Giuseppe. Il castello dei sogni costruito sulla sabbia

 

Il Fatto Quotidiano, 27.7.14

E che vuol dire che è un sabato estivo? Lo sguardo è fiero,
noncurante. Giuseppe oggi lavora lo stesso e provate voi a fargli cambiare
idea. Va avanti e indietro un paio di volte, con l’aria di valutare bene in
quale posto piazzarsi per far fruttare, anche di sabato, anche a fine luglio, i
suoi talenti manuali. Studia dove batte il sole, sa bene che nella Sicilia più
africana quando è alto non perdona. A torso nudo, abbronzato, controlla le
persone intorno ma non appare molto preoccupato del loro possibile giudizio.
Poi sparisce due minuti e torna con gli attrezzi di lavoro. Che dispone con
precisione scientifica intorno a sé. Un grande secchiello bianco, una paletta
blu e una paletta gialla, un po’ più piccola. E basta. Niente rastrello, niente
innaffiatoio, niente camion. Giuseppe non fa parte dei bamboccioni che per
gettarsi in un’impresa devono avere alle spalle opulente attrezzature  di famiglia. Non si lamenterà di essere sotto
organico o senza mezzi se non riuscirà a far bene il suo lavoro.
Che incomincia con metodo, nella disattenzione generale, perché la gente
accanto a lui è presa solo dalle cattive notizie. Sui giornali ci sono aerei
che cadono, deliri in parlamento, teatri che chiudono, Berlusconi che torna
leader. Giusto Nibali al Tour: dopo lo smacco dei mondiali ecco almeno una
buona notizia dallo sport. Che cosa volete che sia per il popolo in vacanza un
bambino di cinque o sei anni che sta iniziando a costruire un castello? Chissà
dove ha imparato, Giuseppe. Chissà se ieri notte se l’è sognata questa impresa,
domani faccio un castello bellissimo e grande come non l’ho mai fatto, come non
l’ha mai fatto nessun bambino. Lavora nelle posizioni più scomode. Chino sui
talloni. Carponi sulla sabbia, facendo luccicare al sole il costumino blu con
lo stemma rosso. Perfino sdraiato in avanti nei momenti di massima
concentrazione, quando deve lavorare di fino come un vero artigiano. Alternerà
quelle posizioni ininterrottamente per tre ore, nemmeno un minuto su una sdraio
o con il sederino sul bagnasciuga. Giusto qualche posizione eretta per portare
i pesi necessari alla realizzazione dell’opera. Anche il luogo del cantiere è
stato scelto con cura, parrebbe con esperienza antica. Abbastanza vicino al
mare per avere l’acqua a portata di mano, anzi per vederla emergere dai fossati
scavati con perizia; abbastanza lontano dal mare perché un’increspatura d’onda non
si abbatta sul capolavoro.
La costruzione mostra rapidamente le sue ambizioni. Il disegno è largo più di
un metro. Ogni secchiello viene stipato di sabbia bagnata. Che viene rovesciata
compatta, senza sfarinature, per essere poi ben assestata in verticale con le
due mani. Battuta con amore e con amore rimirata. Un secchiello in fila
all’altro. Dopo un’ora Giuseppe viene raggiunto dal suo più giovane
assistente-apprendista. A occhio avrà quattro anni, ed è munito di un solo
secchiello. E’ in ritardo ma lui non lo rimprovera, lo sanno tutti che il capo
vero lavora più di tutti. Gli affida però subito i compiti più esecutivi, che
l’altro svolge con entusiasmo, rapito anch’egli dalla bellezza dell’impresa. Lo
manda a riempire i secchielli in mare, gli fa scavare un pezzo di fossato, più
in fondo che puoi, finché viene su l’acqua. Ora sono tutti e due carponi,
ripetono posizioni da sfinire chiunque; sotto un sole sempre più alto, per fare
un castello sempre più magnifico. Non bastano le mura rafforzate con le torri a
forma di secchielli. E nemmeno le porte e le feritoie, e quella specie di porta
sul ponte levatoio fatta con un pezzo di cartone, e messa con previdenza da
architetto dalla parte della spiaggia così rischia meno di bagnarsi. Ora arriva
il colpo di genio. Su ogni torre Giuseppe immagina un cumulo di palle di sabbia
bagnata e ben battuta. Come fossero monumenti o munizioni da catapulta per
impressionare gli armigeri nemici. Con il suo prezioso assistente-apprendista
realizza l’idea. Dopo un’altra ora di lavoro il colpo d’occhio è fantastico. Il
castello ha qualcosa di maestoso. E’ largo, alto e ben rifinito, con il fossato
che si riempie d’acqua naturalmente, grazie alla spuma che si inerpica sulla
battigia. Incute perfino rispetto. Lo si vede anche dal mare, dal largo, tanto
è grande, mentre la gente entra in acqua a farsi il bagno, incurante di quella
architettura da bambini.

 

Giuseppe e l’assistente-apprendista contemplano il castello soddisfatti fino a tardi, senza stancarsi di inventare il ritocco che lo può rendere perfetto. Qui il buco in più. Qui la goccia d’acqua. Poi vengono chiamati da qualche adulto per il pranzo. Non saranno bamboccioni ma abitano ancora in famiglia. Nessuna lode generosa per quel mirabile artefatto. E nemmeno, dopo tutta quella fatica, alcun guadagno. Giuseppe  non potrà vendere a nessuno il frutto del suo lavoro. Mica perché sia costruito sulla spiaggia, in Italia si può fare. Ma perché è fatto di sogno e i sogni non si comprano. Al pomeriggio due adolescenti corrono verso il mare. Lei fa la preda che si butta in acqua per sfuggire a lui, come usa quando ci si corteggia. Si trova il castello ormai incustodito tra i piedi e istintivamente lo salta. Il ragazzo lo vede all’ultimo e pure lui lo salta. La bellezza fatta di sogno e di fatica non si distrugge. Anche se è di sabbia.

Leave a Reply

1 commento

  1. Pingback: “La bellezza fatta di sogno e di fatica non si distrugge” – Federica Vergaro

Next Article"Riforme": Gherardo superstar. Ma ci vorrebbe Pasolini