze marine. Cose belle e latitanti speciali</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1351</link>
            <description>Notte di brezza meravigliosa a Brindisi, tra i muri di cinta del grande Nando Benigno, amico trentennale, compagno di infinite avventure e ora di nuovo insieme nella scuola di formazione politica “Antonino Caponnetto”. Non sentivo da mesi quest’aria di mare che ti dona il piacere sublime della notte, che rende la camicia una continuazione morbida del vento. Mesi che non vedevo le stelle in cielo. O ha fatto sempre brutto tempo o nulla mi ha spinto, come la vecchia amicizia silenziosa, a spingere lo sguardo verso l’alto. Sarei rimasto fuori un’ora intera. Nando riposa adesso il sonno del giusto nella sua casa-villa con piscina che non gli ha ristrutturato Anemone e nessuno gli ha regalato. Solo decenni di lavoro alla sua trattoria Jaccato sul porto, al cui desco stasera si sono seduti, per citare alcuni personaggi noti a questo Blog, anche l’Indiano di Bari e Beatrice Luzzi, qui giunta a recitare per le scuole “Poliziotta per amore”. Sono i momenti in cui fare il globetrotter dell’antimafia è veramente bello. Meno bello è vedere che a uno spettacolo che rende onore alla polizia, e proprio alla vigilia della festa della Polizia, non viene l’ombra d’un questore, fosse almeno per l’orgoglio di prendersi gli applausi dei cittadini alla sua divisa. Tempi grami, amici cari. Non credo che c’entri la sentenza della Diaz (era ora…), o che c’entrino i passi del libro e dello spettacolo che raccontano di quel macello. C’entra altro. Autocensura purissima, e conseguente (e poco civile) mortificazione di decine di insegnanti che vorrebbero testimoniarti la loro vicinanza. Fosse arrivato Cosentino, i notabili di Stato si sarebbero fatti trovare a frotte. Meno male che a salvare l’onore delle divise (di tutte le altre…) c’era il colonnello della Guardia di Finanza e non per caso. Perché qui le cosiddette Fiamme gialle stanno facendo davvero sul serio, a detta di tutti.Insomma, ci sono i latitanti ma ci sono anche i pullulanti. Bell’incontro, per esempio, l’altro ieri a Genova alla libreria San Benedetto di don Gallo. Sala dedicata a Peppino Impastato in presenza del fratello Giovanni. Con tanti ragazzi e perfino bambini seduti per terra, con i loro pantaloncini a quadretti. Zitti, attenti e sembrava pure che capissero tutto. Bene sta andando anche la settimana contro le mafie (ah, questo plurale così antiscientifico…) di Milano. Oggi (ossia ieri) lettura di brani in pubblico a Palazzo di Giustizia e un po’ di dispetto dei protagonisti per le distrazioni della stampa davanti a spettacoli così affollati e intensi. Non preoccupatevi, amici, mettete tutto in rete, il resto conta sempre meno. Mentre ho l’obbligo di annunciare per le 14 l’agorà di Largo Cairoli e la cerimonia di domenica all’albero Falcone, in via Benedetto Marcello, ore 17. Intanto io torno a Milano, vedo la figliola che nel cuor mi sta e me ne vado a Spezia alla tre giorni dei magistrati. Quando dal Comune di Spezia mi han detto che alla sera c’è una cena per gli ospiti del convegno mi è venuto dal cuore un magnifico “Ma siete matti?”. Ohimé, chissà dove e con chi mi vedrò la mia Inter…P.S. Cercasi in tutta Italia volontari disposti a lavorare un po’ per la Scuola di formazione politica “Antonino Caponnetto”. Per saperne di più andate sul suo sito. Astenersi i perdigiorno…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Lo scudetto e la vandea anti-Caselli</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1350</link>
            <description>Lo so che siete meravigliati di non avere ancora visto alcun fescennino su questo schermo, dopo la magnifica e sofferta vittoria del secondo tìtulo. Volete che ve lo dica? Grande Inter, grande Mou, anche se se ne va. Di più, faccio autocritica: avevo invocato che a Siena non giocasse Materazzi, certo com’ero che con lui in squadra qualche pappina sarebbe comunque arrivata, e invece no. Zero gol presi. E sabato a Madrid rientrerà Lucio bello fresco. A proposito: sapete dove vedrò la finale di Champions? Me tapino: solo solingo in un hotel di La Spezia, dove andrò a parlare dei giudici ragazzini in letteratura a una tre giorni promossa da magistrati. Finirò giusto mezz’ora prima del fischio d’inizio della partita, dopodiché neanch’io mi starei a sentire, parola d’onore. E parola d’onore che non sono riuscito a gioire dello scudetto (ecco la ragione del silenzio…) per via dello spettacolo di cui sono stato testimone domenica, poche ore dopo la fine della partita, al Salone del libro di Torino. Uno spettacolo squallido, da fare indignare (e infatti sono senza voce) ma soprattutto da lasciare l’amaro in bocca. Sono infatti arrivati alla presentazione del libro-intervista del Gracco a Caselli e Scalfaro venti-trenta autonomi o anarchici. Obiettivo: contestare Caselli. Sua colpa: avere incriminato un gruppo di loro che un anno fa circa al G8 dell’università a Torino aveva aggredito la polizia, con tanto di asce al seguito. Tutto ripreso dalle telecamere. Che deve fare, secondo voi, un procuratore? Loro vorrebbero che non applicasse la legge. E se la applica è un bastardo. Come vedete, il signor B. è in buona compagnia. Purtroppo questo paese è conciato così perché c’è un sacco di gente che pensa che la legge non sia uguale per tutti. Di essere al di sopra delle leggi. E che il colpevole -il bastardo o il comunista, dipende- sia il giudice e non chi viola la legge. Che pena, vi assicuro. Non era l’Onda, perché io di ragazzi dell’Onda ne conosco tanti, e Caselli è un loro idolo. Questi cercano di impossessarsi di un nome e di un’immagine fresca e viva, ma sono solo dei residuati bellici. Sentire gridare “vergogna vergogna” o “buffone buffone” all’indirizzo di un uomo che ho sempre visto rischiare per la democrazia, che ho visto andare volontario a Palermo dopo le stragi, che ho visto costretto a muoversi in elicottero quando a Cosa Nostra arrivavano i bazooka, fa un po’ schifo. “Vergogna” urlato da chi, poi? E per cosa? Per la rivoluzione? “Rivoluzionaridistaminchia”, dicevano due ragazzi dietro di me; e avevano ragione. Giovanotti che invece di contestare, che so, Emanuele Filiberto (l’ha fatto una coraggiosissima standista da sola…), si organizzano per insultare il giudice più odiato dal Potere, sembrano più comparielli di Dell’Utri o di Andreotti, per non dire peggio. Il bello è che non si sono neanche accorti che, se non ci fosse stata la polizia, centinaia di persone sarebbero uscite di corsa dalla sala caricandoli, perché di questo si è parlato sottovoce mentre Caselli, calmissimo, esponeva le sue tesi. Questi, come già all’epoca i loro tragici nonni, pensano che tra sé e il bersaglio prescelto non ci sia nulla, ci sia il vuoto; e invece c’è una società intera. Penso con malinconia che magari in quella ventina di vocianti ci potrebbe essere qualche studente di valore. E sono certo che molti di loro tra vent’anni si vergogneranno (loro sì!) di quello che hanno fatto. Ma non mi basta.Vedete, il loro processo si terrà tra pochi giorni. Ma ve l’immaginate se i gruppi di imputati e loro amici (camorristi, banditi, papponi, ultras, corrotti…) prendessero in questo paese l’abitudine di andare a minacciare in coro il giudice prima del processo? Vandea, vandea purissima…Bisogna combatterla. Partendo dall’alto; ma dando una bella occhiata in basso. P.S. Comunque con Mou siamo a due…P.P.S. Giovedì in via padre Luigi Monti appuntamento a sostegno di Sos Racket Usura, nella settimana contro le mafie di Milano. Sempre giovedì, e sempre per la settimana, alle 17.15 Donne e antimafia all’Università Statale.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Belle facce e begli appuntamenti</title>
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            <description>Che belle facce che hanno gli scout! L’altro ieri sera, rientrando in casa a mezzanotte, ho aperto la porta di casa dicendo d’istinto questa frase alla Biondina. Ero reduce dall’ incontro con un loro gruppo in una parrocchia vicino a piazzale Loreto. Pensate un po’: hanno scelto come tema di quest’anno l’impegno contro la mafia in Lombardia. Gli ho fatto una velocissima lezione su mezzo secolo di organizzazioni mafiose a Milano, poi mi hanno subissato di domande. Ma a colpirmi non è stata tanto l’attenzione, gli sguardi muti, le penne che andavano sui quaderni degli appunti. E’ stato il clima, quell’atmosfera di pulizia morale, di rispetto, di disponibilità all’incontro, di voglia d’impegno (andranno anche in Sicilia). Che non è fatto solo di buone famiglie alle spalle, né di religione cattolica vissuta senza isterie. Mi sono chiesto se ci sia in realtà qualcosa di inafferrabile, di impalpabile che porta certi ragazzi a ritrovarsi lì insieme. Mica per niente a un altro incontro fatto con altri scout lunedì sera (San Marco) ci ho ritrovato come capi due dei miei studenti migliori dello scorso anno (oltre che un mio compagno delle elementari! che non fa lo scout, beninteso, ma il padre di una scout). Facce più mescolate ieri al Salone del Libro di Torino, che ormai sembra un bazar. Microfoni dappertutto, e tra gli stand urla e toni da vendita all’asta, da trasmissioni trash, e musica e applausi ritmati, forse sarebbe bene che un’autorità centrale regolasse le attività svolte in proprio dalle case editrici e dalle singole regioni. Sta di fatto che oggi pomeriggio alle 19 allo spazio Woodstock si terrà nientepopodimenoché la presentazione del grande libro “Di sana e robusta Costituzione” di Scalfaro e Caselli a cura del Gracco maggiore. Il quale presenterà il tutto con il sommo Procuratore torinese. Secondo voi io ci sarò? E in che fila sarò? E ci sarà la Biondina? E la minore dei Gracchi si prenderà una pausa dal film di Checco Zalone? E avrò una macchina fotografica, secondo le migliori tradizioni da me tanto aborrite (per gli altri)? E, se ci saremo, gli manderemo baci da lontano? Ah, saperlo. Intanto, per chi legge ed è o andrà a Torino, appuntamento lì. Per Milano, invece, appuntamento a domani sera: inizia la settimana antimafia promossa da tante organizzazioni cittadine. Tutti alla Fabbrica del Vapore in via Procaccini alle 21. Con Mario Portanova e Frediano Manzi il sottoscritto si produrrà in una portentosa filippica antimafia, affinché gli antimafiosi pullulino sempre di più. Buona domenica, e per scaramanzia non dico a che penso (oltre al Gracco, si intende…).P.S. Oh, ma lo vedete che alla fine Bertolaso si dimette per davvero? Io, fossi in B. (ma non ci sono), lo costringerei a dare le dimissioni in giacca e cravatta. Un sussulto di dignità all’ultimo minuto, che diamine… Poi si faccia pure sconocchiare in saecula saeculorum. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>I Gracchi, Scalfaro e Zalone. Giornate belle e pullulanti </title>
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            <description>Be’, forse adesso avrete capito (o incominciato a capire) che cosa volevo dire qualche post fa, quando alludevo alle imminenti prodezze dei Gracchi…Ma come, non avete visto Repubblica, le sue pagine culturali? Mannaggia, non avete visto l’estratto del libro “Di sana e robusta Costituzione” pubblicato a firma di Carlo Alberto dalla Chiesa? Ma sì, il Gracco maggiore ha curato un’intervista a Scalfaro e Caselli sulla Costituzione. Esce per l’Add, nuova casa editrice di cui è comproprietario Michele Dalai, che ho visto in cestino all’Elba nel ’73 (forse ho perfino foto). E sarà presentato al Salone del libro di Torino domenica pomeriggio, mica sverze… Io naturalmente sarò in prima fila, con la biondina e macchina fotografica occultata. Ma anche la minore dei Gracchi non scherza. Lei è a Roma, dove è andata per ricominciare la sua collaborazione da grandiosa assistente alla regia con Checco Zalone. E anche lì, in autunno, papà e biondina si piazzeranno al cinema davanti allo schermo per vedervi scorrere alla fine il nome dell’amata figlia.Bei giorni, cari blogghisti. Ieri sera al Majorana di Cesano Maderno (liceo scientifico) incontro affollatissimo su “imparare la legalità”. Si vedono a queste serate anche amministratori del centro-destra, e questa è cosa buona, vuol dire che si hanno cose da dire. Ieri il tutto l’ha organizzato un mio studente con un suo ex professore del liceo. Vedi quanto pesa la stima per i prof… E a proposito di prof: sono belle giornate perché, una volta di più, trovo preparati i miei studenti agli esami a Scienze Politiche. A certe risposte li bacerei sulla fronte. A mo’ di premio, sto regalando ai miei magnifici frequentanti “Poliziotta per amore” (dice: bella forza, Melampo è tua…malignità respinta, non prendo gratis dagli scaffali…). Bei giorni perché oggi è venuto come ospite a Scienze Politiche Salvatore Borsellino e c’è stato un pienone, carico di emozioni e di voglia di sapere. Quando si dice che gli antimafiosi pullulano… Sono bei giorni, ancora, perché lo Spazio Melampo si è riempito alla faccia della pioggia per ascoltare Andrea Casalegno nel ciclo “Figli che scrivono dei padri”.E poi -pure questo è bello- non mi abbandona la speranza di vedere Bertolaso costretto a dare le dimissioni. O almeno essere costretto a girare in giacca e cravatta, piantala di essere pure ridicolo. Me lo diceva mio nonno materno: la forma indica la sostanza (ossia: dalla tuta alle consulenze per cognato e moglie e parrucchieri). Forse non è sempre vero. Ci sono jeans che sono il senso dello Stato. Ma la tuta di Bertolaso dà ragione a mio nonno. Che teneva la divisa in ordine anche durante la ritirata di Russia.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Governare in tuta. Ovvero tra parrucchieri e massaggiatrici</title>
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            <description>Stasera, a un quarto d’ora dalla mezzanotte (il che vuol dire che quando “posterò” sarò già nella nuova settimana), mi divertirò a piazzare (qualcuno direbbe “posizionare”) qualche spigolatura, e non più di questo perché devo ancora vedere le sintesi delle partite e leggermi tre pezzi di tesi di laurea. Oggi è stata la giornata delle vittime del terrorismo. Credo di averla già onorata nel post precedente. Chi non l’ha onorata è la stampa italiana. La quale ieri ha confuso la data della cerimonia al Quirinale (che per molte ragioni non poteva essere di domenica) con la data ufficiale. Mi domando che senso abbia fissare una giornata della memoria se poi la gente la sbaglia. Se non ha memoria della data della memoria. Non è una grande soddisfazione, ammettiamolo. E sì che il 9 maggio non è difficile da ricordare. E’ la data dell’assassinio di Aldo Moro, l’hanno scelta per quello…Altro argomento. Oggi ho letto che la direzione dei lavori di restauro degli Uffizi è stata affidata dalla solita cricca dei grandi eventi a un tale Micciché, parrucchiere e fratello di un dirigente di un’impresa controllata dalla mafia agrigentina. Ma ci sarà qualcuno dell’opposizione che al prossimo dibattito sull’azione del governo contro la mafia, ricorderà questo scandalo inaudito, scandalo doppio addirittura, per il mestiere di parrucchiere e per il contesto di provenienza? E come mai questo signore si trovava già a dirigere lavori pubblici alla Maddalena accanto al cognato di Bertolaso? Altro che cattura dei latitanti. Si svuota da una parte, si riempie dall’altra. E con la legge sulle intercettazioni il saldo alla fine sarà negativo (per noi).E ancora. Mi pare di capire che i soldi non ci sono mai per la cultura, l’istruzione, la giustizia, la sicurezza, per le mille manutenzioni (piccole, chirurgiche) che danno decoro a un paese, ma ci sono sempre -e a strafottere- per arricchire questa massa di sanguisughe. Venticinquemila euro alla moglie di Bertolaso direttamente da Anemone. Per una consulenza. Ma ‘sto Bertolaso chi l’ha inventato? Io intanto, così, per non sbagliare, lo obbligherei a mettere giacca e cravatta. Ma si è mai visto un sottosegretario governare in tuta? Ma in quale paese del mondo? Vestirsi con decoro, perdinci. Così sarà pure un po’ più scomodo andare a farsi i massaggi…L’Inter, infine. Miiiii, ci mancava pure il Chievo in rimonta…Caro Mou, ora chiudi la bocca e guai a te se metti Materazzi a Siena. Se no non faccio più educazione civile a San Siro (ma sì, ci vado giovedì per l’Inter, con prelibate scolaresche…non mi faccio mancare niente..).</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>La memoria e il terrorismo. Gli occhi dei giovani</title>
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            <description>Scritto per la  Repubblica  di GenovaDue mattinate di formazione sulla storia del terrorismo a Genova. Dense di immagini, racconti ed emozioni. E un pubblico che sembra una spugna innocente: gli studenti di architettura e dell’accademia Ligustica a cui è riservato il bando del Comune per il monumento alle vittime del terrorismo. Il caso ha fatto sì che questa esperienza unica in Italia si realizzasse nella settimana più simbolica. Quella della visita di Napolitano per i 150 anni dell’unità d’Italia. I quali non sono vuota retorica, ha ammonito il presidente. Trovando riscontro nel racconto degli anni di piombo andato in onda lunedì 3 e giovedì 6 nell’aula Benvenuto di Architettura. Già, perché l’Italia nasce a Quarto, ma poi si fa e acquista forza e senso morale  attraverso alcune grandi stagioni (belle o tragiche) della storia. Tra cui quella del terrorismo. Che cosa sa parlarci di Italia unita più degli uomini venuti dal sud per morire qui al nord in difesa di istituzioni comuni, della medesima Repubblica? Anche a Genova successe. Cognomi meridionali (sardi, campani, ecc.) nella storia sanguinosa degli anni settanta. Purtroppo dimenticati nei fatti, come altri cognomi settentrionali. Lapidi sbiadite, scritte inneggianti agli assassini qualche metro sotto o accanto, una certa rimozione di tutto ciò che accadde prima e dopo Guido Rossa, forse perché solo della reazione all’assassinio dell’operaio sindacalista la città può o sa o vuole essere orgogliosa. Genova città “dalla memoria pudica”, hanno detto Stefano Caselli e Davide Valentini, autori del documentario coprodotto dal Comune e da Rai 3, e che con il loro ampio  lavoro di scavo condotto per “La Storia siamo noi” di Giovanni Minoli hanno misurato la differenza delle memorie a Torino, Genova e Milano. Faticoso dire questo, faticoso accettarlo, nella città che per un po’ esorcizzò il fenomeno immaginando che l’inafferrabilità della colonna genovese delle Br fosse spiegabile con la sua inesistenza, con la teoria che gli assassini “vengono da fuori”. Faticoso accettarlo nella città dove dopo l’assassinio di Coco i magistrati in assemblea discussero sull’opportunità o meno di andare ai funerali del procuratore. Gli studenti che si candidano a offrire alla memoria della città i loro progetti hanno visto e ascoltato senza far domande. Sguardi concentrati, molti appunti. Attentissimi ai filmati, attentissimi alle testimonianze rese senza corazze davanti a loro. A Sabina Rossa che spiegava il bisogno di verità, la necessità di vedere un segno, di trovare quel “riconoscimento” che è condizione necessaria perché non vi sia più il “risentimento”. A Massimo Coco, che spiegava come questa pubblica scelta di ricordare gli permetta finalmente di potere sentire Genova come la “sua” città. Di potervisi pacificare. Cacciare l’oblio, non smarrire il senso di un dramma che vide anche indifferenza e paura, e magari equidistanza quando cadevano gli uomini delle istituzioni. Questo occorre fare soprattutto se è vero che Genova è stata la città delle prime volte. Il primo vagito (la XXII Ottobre), il primo sequestro per piegare lo Stato e le sue leggi (Sossi), il primo omicidio premeditato, anzi, la prima strage (Coco), il primo operaio ucciso (Rossa), i primi effetti dirompenti delle confessioni di Patrizio Peci (via Fracchia). Oggi c’è una nuova “prima volta”. La prima volta che in Italia la memoria di quel passato viene affidata a chi non l’ha vissuto, a chi non porta nello zaino emozioni e pregiudizi. Che rielabora il tempo con occhi vergini per offrire a tutti, attraverso la sua sensibilità, la forza della memoria. E la sua bellezza che si fa arte.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Oh quante belle cose madama Doré (nuova serie)</title>
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            <description>Oh, stavolta ne ho di cose buone dal mondo! La prima le batte tutte: le dimissioni di Scajola. Che io ricordi è il primo ministro che sia stato costretto a dimettersi due volte a furor di popolo. Un vero record, direi del tutto meritato. Grande B. che ne elogia il senso dello Stato. Ma ancor più grande, sempre umoristicamente parlando, è Scajola stesso. Gli avevano regalato una casa a sua insaputa. Miii, ‘sti politici… Ho subito detto alla Biondina di verificare se in passato abbiamo avuto qualche attico regalato per stima e riconoscenza dal Benefattore Ignoto; di andare subito al catasto, non si sa mai che poi finiamo sui giornali per colpa di un babbo natale sconosciuto.La seconda bella notizia è che domani a Milano si ricorda finalmente Ezio Tarantelli, una giusta scintilla di memoria per un intellettuale-economista raffinato che criticò prima di tutti le rigidità del nostro mondo del lavoro, non per abbattere i diritti ma per allargarli. In compenso le Bierre abbatterono lui, venticinque anni fa il 27 marzo. Domani sera mercoledì (lo so, in coincidenza con Roma-Inter…) alle 21, al Salone Liberty del Circolo Filologico, via Clerici 10, lo commemorerà Armando Spataro. Ma soprattutto lo ricorderà il figlio Luca, che con l’aiuto di Monica Repetto gli ha dedicato una serie di filmati, una sofferta ricerca del padre da parte di chi allora era bambino. Ricordo quando nel dicembre del ’91 andammo davanti a Montecitorio in quattrocento familiari di vittime del terrorismo e della mafia e delle stragi. Con le foto dei nostri cari appese al collo, perché Plaza de Mayo non è di un altro mondo. A un certo punto mi voltai verso mia sorella Simona e vidi alle mie spalle Luca, allora tredicenne, fermo, immobile, muto, con la foto del padre tenuta nella mano sinistra alzata verso il cielo… Chi può ci vada.Io non potrò andarci perché impegnato a Genova, per qualcosa che ha sempre a che fare con la memoria e il terrorismo. Con il progetto di “Genova Città dei Diritti” abbiamo progettato (credo di averlo già scritto) un monumento alle vittime degli anni di piombo a Genova, dove ricordano Guido Rossa ma non gli uomini delle istituzioni. Per il monumento abbiamo fatto un bando. Riservato agli studenti di architettura e dell’accademia di belle arti (Ligustica). E’ la prima volta in Italia che la memoria viene affidata a chi non c’era. E per questo abbiamo organizzato due giornate di formazione. La prima, fatta ieri ad Architettura, è stata bellissima. Abbiamo proiettato “Anni spietati”, coprodotto dal Comune con Rai 3. Poi ho intervistato Sabina Rossa e Massimo Coco (figlio del procuratore generale ucciso nel 1976, primo omicidio premeditato delle Brigate rosse). Si sono spogliati di ogni corazza. E’ stata una mattinata di un’intensità indicibile e giovedì mattina ci sarà la seconda tornata.Altra bella notizia. Si presenta finalmente a Roma “Allonsanfan”, il bellissimo libro di Riccardo Orioles edito da Melampo. Tra gli altri, glielo presenteremo il grande Roberto Morrione e io in persona. Appuntamento alle 18 al Centro congressi “Gli Archi”, in largo S.Lucia Filippini 20, vicino al Colosseo. Non poltrite, non trovate alibi nella pioggia o nel traffico, nei capricci dei bambini o nel lavoro-oddio-come-sono-impegnato. Poche storie. Orioles è, in fede mia, uno dei più brillanti giornalisti italiani. In tivù non si vede, sulla grande stampa nemmeno, e vorreste perdere questa opportunità?Finito? Ma neanche per idea. Escono tra pochissimo per Melampo un libro di inediti di Danilo Dolci (“Il potere e l’acqua”), e un libro di memorie di Diego Novelli (“Ritratti”). E poi novità grandi dai Gracchi. Ma queste ve le racconto appena mi danno il permesso. Buon 5 maggio. Quando morì Napoleone e quando l’Inter perse all’Olimpico con la Lazio. Ma erano altri tempi… </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il globetrotter poltrisce, eppur si muove...</title>
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            <description>Qui lo dico e qui non lo nego. Oggi addì primo maggio festa dei lavoratori il vostro globetrotter dell’antimafia è rimasto a letto fino all’una e mezza. Mai successo in vita mia. Ma ci sono tre buone ragioni per tanta poltroneria. La prima è che sono sfinito dai viaggi e dagli impegni a catena di montaggio. La seconda è che ieri pomeriggio l’allergia mi ha letteralmente demolito, non so che diavolo ci fosse nell’aria milanese, chissà se è il vulcano islandese, fatto sta che sono andato a letto stordito e stamattina mi pareva di essere in convalescenza. La terza è che volevo finire di leggermi “Don Vito”, il libro-intervista di Francesco La Licata a Massimo e Giovanni Ciancimino, figli dell’ex sindaco di Palermo. Me lo sono segnato tutto a matita, una miniera di riflessioni. Così ho scoperto che la fine del soggiorno obbligato (sostituito dal “divieto di soggiorno”) fu stabilita da una legge ad personam confezionata per Vito Ciancimino, allora al confino in Molise. Fece (da confinato) una riunione con Lima e D’Acquisto, sottosegretario alla Giustizia, andreottiano palermitano, et voilà arrivò la legge. E poté andare a Roma, da dove faceva andata e ritorno con Palermo. Da leggere, per chi conosca la materia, perché dettagli e particolari, anche sulla famosa “trattativa” del ’92-’93, sono proprio tanti.Fin qui passato e presente. Presente e futuro sono invece gli incontri che ho fatto negli ultimi due giorni. L’altro ieri mattina al liceo scientifico Jacopo Da Ponte a Bassano del Grappa. Grande scuola, preside catanese già simpatizzante della Rete, grandi studenti e docenti (almeno quelli-quelle che ho visto o conosciuto). Ce l’avevano messa tutta per togliermi la voglia di andarci, una gaffe dopo l’altra. Per settimane. Ma siccome la mia dote sublime (ohibò…) è di indovinare talenti e pepite anche dietro ruvide apparenze, per una qualche scintilla di simpatia a distanza ci sono andato e ne sono stato ripagato con gli interessi. Accoglienza attentissima. Anche con una di quelle notizie che assai mi gratificano: la studentessa che decide di fare giurisprudenza al termine dell’incontro. Pullulano intanto gli antimafiosi nella mitica Padania. A Barzanò, provincia di Lecco, serata pigia-pigia sulla mafia in Lombardia. Mi pare, e davvero, che stiamo finalmente cambiando di fase: dalle cene di solidarietà con i ragazzi delle cooperative siciliane allo scontro diretto con i clan nella nostra regione, quella dove chi governa ha deciso da anni che la mafia “non esiste”. Vedo che le persone ascoltano ciò che nessuno gli ha mai detto e poi chiedono come fare a essere utili, provano il desiderio di organizzarsi. Molto bene. Ieri mattina, soprattutto, sono stato “intrigato” dal clima trovato a un seminario organizzato dalla Cisl degli edili proprio sulla ‘Ndrangheta in Lombardia. C’erano i direttivi di Milano, Varese e Legnano-Magenta (la Brianza che ne avrebbe avuto più bisogno si è rifiutata, perché ero del Pd!). Mi sbaglierò, ma mi è sembrato quasi di rivedere in altra forma la riunione dei sindacalisti in “Placido Rizzotto”. Pensate: combattere la ‘Ndrangheta nel settore delle costruzioni in Lombardia; come andare nella tana del leone. Mi sono dovuto ricredere su qualche luogo comune circa i funzionari sindacali che non smuovono il sedere. Ne ho conosciuti ieri che hanno rifiutato appartamenti gratis dai boss o che hanno litigato di brutto con capicantiere per accorgersi qualche giorno dopo, magari leggendo di qualche operazione di polizia, che si trattava di pluriomicidi. Forza amici, questa è roba che dipende anche e soprattutto da noi.Dipende da me, invece, segnalarvi il film che ho visto stasera in dvd con la biondina. “Hachiko” si chiama: la storia (vera) di un cane che per nove anni attende tutti i giorni davanti alla stazione il ritorno del padrone morto (Richard Gere). Per chi ama i cani, poesia purissima. Stavo incominciando a odiare il cinema per le boiate che butta fuori a getto continuo, mi ci sono riconciliato.  </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Grandezze catalane (e indecenze calabresi)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1339</link>
            <description>Grandi. Grandi. Grandissimi. Meravigliosi giocatori vestiti di nero, il colore della notte, e di azzurro, il colore del Tirreno. Gladiatori, li avrebbe definiti Nicolò Carosio, telecronista della mia infanzia. L’Inter ha eliminato il Barcellona campione del mondo, che sognava di far pentire i nerazzurri di avere scelto un giorno di diventare calciatori. Dieci contro undici, come l’Italia degli europei del 2000 contro l’Olanda. Un’espulsione ingenua, con l’occhio traditore della vittima a terra immortalato dalle tivù. Un gol in fuorigioco; ma vabbe’, quello ci stava pure, con gli errori dell’arbitro all’andata. Mi è sembrato di rivivere le partite degli anni sessanta. Quella difesa perfetta, con Lucio e Samuel semplicemente giganteschi, e Milito ed Eto’o a fare i terzini. Dite che è stata una brutta partita perché l’Inter ha giocato sempre in difesa? Può darsi. Ma io in “Capitano, mio Capitano” (dedicato ad Armando Picchi) ho elaborato la tesi più vera. La difesa è metafora della vita, la vita si gioca sempre in difesa anche quando vorresti andare in attacco. Fatemi venire uno che dichiari di averla giocata in attacco e io gli smonto il teorema in dieci minuti. Per questo le grandi partite difensive ci esaltano tanto, scavano nella nostra psiche, si inchiodano nel nostro cuore. Ci svuotano. Come sono svuotato io, con i muscoli contratti, sfinito, oh, è difficile giocare in trasferta. Svuotato ma felice, tanto che ho voluto comunicarvelo subito appena tornato a casa dopo il festazzo imbastito davanti allo schermo dall’amico avvocato (ebbene sì, lo confesso: ho chiuso il 94° liberando i gestazzi che mi ero tenuto durante la partita). Ora son qui a festeggiare con un magnifico lambrusco freddo e antologia di Vasco regalata dal Gracco maggiore. E la biondina incredula.Immagino il saggio: quoque tu? Calcio oppio dei popoli anche per te? Non temete. La gioia è pari alla rabbia per l’indecenza di quell’applauso al boss Tegano a Reggio Calabria. Andare ad applaudire il latitante appena catturato…Be’, qui la dico, sapendo di fare arrabbiare qualcuno. Sapete perché la ‘Ndrangheta si sta dimostrando una bestia più brutta di Cosa Nostra? Perché scene del genere, oggi -dico oggi- a Palermo o a Catania o a Trapani sarebbero impensabili. Lì al latitante in manette gli andrebbero a fare le pernacchie, come gliele hanno già fatte più volte. Il consenso, maledizione; il consenso. Che si può rompere se hai grandi città che ti tirano la volata con un’opinione pubblica vera. Ma che resta come una melma addosso se non hai la massa d’urto. Non bastano, insomma, i ragazzi di Locri. Speriamo che il trauma serva. E che anche queste righe forse ingenerose spingano qualcuno ad andare più a fondo. Farò la mia parte. Andrò in Calabria in giugno (giornata tirata via con i denti a un’agenda straripante) a dir cose scomode e schiette. Quando accadono quelle scene vuol dire che si è dormito più del consentito, dai vertici della politica agli asili nido.E per capire come altri non hanno dormito andate a leggervi “Don Vito”, il libro-intervista di Francesco La Licata a Massimo Ciancimino. Misurate la Palermo di ieri e quella di oggi, che pure è infeudata a Cuffaro o a Micciché o a Schifani. Misurate la distanza, nonostante tutto…E andate a vedere i nomi dei giudici complici: gli stessi, guarda un po’, che avevo schizzato d’istinto in “Delitto Imperfetto”. Senza nulla sapere. Ma solo per la mimica con cui avevano accolto il prefetto antimafia. Eh, la mimica…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Poliziotti. C'hanno ragione o no?</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1338</link>
            <description>COISP lettera apertaAi Presidenti delle Società di Calcio e, per conoscenza: al Presidente F.I.G.C., al Presidente Lega Calciatori, al Ministro dell'InternoPregiatissimi, anche questa stagione calcistica sta purtroppo riproponendo, nonostante le novità introdotte in materia, il problema della violenza sistematica ed organizzata dentro e fuori gli stadi. Il prezzo sociale di questa degenerazione non si limita più ai danneggiamenti, ai danni materiali, già di per sé inaccettabili, ma sta diventando un costo in vite umane: non si contano più i feriti tra le Forze di Polizia ed i cittadini. Tutto ciò accade intorno al mondo delle vostre società, dei vostri investimenti milionari in calciatori e marketing. Le responsabilità oggettive, quelle che conducono al vertice di ogni forma di organizzazione, dovrebbero da tempo aver fatto cambiare le leggi, smosso le vostre coscienze ma soprattutto i vostri investimenti.Dovete pagare per i nostri feriti, non solo, come crediamo fermamente a titolo risarcitorio, ma anche e soprattutto per aumentare il livello di sicurezza delle Forze di Polizia, dovete pagare per le auto, i mezzi di trasporto, per i gas lacrimogeni che vengono sparati nei piazzali degli stadi, dovete pagare per gli scudi, i caschi e le protezioni individuali.Soprattutto dovete agire perché dentro e fuori dagli stadi la sicurezza sia garantita da personale impiegato appositamente per quello scopo, ed i Poliziotti ed i Carabinieri possano tornare a fare il proprio mestiere, non i guardiani degli scalmanati che aspettano le vostre partite di calcio per trasformarsi in vigliacchi criminali.Il COISP rappresenta migliaia di poliziotti che da anni vengono impiegati nei servizi di ordine pubblico per questi “eventi sportivi”, riportando poi a casa, quando va tutto benissimo, insulti e sputi. Di sicuro al termine di ogni partita rimane la consapevolezza di aver perso il proprio tempo a fare un lavoro squalificante, assurdamente mal pagato ed a tutto vantaggio di un sistema che, invece, ne ignora bellamente i sacrifici. Rifiutiamo con forza l’idea che la violenza appaia “normale”, solamente perché ripetuta, sistematica, oltre a rimanere perlopiù impunita. Il COISP non vuole tollerare che questa realtà venga ignorata, nascosta nelle notizie brevi delle cronache giornalistiche. La violenza che vi circonda non può essere ulteriormente ignorata. Cosa avete intenzione di fare al riguardo?Il Segretario Generale del COISP Franco Maccari· COORDINAMENTO PER L’INDIPENDENZA SINDACALE DELLE FORZE DI POLIZIAProt. 427/10 S.N. Roma, 28 Aprile 2010 </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Sasso Marconi. Giornata di festa (con coda profana...)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1337</link>
            <description>Be’, non sono uscito in trionfo su questi schermi dopo il Barcellona, permettetemi di far festa ora. Pazzini, Pazzini, dolce nome sei tu…Lo so che l’Inter è pazza, ma così, due punti sopra, è senz’altro meglio di prima. O no? Ora mi dibatto tra la grande utopia (chi ha detto che non ci sono più le utopie?) del “triplete” e il fantasma-vade-retro del “zero tituli”. Onore alla Roma, comunque, e pure a Ranieri che è un signore e ha talento da vendere.Ieri 25 aprile, data a me carissima. L’ho celebrata in due comuni emiliani, provincia di Bologna tutti e due. San Pietro in Casale e Sasso Marconi. Se mi chiamano a tenere le celebrazioni vuol dire che non sono più un ragazzino, penso, e questo non mi infiamma. Però vuol dire anche che qualche considerazione me la riservano e ciò mi lusinga. Confesso pure che più vado avanti più la Resistenza me la sento vicina nel tempo, non solo nello spirito. Guardo le lapidi e non posso fare a meno di controllare la date di nascita. Quei ragazzi di diciassette, vent’anni, mi parlano più di quando ero studente. Ieri a San Pietro in Casale ho visto su una la foto di una ragazza bellissima, 25 anni. Si chiamava Fulgida. Ho pensato per un po’ di minuti a che cosa poteva avere fatto. Staffetta, armi, accoglienza? Vorrei conoscere quelle storie una per una. Sasso Marconi invece ha ricevuto proprio ieri la medaglia d’oro al valor civile dal presidente della Repubblica. E’ stata una manifestazione bellissima, con le staffette -bambini e anziani compresi- che venivano giù in piazza dalle colline. Ho ricordato che sulle stragi nazifasciste compiute in quei luoghi dell’Appennino, le stragi protette nel famoso “armadio della vergogna”, indagò per primo mio nonno, Romano dalla Chiesa. Lo scoprii da senatore, mentre facevo parte della commissione d’inchiesta su quell’armadio che custodiva fraudolentemente tutta la documentazione sulle stragi. Ho visto anziani partigiani in lacrime, giovani leggere le lettere (bellissime) dei condannati a morte. Altro che retorica…Drammi, tragedie, speranze che continuano. Con B.  che cerca di trasformare la Liberazione nella giornata della libertà, e magari del “popolo delle libertà”. E’ incredibile. Chiunque avrebbe schifo di una simile mancanza di rispetto per la storia. Lui no. Ci prova. Ma no pasaràn, parola d’onore.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Nola. La sfida collettiva e la libreria sgarrupata</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1336</link>
            <description>il Fatto Quotidiano25 aprile 2010Questa non è la storia di una persona. E nemmeno quella di un’associazione. E’ la storia di una sfida collettiva. Generosa, faticosissima. Che ha per teatro una città di trentatremila abitanti, terra natia del presidente della Repubblica ma anche di capicamorra che hanno marchiato a sangue la vita della Campania. Nola, un pezzo di storia in provincia di Napoli. Qui venne a morire Ottaviano Augusto (il Duce ne donò una statua alla cittadinanza), qui presero il via i moti risorgimentali del ’20-’21. Qui fondò il suo impero Carmine Alfieri, alla guida della “Nuova famiglia” per contestare vittoriosamente la supremazia criminale a Raffaele Cutolo. Nola, che oggi schiera le sue buone fanterie per riconquistare spazi alla legalità negli anni più difficili, quelli della crisi economica e dei fulmini contro la giustizia.Rosaria Barone è una signora che non ha nulla dell’imprenditrice. Modesta  e sempre sotto traccia, ha in centro una libreria della catena Guida. Alla cassa uno dei tre figli. Si visita tutto in due minuti. Chi arriva dalla grande città la direbbe una libreria sgarrupata. Niente pile di volumi di successo, niente classifiche dei titoli più venduti, nessuna frenesia estetica. Per una ragione semplice. Qui di libri non se ne vendono. Drammaticamente. Basta leggere le statistiche, basta leggersi Tullio De Mauro. La Campania e il sud della provincia. Ci sarebbe da dire punto e basta. Rosaria, che due anni fa ha preso questa libreria in passivo, il punto e basta invece non lo dice. E ha stretto una santa alleanza con un gruppo di insegnanti donne per promuovere la lettura, la cultura, e reggere lo scontro con la celebre tivù deficiente, i cui studi appaiono ogni giorno inondati da ragazzi del sud (anche se qui, un po’ campanilisticamente, dicono che sono soprattutto ragazzi siciliani). Come? La ricetta è quella di invitare sul posto persone conosciute, di chieder loro di presentare i propri libri a Nola e farle incontrare con gli studenti delle superiori. I quali si presentano “già imparati”, ovvero con lettura dei libri (e film e discussioni) alle spalle, aiutati dalle prof e da generosi sconti della libreria. Facile, si dirà. No, invece. E’ un’impresa titanica. Perché a Nola sono pochissime le persone famose che ci vogliono andare. “Mi creda, a volte viene lo sconforto. Telefonate su telefonate, segreterie, case editrici, richiami, ci mandi un fax, abbiamo perso la mail, settimane, mesi per poi sentirsi dire di no. O personaggi televisivi a cui paghiamo faticosamente il viaggio e l’ospitalità che all’ultimo momento ti dicono che l’incontro coi ragazzi no, magari mi fermo mezz’ora in libreria. Non te lo dice nessuno ma si capisce: mica sono gli studenti del famoso liceo di Roma o Milano…Eppure è qui il luogo del bisogno. Qui serve che i personaggi famosi ci aiutino a farli leggere, in definitiva promuoviamo i loro libri, ma loro ci rispondono che tanto i libri li vendono lo stesso”. Una mancanza di generosità che porta però a perdersi spettacoli entusiasmanti, le domande geniali che nascono in crogiuoli sociali inesplorabili.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>25 aprile. Ho applaudito Napolitano</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1335</link>
            <description>W il 25 aprile! E anche il mio ritorno su questi schermi (ragazzi, che cosa non si va in giro…). Sono stato oggi pomeriggio alla Scala a sentire Napolitano con la biondina e con tanti altri. Devo dire che l’ho applaudito in piedi più volte e con convinzione. Sì, proprio mentre alcuni miei amici davanti alla Scala ritmavano l’invito a non firmare più le leggi ad personam. Perché alcuni accenti sull’unità del Paese mi sono sembrati netti e importantissimi. E i riferimenti alla grandezza della Resistenza pure. Per tre volte la voce del Presidente si è rotta, diventando accenno di pianto. Tutte e tre le volte mentre parlava di Sandro Pertini. Non so se i tiggì ne abbiano riferito, non certo il tg1, che tenevo acceso per sentire qualcosa dell’Inter. Ascoltandolo, e cercando di indovinarne le sfumature psicologiche, mi sono formato la convinzione che Napolitano sia come stritolato dalla situazione. Che così riassumo: un governo che gli può scatenare contro i media (accadde anche con Pertini, ha ricordato; anche se in sedicesimo) e che tiene in ostaggio la più alta carica dello Stato mettendola di fronte all’alternativa pazzesca tra il cedimento e la delegittimazione.A proposito di Napolitano. Mercoledì e giovedì sono stato nella sua città natale, Nola. Che cosa vi abbia trovato, lo vedete qua accanto nell’articolo scritto per il Fatto. Voglio solo spezzare una lancia in favore di tutte le scuole di periferia e di provincia dove i grandi nomi preferiscono non andare. Non solo è un nostro dovere aiutarle, ma è anche un motivo di gratificazione impagabile andarci. Vi trascrivo qui di fila le domande che mi hanno fatto gli studenti di Nola. Molte non me le aveva mai fatte nessuno. Che cosa si prova a vedere i propri genitori in un film? Lei come ha superato tutti i trasferimenti fatti da ragazzo, non aveva bisogno di amicizia? (e se ha superato i problemi è stato grazie al nome che aveva?) In che cosa il suo cognome le ha giovato? E in che cosa l’ha danneggiato? Che cosa significano per lei i girasoli? Con quello che le è successo, lei crede nello Stato? Dopo tanti anni vissuti in caserma, vivere in una casa normale l’ha segnata? Quando e perché ha deciso di dedicarsi alla lotta alla mafia? Lei difende suo padre e i carabinieri, ma che cosa ne dice delle spese militari? Pensa che le responsabilità di Saviano vengano ingigantite dal presidente del consiglio? Che cosa pensa del processo di Ciancimino? Non è grave che le tivù condizionino le notizie sulla mafia? Il suo “Album di famiglia” è un tributo alla famiglia o una provocazione verso lo Stato? Non le viene l’amaro in bocca a vedere le foto sorridenti dei suoi genitori? Come è il suo carattere rispetto a quello di suo padre? Qual è l’insegnamento più grande di suo padre? Quand’era piccolo soffriva l’assenza di suo padre? Consiglierebbe a un giovane la carriera di suo padre? Suo padre…E’ finita che il sindaco ha promesso di intitolargli una via nel prossimo autunno…E ora piccole spigolature. Nel duello tra B. e Fini ho notato con infinito piacere che ha gracchiato anche un microfono del Pdl (evvai!!). Fossi stato al posto di La Russa, avrei aspettato qualche mese ad accettare un Suv in regalo da B (a proposito, ha davvero i capelli dipinti sulla testa!). Farlo proprio dopo avere mollato il proprio capo mi è parso inelegante. Quanto all’Inter, ha battuto il Barcellona in una partita che mi ha sfinito fisicamente davanti alla televisione (grazie Kusten!). Mettici poi Balotelli che non correva e mi sono dovuto stancare anche per lui. Per favore mandatelo all’estero, in Groenlandia, lui con il suo Raiola. A proposito: ma chi li inventa questi tipi da sbarco? </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Com'è bello salutarsi nel Pd</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1334</link>
            <description>Pubblicato su il Fatto Quotidiano di oggi“La parola a Pietro Ichino”. E’ un attimo. All’annuncio di Rosy Bindi la sala si svuota di un terzo. E tra chi resta seduto corre un chiacchiericcio molesto. Sabato scorso, direzione del Pd. Deve intervenire la presidente del partito perché il senatore-professore possa parlare in un’atmosfera rispettosa. Fino a qualche minuto prima la direzione ha ascoltato al completo e con compunta attenzione il discorso di Massimo D’Alema. Due metri opposti. Come non ripensare ai tanti uditori zeppi di imprenditori e di partite Iva nei quali, specie al nord, al nome di Pietro Ichino scatta la curiosità dovuta al prestigio dell’ospite? In fondo il distacco del partito dalla società civile non potrebbe essere illustrato meglio, e con più tagliente ironia. I dettagli, i dettagli. Il partito che ascolta distratto chi fa il pieno tra i ceti professionali e ascolta, invece, in simbiosi quasi carnale big che, a ragione o a torto, molti elettori indicano tra le ragioni della loro disaffezione. Si chiama autoreferenzialità. E probabilmente è arrivato il momento di non concederle più molto, se è vero che siamo davanti a una profonda crisi di credibilità della politica. Crisi che sabato scorso è stata la premessa del dibattito: il disamore, l’astensionismo, i milioni di voti che si mettono in frigorifero.  Solo che poi ci si è rituffati lestamente nel solito brodo: le riforme, i ceti moderati, il presidenzialismo. Eppure la premessa interrogava e interroga su altro. I comportamenti pubblici, la coerenza, il suono sincero della parola, il prestigio delle persone, la faccia del partito sempre più spesso affidata a persone senza storia. L’immagine di una non-opposizione. Il fantasma del mucchio indistinto che può tentare l’elettore se, via pizzino, si danno suggerimenti all’avversario per replicare meglio al proprio alleato in televisione, se gli amministratori vengono presi con le mani nella marmellata ecc. O la capacità di dialogo con i movimenti. Già, neanche la perdita del Piemonte sembra avere insegnato nulla. Sono tornate più volte le scomuniche per il popolo viola e per l’idea (non solo del popolo viola) che su certi temi non si possa negoziare. La giustizia civile, si dice. Ma davvero il tema dello scontro con Berlusconi è quello della lunghezza della giustizia civile? E da quando?Eugenio Scalfari ha notato, a proposito del famoso radicamento, che quel che manca al Pd è il sapere essere tutt’uno con un popolo guidato quotidianamente in battaglia, l’ essere comunità politica. E infatti. Di nuovo parla il dettaglio surreale. Nel gruppo dirigente democratico il saluto è rarissimo. O ci sono amicizie di lunghe radici, o il solo conoscersi e avere svolto o svolgere attività politica o parlamentare insieme non è sufficiente per salutarsi. Si salutano i potenti, quelli che ti hanno lottizzato e portato in direzione. E i potenti salutano solo i loro fedelissimi. Salutare il compagno o la compagna di idee è una fatica, un fastidio. Gruppi di indifferenti, imbozzolati nel loro spirito di conventicola, sostituiscono la comunità; quella di chi dovrebbe sentirsi solidalmente impegnato in una battaglia che vale i destini del paese. Un senatore di grande prestigio intellettuale (e per questo chiamato a parlare in tutta Italia) mi ha confidato un giorno che quel che lo ha più colpito della sua recente esperienza è che, dopo il primo benvenuto, nessuno o quasi dei compagni di partito, incontrandolo a Palazzo Madama, lo saluti. Il più elementare gesto civile messo al bando. Domanda: che rapporto umano ci sarà mai con i cittadini comuni, quelli che  Berlusconi saluta ovunque con larghissimi sorrisi? Per fortuna su questo scenario sono arrivate le parole conclusive di Bersani. Che hanno a che fare con la comunità possibile. Prima della linea politica, ha detto, abbiamo un problema: quello della stima dei cittadini. Chi non è stimato, chi dà scandalo in nome della ditta, non venderà mai la sua merce. Appunto. La stima verso chi sa stare nel suo popolo e guidarlo in battaglia. Ripartiamo da qui? </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Maria rompe l'incantesimo mafia</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1333</link>
            <description>il Fatto Quotidiano18 aprile 2010La ‘Ndrangheta a Corsico? Ormai ci si fanno le tesi di laurea. Ma per decenni è sembrata l’invenzione di menti allucinate. Ora Maria ha rotto l’incantesimo. E ha sconfitto nelle urne la lunga catena delle indifferenze, gioia e delizia dei clan calabresi. Qui come a Buccinasco, a Trezzano sul Naviglio come a Cesano Boscone. Insomma nell’hinterland sud di Milano. Sì, domenica scorsa i cittadini, a grande maggioranza (più del 57 per cento), hanno eletto a sindaco di Corsico una donna che la sua campagna elettorale l’ha fatta proprio contro la mafia e la ‘Ndrangheta. E’ in assoluto uno dei fatti più importanti degli ultimi ballottaggi, anche se lo offuscano i ribaltoni o gli esiti dei capoluoghi di provincia. E parla al paese ben oltre il colore dell’alleanza vincitrice.Maria di cognome fa Ferrucci. Cinquanta scarsi, portati con l’aria sbarazzina ma non troppo. Non è un outsider della politica. Ha fatto per cinque anni l’assessore alla cultura e alla pubblica istruzione. Insomma, viene da quel prezioso forziere di assessori comunali che fanno la fortuna del Pd, anche se spesso le “strategie” locali o nazionali del partito li ricambiano facendogli il vuoto di entusiasmo e partecipazione intorno. Iniziò a fare politica nelle scuole superiori. E con che spirito lo spiega il momento in cui prese la prima tessera di partito: quella del Pci nella tarda primavera dell’84, ossia subito dopo la morte di Enrico Berlinguer. Perché ha la passione della questione morale. E si rifiuta di pensare che faccia perdere voti. Così se a Mantova (e non solo) si sono offerte in saldo le giunte al centrodestra come generosi babbi natale; se Trezzano ha cambiato campo perché il Pd, grazie al suo ex sindaco, è finito in una storia di tangenti scucite dagli amici della ‘Ndrangheta; questa donna combattiva ha seguito il percorso opposto. Nelle elezioni regionali lombarde la criminalità organizzata sparisce quasi letteralmente dal dibattito? Nessuno ne parla anche se le inchieste deflagrate sui giornali o gli incendi di negozi e discoteche obbligherebbero a parlarne? Ecco, lei ha scelto di prendere per mano la sua alleanza e i cittadini e di fare della lotta alla criminalità un tema cardine della sua idea di governo. “E’ stata una scelta di tutti noi, in realtà”, si schermisce. “Il fatto è che abbiamo voluto dire ai cittadini che questa è la vera questione della sicurezza. Lo so anch’io che la gente è più infastidita dalla criminalità minore, perché la si vede di più. Ma quali sono i danni che le organizzazioni mafiose infliggono alla democrazia, alla vita civile, all’economia, alle istituzioni? Ho detto che bisogna tenere gli occhi ben aperti, che c’è un pericolo alle porte. La gente ci ha seguito, anche perché queste cose noi mica le abbiamo tirate fuori in campagna elettorale. Con l’assessorato alla Cultura e con la biblioteca comunale abbiamo promosso iniziative con le superiori, abbiamo anche fatto una settimana sulla legalità. Si è dedicato un giorno in piazza della Fontana dell’incontro a leggere integralmente Gomorra. Pieno di giovani. E poi abbiamo portato in scena Manager calibro 9, il libro di Piero Colaprico e Luca Fazzo, con le confessioni di Saverio Morabito, il grande pentito di ‘Ndrangheta lombardo. E una carovana per la legalità insieme ai comuni di Trezzano e Cesano Boscone. Insomma, abbiamo rilanciato una battaglia che ebbe dei punti alti con il sindaco Giorgio Perversi, scomparso una decina d’anni fa. Allora arrivò in risposta una catena di attentati, ma da parte nostra non ci fu una reazione adeguata, e negli anni ci si è un po’ distratti”. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Fini detto Gianfranco. Una partita che riguarda tutti</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1332</link>
            <description>sul Fatto Quotidiano di oggiMa davvero è solo una questione di conte, quanti deputati e quanti senatori? O di ambizioni frustrate di Gianfranco Fini? I numeri contano e conteranno, ci mancherebbe altro. E contano pure le ambizioni, che probabilmente portarono a suo tempo il presidente della Camera a convolare a nozze con il Cavaliere con leggerezza adolescenziale. Ma quel che sta venendo al pettine della Seconda Repubblica è qualcosa di più e di più duraturo. E’ il nodo di una destra conservatrice in culla che il paese non ha mai conosciuto. Che avrebbe dovuto prendere il volo quasi vent’anni fa, finalmente liberata dall’implosione della Dc metà destra e metà sinistra. E che invece è rimasta soffocata nelle spire mediatiche e finanziarie del progetto di potere personale di Silvio Berlusconi, con tutte le ricadute a noi vicine: l’alleanza privilegiata con la Lega, l’incontro posticcio tra nord e sud, l’eversione travestita da  moderatismo, l’assalto all’arma bianca alla Costituzione, l’inciviltà del discorso pubblico, la rottura radicale tra i concetti di ordine e legge.La questione che si apre finalmente per la storia politica italiana è quella di potere disporre di una destra normale, fisiologica. Non la destra che piace alla sinistra, sia chiaro. Ma una destra che, vincendo, non pone problemi circa l’identità di fondo del paese. Una destra che non gonfia a forza di estrogeni ideologici le divisioni culturali, civili e politiche tra i cittadini. Che non mette in discussione i grandi principi della decenza istituzionale. Insomma, una partita vera. Che ci riguarda tutti. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>I bambini di tutto il mondo uniti dal teatro di Alfonsine</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1331</link>
            <description>il Fatto Quotidiano11 aprile 2010Potenza delle maiuscole. Quando ti dicono che i due sacripanti che hanno inventato tutto sono a tiro, vai in brodo di giuggiole, incontriamoli stasera. E invece loro sono a Tiro in Libano, dove ne stanno preparando un’altra. “Loro” da queste parti sono per antonomasia Enrico e Alessandro, cognomi rispettivi Carovita e Taddei. Due vulcanici trentenni, cittadini del mondo (uno riccio, uno testa rasata) con una spiccata vocazione ad allevar bambini all’arte della pace.E’ iniziato tutto ad Alfonsine, questa cittadina in provincia di Ravenna. Paese natale di Vincenzo Monti per le professoresse di lettere di una volta. Unico posto d’Italia in cui la Liberazione si celebri il 10 aprile per i cultori di storia partigiana. Questa fu la linea del fronte dal dicembre del ‘44 alla primavera del ’45, fino allo sfondamento definitivo del 10 aprile. Quella storia di Resistenza, guidata dal Mario Cassani, barbiere garibaldino e primo sindaco del dopoguerra, ha lasciato radici lunghe. Fu guerra non di montagna ma di pianura. Che coinvolse famiglie e cascine, forgiando una solidarietà che nessuna rappresaglia seppe spegnere. E non l’ha spenta nemmeno il tempo, la solidarietà. Per questo, anche ora che il 10 aprile viene celebrato con i pochi combattenti del tempo ancora vivi (tra cui il Cassani) in una grande festa di popolo, Alfonsine è all’avanguardia nei gemellaggi e nelle iniziative di solidarietà con i paesi delle aree del mondo meno fortunate. Solidarietà con la Palestina o con i paesi lacerati dalle guerre dei Balcani. Solidarietà che diventa teatro per l’infanzia grazie al genio di quei due che ora stanno a Tiro e che hanno dato vita a una compagnia teatrale, Ponte Radio. Sulla cui scia è nata l’altra associazione “Oltre confine”, fondata da nove genitori di bimbi delle elementari, che nei progetti di Ponte Radio ci hanno creduto subito. E che non amano alcune parole classiche del politicamente corretto: tolleranza e integrazione, per esempio. Gli piacciono di più, semmai,  “rispetto” e “insieme”. E, più di ogni altra, “persona”.  Ecco dunque l’obiettivo: immaginare attraverso il teatro città e paesi senza confini e senza muri. Farli immaginare, soprattutto, ai piccoli studenti. Dietro le idee di Alessandro ed Enrico (“un bel caratterino, ma con i bambini ci sanno fare come pochi”) si sono messe così le scuole elementari Matteotti e Rodari. In particolare quest’ultima, che ha il tempo pieno. E, con loro, decine e decine di famiglie.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Disastro mantovano. Ripartire da Corsico e da tata Rosa</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1330</link>
            <description>E così ci siamo persi anche Mantova. Gratis. Dopo decenni. Era un forziere del centrosinistra. L’abbiamo regalato –e capitemi bene: re-ga-la-to!- alla destra. Da anni tutti dicevano che quell’amministrazione era improponibile. Che, fatte salve alcune persone, era un disastro. L’incapacità di comunicare con la città, con i professionisti democratici, con la società civile più viva. Niente. Puntualmente riproposta agli elettori, e puntualmente infilzata nelle urne come un tordo. Ragione di partito. Anzi: ragione di corrente locale. Primarie fatte di corsa per non dar tempo ad altri di farsi una decente campagna elettorale. E via allegramente verso la disfatta. Roba da pazzi. Anni fa mi domandavo anch’io, sorpreso e allibito insieme agli altri, perché avesse in fastidio il nostro Mantova Musica Festival. Perché il lavoro che io, Lidia Ravera, Fabio Zanchi, Ricky Gianco, Velia Mantegazza e tanti altri facevamo gratis per la città, anziché essere il benvenuto, dovesse sloggiare. Trecentomila euro in tutto, centoventi all’incirca ne metteva il Comune, per cinque giorni che andavano sui tiggì quotidianamente. Un mistero. Perché vedete, c’è una cosa che mi fa impazzire. Milano è difficile da vincere. E d’accordo, uno lo sa. Ma buttare via prima Pavia e poi Mantova, e sempre per la stessa ragione (la precedenza alle beghe di partito…), è davvero da scellerati. Meno male che c’è una bella notizia. A Corsico, grosso centro in provincia di Milano a rischio ‘ndrangheta, ha vinto una sindaco che ha fatto la campagna elettorale contro la mafia e la ‘ndrangheta. Ha preso più del 57 per cento dei voti. Si chiama Maria Ferrucci. Bene, amici, ripartiamo da Corsico. Pullulano gli inetti ma pure gli antimafiosi.A proposito, vi invito alla lezione pubblica che terrò domani pomeriggio alle cinque e mezzo a Scienze politiche nel seminario auto-organizzato dagli studenti su Mafia, Stato e società. Tema: le culture complici (parte prima, ovvero fino al ’92-‘93; la parte seconda si terrà martedì 20 alla stessa ora). La sera poi sarò allo Spazio Melampo ad aprire la grande rassegna “Figli che scrivono dei padri” intervistando Umberto Ambrosoli.Chiudo con un saluto caro a uno dei più brillanti intellettuali che abbia conosciuto, Edmondo Berselli, che mi affascinò la prima volta con “Il più mancino dei tiri”. Ci mancherà. Mancherà al Conservatorio di Milano Francesco Saverio Borrelli, che non ne sarà più presidente. L’avevo nominato io; stava facendo bene in assoluta e meravigliosa umiltà, l’hanno mandato via alla fine del primo mandato perché si fa così. Ha compiuto ottant’anni oggi. Auguri Presidente e grazie per tutto quel che ha dato a questo Paese. Ha compiuto ottant’anni oggi anche la mia balia, la grande Tata Rosa. Auguri anche a te, Tata. E grazie per quello che hai fatto per la nostra famiglia.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Figli che scrivono dei padri. Tutti i martedì!</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1329</link>
            <description>Ed eccoci qui! Incomincia la prossima settimana il primo grande ciclo letterario dello Spazio Melampo sui “Figli che scrivono dei padri”. Alle 21, ogni martedì dal 13 aprile al 25 maggio, in via Tenca 7 a Milano si susseguiranno sette interviste in pubblico in grado di raccontare dal vero l’Italia di oggi e di ieri e gli affetti più intimi, chi non c’è più (in genere per colpa altrui) e chi è vissuto o cresciuto con qualche ferita di troppo sulla pelle. Ecco il programma. Il 13 il vostro Anfitrione intervisterà Umberto Ambrosoli; il 20 Carmen Covito intervisterà Augusto Bianchi Rizzi; il 27 sarà la volta di Grazia Casagrande con Benedetta Tobagi. E poi a maggio: il 4 ci sarà Fulvio Scaparro con Bice Biagi; l’11 Stefano Salis con Andrea Casalegno; il 18 Gianni Barbacetto con Mario Calabresi; il 25 don Luigi Ciotti con me medesimo. Ditegli a Ballarò di fare una cosa del genere…In nome del padre. O in sua memoria. Sono sempre di più i figli che scelgono di scrivere del proprio padre. Per farlo rivivere attraverso i propri ricordi o per andare febbrilmente alla sua scoperta tra carte ingiallite. Per rendergli giustizia davanti alla pubblica opinione, per non consentire l’ultima parola a chi lo ha offeso o violentato in vita, ma anche per ritrovarlo e offrirgli degna memoria prima di tutto davanti a se stessi.Ne sono nati libri ricchi di storia quotidiana e di sentimenti, ma anche di ragioni altrimenti emarginate. Libri a cui il pubblico ha riservato un’accoglienza generosa. Perché gettano nuova luce sui protagonisti famosi raccontati. Ma forse soprattutto perché è l’amore filiale che ne diventa, alla fine, protagonista imprevisto e discreto. Con le sfumature dovute alle età, alle biografie familiari, ai modi della violenza subita, alle solitudini affrontate. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Mafia. La letteratura desaparecida (dall' &amp;quot;Indice&amp;quot; di aprile 2010)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1328</link>
            <description>Raccontiamola così. Un professore universitario che si è occupato a lungo di mafia e criminalità organizzata lascia temporaneamente la vita accademica. E inizia un lungo viaggio nelle istituzioni politiche del suo Paese, per continuare a occuparsi -da lì- di mafia, di giustizia e di legalità. Dopo circa quindici anni il professore torna all’università. E, avendo avuto modo di misurare la drammatica impreparazione della classe dirigente su una materia che considera cruciale, decide di dare vita a un corso di Sociologia della criminalità organizzata, forse il primo nell’università italiana. Si accinge perciò con entusiasmo a preparare il nuovo corso. Obiettivo: dare ai propri studenti la formazione più sistematica possibile, in linea con l’urgenza che avverte di un radicale salto nella consapevolezza con cui il Paese affronta il tema. Si tuffa dunque nella bibliografia lontana (per rinfrescarla) e più recente (per studiarla dopo averla letta o sfogliata sugli aerei e sui treni). Ed è così che fa una scoperta sconvolgente: da più di quindici anni i libri, gli autori sui quali si è formato lui e con certezza si sono formati i suoi migliori colleghi, e soprattutto gli uomini dello Stato diventati eroi, non ci sono più. E’ tutto sparito. Non sono praticamente esistiti, nessuno li cita. Un po’ come rituffarsi nella letteratura infantile e scoprire che sono scomparsi Biancaneve e Cenerentola, Cappuccetto rosso e Il gatto con gli stivali. Come studiare la storia del calcio e non trovare più Piola e Meazza, Valentino Mazzola e Schiaffino.Perché sono spariti? Chi ha dato l’ordine di cancellarli? Risposta: l’ordine non l’ ha dato nessuno. Non c’è nessun mandante, anche se la materia lo esigerebbe. Si è prodotta semplicemente una (clamorosa) amnesia o rimozione collettiva. Come se si  fossero fissate delle colonne d’Ercole temporali oltre le quali è infido e poco raccomandabile avventurarsi a cercare autori e letteratura. Qualcosa di simile a quel confine che secondo Henner Hess ci trattiene inconsciamente al di qua della Grande Guerra nella considerazione della grande produzione culturale. Ciò che è stato prima viene “disdegnato” in quanto “sorpassato”. Hess ne scriveva nel 1977, guarda caso, proprio nella sua introduzione alla nuova edizione Sellerio di un classico dell’antimafia, come “La Maffia” di Nicola Alongi funzionario di polizia, pubblicato per la prima volta negli anni ottanta dell’Ottocento. Ecco, quel meccanismo sembra abbia funzionato -in piccolo- per la materia della mafia fissando una ideale linea di demarcazione in corrispondenza del ’92-’93. Gli anni delle stragi come gli anni di un “nuovo inizio”, della nascita di una più vasta e rigeneratrice coscienza collettiva. Con la repentina moltiplicazione del novero degli appassionati, degli esperti, degli studiosi e la nascita di una nuova generazione di autori, mossa da una  inedita attenzione e generosità civile. E il parallelo oblio della produzione realizzata prima di quel tornante della storia. Più sfumato con riferimento agli anni ottanta. Addirittura brutale per il lungo periodo precedente il ciclo dei delitti eccellenti di fine anni settanta- primi anni ottanta. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Preghiera del sociologo errante</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1327</link>
            <description>Fermi tutti, per favore. Questa è una gentile richiesta che rivolgo ad amici, blogghisti, estimatori, organizzatori di eventi e colleghi (di tante specie). Non ce la faccio più a promettere serate e appuntamenti. Non ho quasi più lo spazio per uno spillo. A me fa piacere ricevere dalla società civile una quantità di inviti inversamente proporzionale a quelli che ricevo da Ballarò+Porta a Porta+Annozero (ossia zero). Non faccio parte di quelli che prima di rispondere di sì vogliono vedere il fax per dire che non l’hanno ricevuto e di nuovo mandatemi il fax, e poi non so, e poi sì, e poi ho avuto un imprevisto. O che chiedono quanto mi date, oppure ma chi c’è, chi sono gli altri; o che si muovono solo per presentare il proprio libro perché altrimenti i problemi sociali vadano pure a farsi fottere. Ormai non mi arrabbio più neanche per i microfoni che non funzionano e per quelli che ti dicono che se gracchiano o fischiano è colpa tua, che non li tieni bene in mano o che la direzione è sbagliata o che fai un campo magnetico ostile con le tue scarpe. Vado ovunque. Però… non ho più spazio fino ad agosto e agosto me lo tengo come polmone per tutto (dire, baciare, scrivere…). Perciò ascoltate la preghiera del sociologo errante, non mi fate chiamare da questo o da quello e non ditemi che i ragazzi ci tengono tanto. Ancora tre o quattro impegni, per i quali ho già speso la parola con certezza. Poi l’agenda sarà zeppa come un monolocale a San Vittore. Tenuto conto che in autunno avrò due corsi in contemporanea, direi che gli appuntamenti sulle lunghe distanze vanno ormai dal gennaio 2011 in poi. Scusate se uso il Blog per fare questa auto-perorazione (ma chi ti pensa, dirà l’amico Fritz). Però non è bello dovere stare ogni volta a spiegare, entrando nei dettagli della propria vita privata, perché non si può. Sappiate comunque che tutti quelli che organizzano cose belle e buone e giuste stanno nel mio cuore. Augh!</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Eccezziunale veramente. Intervista di Taormina sulle leggi ad personam!</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1326</link>
            <description>*/Intervista all'avvocato Carlo Taormina/*«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro -- uscendo anche dal Parlamento -- a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a * Piovonorane * dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.*Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento?*«La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».*Mi spieghi meglio.*«Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d'essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».*E perché?*«Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncerà al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l'Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimento?».*E poi che succede? Che c'entra il Lodo Alfano bis?*«Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo  Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta».*Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge -- il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale?*«Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell'impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L'impedimento per cui si può rinviare un'udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c'è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il  Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe estendersi quasi all'infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po' di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente».*Come fa a esserne così certo?*«Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella».*Tipo?*«Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11, arrivò una telefonata di Ciampi».*Che all'epoca era Presidente della Repubblica.*«Esatto. E Ciampi chiese una modifica».*Quindi?*«Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po' e poi rispose:  Intanto facciamola così, poi si vede . Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente».*Pentito?*«Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l'entourage più ristretto del Cavaliere.*A chi si riferisce?*«A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l'hanno portato a marginalizzare -- a far fuori politicamente -- persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani».*Prego?*«Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu».*Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura...*«Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate».*E perché?*«Perché gli conviene farlo finché l'opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un'altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto».*Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020?*«E' quello a cui punta. E in assenza di un'opposizione forte può arrivarci tranquillamente.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Piccole grandi notizie: Silvia, Matteo, io, l'Inter, la Biondina e la stampa che paventa</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1325</link>
            <description>Questo è il post delle grandi notizie. O meglio, delle notizie che in questo sussulto inverecondo di chiese, di partiti, di riforme e di guerre, mi piace considerare grandi. Un po’ come quando il Sole-24 Ore, mentre tutta la stampa del mondo impazziva per il matrimonio di Diana, dedicò una bella paginata al matrimonio di un operaio inglese (se ben ricordo). Si proceda dunque.Notizia numero 1. E’ andata in pensione la signora Silvia, della mia segreteria quando ero al Ministero. La chiamavo Ferrarelle per i capelli ricci ed effervescenti (e poi era un po’ bizzosa di suo…). Non mi ha neanche chiesto il permesso e così l’ho rimproverata via sms. Mi ha telefonato contenta dieci secondi dopo: onorevole (mi chiama ancora così), sono entrata al Ministero che avevo diciotto anni, ne sono passati quaranta, ora la sera lo sa che faccio? Mi dedico al tango. Fantastico. Auguri a lei e con l’occasione anche a Gabriella, Tina, Cinzia, Giuliana, Valeria, Carmine, Franco e Pietro il laziale.Notizia numero 2. E’ uscito il libro di Matteo Speroni, cronista milanese del “Corriere” ma soprattutto -perché questi sono i veri titoli di merito nella vita- già redattore ragazzino di “Società Civile”. Titolo: I diavoli di via Padova. Sottotitolo: “Cronaca di un inferno annunciato”. Come avrete capito si tratta della famosa via Padova di Milano, il quartiere dove abita Matteo. Che le vie e i bar e i garage e i negozi e i crocicchi e gli anfratti bui se li è girati tutti, perché faceva il giornalista così già da ragazzo. Edizioni Cooper. Non l’ho ancora in mano ma lo leggerò sulla fiducia. So che non ci troverò razzismo né luoghi comuni. Solo la meravigliosa curiosità di chi ama tirar le tre di notte.Notizia numero 3. Ho finalmente spedito a Polis, rivista accademica, l’articolo-saggio più faticoso della mia vita. Mica lungo, in definitiva: 25 cartelle. Il guaio è che mi sono messo in testa di spiegare come mai è sparita la letteratura sulla mafia prodotta prima delle stragi. E i controlli bibliografici sono una dannazione. Date sbagliate, citazioni ripetute senza avere letto i libri e che passano di generazione in generazione come le celebri barzellette in caserma (dal generale al caporale). Uno stress di mesi interi. Se qualcuno ne vuole una sintetica e pimpante anticipazione, può trovarla sull’Indice di aprile. Se qualcuno lo vuole di 250 cartelle, aspetti la mia antologia “I classici dell’antimafia”,  per il prossimo inverno. In ogni caso oggi sono davvero sollevato. Giuro che le date e i titoli mi uscivano dagli occhi.Notizia numero 4. Ha vinto l’Inter. Brutta partita, che ho visto come se fossi negli anni cinquanta: dal tabaccaio all’angolo sotto casa, riadattato a piccolo cinema nerazzurro. Eravamo tutti molto competenti e questo ha spinto il blasonato undici milanese verso le semifinali. Bravo Mou e bravi noi.Notizia numero 5. Dopo il supplizio di “finalizzare” al posto di “concludere” sta arrivando sulla nostra stampa una nuova atrocità linguistica: “paventare” al posto di “prefigurare” o “immaginare” o “fare intravedere”. Paventare vuole dire “temere” (dice niente la parola “pavido”?), analfabeti che non siete altro. Notizia numero 6. Da martedì prossimo, ore 21, inizia allo Spazio Melampo un grandioso ciclo di incontri letterari: “Figli che scrivono dei padri”, organizzato genialmente dalla Biondina. Ogni martedì sera, e fino al 25 maggio, un figlio che ha scritto di suo padre (Umberto Ambrosoli, Bice Biagi, Augusto Bianchi, Mario Calabresi, Andrea Casalegno, me medesimo, Benedetta Tobagi) verrà intervistato non da un pisquano qualsiasi ma da un intellettuale in grado di tirargli fuori, dialogando, le cose più ricche e più umane e più istruttive e più capaci di far pensare. Troverete tutto domani sulla colonna alla vostra sinistra. Credo che sia una delle iniziative culturali e civili più significative di questi anni. Mica per niente l’ho messa in fondo…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il pranzo è servito. La cooperativa dei carcerati si dedica all'alta cucina</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1324</link>
            <description>il Fatto Quotidiano4 aprile 2010“Quando ricevetti quella telefonata mi sentii correre un brivido per la schiena. Pensai: qui cambia la mia vita. E così è stato”. La telefonata è quella che Silvia Polleri riceve un giorno del 2004 da una cugina che fa l’educatrice al carcere di Bollate, istituto sperimentale alle porte di Milano. Dice pressappoco così: Silvia, tu hai fatto catering per tanti anni. Che ne diresti di rimetterti a farlo con dei detenuti? Qui a Bollate ce ne sono diversi che ci starebbero. Abbiamo un pizzaiolo, un cuoco, due camerieri… Silvia, una signora che sa bene cosa siano le sfide, dai tempi in cui andò volontaria in Uganda con il marito Benedetto, medico pneumologo, accetta anche questa. Nasce così una cooperativa sociale, Abc la sapienza in tavola. Lei presidente, dieci detenuti che ci lavorano con regolare contratto di assunzione. E nel consiglio di amministrazione, con lei, due signori esterni; la Camera di commercio ha spiegato che i detenuti non possono, non hanno i requisiti morali (segue protesta di alcuni di loro…). La sede è nel carcere di Bollate. Un fisiologico turn-over nei soci, visto che c’è chi entra e c’è chi esce. Ma qualcuno chiede di restare anche dopo il ritorno in libertà. Per affezione e finché non trova un lavoro. “Mi mandano saluti pure dopo; ricevo sms da una quindicina di loro”, racconta Silvia, “uno mi ha anche fatto sapere che ora fa lo chef; mi ha scritto di chiamarlo ogni volta che ho bisogno, che viene gratis. Anzi, se non li sento per un po’ di tempo, mi prende subito il sesto senso che stiano combinando qualche danno”. Ci sono soprattutto giovani nella cooperativa. Ed è un modo per tenerli il più possibile fuori dal carcere, usando le misure alternative. “Perché è proprio vero, mica una leggenda, che il carcere è una scuola di delinquenza. Bisogna vederlo. L’esperienza dei vecchi esercita un fascino maledetto, è come se i loro insegnamenti completassero l’esperienza dei più giovani”. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Programmi di vita. A voi l'outing</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1323</link>
            <description>Dai, facciamo outing. Pielle e alfa10 mi hanno chiesto che intenzioni ho politicamente. Se ho voglia di impegnarmi direttamente in questa fase (che sembra) di ebollizione. Rispondo. Voglia di impegnarmi sì, quella sempre. Ma direttamente in politica no. Ho dato troppo alla politica, togliendo non alla mia vita privata, ma alla società civile, alla cultura, ai movimenti di opinione. A ciò che conta in profondità, almeno quanto la politica, starei per dire più della politica, nella qualità di una democrazia. Il tempo che tu impegni in politica dà risultati minimi rispetto a quelli che dà il tempo che dedichi alla società civile. Naturalmente se sei bravo. E io credo di esserlo. So fondare le cose dal nulla, con pochi soldi. So mobilitare, inventare, costruire. Giornali o circoli, case editrici o associazioni. Perfino festival. Non so fare tessere, invece. Né la gente per bene mi ha mai aiutato a farle. Non so giocare alle correnti con opportunismo sublime e nemmeno all’arrivista, anche se a qualche responsabilità ci sono pur arrivato. Faticando tantissimo e dovendo ogni volta dimostrare il seguito di cui disponevo tra gli elettori più attivi. Finché nemmeno questo è bastato. Perché in questa politica (non questa di oggi, con Bersani segretario, ma quella che ho visto con tutti i segretari) il merito o il prestigio personale sono carte che vengono giocate nel momento del bisogno. E poi buttate o fatte ammuffire. La domanda che mi pongo sempre è: quanto avrei potuto fare in più per la democrazia nel tempo in cui sono stato in parlamento o al ministero? Oggi in tanti mi dicono che Milano si sia svegliata un bel po’, almeno sui temi che mi stanno a cuore, da quando (nonostante il tempo speso a Genova) ho ripreso a lavorarci, libero dai vincoli della politica. Il bello della società civile è che se hai un’idea la realizzi; in politica invece ogni cosa è prima di tutto un ruolo, un incarico, che per la sua stessa natura subito qualcuno vuole avere per sé, cercando di scalzare chi è più bravo di lui e trovando sempre in alto chi lo asseconda. Ma se uno vuole competere con me in università, nel fare una casa editrice o come punto di riferimento intellettuale deve lavorare sodo e molto bene, non gli basta volere “il posto”. La politica, insomma, è entropia, tempo perso inutilmente, e io non voglio più perderne nella mia vita (anche perché non ne ho più tanta), né il paese può consentirsi che i suoi talenti (ebbene sì, mi annovero tra i suoi talenti, guardandomi in giro; oh, l’ho detto che facevo outing…) perdano tempo quando c’è da ricostruire tutto, mica solo i partiti. Io sarò accanto e dentro i movimenti di rinnovamento vero, non anagrafico (do you remember Pivetti?). Non mi tirerò indietro neanche nella Direzione del Pd, dove, amica Pielle, nessuno purtroppo ha la forza di cambiare un agglomerato di lottizzati. Ma io ho questi obiettivi: fare di Scienze Politiche di Milano l’epicentro di una cultura antimafia che invada il nord, e ho riprova ogni settimana che questo è possibile; fare dello Spazio Melampo qualcosa di simile al Club Turati degli anni sessanta, con tutte le differenze del caso (vedrete che roba il prossimo ciclo di incontri letterari!…); e di Melampo un presidio di editoria civile; scrivere sul Fatto il bello che c’è in Italia, perché non siamo solo indecenza; essere intellettuale, testimone civile energico in un paese avaro di testimoni conosciuti (poche decine girano per l’Italia, sono loro la compagnia di giro che conta, gli antiballarò); fare libri e teatro, e corsi di formazione, e siti. Fare della Scuola Caponnetto un centro di formazione politica per i cittadini di buona volontà. La “città dei diritti” a Genova. E Libera, già, la grande Libera. Seminare e combattere. Combattere e seminare. Cose che so fare e  con risultati. Ecco: questo è il mio programma. Chi vende la pasta, cari blogghisti, non è più importante di chi riesce a fare spuntare il grano su terreni difficili. Con ciò vi ho detto tutto, con sincerità e senza false modestie. Ora dite voi. Che se ne verrà fuori una discussione sulla politica un po’ più profonda del dibattito sul segretario non sarà un male.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Le cinque cose da fare (scritto per il Fatto di oggi mercoledì 31)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1322</link>
            <description>Punto numero uno. Occorre ricostruire. Le macerie sono dappertutto e guai a non vederle. Il Paese va ricostruito in profondità sul piano culturale, etico e civile. Con il massimo di valori, di passione e di lungimiranza; e il minimo di ideologia. Il radicalismo civile è vivo, quello ideologico è morto e guai a chi lo resuscita, ha già fatto abbastanza danni. Occorre un grande Piano Marshall morale, capace di investire in pieno il senso della politica.Punto numero due. Occorre ricordare che il popolo che ha bocciato in tante regioni il centrosinistra è lo stesso che lo aveva fatto vincere nel 2005 (anche allora talvolta di misura). Nessun elettorato da maledire. Prendersela invece con chi, dal governo nazionale o da quelli regionali, ha dato spettacoli indigeribili anche da stomaci forti.Punto numero tre. I movimenti, le proteste, i dissensi esistono e bisogna dialogarci. Sono stati la benzina delle vittorie ininterrotte del centrosinistra dal 2002 al 2006. Disprezzarli da allora in poi è stato suicida. Suicida pure la censura consumata nei loro confronti dalla stampa “amica”. Non ha fatto che radicalizzare il dissenso. Verso i grillini e verso l’astensione.Punto numero quattro. I nomi e i volti in politica contano, eccome. Vendola parla per tutti. Ma anche Massimo Rossi nelle Marche. Solo che i nomi e i volti non si inventano all’ultimo momento, piuttosto certificano lunghe storie di sfide e di battaglie. Siano loro, dunque, a tonificare diffusamente la politica; e facciano un passo indietro i signori nessuno d’apparato.Punto numero cinque. Sfogliare l’album delle figurine di leader e mezzi leader, ripassare la loro storia e chiedere a chi non ci azzecca con questi quattro punti di farsi gentilmente da parte. Meglio che lo chiediamo noi a loro prima che loro lo richiedano a Vendola…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il primo voto di Si Mohamed Kabour</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1321</link>
            <description>il Fatto Quotidiano28 marzo 2010Quasi un guizzo. Nell’aula magna della facoltà di lettere, tra gli stucchi e i grandi quadri barocchi, prende la parola un giovane di colore. Fisico asciutto e un pizzetto sul mento. Io andrò a votare, dice. L’ho desiderato per anni, di votare in Italia. E ora che ho avuto la cittadinanza lo farò. Genova, vigilia elettorale. Giorni entusiasti e più spesso scettici, infarciti di non so se vado, mi hanno deluso troppo, bisogna dargli una lezione. Fino al colpo di reni del primo voto, non quello consueto del diciottenne. Di anni, Si Mohamed Kaabor, ne ha ventiquattro. E’ arrivato in Italia da Casablanca nel ‘92 con le sorelle, a rimorchio del padre cromatore, dopo la mamma e il fratellino più piccolo. Gli piace il dibattito sulla sicurezza a cui sta intervenendo. Gli piace vedere altri italiani che sull’immigrazione la pensano come lui, costretto a scontrarsi ogni giorno con i pregiudizi. Ma costretto anche a negoziare; soprattutto -confessa- con la sua coscienza, per tenersi in corpo quello che a volte gli verrebbe di gridare. Si Mohamed ha fondato un’associazione con sei amici. Si chiama “Nuovi profili”. Con diverse decine di persone si trovano ogni lunedì in un locale del centro storico. Per aiutare chi, diversamente da lui oggi, è “straniero” in Italia. E’ stato anche tra gli organizzatori della giornata del 1° marzo. “Il maggior pericolo è la relativizzazione di certi concetti”, spiega, parlando e gesticolando in perfetto italiano. “Prenda il concetto di libertà, per esempio. O quello di democrazia. Che cosa vogliono dire queste parole inserite in certi discorsi? A volte uno legge la Costituzione e gli sembra un libro di Pinocchio. Tutte bugie, se appena conosce la realtà. A partire dall’articolo 3. Senza distinzioni di razza, c’è scritto. Io sono riuscito a saltare fuori dalla mia condizione di ‘straniero’ solo grazie al fatto che ero ‘studente’; e poi grazie al fatto che, nello scorso marzo, sono diventato ‘cittadino’. A ogni condizione, uno scalino di dignità in più.” Divieti e permessi, permessi e divieti. Laureato in lingue, ora proiettato verso la laurea specialistica in interculturalità, gli è anche accaduto di essere licenziato dalla scuola media genovese dove, come insegnante, faceva eccellere il suo buon italiano e l’amore (ricambiato) per i ragazzi. Motivo: non aveva ancora la cittadinanza. Si è appellato al diritto europeo e ha vinto il ricorso. Verso il quale il Ministero ha fatto ricorso a tempi di record. Oggi che è a posto con la burocrazia è tornato a insegnare alla Caffaro, un’altra scuola media cittadina.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Morir di indigestione, guarire col digiuno</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1320</link>
            <description>Avete straragione, dovevo farmi vivo prima. Ma mettetevi nei miei panni: sabato la sconfitta dell’Inter, ieri quella del centrosinistra. Datemi almeno il tempo di riprendermi. Mica siamo fatti di legno. Volete sapere dunque il mio “che fare”? Lo dirò sul post di domani, cui allegherò il veloce articolo scritto oggi pomeriggio per il Fatto. Intanto vi dico che se la tranvata c’è stata (e c’è stata…), non bisogna però perdere di vista gli aspetti positivi della situazione. Prima di tutto i comuni. Perderemo in tutto il nord, d’accordo (tranne la Liguria…), ma vi pare poco che Brunetta non vince a Venezia e Castelli non vince a Lecco, anzi che sono battuti al primo turno? E che il centrosinistra intascherà alla fine, probabilmente, tre comuni capoluoghi della Lombardia, ossia Lecco, Lodi e Mantova?. Diceva mio nonno che c’è chi si diverte a succhiare i chiodi. Convengo. Ma vuol dire che non ci spianano con le ruspe. E vuol dire che il risultato aumenterà le contraddizioni in mezzo a loro. Brunetta accusa la Lega. Anche Formigoni sa che la Lega ha dato voti a Penati (pareggiando il voto disgiunto a sinistra). Castelli dà la colpa al Pdl. Bossi vuole fare il sindaco di Milano, La Russa gli risponde col piffero (eufemismo di Paternò). Si muore anche di indigestione. Sicilia dimostra: Cuffaro contro Lombardo, tutti e due in concorso esterno con la mafia, secondo l’accusa. E un pezzo di Pd che si schiera con uno dei contendenti perché “qui bisogna fare politica”. L’indigestione fa brutti scherzi. Così Bossi fa come Craxi, anzi peggio. Mette suo figlio assessore all’agricoltura (almeno non saranno braccia levate all’agricoltura…). Merito, largo al merito qui al nord, mica come le clientele e le famiglie del sud. Inciderà anche questo, datemi retta. E non farà bene al Pdl la vittoria della Polverini, che darà più potere contrattuale a Fini, e dunque aumenterà l’indisciplina al verbo berlusconiano.Dopodiché, se di indigestione si può morire, di digiuno -viceversa- si può guarire. E noi al digiuno siamo votati. Così capiremo, spero, che con i movimenti si dialoga comunque invece di disprezzarli (popolo viola) o criminalizzarli (no tav). Che non ci si può permettere di tirar giù le serrande in faccia a nessuno. Ci abbiam rimesso il Piemonte, al di là dei narcisismi di Grillo, che non è detto che abbia in dote per sempre tutti quei voti. E poi magari impariamo che le persone contano (Vendola) e che è ora di smetterla di scegliere candidati per imposizione dall’alto o per primarie cammellate. Perché, piuttosto, non fare dei bei sondaggi tra gli elettori, almeno per sapere chi ha più chances di vittoria? Poi votiamo pure chi ne ha di meno, proprio quello in coda, ma se non altro ci si prende la soddisfazione di dire “l’ho fatto apposta”. Macerie dappertutto, ma qualche buon segno in giro lo si vede. Repubblica oscura la piazza infinita di Libera e censura la piazza di Grillo, ma ci sono state tutte e due. Da domani guardiamoci anche l’elenco degli eletti e -oltre a tante delusioni- vedrete che spunterà qualche buona notizia. Io intanto noto che Ferrero ex ministro di Rifondazione, pur dovendo competere con il De Luca rinviato a giudizio e senza Di Pietro tra i piedi, si è preso in Campania l’1 e fischia per cento, per parlare alla Fassino. Mentre Massimo Rossi, sempre di Rifondazione ma che non ha fatto il ministro, nelle Marche si è preso il 7 e mezzo per cento. Le persone, accidenti. Le persone. Se penso che ci volevano far perdere anche la Puglia…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Al voto al voto! E qualche buon consiglio</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1319</link>
            <description>Al voto, dunque, al voto! Proprio così. E’ inutile chiedersi se B. perderà consensi, o a chi andrà la Puglia o il Lazio o il Piemonte, o se si ridurrà lo scarto in Lombardia se poi non si va a votare. Chi lo fa perdere, B., lo Spirito Santo? Ma soprattutto, rivolto ai concittadini lombardi: davvero pensate che la ‘Ndrangheta farà mancare uno solo dei suoi voti per ciucciarsi i propri consiglieri regionali e comunali? E dunque votiamo per i nostri, votiamo per chi non sta zitto, non accontentandoci -questo sì- di votare per una “brava persona”. Le informazioni non ci mancano. Soprattutto per i consigli comunali. Se poi si vuol dare, come sento promettere ovunque, “una lezione” a questo o a quel partito, a questo o a quel candidato presidente, ci sono tanti modi per farlo. Per esempio non votare nemmeno sotto tortura gli arroganti, o quelli più interni agli apparati e che nessuno sa che lavoro abbiano mai fatto. Per esempio usare il voto disgiunto (consigliere e sindaco o consigliere e presidente di schieramenti diversi), andando sulle persone. In ogni caso, nelle regioni e nei comuni in bilico: piuttosto che l’astensione turarsi il naso e mettere il voto solo sul consigliere preferito (il candidato sindaco o presidente otterrà meno voti personali e avrà poco da fare il vanitoso). Ieri a un dibattito a Genova mi ha colpito un immigrato di fresca cittadinanza italiana che ha detto: io andrò a votare, l’ho desiderato per anni… Meditate gente, meditate.Intanto però vi do dei nomi. Non vi dico che sono i migliori in assoluto. E non li scelgo da un elenco completo. Ce ne saranno chissà quanti di altri bravi. So solo che si candidano e che sono amici seri, che concepiscono la politica come la concepisco io. Parto dunque da Milano. Nella lista Pd (che ha comunque un capolista al di sopra di ogni sospetto come FABIO PIZZUL) io voterò MARCO GRANELLI, decenni di impegno intelligente, serio e generoso in campo sociale, prima di tutto nella Caritas e nella cooperazione. Negli altri partiti farei torto ad amicizie belle e collaudate in tante battaglie se non indicassi almeno, nei verdi, MARIOLINA DE LUCA e, nella lista di Agnoletto, l’indomito e (meritatamente) celebre BASILIO RIZZO.  Nella lista Bonino a Roma ci sono LIDIA RAVERA  e SANDRO BATTISTI. La prima la conoscete tutti, scrittrice anche per Melampo e mia socia di Mantova Musica Festival (non fu facile…). Il secondo, limpido amico e compagno di barricate parlamentari ai tempi delle leggi ad personam 20001-2006 nonché mio avvocato nel processo vinto con Previti. Nel Pd in provincia di Bergamo c’è MIROSA SERVIDATI, amica battagliera della Rete, vero ed entusiasta outsider della politica da società civile. Mentre ancora nel Pd a Monza c’è il giovane PIPPO CIVATI, fra l’altro autore per Melampo del bel libro “Regione straniera”. Infine a Genova ho dedicato una presenza ciascuno (non per avarizia, ero totalmente risucchiato dalla preparazione del 20 marzo …) a MARIA ROSA BIGGI e a PIPPO ROSSETTI, entrambi Pd e cattolici di lungo impegno sociale, e ad ALESSANDRA BALLERINI, il famoso avvocato degli immigrati (ne ho scritto anche sul Fatto) che si candida invece nella lista per Burlando. Ho in lista altri amici di cui mi fido, ma qui ho pensato giusto limitarmi a questa informazione oggettiva. Ecco, il mio dovere l’ho fatto (perché non ho esternato prima? per non fare uscire dallo schermo i nomi con i post successivi). Ora forza, ci sono due giorni di tempo. Se volete, fate girare. E se avete altri nomi assolutamente affidabili, aggiungeteli sotto motivando. Che il dio delle urne ci assista.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Dolci fesserie</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1318</link>
            <description>Oggi abbiamo salutato Bisi nella chiesa a quaranta metri dalla sua osteria. Sì, la “sua”; così sua che è stato lì che ha smesso di funzionargli il cuore dopo averci lavorato per più di trent’anni. Qualcuno è rimasto colpito per quanti fossero i compagni del pensionato Bocconi venuti a salutarlo. Incanutiti, con le rughe, qualcuno ingrassato assai. Ma eravate davvero uniti, ha detto. Sì eravamo uniti. Come chi ha creduto nelle stesse cose e ha condiviso proprio tanto, con sempre meno pudori. Eppure non c’era clima da “Grande freddo”. E mica solo perché nel “Grande freddo” gli amici convenuti fossero assai più sui quaranta che sui cinquantacinque-sessanta. Ma perché oggi c’era il dolore asciutto per la scomparsa di un punto di riferimento -lui nell’osteria sui navigli, che si intravvedeva da dietro le vetrine-; e nessun pretesto per raccontarci o riannodare le nostre storie. C’era Chiara, la figlia, e questo rompeva l’equilibrio antico delle amicizie come lo rompe ogni figlio bisognoso di aiuto. C’erano ricordi che serpeggiavano discretamente nell’aria. Uno me lo ha restituito Danilo. Due versi che avevo scritto in coda a qualche poema augurale per un compleanno lontano, quasi a spiegare la nostra amicizia: “vivono lottando, sono i bisignando”. Come diventano belle le fesserie quando se le lavora il tempo.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Su Libera in piazza del Duomo. Leggete per favore...</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1316</link>
            <description>Venite a veder il sangue per le strade!”È un verso di una poesia di Neruda, usata per incitare il popolo italiano a rendersi conto di quello che stava succedendo in Sicilia durante la mattanza mafiosa.Quando Palermo era paragonata a Beirut su tutti i giornali del mondo.Dopo essere stata sabato 20 marzo alla XV giornata nazionale per le vittime delle mafie, mi viene da dire “Venite a vedere i ragazzi per le strade”.C’erano 150mila persone a sfilare a Milano, da Porta Venezia a Piazza del Duomo; tantissimi ragazzi, venuti dalle più disparate parti d’Italia per dire il loro NO.Alla lettura dei 900 nomi delle vittime, Piazza Duomo era in un silenzio irreale, sotto un cielo plumbeo, quasi che quei nomi continuassero a galleggiare come un monito spaventoso sulla folla dopo essere stati pronunciati.Accanto a me c’era un ragazzo a cui scendevano lacrime in continuazione. Lo guardavo e pensavo che non avevo mai visto un ragazzo della mia età commuoversi per persone che non ha mai conosciuto, uno studente qualunque, non un familiare delle vittime.Questi ragazzi esistono, ma c’è voluta un’associazione come Libera per farli manifestare. Io ne ho visti tanti di ragazzi per le strade, ma avevo 9 anni ed era subito dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, quando la tracotanza di chi può permettersi di infilare sotto un’autostrada o in una via migliaia di chili di tritolo scosse un paese intero.Sabato, non c’era la rabbia di quasi diciotto anni fa, c’era la speranza, la consapevolezza, la commozione di persone che vogliono cambiare questo paese meraviglioso ma maciullato.Sabato il discorso vibrante di Don Ciotti ci ha ricordato che quei 900 nomi devono essere quotidianamente lo stimolo per continuare a manifestare nel nostro piccolo, sempre.Venite a vedere i ragazzi per le strade,perché,  nonostante La Repubblica e Il Corriere della Sera abbiano omesso la notizia dalle loro prime pagine, sono migliaia e sono la speranza del nostro domani.Questo commento è stato scritto sul sito www.11metri.com da una giovane di nome Dora dalla Chiesa. E poi non dovrei essere orgoglioso dei miei Gracchi?</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Emilio Fede style. &amp;quot;Spostati faccia di merda&amp;quot;</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1315</link>
            <description>Ho anni 63 compiuti, abito a Segrate, ho lavorato 20 anni per Mediaset in qualità di dirigente. Oggi, dopo una cena piacevole, percorro con mio marito la stradina notoriamente pedonale, ora abusivamente usata da poche auto di alti papaveri e rispettive scorte per raggiungere gli Studi televisivi di Rete 4. Da una di queste auto ci viene suonato il clacson, mio marito fa presente che i pedoni hanno la precedenza in quanto strada pedonale, si abbassa un finestrino e:  Spostati faccia di merda! Riconosco Emilio Fede, che protende il suo viso sotto quello di mio marito, invitandolo: mettimi le mani addosso, toccami! Mi metto tra i due:  Sono stata tua collega per 20 anni, ho lavorato 20 anni con Carlo Bernasconi (braccio destro di Berlusconi, morto nel 2001, gran brava persona). A quel punto il grande cambiamento: mi scusi Signora, mi scusi Signora. Non le voglio le tue scuse, caro Fede, chiedo scusa io: per essere rispettata come donna ho dovuto ricordarti di aver fatto parte del clan dei prepotenti e degli arroganti. Sia per me e per tutti un momento di profonda riflessione.Silvia Cavanna, Segrate (lettera pubblicata sulla Repubblica di oggi 23 marzo)</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Giovedì tutti al Bitte. La lezione di Guido Galli </title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1314</link>
            <description>Voi che passate, rimettete subito mano al lapis e al taccuino. E lestamente segnate: giovedì 25 sera, ore 21, al Bitte in via Watt 37 a Milano. Sì, è il posto dove ho festeggiato i miei mirabolanti sessant’anni. Solo che giovedì sera non ci sarà nessuna festa. Anzi, mi correggo: ci sarà una festa dello spirito, una grande e avvincente lezione di educazione civica. La lezione di Guido Galli, magistrato e docente di criminologia alla Statale di Milano. Ucciso trent’anni fa nei corridoi della sua università. Pensate:  lo stavano pedinando in contemporanea due gruppi terroristici, quello di Prima Linea e quello di Marco Barbone (di lì a poco assassino di Walter Tobagi). I cui giovani sgherri si ritrovarono entrambi sotto casa sua a fargli la posta. Si fiutarono e forse riconobbero, una volta accertato che nessuno di loro era poliziotto. A quel punto Prima Linea, che voleva intestarsi il prestigioso trofeo di caccia, accelerò l’omicidio. L’ho sentito l’altro giorno al Palazzo di Giustizia di Milano, dove Minoli ha proiettato in anteprima una puntata della “Storia siamo noi” dedicata a Galli, questo uomo colto, garantista e riformista che non poteva piacere ai terroristi. E a sentirlo ho provato proprio schifo.Be’, al Bitte la lezione civile di Galli verrà ricordata da Armando Spataro, procuratore aggiunto a Milano (“se mi succede qualcosa chiamate Armando Spataro”, aveva detto Galli ai suoi). E insieme a lui ci saranno Alessandra Galli, figlia e bravissima magistrata, e Benedetta Tobagi. Andateci. E datemi un permesso: quello di esibire un estasiato orgoglio paterno visto che il tutto è promosso da “11metri”, l’associazione fondata dai miei Gracchi e dai loro amici, con un supplemento di impegno del Gracco maggiore (ma Dora ci sta facendo cose splendide anche lei). Che volete che vi dica: come gli antimafiosi, anche i dalla Chiesa pullulano…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Polizia polizia (per panzona che tu sia), dichiarami un fantastilione</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1312</link>
            <description>Giuro, un governo così non lo si era mai visto. Mai visto un governo tanto scatenato contro le forze dell’ordine. Così irrispettoso della polizia. A questo livello ci sono solo la banda del buco o quei signori che al telefono (dalla Sicilia o con la Sicilia) parlano di “sbirri”. Anarchia del denaro, delirio di potere; difficile fare una diagnosi esatta. Fatto sta che, se la questura di Roma dice 150.000 a San Giovanni, io ci credo. Ma scusate, perché mai un questore dovrebbe falsificare i dati contro il suo ministro dell’Interno? Perché dovrebbe rovinarsi la carriera gratis? Anzi, se dice 150.000 c’è da pensare che abbondi, che ci metta quel pizzico di generosità diplomatica che non guasta mai. Mica sono i no global quelli del partito dell’amore, o no? Ma Cicchitto e Gasparri fremono. Smaniano dalla voglia di raccontare al mondo il mirabolante fantastilione di persone radunate intorno a loro ed eccitate all’annuncio che in tre anni il mago B. (ossia Bacù) sconfiggerà il cancro. Il guaio è che la questura il fantastilione non l’ha visto. E d’altronde gli elicotteri ci hanno ben mostrato i vuoti della piazza. Duecentomila? E passi, duecentomila, la questura ha valutato male. Ma quale governo ha mai dato pubblicamente dell’ubriacone al questore per numeri sgraditi? Sarebbe davvero questo il governo che sta con le forze dell’ordine? Perché vedete: un conto è  lesinare la benzina o negare gli aumenti di stipendio promessi. Altro è insultare a raffica, colpire il prestigio delle divise davanti a un popolo che la legge l’ha sempre amata con riserva. Vogliamo ricordare l’assurdità di un capo del governo che denuncia di vivere in “uno Stato di polizia”? Che cioè, manco fosse un anarchico carrarese, tratta la polizia come un nemico delle libertà? E vogliamo ricordare il prode Brunetta dare dei panzoni ai poliziotti, lui che ora (come denuncia il Coisp, combattivo sindacato) si circonda di poliziotti in borghese per la sua campagna elettorale veneziana? Fino, ora, al questore ubriaco. Secondo me è veramente troppo. Così parlano gli avventori di taverna. Quelli che credono, andando al governo, di trovare al proprio servizio delle truppe mercenarie e non rappresentanti dello Stato che, come il prefetto Mosca (rimosso), si pongono al di là e al di sopra dei colori politici dei governi di turno.Domandina esistenziale: ma perché B. ce l’ha tanto con le guardie?  </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Cannoli senza Cuffaro. E Repubblica. E i seminari...</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1311</link>
            <description>Ancora sulla bellissima giornata di ieri e sui 150.000 di Libera. Intanto vi devo subito un’errata corrige. Ho scritto nel post precedente che non c’erano classi di bambini. Invece testimoni oculari giurano di avere visto, accanto alle transenne che delimitavano lo spazio di familiari e autorità, proprio una classe di bambini, amorevolmente guidati da una maestra dall’accento siciliano. E che a un certo punto questa maestra avrebbe detto “è l’ora della merenda”, tirando fuori un vassoio di cannoli per i suoi teneri putti. Da lì a vederli tutti con il naso sporco di ricotta pare che non sia passato nemmeno un secondo. Domanda: saranno venuti dalla Sicilia con i cannoli o i li avranno comprati a Milano dove costano il triplo? Ha pagato la maestra o è stato il regalo di un genitore? Vedete quali più amabili interrogativi giungono a noi da piazza del Duomo rispetto a quelli che svolazzano indecenti come cornacchie da piazza San Giovanni…E tuttavia essere antiberlusconiani evidentemente non basta per avere a cuore la lotta alla mafia. Vedete un po’ lo scandalo di Repubblica che ha messo la notizia di piazza Duomo nello sgabuzzino, molto ma molto dentro e con taglio basso. Ho ricevuto mail di protesta tutto il santo giorno, come se Repubblica la facessi io. Ragazzi, il giornale è quello e ciccia. E’ così da sempre. Grandi servizi di cronaca ogni tanto (sempre bravissimo Attilio Bolzoni, che per anni interi si è visto respingere le sue proposte..) e sufficienza verso i movimenti antimafia senza eccezione. Giornale romanocentrico e tutto politico. Che pretendete? Avessi io un mio giornale, vi direi che questa è stata la vera notizia del giorno. Che B. potesse portare altrettanta gente a Roma non era una notizia. Poi, naturalmente, tra qualche giorno uscirà un editoriale per dire (a chissà chi) che ci facciamo dettare l’agenda da B….Infine, notizie dai seminari. Vi do l’indice di quello che si è detto al seminario sull’editoria civile (spazio Melampo), che è quello che ho condotto. Prendete il lapis e segnate. Funzione di supplenza svolta dai libri sul terreno delle inchieste e delle denunce (ovvero stampa scritta e televisiva che non fanno il loro mestiere). Funzione costruttiva di libri apparentemente solo di denuncia (morti in incidenti stradali, ‘ndrangheta). Mancanza di testi che “mettano ordine” nei fatti. Case editrici da classifica (Saviano e il suo contrario, Grillo e Andreotti, mafia solo se “tira”) e case editrici da furbetti, case editrici d’assalto, case editrici che costruiscono (caso “Terre di mezzo”). Durata del libro, tempi di recensione, il problema del successo immediato. Scomparsa parziale dei mediatori culturali: il libraio di provincia; e al contrario: biblioteche e scuole. Libri scomparsi e attuali da ripescare. Condizionamenti sulla grande editoria, pubblicità compresa.  Funzione civile di romanzo e poesia. Guide alla lettura e costruzione del gusto. La fine del rapporto tra università e mercato. Oh, dico: vi pare poco? Vedete come si attrezzano gli antimafiosi? Ma quando la smetterete con le vostre panzane sulla “via giudiziaria”, citrulli che non siete altro?</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il giorno più bello. Quando Milàn l'è un gran Milàn</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1310</link>
            <description>E’ andata benissimo, meravigliosamente, amici che non avete potuto esserci. Di più non si poteva sperare. Che la Lombardia e Milano avrebbero risposto, non ho mai avuto dubbi. Sin da quella mattina d’autunno che a Roma don Luigi mi chiese a bruciapelo, mentre arrivavo in ritardo all’ufficio di presidenza di Libera, se pensavo che si potesse scegliere Milano come sede della XV giornata della memoria e dell’impegno. Magnifico, risposi. Perché avrebbe avuto il sapore di una sfida ed ero certo che la sfida sarebbe stata raccolta. Così è stato. Treni e pullman sono stati tanti: ma potevano portare da fuori non più di trentamila persone. Il resto lo ha dato la regione del berlusconismo fatto ideologia. Che sa anche essere generosa, che sa di non essere difesa (politicamente) da nessuno di fronte all’avanzata della ‘Ndrangheta. Il lavoro nelle scuole ha dato i suoi frutti (bravo Lorenzo, soprattutto). Ha pagato la scommessa di non puntare sui grandi numeri e di fare assemblee solo con classi motivate. E poi si sono i visti i frutti della nuova presenza in università. E siccome tanti giovani così non si vedono più, ma proprio più, alle manifestazioni, qualcuno è caduto nell’errore di pensare che ci fossero solo loro. No, c’era anche gente adulta. Dal palco me la sono osservata più volte, piazza Duomo. Erano decenni che non la vedevo così stipata (proprio vero: gli antimafiosi pullulano). Mai, comunque, l’avevo vista così attenta. Anche chi era più lontano, sotto i portoni del Duomo, teneva costantemente la faccia verso il maxischermo e applaudiva nei momenti più intensi. Giusta la scelta di recitare l’elenco delle vittime non durante tutto il percorso ma una volta sola, alla fine, con la giusta solennità, come in un sacro rito laico. Devo dire che l’applauso finale a quell’elenco, così lungo, così commosso e solidale, non l’avevo sentito né a Napoli né a Bari. Uno scroscio da brivido. Sono stato colpito dalla qualità dell’ascolto, oltre che dai numeri. E infatti non c’erano i bambini, come in altre occasioni. Perché è bello vederli, i pargoli antimafiosi, ma devo dire che la loro presenza mi suscita sempre qualche interrogativo. Mi spiace solo che il camminare in testa con i familiari (quanti, quale dignità mai raccontabile, quanti nipoti, ormai…) non mi abbia permesso di respirare la gioia del corteo, che mi dicono contagiosa, da epifania.E alla fine, nel pomeriggio, anche i tredici seminari pieni zeppi, dove in alcuni non si poteva nemmeno entrare. Che vi devo dire…E’ bello lavorare per questi risultati, per questi valori, “per” e “con” queste persone. Vedere succedersi su uno stesso palco la moglie di Caponnetto e quella di Ambrosoli, il figlio di due desaparecidos e quello della Politkovskaja…Di altro, in questo post, non voglio parlare. Rimanga integralmente dedicato a un sabato, a una vigilia di primavera che più bella non poteva essere. Poi, tra qualche ora, tornerò su questi schermi. La grande corsa (e fatica) è finita, vi potrò dedicare qualche riga in più. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Per un amico</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1309</link>
            <description>Meno uno. Domani a Milano ci sarà la grande manifestazione di Libera per la memoria e l’impegno, con il tam tam degli arrivi che si fa sempre più intenso e generoso. E' atteso/a anche chi farà la prima manifestazione della sua vita, a diciassette o a cinquantacinque anni. E’ bellissimo. Sarà bellissimo. Io però oggi sono più povero di ieri. Se ne è andato Bisi, l’amico di una vita. Solo io potevo chiamarlo così senza irritarlo. “Bisi”, che era l’abbreviativo del suo cognome. Agli altri ingiungeva ogni tanto di chiamarlo Franco. Solo ai Gracchi, mi sembra, era stato trasferito, per una sorta di diritto ereditario, quel mio antico privilegio. Compagni di studio in università, al pensionato Bocconi che è rimasta nei decenni la nostra carta d’identità. Compagni di pranzo e di cena in camera sua, per risparmiare: su una tovaglia di Corriere della Sera del giorno prima, con un piatto di fagioli o di ceci riscaldati in tegamino e dell’ottimo pane. Ogni tanto del vino in bottiglie che arrivavano in regalo e subito finivano. Compagni di cene all’osteria, quando i soldi risparmiati si potevano spendere. E poi di ping pong, di pallavolo, di calcio. Di Sinistra progressista, di Collettivo unitario e di Movimento studentesco. Di innamoramenti e corteggiamenti per un anno solo, perché poi arrivò la Biondina, ma fu un anno intenso di sogni e occupazioni. Compagni di vigilanze notturne contro gli assalti e le provocazioni dei fascisti, che accadevano sempre altrove. Compagni di vacanze in campeggio all’Elba, di concerti improbabili nelle stanze bocconiane. Di prese in giro e di sfottò in rima meravigliosi, verso o contro chiunque, autentici pasquini del postsessantotto. Da fare impazzire, per la frequenza allegra e maniacale che ci mettevamo, i nostri sventurati bersagli. Mise su l’Osteria dei Navigli e io sempre lì sono tornato nelle mie sere e notti febbrili. Con i menabò di Società civile in mano o con i progetti della Rete. E i miei nuovi, più giovani compagni di ogni volta e generazione. E Bisi ci ospitava e ci studiava e apprezzava. E poi faceva sconti al banco, all’amico e a quello che l’amico stava facendo.  Il cuore, accidenti. Il cuore. Se ne è andato d’improvviso e mi è venuto di dire “cazzo, ma almeno una telefonata”. Con quella catenina sottile falce e martello che si era tenuto addosso tutta la vita e mentre dico tutta penso che in realtà sia stata una parte sola. Sì, amici blogghisti, oggi sono più povero di ieri. Dimenticavo: anche lui era figlio di un generale.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Zibaldone di antivigilia. Tra Videocracy, Incandela e bravi pullulanti</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1308</link>
            <description>Meno due. Arriva (sabato) la grande manifestazione nazionale di Libera. Nel frattempo vi do qualche notizia sparsa, in luminoso stile Zibaldone.Prima bella notizia. Secondo me qualcosa nella sinistra milanese sta cambiando. L’attenzione e l’impegno sul fronte della lotta alla mafia avanzano a occhio nudo. Sarà il movimento di questi mesi che ha scrollato e poi aperto gli occhi a tutti. Fatto sta che ieri sera sono stato a un incontro pubblico col segretario della Camera del Lavoro Onorio Rosati e con il nuovo segretario provinciale Pd Roberto Carnelli in vista di sabato. E li ho trovati proprio motivati. Visto che il gruppo piddì in consiglio comunale si sta dando da fare anche lui da un anno, direi che rispetto ai tempi passati (della serie “la questione morale non paga”…o “un po’ di mafia esiste, però”…) siamo messi decisamente meglio. Purtroppo nella campagna elettorale per le regionali non se ne sente parlare lo stesso…Prima cattiva notizia. All’università di Brescia l’altra sera ho fatto una bella e calorosa assemblea. Di che mi lamento, allora, brontolone che non sono altro? Ve lo spiego. Pensando di farmi un piacere, un collega mi ha messo in mano una recente tesi di laurea su mio padre. L’ho aperta e appena ho visto l’indice m’è venuto un satanasso in gola. Le balle spaziali del maresciallo Incandela erano, con tutto il corredo di ipotesi indecenti, oggetto di studio. Di più, fungevano da verità storica. Pazzesco. E dunque grazie sempre a Pino Nicotri dell’Espresso ,che con quel maresciallo, oggi inquisito per qualche cosa, fece una graziosa intervista-libro. Grazie a Michele Santoro che lo spacciò due volte in televisione come “il braccio destro di dalla Chiesa”. Grazie ai giudici che per comodità di tesi gli hanno creduto avendo come unica prova dell’intimità con mio padre un (uno!) normale biglietto d’auguri di Natale. Lo dico e lo ridico, avendo potuto poi provarlo in sei ore di deposizione palermitana: quelle dichiarazioni sono false. Se bisogna farci sopra delle tesi di laurea, è solo per descrivere come un bel cocktail di servizi segreti e di giornalisti liberi e belli produce disinformazione nel paese dei misteri.Seconda cattiva notizia. Mi scrive Alessandro di avere sentito ieri mattina i conduttori di Radio deejay scherzare demenzialmente sulla mafia e sui mafiosi. Tutto a proposito dell’arresto dello ‘ndranghetista del bazooka. Per leggere quel che questi genii (fin troppo compresi) sono stati capaci di dire, andate a vedervi www.urlocivile.blogspot.com. Da parte mia complimenti. Grande umorismo davvero. Occheridere... Occomesietesimpatici… Seconda buona notizia. Ieri sera si è tenuta la proiezione del film su padre Puglisi a ChiAmaMilano. Grande Asli, la giovane organizzatrice. Che mi ha fatto trovare in dono una maglietta con su la scritta: “Gli antimafiosi pullulano” (che è poi il sagace ritornello che va in onda su questo Blog da qualche settimana). Se sabato non fa freddo, me la metto. Infine una notizia che non so se buona o cattiva. Mi avevano parlato benissimo di “Videocracy”. Vedilo, vedilo, ma come fai proprio tu a non vederlo? D’accordo, non avrai tempo di andare al cinema la sera, ma prenditi la cassetta. E’ formidabile, è proprio la verità…Bene, ho preso la cassetta, o meglio l’ha presa la Biondina. E ce la siamo guardata con Tinazza. Ragazzi, ma come fa a piacervi? Sembra quasi la pubblicità occulta di Lele Mora e di Fabrizio Corona (io in ogni caso, fossi stato in loro, me la sarei fatta esattamente così…). Salvo un paio di scene, una noia mortale. E’ in questi momenti che mi convinco che non perdo troppo a disertare i cinema. Mia figlia Dora l’avrebbe fatto molto ma molto meglio. Ma soprattutto mi chiedo: come hanno ridotto il nostro spirito critico per farci scambiare per capolavoro una roba così? Meno male che c’è la marcia di sabato, dai. E almeno per un giorno Milano sarà di nuovo la capitale morale del paese. Sursum corda.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Verso il 20. Ricordatevi di Tati Almeyda</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1307</link>
            <description>Alé, si avvicina il 20. Bella, proprio bella la serata di lunedì sull’ “orgoglio milanese” al Pierlombardo-Parenti. Bello raccontare, fatti e personaggi alla mano, che il giorno della lotta alla mafia ha a Milano solide e antiche radici. Bello risentire Camilla Cederna, Gina Lagorio e Teresa Pomodoro parlare con la voce di Camilla, Cecilia e Lucia, le tre studentesse liceali. E per me (ma ho capito: non solo per me…) risentire il mio rapporto con la Milano degli anni ottanta attraverso la lettura che un grande Fausto Russo Alesi ha fatto del monologo che avevo scritto per l’occasione (e di cui i blogghisti avevano avuto notizia in anteprima). Monologo che la Shammah mi ha poi proposto di ampliare per trarne una versione teatrale. Visto che ormai sono uomo di teatro (ehm…), vi do l’annuncio ufficiale: lo farò. Continuano intanto le notizie degli arrivi in massa a Milano per sabato. Dal Piemonte giungerà un battaglione di pullman che si darà appuntamento all’alba a Novara per marciare poi compatto su Milano e comunicare la gioiosa potenza dei piemontesi: manie di grandezza del loro condottiero Davide Mattiello… Si aggiusta nel frattempo il rapporto con il Comune di Milano. Che la Moratti abbia tenuto la conferenza stampa ieri al fianco di don Ciotti è una notizia, che conferma la forza e il valore di un grande impegno collettivo, che nessuno (per quanto ci provi) può ficcare e stipare nelle polemiche e nelle faziosità della politica di questo Paese.Oggi è uno degli ultimi giorni di vigilia. Fra gli appuntamenti spicca un incontro che mi hanno chiesto i rappresentanti della stampa estera a Milano. Una specie di conferenza per loro nel tardo pomeriggio sulla situazione politica e sulla lotta alla mafia. I giornalisti italiani non me l’hanno mai chiesto, ma avranno le loro ragioni… Sempre a proposito di relazioni internazionali: sarà a Milano anche Tati Almeyda, madre della Plaza de Mayo. L’ho appena conosciuta a Torino,da dove scrivo. Una donna stupenda, ottant’anni di giovinezza. Se la vedrete il 20, accoglietela come merita. E infine una notizia che non mi fa molto piacere. Sta finendo il mio corso (oggi penultima lezione) e mi resta un po’ d’amaro in bocca.. Ho avuto davvero degli ottimi studenti. Per fortuna faremo il sito di Scienze politiche sui temi del corso. Vuoi vedere che arricchiremo anche la libertà di stampa? Per ora, saluti cari a tutti.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Musica in Cambogia</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1306</link>
            <description>il Fatto Quotidiano14 marzo 2010In principio fu Cambogia per caso. Poi è stata Cambogia per passione. Partendo dal palcoscenico. Su cui stava, così dicono di lui a Rimini, “come un cece a mollo”. Da cantautore era andato a un passo, ma solo a un passo, dal successo, quello che ti fa cambiar la vita. Canzoni poetiche e un istinto naturale dello spettacolo, il palco rock di Sanremo, l’apertura del concerto di Zucchero, inviti alle rassegne più promettenti. Il colloquio, tragico e comico insieme, con un manager che gli promette fortuna in cambio della rinuncia alle sue idee. “Ti farò suonare a Milano, in un locale pieno di calciatori e personaggi famosi, ma tu lì non dovrai parlare dei poveri. Dovrai dire quello che ti dirò io”. E subito la decisione di non passar la soglia, di tirarsi indietro. Di pensare meno alla sua voce e più, molto di più, alla voce degli altri. E’ stato così che Sergio Cenci, in arte Casabianca, si è messo a tirar su soldi per un Progetto Continenti immaginato a Roma. Ha fondato una associazione dal nome minimalista, “Una goccia per il mondo”, e ne ha fatto un alleato generoso e battagliero di quel progetto, con l’idea di trovare soldi per certi interventi di assistenza ai bambini cambogiani. Era il 2002. Per lui raccogliere quei soldi, in fondo, non era proibitivo. Aveva i suoi concerti, gli spettacoli di animazione dei suoi primi amici di avventura, e poi i cittadini riminesi di buona volontà, affascinati dall’entusiasmo debordante di questo musico inverosimile, che se chiede la parola in un pubblico dibattito ti chiedi  se non abbia qualcosa di svitato, i lunghi capelli ricci a cascata su sciarponi colorati e i jeans sdruciti e l’aria sempre a metà tra il discorso serio e la battuta dissacrante alla Vergassola. La Cambogia. Simbolo, negli anni in cui lui era in culla, di fierezza e indipendenza, di “eroica resistenza all’imperialismo”. E poi simbolo, negli anni della sua giovinezza, di genocidi, tragedie e brutture indicibili. Bambini e ragazzini di strada consumatori di coca; e a loro volta oggetto di consumo da parte dei battaglioni volanti dei turisti del sesso. Sergio a un certo punto pensò che raccogliere soldi non bastava. Così nel 2005 partì per un viaggio di alcuni mesi. Volle andare a vedere sul campo e portare lì qualcosa di diverso dall’assistenza. Decise di insegnare a molti di quei ragazzini un mestiere, quello che a lui sembrava il più bello del mondo. Il mestiere del fabbro, lo stesso di suo padre, che da bambino negli anni settanta aveva ammirato a distanza in officina, gli occhi spalancati dalla meraviglia, mentre piegava il ferro ai bisogni e agli estri dell’uomo. Fioriere, cancelli, griglie o inferriate. Questo e altro dovevano imparare a fare i ragazzini di Angkor, sito archeologico nella provincia di Siem Reap, una tra le più altamente frequentate dai predoni del sesso minorile. Per lui il viaggio fu una scoperta continua. Scrisse mail agli amici di Rimini, firmate Peter Pan, il nome con cui lo chiamavano i bambini cambogiani. Per raccontare “questo grande campo di battaglia”. E per sensibilizzare. Scattò foto. Vide che le amministrazioni locali lasciavano fare; mica si occupava di politica e, quanto a loro, di quei ragazzini non sapevano che farne. Capì insomma che c’era spazio per fare qualcosa di utile e di buono.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Telchì la manifestassiùn (l'odio, l'amore e altre panzane...)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1305</link>
            <description> guarda che cosa ho ricevuto....  From: Forzasilvio.it [mailto:no-reply@forzasilvio.it] Sent: lunedì 15 marzo 2010 19.05Subject: Manifestazione di sabato prossimo: indicazioni operativeCaro.......................... per facilitare la tua presenza alla grande manifestazione di sabato prossimo in Piazza San Giovanni a Roma, come prima notizia della tua myhome di www.forzasilvio.it trovi le informazioni utili per metterti in contatto con i coordinamenti del PDL che stanno organizzando la partecipazione dei nostri sostenitori.A differenza di quanto avvenuto sabato scorso, la nostra manifestazione è un evento di proposta, non e' contro qualcuno. Silvio Berlusconi e i tredici candidati governatori firmeranno un patto che vincola i presidenti alla realizzazione di punti di programma comuni: dal piano casa alla sburocratizzazione, dalla valorizzazione del verde e delle piste ciclabili alla riduzione delle liste d'attesa negli ospedali e altro ancoraCome  anteprima  dell'evento, venerdi' 19 Silvio Berlusconi presenterà al Tempio di Adriano a Roma il libro  L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio , che, come sai, da' il titolo alla manifestazione del giorno dopo.Grazie per il tuo sostegno. Cordialmente,on. Antonio Palmieriresponsabile internet PDL</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Viscerali e no. Pecorecci e no. Liberali e no. Attendendo il mio monologo</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1304</link>
            <description>Grande, grande manifestazione. Folla di popolo legalitario. E mica solo a Roma. Mi favoleggiano di venti-trentamila a Milano. Ci sarà un po’ di antiberlusconismo viscerale, ma bisogna convenire che è un capolavoro di freddezza riuscire a non farsi prendere dalla visceralità. Ce n’è ogni giorno e per tutti i gusti. Ora abbiamo pure le registrazioni del liberale B., del più liberale dei leader, quello che la Rai è comunista e anche Mediaset non sta troppo bene. Neanche nello Zimbabwe, ha detto Masi che se ne intende. E abbiamo pure gli ispettori a Trani, che Marchino Travaglio aveva evocato come ipotesi pazzesca. Eccoci serviti, ci sono anche quelli. D’altronde Alfano sarà diventato ministro per qualche ragione, o no?  Manuali di dottrina non ne aveva scritti.  In ogni caso sono contento che a Piazza del Popolo sia stata chiamata a leggere anche Beatrice Luzzi, la bravissima interprete di “Poliziotta per amore” (che stasera andrà in scena a Marsala). E che abbia condotto Paola Maugeri, la quale sconti alla tivù pecoreccia non ne ha mai fatti.A proposito di pecoreccio. Questo aggettivo lo rinfrescò per il mio vocabolario (e per quello degli altri più giovani militanti della Rete milanese) il grande Salvatore Guglielmino, mitico autore della Guida al Novecento. Ecco, ci sarà un posto particolare per lui nel mio monologo di domani sera. Ho spedito stamattina il testo definitivo a Fausto Russo Alesi, che lo reciterà interpretando me medesimo. Questo  mi ha chiesto infatti Andrée Ruth Shammah: racconta le persone che fanno oggi l’orgoglio milanese (della lotta contro la mafia e il malaffare) rivivendo in prima persona il modo in cui le hai conosciute tu. Tu giovane che andavi a chiedere di aiutarti dopo l’assassinio di tuo padre. L’ho fatto. Spero sappia “prendere” gli spettatori (che a mia volta spero tanti). Dirò comunque che dopo l’ultima lettura che ne ho fatto ho pensato: dovrebbero sentirlo i giovani per scoprire di più questa città; dovrebbero sentirlo i signori ormai maturi per ricordare quel che hanno dimenticato.Buone notizie anche da Rimini, dove Sergio, Daniela, Concy e Mirco allevano nuovi antimafiosi e nuovi volontari per la Cambogia. Le due militanze non si elidono. Le buone cause sono esattamente come le cattive. Si incontrano sempre. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Contro le mafie. L'orgoglio di Milano al Parenti. Annunciazione annunciazione per lunedì sera!</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1303</link>
            <description>Bene, qui va bene, amici. Mister B. deve avere una santa paura delle regionali. Sondaggi negativi. E stavolta per fortuna non ci sarà un Bertinotti ansioso di andare in tivù ad annunciare più tasse, sui bot, sulle case e su tutto, nei giorni prima delle elezioni. Sembra che stia per saltare il tappo, anche se lo schieramento è tale, in mezzi, arroganza, spregiudicatezza e debolezza dell’avversario da potere ritardare ancora il proprio infarto. Ricordare la resistenza sulle escort, che però verranno comunque ricordate come l’inizio della fine.Intanto gli antimafiosi continuano a pullulare. Nelle scuole di Milano le assemblee in vista del 20 marzo si fanno ormai con il doppio turno. Sia al Leonardo l’altro ieri, sia al Volta ieri. Le aule magne non bastano a contenere gli studenti che vogliono partecipare. E anche ieri sera, nonostante il pienone per la presentazione dell’ultimo libro di Marchino Travaglio, il ricordo delle vittime milanesi di mafia all’Umanitaria è stato bello, affollato e commovente. Stajano, Spataro, ma anche Lorenzo Sanua per ricordare suo padre Pietro, commerciante ucciso dalla mafia dei fiori, che dopo quindici anni non ha ancora avuto uno straccio di processo a rendergli o almeno cercargli giustizia. E’ stata la sua prima volta in queste occasioni. E ha avuto l’applauso generoso che meritava.Lunedì al teatro Parenti si continua con il ciclo della memoria milanese. Fausto Russo Alesi, il nuovo astro del teatro, leggerà un mio monologo sulla Milano degli anni ottanta, scritto per raccontare il clima dell’epoca e ricordare chi, tra quelli che non ci sono più, si batté contro la mafia e il malaffare. Da Franco Parenti a David Maria Turoldo, da Camilla Cederna a Gina Lagorio, da Salvatore Guglielmino a Teresa Pomodoro, da Beppe Cremagnani a Franco Di Maggio. Titolo: “Contro le mafie. Orgoglio milanese”. Ci saranno Vincenzo Consolo, Alberto Bellocchio, Gianni Barbacetto, Cini Boeri, Luigi Pagano, Fulvio Scaparro. Mentre tre studentesse liceali -Camilla, Cecilia, Lucia- che hanno partecipato al movimento nelle scuole leggeranno brani di Gina Lagorio, Teresa Pomodoro e Camilla Cederna (ho trovato un suo bellissimo pezzo sui Cavalieri del lavoro di Catania scritto prima che uccidessero Fava…).In più un “pezzo” prezioso: una mostra fotografica sui leggendari sei giorni contro la mafia organizzati nel gennaio dell’83 (’83, dico…) da Franco Parenti al Pielrombardo. Venite tutti. Ma proprio tutti.Tra le altre iniziative dei prossimi giorni vi segnalo la proiezione gratuita del bel film di Roberto Faenza “Alla luce del sole”, su padre Puglisi. Si terrà mercoledì 17 alle ore 20.45 al Negozio Civico di largo Corsia dei Servi. Organizza ChiAmaMilano, ottima e giovanissima associazione (ve l’ho detto che pullulano…). Diamoci dentro. Manca ormai una settimana. Che l’Italia si desti. (E grazie a 11metri per ieri sera).</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Le vittime di Milano. Giovedì sera tutti all'Umanitaria</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1302</link>
            <description>Attenzione attenzione!! A tutti i cittadini di buona volontà. A tutti i cittadini antimafiosi. Siete chiamati a raccolta domani sera, a Milano, alle ore 21. Tutti all’Umanitaria, in via Daverio, dietro il Palazzo di Giustizia. Lì, in vista del 20 marzo, giornata nazionale della memoria e dell’impegno promossa da Libera, si ricorderanno le vittime milanesi della mafia. Giorgio Ambrosoli, Emmanuela Setti Carraro ed Carlo Alberto dalla Chiesa, Piero Sanua, e le vittime della strage di via Palestro (Alessandro Ferrari, Carlo La Catena, Sergio Casotto, Stefano Picerno, Moussaffir Driss). Li ricorderanno, davanti ai loro familiari, Corrado Stajano, Armando Spataro, Raffaella Lanzillo, Manfredi Palmeri, mentre Lorenzo Sanua ricorderà direttamente suo padre, che la città non ha saputo tenere dentro la propria memoria. La memoria, accidenti, com’è difficile tenerla e poi ricostruirla a ogni generazione. Ieri a Lodi c’erano circa duecento studenti, come chiedo io. Non le maree urlanti, per favore, non servono a niente. Ma nei duecento c’era un plotone di studenti (di scuola privata) tra cui diversi sembravano in gita, come riuniti per espletare una pratica. Così io, che avevo lavorato fino alle tre e passa di notte per potere avere la mattinata libera, dopo cinque minuti mi sono fermato e, vedendo risolini e ammiccamenti, ho detto “non vado più avanti”. Frattura utile. Guai a fargli credere che sei anche tu lì a espletare una pratica. Il fatto è che ogni volta bisogna scavarsi dentro e battersi contro l’abitudine a non ascoltare. Signore e signori, anche questa è la lotta contro la mafia.Due piccole aggiunte: grande soddisfazione per la sentenza su Bolzaneto. Ma come pensavano, chi gli aveva fatto pensare, che potessero fregarsene del diritto, dei diritti umani fino a quel punto? Chi gli ha fatto pensare che potessero sfregiare fino a quel punto il senso e l’immagine della loro divisa?Seconda aggiunta: auguri auguri a Chiara, Maria Regina e a Filippo, il nuovo arrivato. L’ho detto io che gli antimafiosi pullulano…   </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Napolitano e i pirati. E le vittime di Milano (giovedì)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1301</link>
            <description>Napolitano doveva ottenere che B. si scusasse davanti al Paese: “Abbiamo fatto un sacco di fesserie; anzi, dire fesserie è un eufemismo. Scusateci per l’imbarazzo morale, civile, giuridico che vi stiamo procurando. Poiché confidiamo nel vostro spirito democratico, vi chiediamo perdono per questi errori da dilettanti allo sbaraglio e per questa noncuranza delle regole, e soprattutto vi chiediamo l’autorizzazione a partecipare alla campagna elettorale attraverso la soluzione che riterremo tutti più idonea. Per parte nostra vi assicuriamo che ciò non accadrà più”. Questo doveva ottenere il Presidente. Che purtroppo, per difendere non tanto se stesso ma la sua carica (ossia noi tutti leali alla Costituzione) sta diventando sempre più ostaggio dei pirati di governo che gli hanno addirittura minacciato “una nuova Sarajevo”.Insisto. Non più “resistere”, perché non c’è più nulla da tenere in piedi. Ma “ricostruire”. Con impeto, con intelligenza, con passione infinita. Questo mi sembra anche il messaggio che continua ad arrivare dai giovani che riempiono le tante iniziative di queste settimane. Una ve la devo proprio citare: quella di giovedì sera scorso a Osnago, provincia di Lecco, dove ho trovato un plotone di miei ex studenti e studenti attuali, dalla Bocconi a oggi. Bellissimo. Leggo i giornali e ogni tanto segno qualcosa sulla mia agenda da infilare in questo superbo Blog. Poi non ci riesco. Ad esempio avrei voluto dedicare pagine salaci a questo pazzesco istituto dei gentiluomini di Sua Santità (te lo do io il gentiluomo…). Oppure ai pianti e agli abbracci dei parlamentari commossi per l’addio agli scranni di Di Girolamo (“è la prima volta che succede”, ha detto uno; lo trovo stupendamente freudiano).Ma qui di corsa voglio invitarvi tutti, ma proprio tutti, a Milano l’11 sera, ore 21, all’Umanitaria. Qui, grazie a Libera, Milano ricorderà le sue vittime di mafia, anche se ho la sensazione che l’elenco sia incompleto: Giorgio Ambrosoli; Emmanuela Setti Carraro e Carlo Alberto dalla Chiesa; Alessandro Ferrari, Carlo La Catena, Sergio Casotto, Stefano Piperno, Moussafir Driss, vittime della strage di via Palestro del ’93 (il primo vigile urbano, l’ultimo un immigrato che dormiva su una panchina, gli altri tre vigili del fuoco); Pietro Sanua, commerciante e sindacalista ucciso dalla mafia dei fiori nel ’94 e dimenticato da tutti. Ci saranno Raffaella Lanzillo, Corrado Stajano, Armando Spataro, Manfredi Palmeri e Lorenzo Sanua, il figlio che era accanto al padre quando lo uccisero. E tanti altri. Venite a dimostrare che Milano non dimentica. E che la sua parte migliore si identifica nel significato e nei valori della grande giornata del 20 marzo. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Vittoria in tribunale. E l'Italia come l'Aquila...</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1299</link>
            <description>E’ arrivato marzo e si avverte nell’aria un certo meraviglioso tepore. Nel 2004, quando facemmo il Mantova Musica Festival, naturalmente ai primi di marzo venne giù tanta neve da bloccare i treni. Nessuna polemica con il dio del cielo, sia chiaro; pura constatazione. E poi è sempre meglio abbassare i toni. Li alzo solo per annunciarvi che ho rivinto il processo civile con Previti, che continuava a chiedermi un milione di euro per avere scritto sull’Unità cose scritte centinaia di volte in centinaia di sedi da decine di persone. Chissà perché io…A volte mi viene il dubbio che avere capeggiato in parlamento la rivolta contro le leggi ad personam del 2002-2003 non mi abbia aiutato. Grazie grazie grazie agli avvocati (precedenze per genere e per età) Beatrice Menis, Sandro Battisti -glorioso ex senatore e collega di battaglie di quei tempi- e Dario Cusumano, il più giovane.E’ finito stasera il grande corso di formazione dello Spazio Melampo, promosso da Scuola Caponnetto e Libera, sulle organizzazioni mafiose a Milano e in Lombardia. L’ha chiuso Luca Beltrami Gadola parlando del governo del territorio. Ma la notizia bomba l’ha sparata l’architetto Donata Almici. In vent’anni, dagli anni novanta all’Expo, Milano avrà costruito nuovi 42 milioni di metri cubi (!!!!), in buona parte disabitati. Domanda: chi si può permettere di costruire senza vendere? Eh, rispondete: chi se lo può permettere? Ricordate comunque: i video delle lezioni del corso li trovate su questo Blog grazie al sapiente lavoro del mago del computer.Procede bene nel frattempo la corsa verso il 20 marzo, manifestazione nazionale di Libera. Domattina (ora è l’una e un quarto del 3) mi faccio due scuole superiori. La sera Nichelino, in provincia di Torino. Week end tra Adria e lago di Garda e poi lago di Idro. Qui sabato, sulla strada per l’Adamello, ho trovato una delle più belle scuole mai viste in Italia. Laghi azzurri, monti innevati, aria da paradiso e lì in mezzo il Perlasca (dedicato al partigiano, non al benefattore degli ebrei), con un preside e una vicepreside che citerò -Alfredo Bonomi e Antonella Ali- perché ancora una volta, con un folto gruppo di insegnanti, mi hanno restituito l’orgoglio di stare in un paese dissestato ma con una grande scuola. Bastonata ogni giorno ma grande. Beati i ragazzi che vanno in quell’istituto, non solo perché c’è dentro un alberghiero dove si cucina da pascià, ma perché ci si respira un clima, atmosferico e umano, che è stato in grado di rigenerarmi dalle mie fatiche mentre ne compivo un’altra ancora (segnalo anche l’aula magna in assoluto più bella del Regno, roba da grande ambasciata o da Nazioni unite).Insomma, non si resiste ma si ricostruisce in proprio il Paese, e Aquila è la metafora perfetta. Me l’ha fatto notare una signora ieri sera a Bussero, dov’ero stato invitato da Michele e Silvana, amici del pensionato Bocconi che continuano a occuparsi anche dei volantini. Questa è grandezza. Quanto alle liste bocciate, non so come finirà, però, detto decoubertinianamente, che spasso…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Elogio dei comunisti (chi l'ha scritto? Emanuele Filiberto o....?)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1297</link>
            <description>Ce ne sono mille, più una, di buone ragioni per cui, da qui a metà giugno, occorre distinguere in fretta il bene dal male e dare una mano ai comunisti.I COMUNISTI NON SONO DEMAGOGHI.Partito operaio, hanno mediato il rapporto fra gli operai e la crisi con gli strumenti della democrazia diffusa, del potere democratico istituzionale, della lotta organizzata che si costruisce sul confronto persuasivo e sull’asprezza di uno scontro civile che ha basi reali e irriducibile nel conflitto degli interessi. Ma l’interesse dei comunisti è quello stesso degli operai, classe generale oggi e in quanto tale classe dirigente.I COMUNISTI NON SONO SERVI.Protagonista della vita nazionale degli anni della rinascita antifascista, il partito comunista italiano è forse l’unica forza politica europea che abbia lavorato nei fatti per disegnare i nuovi confini della transizione socialista, cancellando per sempre i tratti di lapis della conferenza di Yalta. Ecco perché, quando parlano, qualcuno li ascolta.I COMUNISTI NON SONO IGNORANTI.Società nella società, paese nel paese, il partito dei comunisti è diretto da un ceto politico di origini disparate e formazione varia, ma in una cosa si distingue come blocco monolitico, corpo estraneo: esso ò nemico dell’incultura e della rozzezza Dorotea, avversario irriducibile delle semplificazioni radicali, amico e alleato della prassi solo in quanto se ne forma qualche teoria.I COMUNISTI SONO COMUNISTI.Nell’ora critica del rapporto sociale che ha nome capitale, mente la barca scarroccia nel mare, posseggono la bussola migliore perché non hanno paura di  approssimare il punto-mare. Hanno un’idea dello sviluppo che non si esaurisce nello sviluppo, che tende a riprodursi in un concetto di società e di vita oltre l’istinto di morte della vecchia società e spesso, sempre più spesso, della vecchia vita.Si deve dare loro una mano per proteggere il semplice e l’elementare diritto a una vita politica, economica e sociale  libera dalle costrizioni del privilegio e dalle offese della più serva inettitudine. Ma anche per tante altre ragioni, mille e una, ai comunisti si deve dare una mano. Giuliano Ferrara, su “il tuo quartiere”, giornale della Zona Francia, Torino, aprile 1976  (fotocopia dono di un vecchio ma pimpante militante del Pci torinese; neretto e maiuscole tratte dalla fotocopia)</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il fango e l'onorevole maggiordomo. Brutta new e belle news</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1296</link>
            <description>Oh, qui si combatte ad armi pari con la Champions, amici cari. Il movimento avanza di pari passo con le secchiate di fango (eufemismo…) che ci vengono rovesciate addosso non dalle intercettazioni ma dagli intercettati. Avere un parlamentare (il Di Girolamo) che si fa le foto con il boss della ‘Ndrangheta e ne viene richiamato all’ordine (“ricordati che sei il mio portiere”) e al suo cospetto telefonico si genuflette come un maggiordomo senza livrea, ci retrocede ancor di più nella scala mondiale degli indicatori civili. Anche perché Di Girolamo, come sappiamo, non è il solo. Quelli finiti in foto simili sono decine, negli ultimi anni. E chissà quanti quelli che hanno preso soldi dalle cosche per farsi eleggere, Che schifo. Come scrivevo dopo gli arresti di Trezzano, e come chiosa alfa10, non siamo tornati a Tangentopoli. Siamo oltre. Quanto a Fastweb e al capitalismo della new economy, proprio new, tanto di cappello.In ogni caso, come dicevo, ce la battiamo con la Champions. Gli antimafiosi pullulano (ah, quanto mi piace questo verbo…). Ieri sera a Casale Monferrato un salone praticamente pieno a dispetto di Inter-Chelsea, con me che ogni tanto chiedevo dal microfono il risultato. Esattamente come martedì 16 lo Spazio Melampo aveva retto il confronto con Milan- Manchester. Incredibile, vero? Stamattina invece pienone in Statale per il libro di Forgione, con Anna Canepa, Giulio Cavalli e me medesimo in veste di anfitrione. Organizzato da Lapsus, associazione degli studenti di storia. Nuova stagione, è una nuova stagione vi dico. Ci ho scritto qualche nota tra cronaca e teoria per il prossimo numero di “Narcomafie”, secondo me la rivista obbligatoria per chi voglia occuparsi seriamente di questi fatti. Non so come quella benedetta e striminzita redazione riesca a riempirla ogni mese in quel modo, che non si trova nemmeno più il tempo di leggerla tutto. Però lo fanno, e meno male.Meno male anche che ogni tanto veniamo richiamati bruscamente al livello medio di cultura del nostro paese. Su Donna Repubblica trovate una splendida intervista di Giorgio Armani, stilista insigne, che però alla domanda su che cosa sognava di fare da grande quand’era ragazzo risponde “Il medico, come il protagonista del romanzo di Cronin, La città della gioia”. Delizioso. Peccato che il romanzo sia ‘La cittadella’. Cicca il titolo Armani? Appunta male l’intervistatore/intervistatrice (senza nome sul giornale)? L’intervistatore/intervistatrice odia Armani e quindi lascia lo strafalcione? Oppure: l’intervistatore/ intervistatrice è ignorante di suo e non se ne accorge o va malauguratamente a memoria? E chi lo sa! Però così sta scritto. Ragazzi, noi siamo quelli che facciamo cultura…Be’, ‘La città della gioia’ di Cronin è obiettivamente una notizia. Lo sapevo: di “attenzionare” in “attenzionare” fin qui alla fine bisognava precipitare. Ora vi saluto. Vado a cercare di comunicare entusiasmo per la legalità ai giovani piddini di Adria e a invitarli in massa il 20 di marzo a Milano. Miiiii….</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>&amp;quot;Le belle ragazze albanesi&amp;quot; di mister B.</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1294</link>
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Scritto da Elvira Dones, scrittrice e giornalista albanese Egregio Signor Presidente del Consiglio,le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care:  le belle ragazze albanesi . Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che  per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione.  Io quelle  belle ragazze  le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A  Stella  i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna.Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.Sulle  belle ragazze  scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei.Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Trezzano sul Naviglio, Smuraglia e il televoto</title>
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            <description>E così a Trezzano sul Naviglio anche un sindaco del Pd teneva rapporti con la ‘Ndrangheta, se i magistrati non hanno preso fischi per fiaschi. E poi, finito il mandato, ha messo al proprio posto in municipio sua moglie. E il partito non ha fiatato. E gli elettori, invece di vergognarsi un po’ almeno sul piano estetico, l’hanno pure votata. Davvero Dio perde chi vuol perdersi. E’ da vent’anni e passa che io, Gianni Barbacetto e pochi altri denunciamo quel che sta accadendo nell’hinterland milanese ma, sarà un caso, si preferisce sempre guardare da un’altra parte. Di più: ormai ricevo privatamente consiglieri comunali del Pd che si sfogano e lamentano di non trovare ascolto nel partito proprio sulla questione dei rapporti con le organizzazioni mafiose, non si dice sulla “questione morale”, che è notoriamente una barzelletta.Ben venga stasera dunque, e cento volte di più, il nostro corso di formazione per amministratori pubblici allo spazio Melampo. E che ci vengano ‘sti amministratori pubblici a sapere che cos’è la mafia a Milano e in Lombardia, così almeno poi non ci raccontano che non avevano capito. Stasera per esempio ci sarà Carlo Smuraglia, questo quasi leggendario avvocato che a ottant’anni suonati da un pezzo ancora va in giro per sedi civili e di partito a spiegare diritto e legalità, e a cui dobbiamo fra l’altro la preveggente relazione della commissione di indagine sulla mafia del Comune del ’92. Venite a sentirlo, questo anziano più giovane di tanti giovani…Non state a sentire invece chi favoleggia che a Sanremo ha vinto il televoto. Ma guarda un po’, questo televoto che finisce sempre per fare quel che piace a Mediaset (Amici) o alla politica (Emanuele Filiberto e quell’immagine da operetta della patria; pazzesco, con Lippi che gli va a fare da spalla, e Pupo che canta con la mano in tasca come fosse Scognamiglio durante il suo discorso di insediamento in Senato nel ’94…). Farò il pasoliniano e ancora una volta dirò: io so, io so che il televoto non esiste (e infatti il computer continua a cambiarmelo in telefoto…). Il televoto è il desiderio del potere, nella combinazione politico-mediatico-lobbistica che esso riesce a esprimere di volta in volta, un idolo, un feticcio orwelliano per chi vive di tivù. Le giurie popolari sono un’altra cosa. E purtroppo in Italia esistono solo per alcuni (pochissimi) premi di paese.Ah, l’Abruzzo. Che formidabile metafora del potere berlusconiano… Quasi più del Belice con il potere democristiano. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Dieci pensieri per me (parte seconda, con dopofestival incorporato)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1291</link>
            <description>Pensavate che me ne fossi dimenticato? Lo so, mancano cinque pensieri per completare gli altri cinque e arrivare a dieci (ossia al numero obbligatorio di domande pubbliche, di rilievi critici e di idee per il mondo). Pronti via, dunque.Pensiero numero sei. Stasera sarò al dopofestival di Sanremo, ebbene sì, quello di youdem. Ho fatto bene od ho fatto male ad accettare? Ne ho sentite di ogni colore. I pessimisti partono dalla bocciatura senz’appello dell’arrivo di Bersani in riviera e da altre apparizioni poco edificanti (Emanuele Filiberto, mi dicono). Io parto dall’idea che userò lo spazio per far sapere della manifestazione di Libera del 20 marzo e per partecipare domani pomeriggio a un pubblico dibattito con i giovani del piddì sulla legalità. E poi non dispero: di dopofestival un po’ mi intendo. A Mantova (che era un’altra cosa, d’accordo) con Lidia Ravera ne abbiamo fatti di carini assai.Pensierino numero sette. Sto notando, nei miei giri per l’Italia (in genere gli ospiti mi offrono amabilmente le cene) che le olive taggiasche stanno prendendo il posto della rucola degli anni ottanta. Sono dappertutto. Lato positivo: molti si chiedono che cosa voglia dire “taggiasche” e così imparano una cosina in più di geografia (altro che toglierla dalle materie scolastiche, pisquani che non siete altro!).Pensierino numero otto. Leggo che il signor B. annuncia al mondo la preziosa informazione ricevuta dai Servizi: qualcuno lo vuole eliminare fisicamente. Della serie: vorrei fare il martire ma preferisco vivere. Mai visto un capo di governo serio dichiarare di essere nel mirino di questo o di quello a mesi alterni. I capi di governo seri cercano di infondere sicurezza nei loro popoli. O no?Pensierino numero nove. Morgan: e chi se ne frega? Ma è possibile che per punirlo per le sue dichiarazioni su quant’è bella la droga non lo mandino a Sanremo e poi ce lo facciano ciucciare in tivù per un’intera settimana? Io un’idea sul perché l’hanno risarcito così ce l’avrei. E, gratta gratta, se ci pensate un pochino ce l’avete anche voi…Pensierino numero dieci (oh ecco, ci siamo!). Ma perché all’Aquila qualcuno non organizza un grande convegno per raccontare al mondo come è andata davvero la ricostruzione? Con tanto di mappe e di affari? E perché la tivù non ci racconta dell’ imprenditore di Cosa Nostra (Fecarotta) che va a palazzo Chigi ecc. ecc.? Ovvero: perché non nasce un grande comitato per la controinformazione sotto il regime di B. e dei suoi soci, come quello che lavorò sulla Strage di Stato (per i più giovani: piazza Fontana)?</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>E' tornata Tangentopoli? (su &amp;quot;Europa&amp;quot; del 19 febbraio)</title>
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            <description>Milko Pennisi dopo Mario Chiesa e subito incalza la domanda: è tornata Tangentopoli? C’è chi risponde di sì invocando (anche) la quasi perfetta coincidenza dei tempi (metà febbraio) e dei luoghi (un bagno). C’è chi risponde di no perché le cose della vita non si ripresentano mai allo stesso modo. La prima tesi pecca forse di simbologia. La seconda appare un inno al pensiero debole, visto che -come storici e biologi insegnano- un medesimo fenomeno può presentarsi in forme cangianti senza per questo cambiar di specie. Certo oggi sarebbe difficile immaginare un segretario di partito che nell’oscurità di un garage incassi una mazzetta da redistribuire anche ad altri partiti. Eppure che lo spirito di Tangentopoli non sia mai stato sfrattato (nel senso di sfratto esecutivo) dalla vita pubblica nazionale, questo appare sempre più evidente. In effetti, il rapporto fra le inchieste del ’92-’94  e i comportamenti medi del sistema politico è stato improntato al più classico dei gattopardismi, se è vero che perfino Berlusconi sognò di ficcare nei suoi governi Antonio Di Pietro o Piercamillo Davigo. Mani pulite più che costringere una società a mettersi silenziosamente allo specchio fu cioè un alibi per rivendicare chiassosamente un’ innocenza di massa (o, per una minoranza, il proprio status di perseguitati politici).Poi il sistema si è riassestato. Si è guardato intorno e si è trovato un po’ cambiato. Partiti morti e partiti nuovi. Ustioni di terzo grado e trionfi con il vento in poppa. Gli apparati hanno fatto una cura dimagrante coatta e non si sono più ripresi. Ma l’idea che la politica dovesse avere un rapporto “utile” con gli affari, con i grandi affari soprattutto, questa non è mai sparita. Basta ripercorrere la storia parlamentare con il pallottoliere in mano. Da allora a oggi non è stata fatta una legge che fosse una per rendere più incisiva la lotta alla corruzione. Anzi, partendo dall’assunto che Tangentopoli, anziché essere una vicenda rigeneratrice del sistema, fosse stata un’offesa agli equilibri costituzionali tra i poteri, si sono inanellate una dopo l’altra decine di norme volte a ridurre la capacità di colpire la corruzione e tutti i reati satelliti. E anche oggi, mentre promette provvedimenti volti a inasprire la lotta alla corruzione, il presidente del Consiglio lancia l’ultimo assalto alle attuali norme sulle intercettazioni telefoniche. E’ il copione di un intero quindicennio: indagini più difficili, prove più faticose, magistratura sotto tiro, reati abrogati, processi impossibili. Ovvero: lo spirito di Tangentopoli che si costruisce una nuova casa. Più bella e più accogliente.La Lombardia, poi, non si è fatta mancare niente. Dagli scandali della sanità, troppo colpevolmente sottovalutati, a quelli amministrativi o nei lavori pubblici. Le ultime vicende però sollecitano domande anche più dense e preoccupanti, che vanno oltre i corsi e ricorsi storici. Per esempio: perché pagare diecimila euro per un parere non vincolante, come quello della commissione urbanistica del Comune di Milano? E una decisione vincolante quanto si paga, ammesso naturalmente che la si paghi? Oppure: chi emette pareri non vincolanti come può poi garantire circa il successo finale del progetto corruttivo? E ancora. Se gli atti amministrativi possono essere venduti (e l'espediente del bagno di Hoepli suggerisce che non ci si trovi davanti a cleptomani momentanei), che cosa succede a una città come Milano se al posto di un imprenditore valtellinese riluttante e dalle disponibilità limitate l'interlocutore è un clan della ‘Ndrangheta dalle disponibilità (pressoché) illimitate e solo voglioso di fare buoni affari? Queste sono le vere domande che arrivano da Milano, dove un assessore regionale è in carcere, un altro è chiacchieratissimo e fa capolino (benché non indagato) in inchieste di riciclaggio e la moglie di un plenipotenziario del Pdl (a sua volta, lei, assessore comunale) ha appena patteggiato due anni sempre per riciclaggio. Volete sapere se è tornata Tangentopoli? Ma perché, se n’era andata?</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Dieci pensieri per me (parte prima)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1288</link>
            <description>E’ tardi, ma siccome non ho voglia di lasciare scoperto ancora un giorno il mio preziosissimo Blog vado veloce con la prima metà dei dieci pensierini che mi frullano per la testa (perché dieci? perché si usa così, zucconi, non ve ne siete accorti che è la moda del momento? se non ci metti dieci domande o dieci pensieri rischi di non essere nessuno…).Pensierino numero 1. Luxuria se ne è andata a destra. Alla faccia di chi dopo il successo all’Isola dei famosi la proponeva come leader della sinistra perché popolare, simpatica e finalmente anticonformista. Amici miei, la tivù sta a destra. Volete che un aspirante divo televisivo non venga preso dalla voglia di fondare una destra liberale? Sottopensiero: ma quante bischerate riusciremo a partorire con i nostri cervellini democratici sempre più stressati?Pensierino numero 2. La Binetti se ne è andata all’Udc. Lei come leader della sinistra non l’ha proposta nessuno. La portò da questa parte Rutelli convinto di togliere voti a Cl. Risultato: nessun voto tolto a Cl, un bel po’ di voti persi a sinistra. Ma ne abbiamo viste tante di queste operazioni strategiche, diciamo la verità. E la Binetti non è antipatica. Semplicemente non è di sinistra. Assurdo stracciarsi le vesti.Pensierino numero 3. Ma l’avete notato l’assalto che le tivù stanno dando alla figura di John Kennedy e dei Kennedy in particolare? Assatanati di donne (mica solo Marylin…), spregiudicati, amici della mafia. L’altra sera la Rai ha dato il massimo. John, abbiamo saputo, voleva la sua “razione quotidiana di sesso”. Che ci abbia ragione la Biondina? Che vogliano dirci subliminalmente che tutti i grandi hanno fatto e fanno come Berlusconi? Io inizio a crederci (non che sia vero, ma che ce lo vogliano far credere). In ogni caso, piccola obiezione: Kennedy non le faceva ministre, parlamentari, candidate o quel che è. E i mafiosi non se li teneva in casa. Io, fossi al posto dell’ambasciatore americano, invierei una “vibrata protesta”.Pensierino numero 4. Quando vedo i soldi buttati via per la Maddalena e per l’Abruzzo mi infurio. Ho degli studenti bravissimi. Almeno sei o sette di loro (ma probabilmente di più) meriterebbero borse di studio, opportunità di formazione e di viaggi. Ma i soldi non ci sono perché c’è la crisi. Però, minchiazza -sempre come direbbe Lillo-, i soldi per le imprese degli amici di Bertolaso ci sono, quelli ci sono sempre. Dice: sono capitoli di spesa diversi. Appunto. Tagliamo i soldi per i lavori pubblici come si fa con tutte le voci. O il problema è che gli studenti non procurano escort e non regalano soggiorni in Sardegna?Pensierino numero 5. Stasera martedì continua il corso di formazione sulla mafia a Milano e in Lombardia per amministratori e incaricati di pubblico servizio (Scuola Caponnetto e Libera, allo Spazio Melampo). Mi convinco sempre più dell’utilità di questa specie di grande scuola popolare. Penso alle commissioni urbanistiche dove si trovano o si possono trovare i Milko Pennisi a dettar legge. Penso agli assessori di vario livello che amano il fruscio leggiadro dei soldi e i voti a pacchi dei “paesani”. Ma si può combattere la mafia con questi qui? Qualcuno difenda Milano e la Lombardia. Fossi Repubblica, aprirei una sottoscrizione…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il gazebo &amp;quot;militante&amp;quot; del signor Orsini</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1287</link>
            <description>il Fatto Quotidiano14 febbraio 2010Datemi un gazebo, solleverò il mondo. Fossero tutti come lui, il famoso radicamento della Lega sarebbe una quisquilia. Lui è Gianfranco Orsini, classe 1927 ma nessuno gli dica che ha ottantatre anni perché “sono nato in dicembre”. Chi è abituato a frequentare o a scrutare da lontano i gazebo e i banchetti elettorali nel centro di Milano, lo riconosce subito. C’è da sempre, almeno da una Repubblica, la seconda. Fino agli anni novanta aveva fatto soprattutto il tecnico per aziende elettriche ed elettroniche italiane e belghe, occupandosi delle prime centrali nucleari. Come dipendente (“guadagnavo tanto, mi davano lo 0.5 per cento del fatturato”) e poi come agente. Politica pochina. Solo il tifo per i partigiani da ragazzo. Il 26 aprile saltò sul camion degli insorti a Lodi, la sua città, per festeggiare la Liberazione ma ne scese quando gli misero un fucile in mano per andare a contrastare un’ultima colonna tedesca. “Non avevo mai usato un’arma e pensai che ci sarei rimasto come un uccellino, poi per fortuna di tutti la colonna dirottò verso est”. Dopo di allora generiche simpatie per i liberali di Baslini, uno dei padri della legge sul divorzio.  A conquistarlo alla politica fu Mariotto Segni con i suoi referendum, 1991 e 1993. “Sì, il mio primo gazebo l’ho fatto con lui. Insieme a Rivera che era il mio idolo di milanista, anche se poi il Milan l’abbiamo lasciato tutti e due a Berlusconi. E lo sai con chi ho fatto uno dei miei primi banchetti? Con Giulio Tremonti. Alla convention del Patto con l’Italia era stato applauditissimo, c’era un suo libretto sulle tasse inutili che spopolava, aveva scritto il programma economico contro Berlusconi. Il giovedì prima delle elezioni del ’94 feci un grande gazebo per lui a San Babila. Dopo il voto me ne andai in Inghilterra a trovare mia figlia e lessi che era diventato ministro delle finanze con Berlusconi. Che reazione ebbi? Mi diedi del pirla per averlo aiutato. L’anno dopo fui tra i primissimi a schierarmi con Prodi, quando al palazzo dei congressi di Roma venne lanciato il movimento dell’Ulivo. Il primo a parlare fu Segni, era l’8 marzo, tutto pieno di mimose. Tornai a Milano e feci subito il comitato.” Da allora Orsini è rimasto fondamentalmente un ulivista. Non ha mai fatto grandi distinzioni di sigle nel centrosinistra, ogni altra casacca gli è sempre andata un po’ stretta, dall’Asinello al Pd, passando per i Democratici e la Margherita. La sua vera casa politica è un gazebo al servizio delle buone cause. Se arriva un referendum, se ci sono elezioni di ogni tipo, se si convocano le primarie, se c’è da raccogliere firme, si può essere certi che prima ancora che scatti qualunque direttiva di partito, c’è comunque una persona che a Milano organizza un gazebo. Che fa le pratiche dei permessi, sceglie il miglior posto nel centro della città e ci si piazza dal mattino alla sera. E si può stare altrettanto certi che in linea di massima quel gazebo resterà l’unico del centrosinistra. E anche che l’Orsini si recherà in qualche sede politica a spiegare che se si vuole fare propaganda, se si vuole stare tra la gente a parlare e dare volantini, bisogna riempire di vita quel posto. E che inviterà soprattutto i giovani a dargli una mano. E che quasi tutti lo guarderanno con un po’ di sufficienza. “Questi giovani…”, mormora in questi casi il più pimpante militante della sinistra milanese, “gli interessa il posto nel partito o nelle istituzioni, ma se c’è da lavorare sulla strada non ci sono”. Non è del tutto vero, perché nelle periferie qualche trentenne che fa banchetti (ma non gazebo…) c’è. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il '92 e l'8 settembre. Quando i corrotti pullulano e gli antimafiosi pure</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1286</link>
            <description>Lo so. Lo so che sono in ritardo di qualche giorno con il blog. Ma qui a Milano gli antimafiosi pullulano e io ho il dovere di stare con loro, di spronarli, di incoraggiarli. E’ bellissimo vedere questa ondata antimafiosa. Anche oggi buone notizie. Bello, anche se con qualche difficoltà logistica, il convegno degli insegnanti. Un grande Ingroia ha spiegato una cosa importante: che le cose dette in questi giorni da Massimo Ciancimino stavano già scritte circa dieci anni fa nella sua requisitoria contro Dell’Utri, solo che ora sembrano una novità trascendentale e ci si chiede “perché ora”, o chi “c’è dietro Ciancimino” ecc. Stupefacente. Non solo. Ingroia ha pure raccontato -e secondo me il dettaglio vale tutto il corso- che il primo studio sul progetto del nuovo partito Dell’Utri lo commissionò nel ’92, altro che ’94. 1992, avete capito? Io credo di avere capito…Strapiena la sala Alessi di Palazzo Marino per l’altro incontro sulla mafia a Milano: con Veltroni, i consiglieri piddì e il sottoscritto. Una marea di persone in piedi. C’è davvero un’aria di rivolta, anzi di ricostruzione. La tesi sostenuta dal vostro anfitrione? Eccovela: qui qualcuno, da qualche parte, ha firmato un 8 settembre con la ‘ndrangheta. A questo punto noi abbiamo il dovere di fare quel che si fa l’8 settembre. Ci si batte in proprio per la libertà, prendendoci in mano il destino di Milano e della Lombardia.E a proposito di Palazzo Marino. Carina, eh, la storia del consigliere Milko Pennisi (presidente della commissione urbanistica) beccato con 5000 euro in flagranza di reato appena fuori dal Municipio?! Dicono che siano improponibili i paragoni con Tangentopoli. Io invece dico che siamo esattamente a quel punto. Tra Milano e Protezione civile sempre lì torniamo: pugni (alla decenza), pupe e pepite. Se poi mi chiedete se questo livello di corruzione aiuti la mafia, io vi rispondo di sì. E che con questo livello di corruzione la mafia dimentica mulo e trazzera e si mette a correre in autostrada.Io spero in bene, però. E non solo perché c’è la ventata antimafia. Ma perché ho scoperto una cosa proprio inaspettata. Non ve la faccio lunga. Google mi ha segnalato un sito in cui si parlava di me. Io ci vado e trovo l’avviso: “attenzione ai minorenni”. Apro incuriosito e vedo prima una sequenza di immagini abbastanza sensuali (ohibò…) poi un diario aperto di una ragazza che descrive la sua giornata. Uno stile per nulla da movimenti civili. Fatto sta che la ragazza racconta di avermi sentito nel suo liceo e che la cosa le è sembrata interessante, ammettendo che fin lì della mafia non  sapeva molto. Ecco, io dico che se anche questi giovani iniziano a provare interesse per questi temi, abbiamo sfondato. Non parliamo solo a quelli “come noi”. Forza popolo democratico.P.S. Quanto alla svolta di Salerno (Di Pietro e dintorni) mi stupisce che qualcuno si stracci le vesti. Ho sempre ritenuto l’Idv un partito come gli altri, nonostante le posizioni radicali espresse sulla questione morale. Che nell’occasione infatti sono andate a cuccia. A me, in realtà, l’episodio mette fiducia. Servirà a chiarire che non ci sono i partiti diversi, quelli vergini contro quelli corrotti. Ci sono le persone con le loro storie. Che è un punto di partenza sempre più solido delle etichette e delle ideologie…</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Storie italiane. Basaglia, Velardi e Nobili</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1284</link>
            <description>Be’, stasera la prima puntata (la seconda è domani) di Rai 1 sulla storia di Franco Basaglia mi è sembrata veramente bella. Una specie di miracolo in questo bazar-suburra rigonfio di oscenità e offese al comune senso del pudore civico che è la “nostra” televisione. Ho avuto qualche brivido mentale rivedendo quella storia. Perché ogni scena consentiva di misurare come la civiltà, nonostante tutto, qualche grandioso passo in avanti l’abbia fatto. I manicomi, l’elettrochoc, le istituzioni totali come fossero noccioline. E’ stata pure un’occasione per ridare dignità al famigerato ’68. E anche per pensare a quanto possano essere grandi le storie che appaiono normali (o solo diverse e coraggiose), sol che si decida di raccontarle e di dotarle di un contesto. E’ quel che mi sta accadendo con le storie (certo, assai minori di quella di Basaglia) che mi sono impegnato a raccontare per il Fatto ogni domenica. Spesso i protagonisti mi confessano di essersi letti con stupore, perché nessuno gli ha mai fatto immaginare  che il loro impegno meriti di essere raccontato; di leggere di se stessi come se si trattasse di altre persone. Il problema, secondo me, è che siamo poco generosi; e dunque difficilmente siamo disposti a riconoscere la grandezza in chi non è famoso. E ancor meno a raccontarla. Non vorrei essere generoso invece con Claudio Velardi, ex lothar dalemiano e recentemente assessore alla cultura di Bassolino (al computer: non ho detto Sassolino!). Il quale ora cura l’immagine della Polverini in Lazio e (giusto sul Fatto di oggi) afferma anche che “sarebbe un onore” se B. gli chiedesse di lavorare per lui. Purtroppo, ammicca Velardi, B. è un mago della comunicazione e quindi è difficile che lo chiami. Minchiazza, direbbe il mio amico Lillo e io ripeterei con lui. Mica male. Velardi spiega anche che nel 2004 o 2005 guadagnava 400.000 euro l’anno. Complimenti, senza invidia. Gli affari dell’azienda andavano bene, si vede. Non so che azienda-Re Mida sia, ma è un mio limite.Sarò generoso invece con Alberto Nobili, uno dei migliori magistrati italiani, che martedì sera terrà la relazione al corso di formazione “Scuola Antonino Caponnetto”- Libera allo Spazio Melampo. Pare che ci sarà la diretta tivù su questo Blog (intanto potete trovare la prima serata in video sulla “mia tivù” -cliccare sulla colonna a sinistra-). A Milano il movimento antimafia è in piena effervescenza, in misura inversamente proporzionale alle istituzioni. Martedì inizia alle 17.30 anche il seminario studentesco a Scienze Politiche mentre venerdì mattina inizia, sempre a Scienze Politiche, il convegno degli insegnanti lombardi. E nelle scuole è tutto un fiorire di incontri. Domani i miei studenti mi daranno le loro riflessioni sulla prima parte del corso. Sono molto curioso. Naturalmente i giornali tutta questa materia viva manco la vedono. Così ne scriverò per il Fatto (ovvio) e in forma più ricca e sociologica su Narcomafie. Che farà un numero speciale per il 20 marzo. E a chi mi chiede che cosa ci sarà il 20 marzo gli rifilo un manrovescio sul coppino.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>La rete di Giuseppe l'&amp;quot;indiano&amp;quot;. Onda viola sì, ma senza patenti</title>
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            <description>il Fatto Quotidiano, 7.02.2010Oggi il suo cuore batte per una data: il primo di marzo. Il giorno che viene dalla Francia. Il grande sciopero dei migranti decisi a mostrare all’Europa ricca il loro valore per l’economia e la vita di chi vorrebbe ricacciarli indietro. Giuseppe accumula incontri, messaggi in rete e telefonate.Vuole farla riuscire pure a Bari, la manifestazione. Perciò cerca di capire quanti siano i buoni viandanti in cammino verso quella data. Sembra poggiare l’orecchio al suolo come un indiano. “Indiano” d’altronde è il nome con cui viaggia in rete. Rosarno è stato lo spartiacque. “Ma è da prima di Rosarno che mi interesso di integrazione e immigrazione. Ho letto, mi sono documentato molto sulla rete. Di Rosarno ce ne sono tante. Anche in Puglia. A Bari ci sono due Centri di identificazione ed espulsione che tutti raccontano come dei lager di Stato, c’è anche un rapporto di Medici senza frontiere che lo dice. E da questa terra nell’89 è partita la nuova era, con i primi arrivi degli albanesi. Vede, l’altro giorno a una riunione è intervenuto un giovane di colore, un marocchino credo. E ha detto che se per quel giorno capisce che a manifestare ci saranno solo loro, lui in piazza non ci andrà. Ha ragione, dovremo essere tutti insieme. Dovremo essere un unico ‘noi’ per l’integrazione”.Giuseppe l’Indiano (ma di cognome fa Milano) è una perfetta rappresentazione della complessità e semplicità al tempo stesso del grande dissenso che viaggia a sinistra. E’ la sconfessione vivente di ogni etichetta. Qualunquisti, rassegnati, dipietristi, giustizialisti. O quella più infamante: grillini. Lui grillino lo è stato, nel senso che è stato portavoce del meetup di Bari e pure tra i promotori del famoso VaffaDay. “Ma poi ho lasciato. Io non sono d’accordo con la proposta delle liste civiche. Per fare politica ci vuole formazione, una preparazione specifica. Grillo pensa che bastino la buona fede e l’onestà, ma così si rischia di mandare dei giovani allo sbaraglio. Io tessere non ne ho né intendo averne, almeno per ora. E partecipo di volta in volta sulle cose che condivido, magari aiutando degli amici, un po’ Partito democratico un po’ Italia dei Valori. Ho incominciato nel 2006, quando avevo ventidue anni. Non mi ci ha portato nessuno all’impegno politico, non ho avuto in famiglia qualcuno che mi ci abbia fatto appassionare. Ci sono arrivato per indignazione verso quello che vedevo accadere nel Paese. La prima manifestazione la feci sul risparmio energetico, dando volantini nel centro di Bari. Poi da cosa nasce cosa. E all’epoca delle inchieste De Magistris partecipai al presidio in difesa di Genchi, che Berlusconi accusava di essere il più grande scandalo della democrazia italiana.”</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Matrimoni e onomastici. Brunetta, il 20 marzo e materiali sparsi</title>
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            <description>Sapete che stramba idea m’è venuta in questa sera di festa? Che bisognerebbe mandare Brunetta a celebrare matrimoni a Palazzo Dugnani in nome e per conto del Comune di Milano. Lui ritto in piedi dietro il tavolo a leggere gli articoli del codice civile. Giusto per rodarsi, dovesse mai vincere (oh, sotto con gli scongiuri…) a Venezia. Ma soprattutto perché dovrebbe ingoiarsi -anche lì- le contumelie che ha sparso a piene manine contro i dipendenti pubblici. Clelia, Cinzia e Giovanna. Si chiamano così le tre signore che amministrano i matrimoni civili tra milanesi o aspiranti tali. Ieri pomeriggio mi è capitato di celebrare il matrimonio tra Tommaso e Myriam (ganzo eh, farlo senza essere consigliere comunale?). E ho trovato queste signore che con grazia e amore si predisponevano a creare per tutte le coppie il clima ideale. Quale musica mettere, quando far tenere il discorso al celebrante (che avrebbe citato Proust ma ancora non lo sapeva…). E i fiori, e le foto e tutto il resto. Più la loro disponibilità a cantare o recitare poesie, perché lo sanno fare e ogni tanto glielo chiedono. Una regia deliziosa. Ispirata soprattutto dalla volontà di far sì che unirsi in municipio non sembri cosa né fredda né burocratica. Da restarne ammirati. Messe a confronto con il celebre e stravaccato pisolino di Brunetta a convegno, erano il paradiso terrestre. Paradiso terrestre anche gli insegnanti che stamattina hanno portato circa centocinquanta studenti cremonesi nella sede della Pastorale; a parlare di mafia e soprattutto della data del 20 marzo, quella della manifestazione nazionale di Libera a Milano. Ribadisco, ho un sogno: che il 31 dicembre sera un presidente della Repubblica ringrazi gli insegnanti -non tutti, ma molti- per quel che hanno fatto e stanno facendo per tenere in piedi l’etica pubblica del Paese. Incontro bellissimo.Come quello pomeridiano di Casalmaggiore. Qui il paradiso terrestre era la biblioteca comunale, retta e amministrata come Brunetta non saprebbe. Non è bastata, la biblioteca, per ospitare la presentazione di Album di famiglia, si è dovuti trasbordare all’auditorium lì vicino, e anche lì si sono dovute aggiungere sedie e sedie. Non racconterei con orgoglio questi dettagli se non fosse che Album veniva presentato nella città natale di mia madre, dove non avevo mai messo piede in vita mia. E se non fosse che tutto questo avveniva casualmente (pazzesco, eh?) nel giorno di santa Dora (auguri alla sua nipotina, in giro per la Spagna). Così ho preso tutto come un magnifico segno e, con l’aiuto dell’assessore alla cultura, sono andato a vedermi la caserma dei carabinieri dove accadde il lieto evento. Allora, a carabinieri e poliziotti, nessun ministro si sognava di dare dei panzoni. Guadagnavano poco, ma erano lo Stato.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Yunus sei tutti noi. Quando Milano si intrippa</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1281</link>
            <description>Questa strepitosa, impagabile cronaca è apparsa sul sito www.11metri.com. Racconta la Milano di oggi, ma racconta anche che cosa potrebbe essere una stampa libera e curiosa (è del 2 febbraio ed è firmata da Giofio). Un paio di settimane addietro ricevo sulla mia casella mail l’invito a partecipare a una conferenza in cui sarà presente Muhammad Yunus, economista e banchiere, premio nobel per la pace 2006. Yunus è un rivoluzionario dei nostri giorni: ha, tra le altre cose, fondato la Grameen Bank, l’ente finanziario che ha introdotto il microcredito in Bangladesh per poi esportarlo in molti paesi sottosviluppati e non - (http://it.wikipedia.org/wiki/Microcredito) – . Da subito mi emoziono: immaginate di essere un giovane calciatore e di poter  assistere a una conferenza di Roberto Baggio sui calci di rigore. Per il lavoro che faccio, Yunus è il mio Divin Codino. Il giorno della conferenza (ieri, ndr) stampo l’invito e mi saltano all’occhio un paio di informazioni che avevo precedentemente trascurato: “interviene Letizia Moratti con la partecipazione di Red Ronnie, Paola Turci, Erica Mou“. Partiamo dal basso. Erica Mou: chiiiiiiiiiiiii?! Tra l’altro con un cognome così, non può che starmi sulle palle a prescindere. Paola Turci: chiiiiiii?! Red Ronnie: chiiiii?! Quello che presentava Roxy Bar? Ma che ci azzecca con Yunus? Io dico, ospitiamo l’eminenza della microfinanza mondiale e facciamo intervenire Red Ronnie e Paola Turci? “Va beh”, penso nella mia testa, “non ti demoralizzare, vedrai che sarà bellissimo lo stesso”. Per quanto riguarda ”interviene Letizia Moratti” ho pensato: beh, è la Sindaco di Milano, ci sta anche che intervenga, basta che non spari cazzate. Finisco di lavorare un po’ in anticipo, passo a prendere la mia bella fidanzata e mi dirigo verso il Teatro Dal Verme, luogo che ospiterà l’incontro. E’ stato bello vedere un sacco di gente accalcata per riuscire a prendere posto, generalmente gli incontri con queste tematiche non hanno un grosso ritorno di pubblico. Riusciamo a sederci in un ottimo posto, riesco a prendere possesso del libretto che regalavano (l’ho preso a prescindere, solo perchè lo regalavano), ho il cuore all’impazzata per l’emozione; insomma, mi sento come Fantozzi poco prima di Inghilterra – Italia: calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle per la quale andava pazzo, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero!  Ma proprio come il disgraziato ragionier Ugo, ecco la telefonata del ragionier Filini che comunica che il megadirettore ha previsto per la serata una proiezione straordinaria della Corazzata Potemkin. Infatti Red Ronnie prende il microfono e comincia a dire delle cose a caso, ma proprio a caso, poi in successione presenta Erica Mou (si è scoperto essere una giovane cantante emergente) e Paola Turci che canta una canzone orrenda. Il mio umore, anche se un po’ alterato, resta alto; ma poi la disgrazia si verifica: sale sul palco la Sindaco. Escono dalla sua bocca le seguenti affermazioni:” E’ giusto aiutare i più deboli”, “Il Comune fa tanto per i più deboli”, “Viva i più deboli (o qualcosa di simile, il senso era questo)”. Aggiungeteci che tutto ciò è stato pronunciato con quella voce insostenibile che caratterizza la Prima cittadina. Il pubblico, me compreso, inizia a rumoreggiare. Poi il secondo disastro. Come se fosse una campagna elettorale, si mette a ringraziare gente a caso, e infine pronuncia le seguenti parole:” Ma soprattutto vorrei ringraziare EXPO, Lucio Stanca”. Tu ti permetti di ringraziare Lucio Stanca in presenza di Muhammad Yunus? Eh no cazzo, questo no. Va bene Red Ronnie, va bene Paola Turci, va meno bene Erica Mou, ma ringraziare Lucio Stanca no cazzo. Lucio fa per alzarsi ma una bordata di fischi lo invita gentilmente a restare al suo posto. Un signore davanti a me per l’agitazione tira una gomitata sulla mandibola della moglie, io riesco a malapena a stare fermo sulla sedia, in giro c’è un tripudio di indignazione. Mai doma, la Sindaco continua e chiama a gran voce Alessandro Profumo sul palco. Nulla contro Profumo(in realtà sì ma tralasciamo), ma cazzo siamo venuti a vedere Yunus. Eccolo che finalmente sale, la star della serata: con un caratteristico abito indiano, molto semplice e un carisma che si percepisce anche solo guardandolo. Il morale mi torna a livelli da finale mondiale, applaudo, mi gaso di brutto. Ma la Sindaco riesce a rovinarmi anche questo momento:” Io e Yunus siamo molto amici, auguro a tutti voi di conoscerlo, perchè ti cambia per sempre”. Il signore davanti a me, che dopo la gomitata è diventato il mio nuovo idolo, grida “Speriamo!!” Finalmente, dopo questa lunga agonia, Yunus prende il microfono ed espone le sue tesi. Chiessenefrega se ho letto e riletto i suoi libri, sentirle dal vivo è tutta un’altra cosa:”Quando c’è una crisi finanziaria, io guardo quello che fanno le banche convenzionali e faccio l’esatto contrario”, pubblico in delirio, Profumo e Stanca un po’ meno. “L’ultima crisi globale ha colpito tutti. Io me ne frego di quelli che hanno perso un sacco di soldi in borsa, la colpa è loro. A me importa di tutti quelli che per colpa loro hanno perso il lavoro”! Gente che fa la ola, Profumo e Stanca e il Moratti (marito) un po’ meno. Si sono raggiunti dei momenti davvero emozionanti, indimenticabili. Il mio morale era tornato decisamente alto. Ma poi il terzo disastro. Risalgono la Leti e il Red per consegnare un premio di rara bruttezza a Yunus che lo guarda un po’ stranito, ma che da signore ringrazia. Red infine annuncia un video riguardante Haiti prima del disastro. Non condivido il fatto di fare un calderone, non è che perchè c’è Yunus allora dobbiamo parlare di Haiti, di Abruzzo e via dicendo; ma soprattutto non condivido che alla terza scena sullo schermo appaia la Leti circondata da bambini haitiani, oggi probabilmente morti, con riprese dettagliate delle mani bianche e nere che si stringono in pieno stile Ringo Boys. No, vaffanculo, ora mi sono rotto i coglioni. E come me, la maggior parte del pubblico. Fischi, insulti, la gente se va inviperita e vi risparmio i commenti che si sentivano sulle scale. Mi ero immaginato di uscire dal Teatro contento, motivato, con i ricordi di una serata indimenticabile da custodire per tanto tempo. A malincuore ho passato tutto il viaggio in vespa verso casa a sproloquiare contro tutto e tutti. Un’altra occasione persa. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Ciancimino jr, gli insegnanti milanesi e Tyson il ballerino</title>
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            <description>Insomma: se B., parole sue, strozzerebbe chi fa film o scrive libri sulla mafia (il sottoscritto ringrazia commosso), il suo governo invece pare fondamentalmente affaccendato nella difesa di Cosa Nostra. Che diavolo non si inventerebbero ormai, per sottrarre la mafia ai processi… E’ stupefacente quel che sta accadendo. Ed è impressionante, da brivido direi, il vero quadro dei rapporti tra mafia e politica che emerge da questa ossessione di correre in soccorso ai clan e ai loro complici. D’altra parte sono anche da brivido i racconti di Massimo Ciancimino. E anzi, siccome molti me lo chiedono in privato, vi dirò che io a quel che dice Ciancimino jr ci credo. Forse, anzi probabilmente, omette qualcosa; ma quel che dice ha l’aria di essere vero quasi dalla a alla zeta. Però non arrendiamoci. In verità vi dico (accesso di megalomania…) che il Paese si accinge a trovare dentro di sé le risorse per dare una risposta grandiosa a questa offesa alla sua storia. Molti i segnali, e incominciano a coglierli in tanti. Dello Spazio Melampo straripante già vi ho detto. Ma anche al liceo scientifico “Marconi”, sempre a Milano, l’altro ieri pomeriggio ho trovato l’aula magna piena e attentissima. Ci sono stato invitato con Umberto Ambrosoli, nell’ambito di un progetto educativo fondato sui film sulla legalità. Si noti: era orario extrascolastico, eppure i ragazzi c’erano. Promette bene assai pure il maxiseminario degli studenti di Scienze Politiche (quanto hanno sudato, i meravigliosi tapini, per organizzarlo!), che partirà martedì prossimo. Mentre il prossimo venerdì 12 febbraio è previsto un importante appuntamento per gli insegnanti lombardi. Ci sta lavorando con cuore e cervello il mio amico Giuseppe Teri insieme a diversi suoi bravissimi colleghi. E’ un “Convegno regionale di formazione e aggiornamento per insegnanti e operatori socio-educativi” con il patrocinio dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia. Titolo: “Mafia, corruzione e illegalità. Le ipoteche sulla storia italiana”. Promuovono Libera e il Coordinamento delle Scuole milanesi per la legalità e la cittadinanza attiva (Virgilio, Volta, Severi, Leonardo da Vinci), in collaborazione con il Corso di “Sociologia della criminalità organizzata” dell’Università Statale. La prima sessione si svolgerà nell’aula 11 di Scienze Politiche (avanti tutta!). Si aprirà alle 9 e chiuderà alle 19, tratterà della storia della mafia nel periodo repubblicano e del rapporto tra storia e memoria, con interventi, tra gli altri del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, di Benedetta Tobagi, di Aldo Giannuli e del sottoscritto. La seconda sessione del Convegno si terrà il sabato successivo presso l’Aula magna del liceo Virgilio in piazza Ascoli e verterà specificamente sulla qualità dei progetti educativi (vedi il programma su www.libera.it).Il guaio è che mentre si riflette sui progetti educativi non solo governo e parlamento fanno quel che stanno facendo, ma la Rai ci mette pure del suo. Qualche sera fa si è consumato un autentico scempio a “Ballando sotto le stelle”, trasmissione dal format vecchio ammuffito ma maledettamente nuova quanto a spregiudicatezza. Ma ti pare che non fanno andare in video come simpatico ballerino Mike Tyson, ossia uno che è stato condannato a dieci anni per stupro e che ha azzannato l’orecchio a un suo avversario? La biondina è impazzita per la rabbia e faceva giuste domande. Ma che idea hanno del servizio pubblico i cialtroni che prendono queste decisioni? Va bene escludere Morgan da Sanremo perché si professa un habitué del crack (e che qualcosa non andasse si capiva dai suoi interventi televisivi…). Ma Tyson? Chi lo ha chiamato? Quanto lo hanno pagato? Ci sono interrogazioni parlamentari al riguardo? Dio salvi l’Italia. E noi diamogli una mano. Anzi due.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Si vive meglio con un gelato al limon</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1279</link>
            <description>il Fatto Quotidiano, 31.01.2010C’era una volta. Quando gli avvocati napoletani arrivavano a Milano come alla Mecca. Ottimi clienti, ottime parcelle, e spesso, davanti a loro, magistrati napoletani diplomati alle stesse scuole e laureati alla stessa università, la Federico II. La fama di città aperta e accogliente Milano se la fece anche così. Ospitando generosamente questa classe forense e promuovendola a classe dirigente. Ma oggi forse l’incantesimo si è rotto. A dare l’avviso è un grande cono gelato che campeggia su una via di Parigi. Un cono in vetroresina in Rive Levis. E’ lui il simbolo del cambio d’epoca. Il nuovo futuro di uno di quegli avvocati. Partenza da Napoli una ventina di anni fa, brillante carriera a Milano, asfissia da clima metropolitano lombardo, fuga in Francia. A fare l’imprenditore. Gelaterie, appunto.Michele Del Buono. Si chiama così l’inquieto e intraprendente legale, figlio d’arte di un padre civilista. Un nome di fantasia, perché un bel po’ di clienti, ignari della sua scelta, se li deve ancora curare. Clienti importanti che non vuole tradire offuscando la sua immagine a Palazzo di giustizia, e trasformandosi agli occhi di giudici e controparti in un ex senza più nerbo né motivazioni. Michele, dunque. E’ un tipo dallo sguardo arguto, l’accento che ancora sa di Vesuvio, una vivace cultura umanistica (Montale, Boll e Màrquez in cima ai gusti) che mal si concilia con l’aria che tira dalla provincia padana. Una famiglia giovane che lo segue con entusiasmo in questa nuova scelta. “Francamente non ce la facevo più. Io non ho conosciuto la Milano del boom, e nemmeno quella da bere. Dunque paragoni non ne posso fare. So però che cosa mi aspettavo, io che venivo da una città come Napoli, così priva di rispetto per l’interesse pubblico, dove quel che non è di nessuno può andare tranquillamente in malora. Diciamo subito che venendo da brutte terre non sono mai stato neanche sfiorato dall’idea di dedicarmi al penale. Così mi sono occupato di diritto societario. Aziende, economia, patrimoni. Ecco, io li ho visti per lavoro i patrimoni, le ricchezze che ci sono a Milano. Per questo mi viene il magone quando passo vicino a una grande aiuola in questa o quella piazza e vedo la fatidica targa ‘questo verde è curato da’ con il nome del benefattore lasciato in bianco per la semplice ragione che il benefattore non c’è. A volte mi viene voglia di essere ricco io per gridare ‘ve lo curo io il verde’, sissignori, anche se non sono milanese. Vede, quel che mi ha impressionato  è proprio la mancanza di generosità, queste aiuole che sembrano personaggi in cerca d’autore. Mi colpisce questa mancanza di interesse per la cosa pubblica in una città ricca. E a volte assurdamente miope. Guardi l’inquinamento, per esempio. E’ arrivato a livelli insopportabili, i bambini sono tutti malati, hanno la bronchite e mica per il freddo. Ma non si insorge, lo si accetta. Nemmeno la tentazione della grandezza c’è. A Parigi fanno un quartiere nuovo e nasce la Defence, a Milano lo fanno e ti trovi la Bicocca. Intendiamoci, Milano è una città operosa, qui è vero che si lavora sodo. Ma io mi sono stufato di dovere frequentare tanti furbastri, approssimativi, millantatori, quelli che pensano che la giustizia è cosa per gli altri. E infatti proprio non sono riuscito a trasferire nella mia vita privata le frequentazioni del lavoro”.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Milano. Il tempo della rivolta</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1278</link>
            <description>Che spettacolo, ragazzi! Ieri sera lo Spazio Melampo sembrava la fucina della rivolta antimafia. Una partecipazione così è stata davvero al di sopra di ogni immaginazione. Gente in piedi e poi gente seduta da tutte le parti, per terra di fianco ai relatori, per terra di dietro, a prendere appunti in tutte le posizioni, anche le più scomode. Sbaglierò, ma c’è un clima nuovo a Milano su questo tema, certo incoraggiato dall’indignazione e dallo sgomento che nascono a vedersi così abbandonati dalle istituzioni politiche. C’è un’aria di mobilitazione civile che fa bene al cuore. Metà delle facce di ieri sera non le conoscevo, comprese quelle dei tanti giovani assiepati lungo le pareti. Silenziosi, composti e attenti, si sono sorbiti educatamente anche il ritardo di quindici minuti del prode Barbacetto (proprio bravo e preciso, ma sull’orario non ci riesce il marrano…) e non ci sono nemmeno stati gli sproloqui finali dal pubblico a cui sono abbonati tutti i dibattiti sulla mafia che si rispettino. Metteteci l’attenzione che trovo al mio corso, una sensazione stupenda che mi responsabilizza ogni giorno di più. E il maxiseminario che si sono organizzati gli studenti di Scienze Politiche su mafia, Stato e società, che partirà il 9. E quello di formazione degli insegnanti del 12-13 prossimi (anche quello il 12 a Scienze Politiche) organizzato da Libera. E le presentazioni dei libri, che hanno sempre successo. Insomma direi che si sta formando, tra Libera, Scuola Caponnetto, il Coordinamento degli insegnanti, le associazioni studentesche e poi case editrici come Melampo e Chiarelettere (e altre) un bel pacchetto di mischia. Credo in ogni caso che uno dei punti di forza di ieri sera sia stato quello di avere concepito delle “lezioni”, non dei dibattiti, perché è il momento di avere informazioni sistematiche. Proprio per potere discutere con cognizione di causa con amici, conoscenti, parenti e colleghi di lavoro, scrivere credibilmente sui propri blog e su facebook. E’ davvero giunto il momento di mandare al macero le approssimazioni della politica e le urla e gli insulti della tivù. La gravità della situazione le rende ormai intollerabili. Martedì prossimo ci sarà Alberto Nobili, magistrato che da anni segue le inchieste sulle organizzazioni mafiose a Milano. E a me toccherà sempre la parte del prof che fa schemi, prende appunti e poi offre una sintesi finale.Ah, dimenticavo una notizia importante. Sono stato nominato socio onorario dell’Inter Club “Giacinto Facchetti” di Follonica (“con stima e amicizia”). Non è bellissimo? P.S. Alla fine il mago del computer è riuscito a mandare tutto in diretta. La settimana prossima si rifà.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Qualcuno difenda Milano. Si incomincia stasera (e video in arrivo)</title>
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            <description>Grande rientro sulla scena del Blog da parte del suo Anfitrione (e sempre grazie ad alfa10 per avere coniato l’immagine). Le cose buone si inseguono, quasi in sfrontata autonomia da quel che accade sulla scena politica. E le segnalerò per titoli, giusto per soddisfare la curiosità degli amici sparsi per l’italico suolo.Allora: ieri sera bella festa allo Spazio Melampo per celebrare i cinque anni della gloriosa casa editrice. Clima piacevolissimo. Amichevole e pure un pizzico orgoglioso. Purtroppo la stagione, che non consente sfoghi nel cortile, ha costretto a circoscrivere gli inviti ai melampici stretti. Rigodute in immagine tutte le copertine, ascoltati gli autori presenti. Per tutti poche parole a disposizione, tranne per Giancarlo Caselli che ha aperto i brindisi con i buoni diritti della sua vita per la giustizia e delle vendite straripanti del suo “Le due guerre”. Musica di Gaetano Liguori e un vero e proprio spettacolo teatrale di Giuliano Turone. Tema: la Divina commedia letta genialmente in tutte le lingue. Niente abbuffata ma solo torta di qualità. Stile e conti a posto. Già, cinque anni senza chiedere prestiti a banche e senza battere a commesse pubbliche, e risultati in leggerissimo attivo. Capolavoro di Lillo (e ora diteglielo voi “minchiazza!”, ché se lo merita).Stasera allo Spazio Melampo altra puntata. Inizia il corso di formazione popolare per amministratori sulla mafia a Milano e in Lombardia. Lo ricordo: è gratuito e aperto a tutti, e si terrà ogni martedì fino al 2 marzo. Parola d’ordine: qualcuno difenda Milano. Molte iscrizioni. Arriveranno amministratori pure dalle provincie di Lecco, di Bergamo e della Bassa padana. Secondo me la stampa ha sottovalutato la portata civile e anche simbolica di questo avvenimento. Che a me sembra grandiosa. La società civile che si auto-mobilita nel silenzio e nell’ipocrisia delle istituzioni politiche. L’inizio di un movimento di difesa della Lombardia, visto che la famosa Lega di Pontida sulla questione della criminalità organizzata si sta dimostrando un pavido colabrodo. La trasmissione in diretta la escluderei, troppe difficoltà. Faremo i video e li metteremo in rete.Ieri grande lezione davanti ai miei studenti di una testimone d’eccezione: Anna Canepa, la magistrata della procura nazionale antimafia che coordina Liguria e Lombardia. Ha risposto senza polemiche ma con la pura forza dei fatti a chi le chiedeva come mai il prefetto avesse fatto quelle dichiarazioni sulla presenza della mafia a Milano.Infine: magnifico giro in provincia di Livorno durante il week end a presentare “Album di famiglia”. Tre incontri affollatissimi a calorosi assai. Mi convinco ancora una volta della bontà del modello “Nomadi”: battersi la provincia italiana più che sgomitare nelle capitali, dove se vai in una libreria non mettono nemmeno più un volantino o un libro in vetrina (possibile che anche così si manifesti la celebre “mutazione antropologica”?). P.S. Preparatevi a venire a Milano il 20 marzo per la grande giornata della memoria e dell’impegno promossa da Libera! Venite in tanti, entusiasti, animati da indomito spirito civile, battaglieri e al tempo stesso rispettosi della qualità quasi sacrale della giornata (centinaia e centinaia di nomi da ricordare pubblicamente in piazza).</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Utopie per il 2010... (scritto per LiberaInformazione)</title>
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            <description>Gennaio 2010. Una fredda sera piemontese. A Romentino, provincia di Novara. Per parlare di criminalità organizzata su invito di un’associazione giovanile, Quasar. Una platea foltissima e in prima fila tutte le autorità amministrative locali. Dopo la relazione di apertura sui rischi che corre il nord di fronte alla spinta espansiva delle organizzazioni mafiose, il sindaco ringrazia. Esprime il suo sostegno a una causa, quella dell’antimafia, che si fa carico di problemi tanto gravi e spinosi, e poi tranquillizza il relatore: qui per fortuna questi problemi non ci sono, ancora nella nostra azione amministrativa non  abbiamo avuto modo di incrociare o riconoscere questo tipo di interessi illegali. Passano cinque minuti e dal fondo della sala una signora chiede la parola. Appena la riceve dà a tutti una comunicazione che più simbolica non si potrebbe: è appena stato ucciso nel suo ufficio un imprenditore edile. Poi rivolge a tutti la domanda che scompiglia ogni schema retorico: che cosa sta succedendo qui nell’edilizia, tra assassinio, fallimenti e arresti? Il movimento terra, la crisi di liquidità, i subappalti, le protezioni ai cantieri. Velocemente, agli occhi di chi abbia un minimo di allenamento, si profilano gli scenari possibili di quel delitto che fa crollare come un castello di carte le presunzioni di verginità. Il succo della serata è dunque una domanda ulteriore: fino a quando? Fino a quando dovremo non vedere? Fino a quando i ciechi e gli struzzi dovranno lasciare libera prateria agli interessi mafiosi al nord? Fino a quando dovremo concentrare la nostra attenzione sui clandestini e distogliere gli occhi da chi rappresenta il pericolo mortale per l’economia di mercato, ma più ancora per le libertà civili e per la qualità delle istituzioni democratiche?Passano poche ore e in un altro luogo il prefetto di Milano tranquillizza altri esponenti delle istituzioni: la mafia a Milano di fatto non esiste. Trent’anni dopo Ambrosoli, Sindona e Calvi, e i primi riciclaggi accertati dei capitali da narcotraffico; venticinque anni dopo le operazioni giudiziarie contro i clan dei siciliani; vent’anni dopo la Duomo Connection; quindici anni dopo le ondate di arresti e di ergastoli inflitti agli affiliati della ‘Ndrangheta lanciata alla conquista di Milano.Ecco, dunque. Che cosa desidero in questo 2010? Che cosa desidero dalla mia piccola ma densa prospettiva di cittadino del nord, oltre la pace, oltre una svolta epocale sull’ambiente, oltre una società più solidale e perfino meno villana e vociante? Desidero proprio questo: abitare in un’area del Paese in cui chi ha pubbliche cariche si senta investito della responsabilità, dell’onore direi, di difendere la comunità dei cittadini onesti, di dare loro un accettabile senso delle istituzioni e di svegliarne la coscienza di fronte ai nemici della democrazia e della convivenza civile. Lo so, sembra un piccolo sogno. Sideralmente lontano dalla storica grandiosità del dream di Martin Luther King. E tuttavia quel che è successo, quel che succede, la perfida trama di senso comune che ci avvolge, lì mi porta. A immaginare di trovarmi domani in una “Padania” popolata di sindaci e prefetti e amministratori tutti mobilitati contro ‘Ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra. Convinti che sia un loro preciso dovere vedere e contrastare. Dove le scuole formino e informino. Dove la stampa scriva senza esitazioni dei negozi fatti saltare la notte anziché lasciare rubricare tutto sotto la voce cortocircuiti, materia per elettricisti Dove i governi regionali si interroghino su come colpire gli interessi criminali che si muovono con l’avidità dei demoni sul territorio e nella sanità. Dove i partiti di destra e di sinistra si pongano qualche decente domanda davanti ai pacchetti di voti assicurati in massa da qualche colonia calabrese. Dove le associazioni di categoria trovino il coraggio mostrato alla fine dagli esponenti di punta di Confindustria siciliana. Il mio modesto sogno si ferma qui. E già mi sembra di essere andato tanto, ma proprio tanto avanti. Se trent’anni fa mi avessero detto che questa sarebbe stata la mia Utopia, giuro che non ci avrei creduto. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>La mafia in Lombardia. Grande corso di formazione popolare!!!</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1273</link>
            <description>Attenzione battaglione, questa è proprio un’occasione. State bene a sentire: dal 2 febbraio sera, ogni martedì alle 21, si terrà allo Spazio Melampo (via Tenca 7, Milano ovviamente) un raro, innovativo, provvidenziale, grande corso di formazione popolare sulla mafia in Lombardia. Titolo tecnico: le organizzazioni mafiose a Milano e in Lombardia. Lo promuove la Scuola di formazione politica “Antonino Caponnetto” in collaborazione con Libera. E’ rivolto a tutti gli amministratori e gli incaricati di pubbliche funzioni che non vogliono arrendersi all’idea che la Lombardia debba diventare una comoda prateria per gli interessi mafiosi. Ma, data la sua natura, è aperto a tutti. Il corso sarà presentato e guidato da me medesimo, che mi prenderò anche la briga a ogni fine serata (e se no che professore sarei?) di fare una sintesi delle cose dette da me, dagli intervenuti e soprattutto dal testimone-esperto che parteciperà a ciascuna serata. Gianni Barbacetto, giornalista, al primo incontro (dagli anni cinquanta a Tangentopoli); Alberto Nobili, magistrato, al secondo (da Tangentopoli agli anni dell’Expo); Lorenzo Frigerio, coordinatore di Libera Informazione, al terzo (l’atteggiamento delle istituzioni e dell’opinione pubblica); Carlo Smuraglia, avvocato, ex senatore e presidente della storica commissione d’inchiesta comunale del ’91-’93, al quarto (la vulnerabilità del sistema lombardo); Luca Beltrami Gadola, docente di estimo al Politecnico, al quinto (le misure amministrative e di governo del territorio).Pensateci, amici blogghisti, è qualcosa di eccezionale: associazioni private che spiegano agli amministratori quel che sta accadendo e che tutte le istituzioni politiche, dal Municipio alla Prefettura, negano che stia accadendo. Senza alcuna polemica, ma per dovere di verità. Venite, amministratori e titolari di pubbliche funzioni di buona volontà. E gli altri vengano e facciano sapere. Ce n’è bisogno. E ricordate sempre una data, che si sta rivelando sempre più decisiva: 20 marzo a Milano, con Libera!!!(non so perché ma mi viene da ricordarlo: dunque Cuffaro aiutò la mafia sapendo di aiutarla…)</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Omicidio in un tranquillo paese padano</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1272</link>
            <description>Una sera a Romentino. Un piccolo comune vicino a Novara, dove la società civile è  più effervescente grazie a una associazione di giovani chiamata “Quasar”. Il punto di contatto con loro è stato un mio studente dello scorso anno, in assoluto uno dei migliori. Tema: la criminalità organizzata al nord. La sala era strapiena. Ho raccontato quello che è giusto raccontare in questi casi, quando devi cercare di dare le dimensioni del fenomeno senza voli politici e tirate demagogiche. Perché, amici blogghisti, io sono preoccupato veramente; e mi sembra che, nonostante i sequestri di persona degli anni settanta e Ambrosoli e Calvi e l’assassinio del procuratore Caccia a Torino, ossia dopo 25 o 30 anni (ripeto: 25 o 30 anni), ancora ci sia una sensibilità tendente a zero e una capacità di rimozione tendente a cento. C’erano tutti, gli amministratori (centrodestra), seduti in prima fila. E di questo i ragazzi, che dal Comune non ricevono un euro, erano molto orgogliosi. Sono stati anche molto accoglienti nei miei confronti, gli amministratori. E il sindaco è subito intervenuto per ringraziarmi, per dire che bisogna stare attenti, che però a Romentino segnali non ce ne sono, che ceffi di malaffare non circolano e non cercano rapporti con l’amministrazione. Insomma: che fortunatamente Romentino ne è fuori. In quel momento una signora ha chiesto la parola dal pubblico e ha dato la notizia. Ho ricevuto un sms, ha detto: hanno appena ucciso l’imprenditore Marcoli nel suo ufficio. Gelo, ma non troppa costernazione(così mi è parso almeno). La signora ha continuato chiedendo che cosa stia accadendo nel novarese nel settore edile: uno arrestato, uno appena ucciso (operava nell’edilizia infatti, la vittima), quelli in via di bancarotta. Be’, io ho pensato che queste cose non accadono senza segnali precedenti. Movimento terra? Appalti e subappalti? Favori negati o protezioni respinte? Chi uccide deve stare sul campo da più tempo. I ragazzi poi mi racconteranno altre storie. Di rifiuti tossici sversati nelle cave (me lo confermerà un ex maresciallo di mio padre, ce n’è sempre uno in queste occasioni), di un giornalaio rapinato con pestaggio quattro o cinque volte (e come mai, se non perché non paga il pizzo?). E’ finita che ho ricevuto una lunga standing ovation a cui hanno partecipato tutti, proprio tutti. E a me, lusingato e imbarazzato, è sembrato di stare dentro un film. Il pubblico che applaude in piedi, un imprenditore ucciso in un paese assolutamente tranquillo. Forse diranno che è una questione di donne, forse no. O che non si capisce bene che cosa sia accaduto, sarà gente venuta da fuori. Io penso solo che occorre alzare sempre di più la guardia, formare sempre più persone, pensare la politica in modo diverso. E anche per questo rinnovo a tutti l’invito che mi sta a cuore: tutti a Milano il 20 marzo per la manifestazione nazionale di Libera. I tempi della beata incoscienza dovrebbero essere finiti per tutti. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Haiti e la Padania. Dove sta il mondo</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1271</link>
            <description>Ricevo questo commento di Asli, giovane attivista milanese dei movimenti civili. Mi sembra che sollevi un problema importantissimoTutte le redazioni dei giornali hanno il sacrosanto diritto e dovere di definire l'impostazione delle prime pagine, ma sono anche convinta che il dovere di ogni giornalista sia innazitutto di informare....Negli ultimi giorni il mondo è stato scosso dalla tragedia di Haiti: un terremoto di estrema violenza che in pochi minuti ha diliato uno dei paesi più poveri al mondo.Se io fossi stata una cittadina di Padanialandia e avessi avuto come unico canale di informazione il giornale locale (ossia La Padania), non avrei saputo di questa tragedia...Infatti, non so se avete fatto caso alla svista di questa redazione,ma nei giorni scorsi La Padania non ha pubblicato in prima pagine neanche un banale trafiletto che facesse riferimento a quanto accaduto ad Haiti.Forse un errore? La notizia non attrae il lettore? Una notizia troppo scontata visto che la trattano tutti? Io non saprei dare una risposta, ma trovo che sia davvero incredibile (mi sembra l'aggettivo più consono, ma tra le dita scorre solo sdegno) questo atteggiamento di fronte a un tale disastro umano...</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>I Had A Dream (novella genovese)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1269</link>
            <description>Ohimé, ieri notte avrei voluto sognare (per rivedermela, come in un film) una scuola media dove sono stato questa settimana, Istituto Comprensivo “T. Ciresola” di via Venini a Milano. Due ore a parlare di mafia e legalità, con ragazzini di tutti i colori possibili (i “pellebianca” saranno stati il 20 per cento). Un incontro zeppo di domande e alla fine, nonostante la criticità della scuola, insidiata a lungo dal bullismo e da un vago odor di malavita, perfino qualche autografo sui fogli di quaderno. Questo aveva potuto il lavoro di alcuni  bravi insegnanti e quello di una bravissima preside napoletana, tante dense letture alle spalle e un’esperienza di prima fila compiuta nella trincea di Torre Annunziata. E invece ho fatto un sogno stranissimo. Ho sognato di essere a Genova. Forse anzi non ero nemmeno a Genova, ma la vedevo, era certo che la vedevo. Come a teatro. E sul palcoscenico fatto a forma di piazza De Ferrari saltellavano due esseri strani dalla forma di scoiattoli. Anzi, dovevano essere proprio degli scoiattoli perché si chiamavano Cip e Ciop, come i personaggi di Walt Disney. Ed entrambi, dimentichi della  affabilità per la quale erano conosciuti, si agitavano inquieti e furenti inveendo contro di me. E gridavano, saltando e raccogliendo verso l’alto le zampette: i diritti a lui no, i diritti a lui no! Sembrava che recitassero una qualche loro simpatica ossessione. Poi compariva strisciando di presso a loro una figura umana che poteva avere qualsiasi età e forse qualsiasi sesso, alla quale i due roditori si avvicinavano con fare complice. Talché cambiavano tono e con voce flautata, anzi melliflua, gli raccontavano orride meraviglie sul mio conto: egli è assente, non lo vede che non è qui con noi?, si rifugia nelle profondità marine per almanaccare in un batiscafo su certe sue assurde letture, e, da perfetto straniero, ha in odio tutto ciò che porta il profumo salmastro dell’aria genovese; e poi pare, si mormora, si dice, qualcuno lo sa per certo, che non ami dar parola a chi la pensi distintamente da lui. Eh, caro amico, insistevano, pare che non abbia nemmeno idee, mai nessuno ne ha vista alcuna sprizzare dal suo debole e pianeggiante cervello. Ma davvero?, interrogava la figura, che sembrava ben contenta di sentir simili referenze. E loro, freneticamente eccitandosi a quella confidenza e sbattendo la coda su e giù sul finto selciato: ma certo, e se tali referenze disturbano anche lei (e dicendolo gli danzavano d’intorno per ulteriormente compiacerlo), ci aiuti a preservare Genova da tale sciagura poiché un suo ritorno qui farebbe ombra ai nostri più briosi e scintillanti progetti. Il signore ebbe solo un guizzo di curiosità, non benevola verso di me ma che a Cip e Ciop dovette apparir tale. E chiese ai roditori: ma codeste lotte intestine nel vostro partito non potrebbero gettare luce cattiva in un momento per voi così tribolato, farvi perdere voti intendo, perché poi alla fine la politica di questo è fatta? Lì per lì non capii che diavolo potessero entrarci due scoiattoli con la politica, ma subito mi capacitai pensando che ormai essa si è davvero aperta a tutte le specie del creato. Dunque Cip e Ciop erano impegnati in politica. Infatti subito risposero alla domanda con occhi cisposi: ma no, caro amico, il nostro partito dell’uguaglianza grazie a noi farà passi da gigante, l’ elettorato ci segue riconoscendo la nostra grandezza (e ognuno dei due diede mostra in quel preciso momento di intendere “mia” anziché “nostra”) e ci sarà certo grato per avere cacciato dalle mura lo straniero restituendo alla città la purezza che le compete. Il signore, ormai si capiva che il suo sesso era maschile, si fermò agitando il ditino dogmatico verso l’alto e fece loro una promessa: la vostra voce, cari scoiattoli -e qui si interruppe un attimo-, a proposito, come vi chiamate? “Cip” rispose il più basso squittendo felice, “Ciop” aggiunse subito l’altro gongolando, ecco, proseguì il signore, cari Cip e Ciop, la vostra voce è sì giusta che sarà anche quella del giornale che dirigo. I due scoiattoli si guardarono compiaciuti, con l’aria di chi è riuscito nell’impresa di rubare la marmellata più ambita, poi lo guardarono. E lui concluse: sì, sono il direttore della “Gazzetta della Destra”. E farò mie le vostre opinioni. Per convinzione, si intende, ma voi, che sì gentili mi apparite, abbiate la squisita cortesia di regalarmi un po’ delle vostre pigne, sapete, l’ inverno è la stagione delle provviste. Cip e Ciop glielo promisero felici e lo salutarono con un inchino mentre il sipario accennava a chiudersi. A quel punto mi svegliai. Era stato tutto un sogno. Meno male, pensai. Tanto più che non poteva essere premonitore, privo com’era di qualsiasi appiglio di verità. A Genova infatti gli scoiattoli non esistono, altrimenti la gente sarebbe più felice e ogni tanto si vedrebbero volare nocciole per le strade. E nemmeno i giornali di destra a Genova esistono, altrimenti avrebbero scorticato vive le amministrazioni di sinistra per avere fatto cadere nell’oblio le lapidi di carabinieri, poliziotti e magistrati uccisi dalle Brigate rosse. Così a quel punto mi alzai ripensando con rinnovata ammirazione all’Istituto Comprensivo “T. Ciresola”. A quella esperienza collettiva tanto più bella e soprattutto più vera dei due scoiattoli di sinistra e del giornale di destra partoriti da una notte di cupe fantasie. (e naturalmente: il 20 marzo a Milano con Libera!)</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Nene e Mafia Export. Consigli per gli acquisti (e intanto pensate al 20 marzo)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1268</link>
            <description>Intanto ricordate il 20 marzo a Milano. E segnatevi in agenda di partecipare con legittimo orgoglio alla grande manifestazione nazionale di Libera (vi avviso: sarà questo il tormentone del blog fino all’arrivo della primavera). Poi annotate, con meno disciplina ma con la curiosità che meritano, questi due consigli per gli acquisti, poiché vi so lettori più vispi e più attenti della media degli italiani.Primo consiglio: La guerra di Nene. L’ha scritto per Mursia Augusto Bianchi, avvocato milanese poliedrico, multiforme eppur sintetico. Nel senso che nel suo salotto -famoso salotto- la regola è chiarissima: non entrano né destri né villani di sinistra. Dimenticavo: non ci entrano nemmeno i ladri gentiluomini (di destra o di sinistra). E’ un suo vanto che tra le migliaia di ospiti ricevuti in vent’anni di “salotti del giovedì” (anniversario a maggio) nessuno sia finito in vicende giudiziarie. Eppure oltre a essere risoluto, l’avvocato-scrittore-autore teatrale, è anche tenero quasi quanto raccomandava il Che. Così, a partire dal ritrovamento di un diario di guerra paterno, ha accarezzato un suo progetto letterario: ricongiungersi idealmente con suo padre (ufficiale medico morto in Russia quando lui era infante) e con sua madre, che attese invano il marito fino al 1964. Ne sono usciti due libri che, pur in forma di romanzo, sono vere monografie storiche; ma attraversate, e questa è la loro forza, da una dolcezza che trasforma l’indagine o la memoria storica in una di quegli stupendi contatti di dita che ci sembra di realizzare per qualche attimo la notte sognando le persone che non ci sono più. Il primo libro, dedicato al padre e che è arrivato alla quarta edizione, si chiama AlbaNaia. Il secondo, La guerra di Nene appunto, è appena uscito e Augusto lo ha dedicato alla madre, alla sua tormentata eroina che deve avergli comunque lasciato tanto se, pur tra collegi e solitudini, è uscito da quella drammatica storia uno dei più generosi (e non molti) campioni della socialità milanese (bellissima è, per chi voglia capire questo rapporto filiale, la postfazione ad AlbaNaia).Secondo consiglio: Mafia export. La dolcezza finisce, l’amore filiale pure, e all’inferno della guerra si sostituisce l’inferno della mafia. L’autore è Francesco Forgione, l’ex presidente della commissione antimafia. La casa editrice è la Baldini Castaldi Dalai. Sottotitolo: come ‘Ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra hanno colonizzato il mondo. Il libro è di rara ricchezza documentaria. Forgione ci ha gettato tutta la sua passione. Cartine e mappe delle cosche nel mondo finora praticamente introvabili e una quantità di dettagli che basterebbe un decimo per fare capire ai a tontoloni che l’espansione mafiosa prosegue davvero a ritmi da far paura. Chi ama studiare queste cose non lo perda, io lo consiglierò ai miei studenti. E in ogni caso leggerlo mette le ali ai piedi verso Milano. Una città, una data: 20 marzo, manifestazione nazionale di Libera. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Libera, 20 marzo a Milano. E la bellezza degli esami </title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1267</link>
            <description>Ehi, blogghisti da strapazzo che ciondolate per casa o per le strade nelle prime ore della notte, lo sapete che cosa avverrà il prossimo 20 marzo? No? E allora sveglia, anche se state ingurgitando l’ultima grappa morbida o la terza birra dei Navigli. Il 20 si terrà a Milano la giornata nazionale della memoria e dell’impegno organizzata da Libera. Sì, quella bellissima giornata nella quale, al primo profumo di primavera, vengono ricordate le vittime, tutte le vittime, delle organizzazioni mafiose quest’anno si terrà a Milano. Nella capitale di una Lombardia convinta di essere toccata solo di striscio dai clan calabresi o siciliani e di non avere vittime da ricordare. Sarà una grande occasione, un’occasione irripetibile per gli antimafiosi, per i cittadini onesti e responsabili, per dire che loro la mafia in Lombardia la vogliono combattere a fronte alta e con la schiena diritta. Naturalmente, come sempre, la manifestazione vedrà sfilare cittadini di ogni età (comunque tanti giovani) e di ogni regione, che con la loro presenza daranno voce all’Italia intera. Ma il messaggio per chi vive in Lombardia dovrà essere forte come un rombo di tuono. Noi non taceremo. Di più: noi ci mobiliteremo, da Milano alla Brianza, da Varese a Ponteranica. Perciò da questo Blog povero eppur glorioso vi rivolgo un appello a partecipare, a organizzare iniziative di sensibilizzazione, a prenotare pullman, a far parlare e pensare e venire tutti quelli che conoscete (anzi -mi voglio rovinare-  vi do pure il codice Iban di Libera per sostenere questa grandiosa marcia di libertà che non avrà troppi sponsor: IT 3500312703206000000000166). Vedrete che sarà un successone; e poi li voglio sentire brontolare, messi tutti in fila, che la gente ormai è rassegnata e i giovani sono indifferenti.A proposito di giovani. Fare gli esami in università è faticoso. Però dà grandi, intime soddisfazioni. Oserei dire che sia bellissimo. Non solo perché ogni tanto trovi tipi (o tipe) che solo il sentirli parlare ti apre il cuore (brava Ilaria!). Ma anche perché trovi la ragazza che, in difficoltà, ti sbuffa deliziosamente su un libro “prof, ma è noioso”, esattamente come lo avrebbe detto Dora e tu d’istinto le dai una carezza sulla testa proprio come se avessi accanto lei, la minore dei Gracchi; oppure trovi il ragazzo che fa il macellaio in un supermercato e ti implora di esaminarlo in giornata e si agita perché “domani che è sabato il mio padrone il permesso non me lo dà”; o il benzinaio part-time che ti rivela solo dopo che gli hai dato il voto di essere figlio di una tua cara amica; o quello che fa il cameriere al ristorante e deve dare l’esame entro mezzogiorno; o l’altro che lavora in una società di eventi e con la teoria non ci va troppo a nozze però quando vede che è rimasto l’ultimo studente da esaminare ti chiede (in questo paese!), “prof, vuole che rimanga come testimone?”. No davvero, non parlatemene male, per favore; non parlate male di questi studenti, perché a loro dovremo guardare e nella loro pulizia dovremo sperare per non gettare la spugna. Noi e l’Italia civile; e la Lombardia dove la ‘ndrangheta la fa da padrona.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Uomini guida (a proposito di Cuffaro e di Schifani)</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1266</link>
            <description>Oplà. Iniziano a uscire tra tanti “omissis” i contenuti dei circa venti verbali fatti redigere da Massimo Ciancimino. Dell’Utri che tiene rapporti e addirittura incontra più volte Bernardo Provenzano superlatitante è, se vera, sicuramente la notizia più clamorosa. Non nuova, già trapelata; e agli occhi di un osservatore attento non strabiliante in sé. Personalmente mi è difficile credere infatti che quello con Mangano fosse, per il palermitano Dell’Utri, un inconsapevole ed episodico rapporto con un certo mondo. Dell’Utri ha reagito perdendo del tutto il controllo del linguaggio (“pompano minchiate”). Chissà. Ma dell’eterogeneo materiale uscito sulla stampa il particolare che più ha colpito la mia fantasia è un altro: ossia la trilogia degli autisti. Racconta infatti Massimo Ciancimino che quando accompagnava il padre agli incontri politici importanti, lo aspettava fuori. E che lì in strada si ritrovava con gli autisti di Calogero Mannino e del vecchio Giuseppe La Loggia, con i quali andava a prendere al bar i generi di conforto ordinati dai notabili a convegno. E che gli autisti di Mannino e di La Loggia erano rispettivamente Totò Cuffaro e Renato Schifani. Fantastico. Proprio così, diventati presidenti di Regione e del Senato acquisendo sul campo il merito di fare da autisti ai capi democristiani. Ammettiamolo, ha qualcosa di grandioso la vista di Ciancimino jr, Cuffaro e Schifani schierati fuori in attesa di andare a prendere il caffé al bar per quelli “di dentro”; e in contemporanea attesa (gli ultimi due) di rappresentare le istituzioni al più alto livello. Poi dice che bisogna selezionare la classe dirigente del paese in base ai meriti… Questa è la via domestica al potere, altro che fuga dei cervelli. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Gracchi. E sono ventisette</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1265</link>
            <description>Il mondo ribolle. La mia voglia di raccontarvi che cosa sia certo giornalismo genovese pure. Così come vorrei raccontarvi la bella impressione che mi ha fatto ieri pomeriggio la leva 2010 degli studenti di Sociologia della criminalità organizzata, una splendida platea dove si alternano visi ragazzini e visi adulti, perfino maturi. Sento l’urgenza di lanciare la grande manifestazione annuale di Libera del 20 marzo, che quest’anno si terrà a Milano; e forse in questi mesi un fatto più simbolico culturalmente non lo si potrebbe produrre. Vorrei fare i complimenti a mia sorella Rita per avere solidarizzato con i lavoratori Mediaset e avere mandato in onda una trasmissione registrata. Ma tutto questo cede il passo davanti a un desiderio che tutti li supera e li surclassa: fare gli auguri, e associare voi negli auguri, alla grande Dora (per me Doretta), che oggi compie i suoi 27 anni. Il papà orgoglioso fa voti per la felicità di una ragazza che a scuola, diciamo la verità, si è sempre battuta strenuamente per la sua promozione dal 1° maggio in poi; ma che dopo ha tirato fuori dal suo piccolo cilindro cultura e impegno civile da lasciare a volte stupefatti. La risata, quella, è rimasta la stessa. E io mi inebrio al solo sentirla. </description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il Grande Tappo che opprime Genova (Quelli che...) </title>
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            <description>(Repubblica di Genova, 11 gennaio 2010)Cara Repubblica, alcune settimane fa avete pubblicato un mio intervento sul possibile nuovo rinascimento genovese. Lì sottolineavo come in città sia in corso una lotta (politicamente trasversale) tra innovatori e conservatori. Vorrei perciò tratteggiare il resistentissimo tappo -amministrativo, politico, mediatico, corporativo- che impedisce alle tante scintille di novità di farsi cultura dirigente. Naturalmente a partire dalla mia esperienza. Ecco dunque il Grande Tappo nella sua fisionomia culturale e lessicale.Quelli che quando cammini bisogna coordinarsi con chi sta seduto,Quelli che qui ci sono già abbastanza intellettuali e artisti (mica siamo a New York o a Berlino…), Quelli che se Gesù Bambino suona la batteria in De Ferrari corrono a chiedere il parere ai commercianti,Quelli che se Gesù Bambino suona il sassofono, ci avevate detto la batteria,Quelli che se nevica e l’Italia si ferma per il gelo il Comune non ha una politica,Quelli che se scoppia la finanza americana è bufera su Tursi,Quelli che se l’evento costa tanto, meglio spendere in servizi sociali,Quelli che se l’evento costa poco, c’hanno proprio le pezze al culo,Quelli che basta con i diritti ci sono anche i doveri,Quelli che lasciate libero il marciapiede davanti alla farmacia,Quelli che se assegni un evento a un’impresa i costi gonfiano,Quelli che se organizzi l’evento in proprio bisogna far lavorare le imprese,Quelli che qui non succede mai niente,Quelli che qui c’è troppa roba in contemporanea, Quelli che vada a vedersi le periferie,Quelli che venga a vedersi il centro storico,Quelli che la notte Genova è insicura, Quelli che la notte c’è troppa gente in strada,Quelli che gli sponsor li vogliono sul pesto,Quelli che a Genova non piove mai, questo è un anno speciale,Quelli che piangono miseria e fanno affari,Quelli che se gli comunichi un’idea domandano perché non ne sapevo niente, Quelli che le cose vogliono saperle molto tempo prima e poi se le dimenticano,Quelli che i giovani scappano perché non c’è lavoro,Quelli che questa è una città per anziani,Quelli che se riempi una piazza fanno la foto alla bottiglia vuota sul marciapiede,Quelli che se la piazza è piena la fotografano quando è vuota,Quelli che abbiamo tante bellezze nascoste e continuano a nasconderle,Quelli che devo spostare l’appuntamento,Quelli che niente budget pubblicitario niente diritto di parola,Quelli che un (invito a) pranzo al giorno toglie il critico di torno,Quelli che Eco è già venuto a Genova sei anni fa,Quelli che se non mi corrompi ti distruggo,Quelli che gli altri dovrebbero investire di più,Quelli che speriamo che vada male, ci sarà pure una foto o una dichiarazione contro,Quelli che chissà perché questa città non ce la fa a risollevarsi,Quelli che qui non c’è nessuno, bisogna andare a Milano,Quelli che le nostre eccellenze europee,Quelli che una volta c’era l’acciaio e c’era pure il porto,Quelli che con i musei i comici e i cantautori mica ci mangi,Quelli che alle nove e mezzo la cucina chiude.</description>
            <author>Nando dalla Chiesa</author>
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            <title>Il libraio Italo che vende tutto lo scibile umano</title>
            <link>http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1263</link>
            <description>(Il Fatto quotidiano, 10 gennaio 2010)I carboni ardenti. Poche persone al mondo ti danno l’impressione di camminarci sopra come lui. Mai sedersi, mai fermarsi. Anche se Italo Cossavella fa il libraio, un mestiere che agli occhi del pubblico vuol dire tempi riflessivi, contemplazione di scaffali o di cataloghi. La libreria sta nel centro di Ivrea, in via Cavour, una salita a cinquanta metri dal municipio. All’ingresso scordatevi pure le pile da trincea che annunciano in trionfi verticali l’uscita dei libri di successo. Qui la scelta è precisa e contromano: non scendere mai al di sotto dei sessantamila titoli. “Vivo in una cittadina di venticinquemila abitanti. Per fare bene il mio lavoro devo servire tutta la gente che viene da fuori. Chi arriva qui deve sapere che ci trova l’intero scibile umano. Anche chi si mette in testa di allevare una capra deve trovare quello che gli serve. In provincia bisogna essere tuttologi. Io non voglio mandare mai via nessuno senza risposta. Il libro devo averlo. Punto. E se non ce l’ho devo dire quando lo darò e a che prezzo. Mai ‘scriva alla casa editrice’ o ‘non è più in catalogo’. Ma siamo matti? Fuori catalogo purtroppo ci sono libri bellissimi, che possono incidere sulla formazione di un giovane o arricchire la cultura di una persona adulta. Io cerco di averli lo stesso. E grazie alla rete ci si può riuscire. Mi metto al computer e vedo che cosa c’è sui remainders o tra i colleghi che fanno antiquar