Quel clochard sconosciuto che cercava la Francia (quando è vietato aiutare….)

Vagava solitario, come sperso, tra le strade e le case di un minuscolo comune della provincia di Cuneo, Celle di Macra, nemmeno cento abitanti, in val Maira. Alto con certezza più di 1.70, i capelli grigi e la barba incolta, camminava lento e trasognato, apparentemente senza meta, forse cercando stelle in lontananza per capire da che parte andare. Perché la Francia è vicina, ma di lì passaggi per la Francia proprio non ve ne sono. Nulla sapeva del tempo in arrivo. Prevista sui monti di Cuneo una nevicata fitta e abbondante, di quelle da cui nascono fiabeschi i pupazzi dei bambini ma che gelano il sangue a chi debba avventurarsi per tornanti sconosciuti senza un giaciglio al caldo. Qualcuno lo avvistò tra le borgate del paese, arrampicate tra gli 800 e i 2000 metri. Ma chi sarà quell’uomo dalle scarpe sfondate, dagli abiti leggeri, con giacca e cappuccio impermeabile? Chi si sta avventurando verso il confine insuperabile con la Francia in quelle condizioni? Ma sa qualcosa, quell’uomo, dei divieti e dei muri posti dalla natura e dagli uomini? Sa qualcosa del gelo in arrivo?

Così si chiesero i due o tre che, in un lampo di umanità, lo avvicinarono dopo averlo avvistato. Andarono verso di lui con quell’amore per i poveri senza dimora che non si trova più, e che sembra ridiventare cosa buona e giusta solo nella notte di Natale. Gli chiesero i documenti, cercarono di capire chi fosse. Ma il viandante che andava verso la Francia non ne aveva, di documenti. Tirò fuori solo carte che parlavano di lui, carte compilate da carabinieri sconosciuti, che ne certificavano l’estraneità all’ordinamento ben custodito delle leggi. Constatazioni, intimazioni, firme. Verbali stilati in stazioni lontane, alcuni ormai laceri, raccolti -girovagando- in una busta di plastica bagnata dall’umidità pungente.
Allora quel mirabile raggruppamento umano pensò che si dovesse fare qualcosa. Chiamarono a Cuneo una funzionaria pubblica, di un qualche prestigio, di cui sapevano che avrebbe preso a cuore questa storia odorosa di Dickens e le chiesero se per caso potesse indicare loro qualche struttura o qualche luogo a cui appoggiarsi. In particolare le chiesero, probabilmente per la forza evocativa del nome, se avrebbe potuto dare ospitalità provvisoria a quel viandante la casa di accoglienza temporanea aperta in maggio a Cuneo e intitolata a don Aldo Benevelli, mitico prete della Resistenza cuneese, da poco scomparso.

Lei telefonò subito, chiese e richiamò felice: si poteva, c’era posto. Un clochard, dev’essere un clochard della Senna, spiegò qualcuno. Parole per rendere romantica la disperazione o la solitudine estrema. Il clochard venne dunque accompagnato nel capoluogo con umana pietà. Quando comparve, qualcuno spiegò con il più profondo rispetto che era semplicemente “un gran poveraccio”. Fu sfamato e fu vestito. Quando ebbe assaporato il caldo del luogo e del cibo venne però allontanato. Le autorità di polizia informate del suo arrivo fecero giungere infatti il discreto avvertimento. Due notti sì, perché rispondono al criterio dell’accoglienza urgente. Ma se lo ospitate oltre i due giorni siete passibili di denuncia. Favoreggiamento di immigrazione clandestina. E’ la legge: la nuova legge che chiamano “Salvini”, dal nome dell’ex ministro dell’Interno. Allora un signore di nome E. si impietosì e lo portò alla Caritas per fargli avere un altro pasto. E poi al dormitorio per l’emergenza freddo del Comune, dove non vige l’obbligo di denunciare alla questura. Anche lì una notte. Dalla casa di don Aldo Benevelli seguirono il trasloco con il cuore in gola. Piangendo, addirittura; sognando di potere pagare al loro ospite il viaggio per la Francia, pensate che debolezze ancora albergano nell’animo di certi umani. Diedero al clochard abiti pesanti. Perfino un paio di piccoli scarponi da neve trovati in casa di uno di loro, memoria di una anziana madre scomparsa. “Lei lo proteggerà”, commentarono, come si usa presso i pii.

Lui scomparve. Non chiedete come si chiamasse e quanti anni avesse, perché dalle sue dichiarazioni ai carabinieri trovereste nomi ed età cangianti. Alla Caritas dichiarò di essere del ’67, per subito adirarsi quando lo vide scritto sul tesserino della mensa. L’avevano fatto più vecchio, protestò. Riprese la sua strada in direzione della montagna. Forse conosceva qualche misterioso passaggio verso le armonie delle colline e dei dialetti francesi. Da attraversare senza documenti (foto). Come in una favola dove il cuore degli uomini ogni tanto si accendeva. Più spesso restava impassibile.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 18.11.19)

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