A voi Tony Dallara. Come prima (più di prima…)

Ma allora non è una diceria. Allora il sangue napoletano a Milano scorre davvero. Ed è capace, alla fine, di tirar fuori dal cilindro il più sorprendente dei conigli, di cui tra poco vi dirò. Il luogo in cui tutto accade è il più lombardo possibile: il circolo Alessandro Volta. Antico, quasi un secolo e mezzo di storia, essendo stato fondato nel 1882. Sobrio ed elegante, con saloni su più piani. Qui viene ospitata in un pomeriggio di pioggia battente la presentazione di un libro dedicato a uno scrittore del nostro Novecento, Michele Prisco. Napoletanissimo, in rapporti stretti con Milano. Professionalmente, perché era una firma d’eccellenza del “Corriere della sera”. Umanamente, perché suo cugino, lo strepitoso Peppino Prisco, avvocato, alpino, è stato vicepresidente e icona dell’Inter (e dunque anche della città) per decenni. Il libro lo ha scritto la figlia di Prisco, Annella, signora della cultura napoletana, manager di eventi culturali. Che ha voluto ricordare il padre con delicata malinconia. A fare da anfitrione, uno dei commercialisti più noti di Milano, Carlo Bozzali.
La sala diventa in pochi minuti una specie di gemellaggio Napoli-Milano. Inaspettato, spontaneo. Il sociologo rivà d’istinto a quando al Nord gli immigrati che giungevano per lavoro, e a cui spesso non si affittavano le case, venivano chiamati spregiativamente “i napuli”. E a quando più recentemente sulla sponda calcistica opposta a quella di Prisco i tifosi (tra cui anche un futuro ministro) cantavano “puzzano come cani, stanno arrivando i napoletani”.

Il gemellaggio spontaneo realizza il suo punto più alto quando in sala compare un signore con girocollo scuro e giacca blu. Chissà perché, forse per le movenze inquiete, non dà l’aria di essere del pubblico. L’età è la stessa, splendidamente alta, ma dev’essere lì per qualcosa d’altro. E infatti è un cantante. Invitato dal generoso anfitrione a celebrare la musica cara ai Prisco. Si chiama Vincenzo Puma, intorno a lui che incede è tutto un sussurrare: “ha cantato con Pavarotti”. Al piano una giovane orientale, pezzi di soprano di una altrettanto giovane matrona est europea. E poi lui. Con qualche pezzo del grande repertorio napoletano, che Annella Prisco e altri vanno suggerendo emozionati e impazienti. La voce è potente, le note dolci. Do un’occhiata alla platea. Sotto un grande girasole in quadro, omaggio ai girasoli della copertina del libro, vedo signore con gli occhi chiusi, sognanti, altri con le labbra che accompagnano le parole. L’acuto finale della penultima canzone viene applaudito con un trasporto che appare competente da un signore seduto in prima fila tra due donne molto più giovani. “Bravo”, grida al cantante. “E’ Tony Dallara”, mi illumina l’anfitrione.

Tony Dallaraaaa? Come ho potuto non riconoscerlo? Silenzioso, modesto, un maglione blu sovrastato da un grande foulard dalle fantasie azzurre, capelli neri come tanti cantanti dell’età dell’oro (il boom economico nazionale), ho davanti a me uno dei fondatori della generazione degli “urlatori” che cambiarono la musica italiana. Lui, Celentano, Mina, anche se la sua onda durò meno. Ma fu tra i primissimi e tra i più noti. Quando viene fatto il suo nome, dalla platea sale subito la richiesta di esibirsi. “Come prima!”, “Romantica!”, la canzone con cui vinse nel ’60 il festival di Sanremo in coppia con Renato Rascel. Qualcuno, più preparato, azzarda anche “Ti dirò”, “Brivido blu” (in foto la copertina del 45 giri, 1958). Il cantante si alza, si concede la civetteria di un breve pezzo in giapponese per la pianista; ha fatto 23 tournee in Giappone, non sta inventando le parole, ci tiene a far sapere. Poi però alla fine regala “Come prima”. E funziona benissimo. Qualcuno controlla stupito: “ha passato gli ottanta”. Lui fa gli acuti sferzanti di allora, passa con il microfono di bocca in bocca, tutti sanno tutte le parole, va in onda un incredibile, oserei dire commovente, bagno generazionale.
Mi spiegano che viene spesso alle presentazioni dei libri. Che dipinge quadri. E questo mi fa provare quasi un sentimento di ammirazione. Perché per chi ha conosciuto il grande successo vivere questa dimensione ordinaria senza inseguire ovunque scampoli di gloria non è cosa comune. Solo un fatto lo amareggia, mi spiegano Patrizia e Natasha (la figlia), le due donne che lo accompagnano. Non essere ricordato quando si parla di quei favolosi anni sessanta. “Eppure fu tra i primi”. E questo posso qui testimoniarlo senza dubbio. Tanto che da bambino lo imitavo. E vi giuro che dirglielo e vedere un sorriso raggiante è stato tutt’uno.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 13. 2. 19)

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