Bollate. Un asilo in carcere e (belle) storie di donne

Metti una sera a cena in carcere. A Bollate, proprio di fronte al celebre albero della vita di Expo. Al ristorante “In Galera”, aperto quattro anni fa da un’entusiasta signora di nome Silvia Polleri, che dà lavoro e mestiere a detenuti di buona volontà. E metti di ascoltare un progetto ispirato “al valore dell’inclusione e della bella educazione”, fatto di buon senso, umanità e cultura. Un asilo nido sul confine esterno del grande complesso carcerario, aperto ai figli dei dipendenti dell’istituto, alla popolazione della zona e ai figli delle donne recluse. Perché i bambini “non devono differenziarsi per le origini familiari”. Perché i bambini sono tutti uguali.

Allineate a un lungo tavolo parallelo a una parete sta una decina di donne, per lo più giovani, dirimpetto a un’altra fila di donne. Sono loro a spiegare quel che stanno facendo e il suo significato. Orgogliose ma anche molto emozionate, vogliose di raccontare la storia di “Biobab”, così si chiama l’asilo. Fanno un cenno intenerito all’età “in cui si gioca con l’acqua e la terra non per creare il fango ma delle gustose polpette da offrire al proprio peluche”. Offrono punti di vista inediti. Come una “funzionaria giuridico-pedagogica” che a Bollate lavora. Si chiama Simona, porta in questo asilo due gemelle. La voce le si incrina quando ricorda il giorno in cui le consegnò alle maestre sconosciute dopo averle tenute accanto a sé un anno intero, prima di tornare al lavoro. Spiega che per lei quel servizio che può sembrare pura comodità è invece sollievo vitale. Quando entra al lavoro, infatti, deve deporre il cellulare in un armadietto. Durante il giorno nessuno la può raggiungere direttamente, è tagliata fuori da eventuali urgenze delle bimbe. E altrettanto tagliato fuori è il marito, anche lui in servizio a Bollate, agente della polizia penitenziaria. “Averle qui significa non vivere nell’ansia, sapere di potere essere comunque raggiunta”. Pensi che davvero bisogna camminare per due lune nei mocassini altrui per capire, delle persone, problemi e preoccupazioni.

Stesso pensiero hai quando la parola tocca a una delle donne allineate alla parete. Ha un nome dei paesi dell’est europeo. E’ una detenuta. E all’asilo non ha un suo figlio. Ci lavora come ausiliaria. Con sincerità una mamma racconta di avere voluto sapere per quali reati fosse stata condannata, aveva l’incubo dei reati sessuali. Nulla di questo, Z. è un’ottima aiutante delle educatrici, e forse ha le qualità per essere educatrice lei stessa. Dice di averne sei, di figli. E che quando bambini di un anno la chiamano per nome, le sembra di stare altrove, sente dissolversi il peso dei nove anni trascorsi in carcere.

Questa realtà coraggiosa e sincera, che include alcune giovani signore “del territorio” (si dice così, ormai), fa capo a una cooperativa femminile, “Stripes”, unica nel suo genere in Italia “e forse in Europa”, sottolinea Dafne Guida, donna di piglio e gentile che la guida. Le mamme della zona assicurano di avere scoperto una accoglienza “pazzesca” nei loro confronti, che genera incontri e amicizie. Che c’è da restare sbalorditi per la qualità dell’ambiente educativo, più bello di scuole che nulla hanno a che fare con la prigionia, ma che sembrano tanto più chiuse e grigie. Qui c’è l’open space, i bimbi giocano con oggetti naturali (“giocattoli effimeri”, ironizza un’educatrice), sono a contatto con la natura, hanno il loro giardino-orto. Spiega Dafne che la loro idea è di garantire ai bimbi soprattutto due diritti: il diritto alla bellezza e il diritto a “stare fuori”, espressione che in questo contesto si carica di significati subliminali. “Vedete un gruppo di bambini che gioca, che prepara il fieno da portare ai cavalli, che infila le dita dentro la terra per scoprire se sono cresciute le carote. Giochi che per i bambini che vivono dentro hanno il valore straordinario dell’incontrare il fuori: un fuori fatto di erba da toccare, di cortecce da accarezzare, di foglie da osservare, di corse da fare, di amici da incontrare. Un luogo in cui il fuori si mescola al dentro per rendere la vita dei bambini che vivono tra le mura del carcere più sostenibile, più ariosa, più bella”.
“Biobab”, “In Galera”, entrambe creazioni di donne in un carcere diretto da una donna, Cosima Buccoliero, in cui, come viene detto, sono 230 i detenuti che ogni sera rientrano dal lavoro esterno. Così pensi che forse non è necessario portare terroristi e mafiosi a parlare nelle scuole per rendere il carcere più umano, per restituire speranze e fiducia a chi ha sbagliato. O no?

(scritto su Il Fatto Quotidiano dell’ 8.4.19)

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